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giovedì 15 dicembre 2016

La grande pioggia

Laggiù, oltre le vetrate, sul mare nero i bagliori si susseguono e solo dopo qualche manciata di secondi si percepisce il brontolio dei tuoni.
La grande pioggia sta tornando.
Sembrava che ci avesse abbandonato, ma invece s'è presa qualche ora di pausa e sta ritornando da dove era venuta. Il mare amplifica la luce dei fulmini e come uno specchio riflette i lampi ed aiuta a rischiarare questa notte senza luna, senza il brillio delle stelle.
Lo so che la quiete della campagna sarà ben presto interrotta dal vento che scuoterà la chioma degli alberi. A questa avanguardia seguiranno scrosci di pioggia violenta che schiaffeggerà chi oserà frapporsi nella sua caduta.
- Qui in Sicilia si ferma tutto quando piove. - mi aveva detto il mio amico Carmelo.
Ed é vero! Nella breve incursione che ho fatto stamattina alla ricerca d'un po' di pane il paese m'è sembrato svuotato, deserto.
Ecco il tuono che annuncia la tempesta imminente! E' vicino e non brontola più, ruggisce.
Vieni grande pioggia, ti aspetto.
Da più d'una settimana non ci vuoi abbandonare. 
Gonfi i torrenti ed allaghi il paese trasformando le vie in ruscelli in piena. 
La pioggia, persa la libertà che aveva in cielo, mal s'adegua alle barriere che le si frappongono.
Dalla finestra vedo la cagna Nelly. La osservo aggirarsi spaventata intorno alla casa. Ha il terrore dei fulmini e cerca un riparo. Le apro l'uscio invitandola ad entrare ma il suo rancore nei miei riguardi è più forte della paura. Oggi, infatti, ho provato a metterle il guinzaglio.
- L'abitui a portarla al guinzaglio, vedrà che la sua cagna s'affezionerà ancora di più a lei perché la riconoscerà come capo branco. - mi aveva detto il veterinario.
Figurati! Nelly s'è divincolata come un cavallo imbizzarrito in un rodeo. E' da otto anni che vive libera nella campagna, cosa vuoi metterle il guinzaglio! No, non mi ha ringhiato non si permetterebbe mai! S'è solo un po' incazzata e da brava siciliana adesso per un paio di giorni mi terrà il broncio, anzi il muso.
- Entra, dai non fare la scema! - 
Macché, troppo orgogliosa!
- Beh, fai come ti pare! -
Arrivano le prime gocce portate dal vento, imperlano il vetro.
Sono solo nella grande casa.
La solitudine non mi spaventa, m'ha accompagnato per lunghi tragitti della mia vita insieme ai miei pensieri, al mio mondo interiore, ai miei fantasmi.
Stasera mi fa compagnia il fantasma di mio padre. E' morto quasi tre mesi fa.
Mi sembra che siano trascorsi degli anni.

- Paolo, papà l'abbiamo ricoverato in un istituto dove prendono in carico i malati terminali, i morituri. - mio fratello mi disse al telefono.
- Per quanto ne ha? -
- I medici dicono che è questione di giorni. -
- D'accordo. Parto oggi stesso. -
Il viaggio per Milano lo feci in treno. No, non presi l'aereo volevo prendermi del tempo o forse non volevo vederlo morire.
Viaggiai guardando ininterrottamente fuori dal finestrino e lasciai che i miei pensieri si mischiassero colle immagini della penisola che risalivo. Quel tragitto l'avevo fatto decine di volte quando ero giovane e senza una lira in tasca. Viaggiavo con gl'immigrati, con i terroni che lavoravano nel nord dell'Europa. Ho ancora nelle narici quell'odore inconfondibile d'umanità costretta a vivere in promiscuità anche per trenta ore. Quel convoglio trasportava speranza mista a tristezza.
La frenesia della mia vita successiva mi fece dimenticare quel treno, si chiamava la Freccia del Sud, e presi a viaggiare in aereo ... mi sembrò che quella convivenza ferroviaria non fosse mai esistita.
Adesso in età matura mi è tornata la voglia di dividere il viaggio con altra gente per qualche ora. Di sentire le loro storie, di raccontare le mie. La vita forse è come una parabola, una gaussiana ... forse un giorno sarò ancora senza un soldo in tasca, chissà ... e forse mi sentirò ancora giovane senza esserlo.
All'istituto mi venne incontro una dottoressa bionda e piccolina. Mi rivolse un sorriso dolce e rasserenante.
- Chi cerca? - mi chiese.
- Cerco la camera dov'è ricoverato il sig. Valiani. -
- Ah, lei è il figlio che vive in Sicilia. -
- Sì, sono io. -
- L'accompagno. -
Mio padre giaceva sul letto. Una flebo era attaccata al suo braccio destro, sotto la rete pendeva il sacchetto del catetere.
- Dorme? -
La dottoressa s'avvicinò al capezzale e gli accarezzò la fronte.
- Carlo. - chiamò.
Mio padre non ebbe alcuna reazione.
- Un po' dorme, ma io penso che se gli parla qualche cosa percepisce. -
- Capisco. -
- La lascio solo con lui. -
Il piccolo angelo biondo scivolò fuori dalla stanza.
Mi avvicinai ed osservai meglio il morente.
La testa di mio padre s'era come rimpicciolita, il volto era divenuto scarno come se la pelle aderisse direttamente al suo cranio. Il corpo gonfio, tratteneva i liquidi.
Gli presi la mano tumida, quasi mostruosa adagiata a fianco del suo corpo.
- Papà, sono io, sono Paolo. Sono arrivato. -
Inutile sperare in una reazione.
- I ragazzi, ti salutano. Stanno lavorando a Londra, sono contenti. Tua nipote Marta sta andando bene negli studi ... è fuori razza! - sapevo che battute del genere lo divertivano.
Respirava appena. Solo un alito usciva dalla bocca socchiusa. Osservai le sue gote incavate.
Presi una sedia e la misi accanto al letto, feci attenzione a non far rumore.
Mi sedetti accanto e presi la sua mano fra le mie.
Nella stanza accanto arrivavano i suoni di voci attutite.
Sapevo che sarebbe morto da lì a poco. Sarei stato presente quando avrebbe esalato l'ultimo respiro così come lo ero stato quando mia madre se ne andò.
Guardai la mano inerte e non so perché parlai. Con un fil di voce come se pregassi.
- Quante volte mi hai colpito con questa mano? Quante volte mi hai picchiato? ... sei stato violento con tutti noi e forse con me in particolare. Noi, i tuoi figli, lo sappiamo. Anche tua moglie lo sapeva ma non siamo mai riusci a parlarne fuori della famiglia ... a che serviva? Forse ci vergognavamo. Sai, papà, io ho rimosso tutto. Devo quasi sforzarmi per far rivenire alla mente gli attimi di terrore quando ti scagliavi contro di me ... quello che mi porto dentro è solo una tristezza infinita. Mi dispiace per te, papà, mi dispiace che tu sia stato così ... a me sarebbe piaciuto essere un figlio ed avere un padre ... non, un uomo succube della sua stessa violenza. Ti ho visto invecchiare, divenire debole gradualmente e più diventavi vecchio e più m'accorgevo quanto sarebbe stato facile prevaricarti. Ma la vergogna d'avere questo pensiero mi soffocava. Forse avrei dovuto parlarti, ricordarti il passato ma a che pro? Forse per rinnovare la sofferenza? La mia, la tua? Perché riattizzarla? Adesso che te ne vai te la porti via con te, è vero papà? Te la porti via insieme alla violenza che l'ha generata e fai che non rivenga più. Grazie papà, grazie. Mi dispiace, mi dispiace tanto ... è difficile essere uomini, lo so. E' stato tanto difficile ... -
Fuori il cielo era incolore.
Osservai il volto di mio padre.
Misi una mano sulla sua bocca. No, non usciva più nessun alito.
- Papà! - dissi e nulla più.

Adesso guardo la tempesta oltre le finestre. La pioggia sferza il cortile e s'infrange scagliandosi rabbiosa contro i vetri come se volesse romperli.
Fuori la cagna Nelly mi guarda immobile ed atterrita da quel putiferio della natura. E' incapace di fare il benché minimo movimento.
Apro l'uscio della casa. La pioggia cade e forma un muro d'acqua. L'attraverso, incurante del freddo.
Il cielo è attraversato da bagliori che dopo qualche attimo si trasformano in fragorosi tuoni.
M'avvicino alla cagna.
- Stai tranquilla Nelly, è solo acqua ... e qualche lampo! -
Cerco di tirarla per il collare ma lei rimane immobile impietrita per il terrore.
Ormai sono tutto zuppo, come lei.
Mi siedo al suo fianco e le abbraccio il poderoso collo.
- Scusami se ti ho messo il guinzaglio. - le dico avvicinandomi al suo orecchio per vincere il forte scroscio della pioggia.
E resto lì, in attesa.