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mercoledì 19 ottobre 2016

Lo scialo (no, non è un articolo su Vasco Pratolini)

Ascolto spesso i programmi delle televisioni italiane anche quando trascorro parte del mio tempo in Francia, paese in cui ho lavorato per più d’un decennio e che ormai, dopo l’Italia, è quello che conosco meglio.
Non voglio in questa sede lanciarmi in un’analisi comparata fra i due paesi che, a dispetto di coloro che insistono dal definirli cugini, hanno ben poca parentela se non l’origine latina delle due lingue. Penso di conoscere i pregi ed i difetti della Francia come quelli dell’Italia ma se del primo paese accetto le caratteristiche negative e positive come imprescindibili del paese stesso (la Francia non potrebbe essere la Francia senza i suoi difetti) per quanto riguarda il mio, invece, mi ribello nell’accettare le pecche. Anzi, voglio essere più esplicito, io intimamente soffro.
Questa sofferenza non è dettata da una forma di nazionalismo che mi porta a voler far eccellere l’Italia sul resto del mondo ma dalla visione di quanto scialo si presenta ai miei occhi. Io, per scelta non sono nazionalista (fatta eccezione che per le partite della squadra di calcio, non sono perfetto, lo so!) infatti penso che il mondo sarebbe migliore se si decidesse di bruciare tutte le bandiere.
Cosa posso farci se non amo lo spreco?
In Italia si spreca parecchio: soldi, monumenti, bellezze naturali, opportunità e … si sprecano tante, tante parole.
Soprattutto sulla cosa politica. Che ci sia campagna elettorale, referendum o no lo spazio offerto dai media allo spettacolo dei politici oltrepassa oltremodo quello che è consacrato dai mezzi di comunicazione di massa della Francia (e non entro nel merito di altri paesi). I nostri politici sono degli showman/woman e non ci si deve affatto meravigliare se fra i maggiori leader noi annoveriamo un comico (quando Berlusconi imperava, anche lui con le sue barzellette cercava d’essere un po’ come Grillo!).
In Italia si scialano parole, quindi, ed uno degli argomenti principe su cui i politici mostrano tanta preoccupazione quanta incompetenza riguarda il futuro dei giovani. L’intento è chiaro: più ci si mostra preoccupati più si vuole dare l’impressione che si prende in carico il futuro delle nuove generazioni e più si spera d’accaparrare voti.
I politici parlano e promettono posti sicuri, i politici mentono ed in maniera spudorata.
Un posto di lavoro è sicuro se l’azienda che lo offre è sicura. Se dopo qualche anno va a carte quarantotto anche il lavoro cosiddetto sicuro andrà a carte quarantotto!
Come può un’azienda essere sicura?
Ho le mie idee, ma non voglio annoiare esponendole e lascio gli economisti esercitarsi in quello che è il loro ruolo.
Osservo solo una cosa: un’attività può durare se sa guardare al futuro se è capace d’avere una visione prospettica che non si limiti all'ottenimento dei profitti nel breve periodo. L’Italia è perennemente stata miope, non è mai riuscita a vedere oltre al proprio naso. Dalla sua unità il nostro paese è sempre rimasto ai margini e relegato fra le province del mondo. In tutta la sua storia siamo stati considerati (e lo siamo) dei provinciali. Quindi il nostro futuro dipende da quello che il nucleo centrale delle economie forti decide per noi. Abbiamo per decenni cincischiato e sprecato parole (ancora dello scialo!) a favore dell’investimento nella ricerca e nello sviluppo in Italia (vero ed unico argomento che avrebbe favorito le generazioni future!), ma nulla ne è scaturito. Piuttosto d’ubriacarci con il mantenimento o salvataggi d’attività che palesemente avevano gli anni contati (l’industria siderurgica o petrolchimica) avremmo potuto concentrarci su attività legate alla new economy e forse avremmo potuto avere anche noi delle piccole Silicon Valley ma i nostri imprenditori, si sa, sono più degli speculatori che dei visionari (con pochissime eccezioni)!
Ricordo che in una popolare trasmissione l’ingegnere De Benedetti raccontava, come un aneddoto divertente, quando snobbò Steve Jobs. Io al posto suo mi vergognerei fare il minimo accenno sull’argomento in quanto, come imprenditore visionario, mostrerei la mia inettitudine.
Inutile piangere sul latte versato e guardiamo davanti a noi.
Insomma che cosa il nucleo centrale delle economie forti ci lascia? Ben poco, anzi nulla!
Una cosa però nessuno ci può togliere: il nostro patrimonio naturale ed artistico ed il nostro carattere, forse molto poco produttivo nel senso dell’economia classica, ma decisamente geniale nella capacità di creare la qualità della vita.
Noi lo sappiamo e ce ne vantiamo ma siamo incapaci di rendere queste caratteristiche delle vere miniere d’oro durabili. Non siamo visionari, lavoriamo sul breve periodo. Riusciamo a meravigliare provocando delle fiammate che, ahimè, sono effimere!
C’è chi invece ha intuito quanto l’italianità sia una merce che il mercato richiede.
Sì, c’è qualcuno che l’ha intuito e, mi dispiace per l’orgoglio nazionale, non è italiano bensì francese. Due giovani trentenni: Tigrane Seydoux e Victor Lugger.
Hanno inventato una catena di ristoranti italiani con una impronta che richiama le locande e le trattorie del nostro paese ma senza troppo insistere su questo cliché. Il loro concetto è semplice: vogliono che il cibo del belpaese di qualità abbia costi italiani, non parigini. Per far questo sono entrati in contatto con piccoli produttori dello stivale a cui acquistano quasi la totalità della loro produzione. Nessun intermediario e i costi restano contenuti.
Ieri sera ho provato uno dei locali. Il cibo effettivamente è di buona qualità per il pubblico francese ed è incentrato su prodotti che i transalpini amano particolarmente: la burrata, le tagliatelle al tartufo nero o le pizze veraci … si trova quello che il popolo d’oltralpe ama di più della nostra cucina. Non troverò mai la pasta e fagioli di mia nonna Lena od il brasato della zia Evelina … ma che importa? Si vende l’Italia.
Se andate nel loro sito lo troverete traboccante di luoghi comuni sul nostro paese, ma chi se ne frega? Ai francesi piace così!
Siete mai andati in Giappone? Ecco, quello che troverete nei ristoranti del paese del sol levante non è lo stesso cibo che va per la maggiore nei ristoranti giapponesi disseminati in Italia. Quindi c’è poco da scandalizzarsi!
Ma la sorpresa più bella è che tutto il personale, dai cuochi ai camerieri, sono italiani e tutti giovani!
- Io sono napoletano di Napoli, anche lui è campano – mi dice il capocuoco indicandomi un altro collega – Quello è siciliano, quello di Verona. –
- Terroni e polentoni, tutti insieme. – dico io e li faccio ridere.
Mi giro ed osservo la sala piena d’avventori e vedo quei ragazzi con i loro diversi dialetti volteggiare fra i tavoli. Ridono, sono contenti e che caspita: sono a Parigi, mica a Caropepe!
No, Tigrane e Victor non hanno lesinato nella quantità del personale credendo in questa gioventù italiana che nel proprio paese è sfruttata e sottopagata. Puntano sulla qualità e sul servizio a dei costi controllati e non bassi a tutti i costi (scusate il bisticcio di parole!). In effetti il servizio è veloce ed efficiente e si capisce che la squadra funziona bene ed è affiatata.
E’ una squadra che crede e sa lavorare con professionalità perché sa che le sarà riconosciuto nella busta paga.
Non sono solo i cervelli che lasciano l’Italia ma altre eccellenze, più trascurate ed ignorate dai politici che continuano a pensare che gl’italiani sia un popolo di scienziati ed esploratori. No, noi siamo anche un popolo che è composto di pizzaioli, cuochi, artigiani, camerieri, muratori, contadini e che prima d’occuparsi dei geni (che sono una piccola percentuale) ci si dovrebbe interessare della gran massa della popolazione indirizzando l’economia verso attività che possano assorbirla e valorizzarla.
Centocinquant’anni fa Parigi, nel periodo in cui Haussmann la trasformò dandole il suo inconfondibile stile, fu edificata da muratori italiani la cui maestria era riconosciuta a livello mondiale (che dire allora di New York dove non esportammo solo mafiosi?). No, il nostro non è un popolo solo di geni … ma di gente più modesta, che sa lavorare. Centocinquant’anni fa c’era l’edilizia adesso c’è il turismo. Se permettiamo che questa giovane eccellenza lasci l’Italia allora il nostro paese si sgretolerà e resteranno solo mafiosi e scansafatiche.
Prima d’uscire stringo la mano a tutti quei ragazzi e ragazze. Loro mi sorridono e forse gli ricordo i loro padri che sono rimasti in Italia.
- Bravo … brava. – dico a tutti.
- Venga, venga ancora, ci fa piacere. – mi dicono come se il locale fosse loro.
Che bello vederli tutti lavorare e sentirli parlare ognuno col proprio dialetto che non riescono a dimenticare! E’ come se lì ci fossero tutti i giovani dell’Italia … il futuro del paese. Si percepisce che sono pregni d’entusiasmo e pensano che il mondo si possa addentare come un frutto.
In effetti ci si sente a casa.
Due giovani imprenditori francesi hanno capito come trarre vantaggio dall'Italia.
Chapeau!
Forse, dovremmo molto modestamente osservare la loro iniziativa ed imparare.
Abbandono il locale, esco e fuori c’è la coda d’avventori.
Un ultimo sguardo dentro il locale, mi sarebbe piaciuto restare ancora insieme a quella gioventù forse perché avrei voluto farne parte.
Il mio pensiero va a quando avevo ventiquattro anni appena compiuti ed ero seduto sulla punta dell’Ile de Saint Louis. Osservavo sotto di me le acque della Senna che, spinte dalla corrente, s’infrangevano contro quel cuneo che, a mo’ di prua, le divideva in due. A qualche decina di metri un ramo galleggiante s’avvicinava all'isola.
- Se va a destra torno in Italia, se va a sinistra resto in Francia. – pensai.
Tornai in Italia, mi chiedo ancora come sarebbe stata la mia vita se il ramo fosse andato sulla sinistra.
Uscendo dal ristorante ho l’impressione d’aver appena attraversato la frontiera, non geografica ma temporale. Appartengo ad un altro tempo e non tornerò più ad essere come quei giovani speranzosi.
Non so perché ma ho un nodo in gola … forse ho bevuto troppo lambrusco.