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giovedì 12 novembre 2015

Fiorella

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I nastri della poseidonia morta sulla battigia gli sembrano delle lunghe piume nere.
Sì, Lorenzo se la ricorda la posidonia sul fondo del mare ... se la ricorda salutarlo fluttuando quando s'immergeva silenzioso per non disturbare i pesci.
Sì, ricorda del suo fisico che gli permetteva di compiere imprese che adesso non può più permettersi d'emulare.
Sì, ricorda di quando trascorreva mattinate intere insieme con i ragazzi tunisini a Cap Bon. Stanavano cernie a venti metri. Restavano in apnea per due minuti e più, facendo su e giù per ore come se l'ossigeno si trovasse nel fondo del mare e non nell'aria.
Sì, ricorda di quando alzandosi presto la mattina, nuotava lungo la costa riconoscendo tutti gli anfratti e le asperità del fondo.
Lorenzo ricorda ...
Il vento gli scompiglia i capelli riconoscendolo come un vecchio amico, assente da anni.
Le onde si gonfiano in prossimità della riva proprio dove il fondo si rialza dalle profondità marine.
Lorenzo sorride:
- Sembrano bigodini che si srotolano. -
S'inoltra verso il sentiero che lo porta alla riserva di Vendicari lasciandosi dietro alle spalle la spiaggia di San lorenzo ... lo ha sempre attirato quel luogo con cui condivideva il nome.
Quel litorale una volta deserto e non soffocato da case era la sua spiaggia.
L'aria odora di salsedine e la tramontana, che vaporizza gli spruzzi del mare, adesso gli rinfresca il volto.
Le giornate sono ancora tiepide nonostante che si sia in autunno inoltrato. Fa caldo sotto il sole.
Cammina fra le rocce piatte semicoperte dalla sabbia.
L'uomo s'avvicina ad una povera statua in pietra calcarea. Rappresenta un giovane dalle fattezze mediterranee con le braccia conserte. La statua guarda in basso davanti a sé, pensosa e meditabonda.
Sotto, un cartello ricorda gli annegati che avevano tentato d'approdare su quei lidi dopo aver attraversato su una carretta del mare il Mediterraneo. Era il 2007, sul finire d'ottobre.
Resta lì meditabondo non pensa a quei poveretti ma a se stesso.
- Presto me ne andrò anch'io. Fra breve ... ti dicono che hai una schifezza dentro di te che ti sta rosicchiando facendoti a poco a poco morire, ma tu non la senti. Ti sembra d'essere in forma ed invece piano, piano ... ti spegni. -
Riprende a camminare.
Percorre uno sperone roccioso. Il vento s'è fatto più sostenuto.
Si rifugia in un anfratto. Da lì può osservare il mare senza farsi importunare dall'impetuosa tramontana.
Si siede ed appoggia la schiena contro una roccia d'arenaria.
No, la sabbia non è troppo umida.
A qualche centinaio di metri un aquilone fa sfrecciare un surfista sul pelo dell'acqua.
Lorenzo prova un po' d'invidia, se fosse più giovane ci proverebbe. Certo che ci proverebbe! ... se fosse più giovane.
Il rumore della risacca un po' lo stordisce, sente le palpebre pesanti. Anzi, le sente chiudersi.
Ad un tratto, poco lontano fra le onde che ruzzolano prima di morire sulla spiaggia, intravede qualcosa.
Una testa?!
L'uomo si alza.
Ma quello è un corpo!
Il pensiero gli va ai diciassette annegati del 2007.
Dio Santo!
Corre verso la battigia.
No, il corpo si muove e non si fa sopraffare dai marosi, anzi sembra fluttuare senza difficoltà.
Ma chi sarà?
Una donna? ... sì, sembra una donna dai capelli biondi. Una straniera?
Ben presto è a riva.
Si leva dai flutti e gli viene incontro. Il suo incedere è sicuro, quasi marziale.
Una tunica bianca le aderisce sul corpo bagnato e ne tradisce le forme quasi scultoree.
La donna lo guarda e sembra sorridergli mentre s'avvicina. Arresta il suo incedere a meno d'un metro da Lorenzo.
- Ciao. -
- Buon giorno ... non ha freddo? Con questo vento! -
- No, va bene ... anzi trovo che faccia caldo per il mese di novembre. -
- Sì, in effetti ... italiana? -
- Sì, anche italiana. -
Lorenzo osserva quel volto, gli ricorda qualcosa ... qualcuno lontano nel tempo.
La donna gli prende la mano e l'accompagna a ridosso della roccia dove era seduto poco prima.
E' giovane, sembra quasi una ragazzina.
L'uomo è smarrito.
- Ma non ti ricordi di me? - dice lei. Sembra leggergli nella mente.
... ...
- Sono Fiorella, ti sei scordato di me? -
La giovane si siede sulla sabbia e con una leggera pressione l'invita a fare lo stesso.
- Andavamo al liceo assieme ... tu facevi il quinto ginnasio ed io ero alla terza liceo. -
Sì, ora ricorda. Era stato innamorato di lei.


Abitavano nello stessa strada e lui, quando gli orari coincidevano, le si affiancava lungo il percorso che li portava al liceo a Milano. La faceva ridere raccontandole amenità.
La mattina presto l'aspettava per prendere il lungo autobus blu che partendo da San Donato Milanese depositava gli studenti a Porta Romana. Ricorda che faceva freddo, un freddo terribile. E la nebbia? Mamma mia, quanta nebbia! Era terribile quella gelida coltre che l'avvolgeva.
Veniva dalla Sicilia ed era abituato ad avere sopra la testa il cielo non quel manto latteo, quasi un sudario. Ma quando incontrava Fiorella il clima perdeva importanza. Poteva anche arrivare una subitanea glaciazione ma lui non se ne sarebbe neanche accorto.
Un giorno, lei gli disse che aveva un ragazzo che abitava a Roma, si chiamava Tommy. A lui parve che all'improvviso la nebbia gli stesse entrando dentro ... ma la sensazione durò poco.
Roma era lontana.
Continuò ad accompagnarla nei tragitti fra casa ed il liceo.
L'inverno finalmente fu espugnato dalla primavera sul finire di marzo.
- Oggi non vado al liceo. - le disse quando scesero dall'autobus.
- Dove vai? -
- Vado alla Stazione Centrale. Tommy arriva in treno da Roma. -
Lorenzo deglutì e la saliva gli sembrò piombo.
- T'accompagno. Non ho voglia d'andare a farmi cinque ore di lezioni con questo sole. Scenderò prima della Stazione Centrale, ai bastioni di Porta Venezia. -
- E che ci fai a Porta Venezia? -
Lui non trovò di meglio da dire:
- Vado allo zoo. -
Dentro il tram si sedettero l'uno a fianco dell'altra ed i raggi del sole li riscaldarono. Il mezzo li dondolava sferragliando fra una fermata e l'altra.
Lorenzo osservò il volto di Fiorella. Poi notò una mano della ragazza appoggiata sulla panca di legno non lontano dalla sua.
Chiuse gli occhi temendo una reazione mentre con le dita sfiorava quelle della ragazza. Fiorella non mosse la mano. Rimasero così, in silenzio, fino alla fermata di Porta Venezia.


- Sì, mi ricordo di te. Molto bene, adesso. -
Lei gli sorrise, compiaciuta.
- Ma come hai fatto a restare così giovane? - Lorenzo cerca sul suo volto i segni d'un possibile intervento chirurgico.
- Noi sirene restiamo sempre giovani. -
L'uomo rimase silenzioso ed assunse un aria interdetta. Che sia uno scherzo?
Lei risponde al suo pensiero.
- No, non è uno scherzo ... quando ero un'umana non sono mai stata un fenomeno nel nuotare. Un giorno (ormai abitavo a Roma per vivere col mio moroso dell'epoca) durante una vacanza caddi malamente in acqua da una barca a vela ... stavo annegando quando dentro di me una voce mi disse che ero stata prescelta e che ero destinata a diventare una sirena. Ed eccomi qui ... ad incontrare il mio amichetto di gioventù ... il mio tenero Lorenzo! -
L'uomo la guarda con aria grave ma dentro è come se avesse una bufera.
- Come posso credere ad una storia del genere? -
- Come vuoi! Ma quante persone sanno che noi ci siamo conosciuti da ragazzi? Tu ne hai parlato a qualcuno? ... io lo sapevo che eri innamorato di me, ma io stavo con Tommy e tu per me eri troppo giovane! -
Lorenzo sorride distogliendo lo sguardo da Fiorella.
Anche la sirena sorride.
- Buffa la vita, no? -
- Sì, certo, buffa ... - ripete lui.
- ... ho sempre avuto paura d'essere crudele con te! Tu eri talmente giovane, mi parlavi sempre della Sicilia. Ma ero sicura che dopo la mia partenza tu mi avresti ben presto dimenticata ... ero solo un infatuazione giovanile. -
Lui guarda ancora ostinatamente verso il mare osservando le onde.
Il surfista ormai è diventato più temerario e tenta dei salti facendosi trascinare dal suo aquilone.
- No, non ti ho dimenticata ... anzi ti ho cercata nelle donne che ho incontrato ... inutilmente. Lo so sembra banale e talmente ... -
- ... falso. Ma se non mi hai neanche riconosciuta quando di siamo incontrati! - la voce pacata della sirena non riesce a nascondere un leggero rimprovero.
- Sono passati cinquant'anni, Fiorella ... come potevo ricordare le tue fattezze? Dentro di me sono rimasti il colore dei tuoi biondi capelli, lo sguardo dei tuoi occhi azzurri come questo mare e la pelle pallida come la Luna ma che si colora di rosa al minimo cambio di temperatura ... eppoi il tuo carattere schietto, la tua risata ... ecco, io mi sentivo sereno con te e dimenticavo anche la Sicilia! -
- Ah, Lorenzo ... sei sempre tu, non sei cambiato ... dentro. -
- Beh, comunque sono di sicuro più giovane di Tommy! -
Ridono adesso, tutti e due.
- Ma cosa fa tutto il giorno una sirena? -
- Di tutto e di più. Cosa credi? Siamo poche, ma ci diamo da fare. Bisognerebbe essere un esercito per tenere pulito il Mediterraneo. Portiamo a riva l'immondizia che è gettata a mare, quando arriviamo in tempo liberiamo i pesci dalle reti dei pescatori ... portiamo a riva gli annegati. -
- Ma non mi dire! -
- Sì, sì siamo noi ... sapessi che pena! Ogni anno ce ne sono sempre di più! Scendono sul fondo con le braccia aperte come se volessero abbracciare per l'ultima volta la vita che se ne va. I bambini sono quelli che m'intristiscono di più! -
Entrambi non parlano più.
L'uomo ad un tratto rompe il silenzio nella speranza d'allontanare l'angoscia:
- Ma non dovresti avere una coda di pesce al posto delle gambe? -
- Un giorno, forse un giorno. Devono passare dei secoli prima che la metà del corpo possa diventare una pinna. Le più vecchie fra noi l'hanno e dopo qualche secolo alla fine si diventa un pesce. -
- Ah, capisco. Ma è vero che le sirene hanno incontrato Ulisse? -
- Certo ... ma quelle ormai nessuno le conosce più, hanno completato la trasformazione sono diventate dei pesci. -
Poi Lorenzo dice:
- In effetti ... non è corretto dirti che non ti ho trovato ... ho trovato qualcuna che ti corrisponde. E' della nostra generazione ma è una umana, come me ... ha tutto di te ... ero contento. Anzi sono contento d'averla trovata. Mi fa sentire sereno, mi trasmette un senso di completezza. Dopo averla incontrata ho capito che la mia ricerca era finita ... solo che ... -
- ... solo che? -
- Fra poco me ne andrò ... hanno detto che dentro di me c'è qualcosa che non va e che non è niente di bello. -
- Capisco ... - la sirena gli prende la mano - Ma dimmi: che fai qui allora? Se ti hanno detto che te ne devi andare che ci fai qui ad intristirti? Vai da lei ... sì, vai da lei ... utilizza meglio il tempo che ti resta e condividilo con chi ami. Anche lei sarà felice. -
- Sì, certo. -
Il vento di tramontana sembra essersi accorto del loro rifugio e comincia ad infastidirli con folate che trasportano granelli di sabbia.
La sirena con un gesto materno, gli accarezza la guancia.
Lui la guarda e sente gli occhi sempre più umidi ma riesce a trattenere le lacrime.
- Cristo, Fiorella, la vita passa così in fretta! -
- Sssssst ... silenzio. Chiudi gli occhi adesso, non ci pensare. -
Quando li riapre, Fiorella non c'è più.
La sensazione d'aver ricevuto una carezza gli resta sulla guancia.
Si alza, il vento l'investe.
Si scrolla la sabbia umida rimasta attaccata ai pantaloni ed osserva il mare.
No, fra le onde non vede nessuno, neanche il surfista.
... e Lorenzo torna a casa.



mercoledì 4 novembre 2015

Il vecchio ed i melograni

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Camminava lungo il terrapieno che sovrasta la strada.
Dietro di lui la luce lo rendeva un'ombra. Quella figura creava un'eclissi fra me ed il sole.
Avanzava goffo, con aria incerta e quando scoprì che l'osservavo s'arrestò come se volesse mimetizzarsi con l'albero che stava depredando.
- Lei lo sa che si trova su una proprietà privata e che non potrebbe raccogliere quei melograni? -
dissi indispettito.
L'ombra si mosse e si diresse verso me. Spostandosi dalla traiettoria dei raggi del sole, cominciò a prendere colore.
Ero sicuro d'aver già incontrato quel viso scavato ed inciso da rughe tanto profonde da farlo apparire come la corteccia d'un vecchio mandorlo.
S'accovacciò ed aprendo il sacchetto di plastica mi mostrò il contenuto.
- Se le può prendere. -
Guardai sulla mia sinistra, poco lontano dal terrapieno che delimita la mia proprietà, era parcheggiata una vecchia motocicletta dal colore rosso scolorito dal tempo.
- Le tenga. Se vuole cogliere qualcosa nel mio terreno, può chiederlo. Non c'è problema. Basta che lo chieda. -
- Le prenda. - il vecchio sembrava volermi fare un regalo.
- Le ho detto di tenerle ... deve solo informare quando vuole cogliere qualcosa sul terreno. -
- Le prenda ... -
Mi misi una mano sul cuore e sorrisi ma il mio tono era risoluto:
- Le ho detto di tenerle! -
Il vecchio si lasciò scivolare giù dal terrapieno e mi camminò a lato. Ero più alto di lui di un buon venti centimetri.
Camminammo affiancati in silenzio fino a quando non raggiungemmo la sua motocicletta.
- Beh, buona giornata. -
- Buona giornata. -
La trazzera, poco lontana dalla fiumara, era ancora umida per le piogge del giorno prima e le pozze d'acqua fangosa costellavano il tragitto.
Sentii il tossicchiare della vecchia motocicletta che s'avviava e il suo brontolio sempre più forte mentre s'avvicinava.
Il vecchio mi superò e mi fece un cenno di saluto.
Indossava un vecchio casco scrostato ed ammaccato in più punti come se avesse già protetto il suo padrone da diverse cadute.
Osservai il suo viso costretto nella morsa della sua protezione metallica. Le rughe apparivano più profonde come se fossero delle ferite procurate da fendenti d'una spada.
Risposi facendo un gesto col mio bastone da passeggio.
Sì, le mie passeggiate le faccio con un vecchio bastone concepito per le camminate in montagna. Perché? Chiamatelo vezzo.
Osservai la vecchia moto zigzagare fra le pozzanghere fin dietro una curva ombreggiata da una quercia.
Ben presto lasciai la trazzera e cominciai a percorrere la strada provinciale asfaltata malamente.
Procedevo guardando dinnanzi a me ignorando ostentatamente l'immondizia che ogni tanto appariva fra i cespugli sul ciglio della strada.
Quando il cielo è terso e riesco a liberarmi dalle incombenze domestiche mi concedo una passeggiata e mi reco a Noto a piedi.
Mentre avanzavo lungo la strada sentii una macchina arrestare il suo rombo.
- Che fa? Lo vuole un passaggio? -
Era il giovane ingegnere che seguiva i lavori di manutenzione della mia casa.
- No, grazie, vado a piedi ... amo a camminare. -
- E' sicuro? -
- Certo che sono sicuro! Vado a piedi per risparmiare sulla benzina ... i soldi mi servono per pagare gl'ingegneri che mi seguono i lavori. -
- Ah, capisco ... io invece sono preoccupato per la sua salute, se mi muore nessuno pagherà il mio lavoro. -
- Sfacciato! -
Ci salutammo ridendo.
Non passò molto tempo.
Sentii una macchina frenare dietro di me.
- Itolo (no, non è un refuso. Qui in Sicilia mi sono rassegnato a sentir chiamare il mio nome con la "o" al posto della "a". Così va la vita!), ti è successo qualcosa? -
Era Pippo, il mio vicino.
- No, va tutto bene ... giusto qualche passo per sgranchire le gambe. -
- Sei sicuro? -
- Sì, certo sono sicuro? -
- Ma perché il bastone? Ti sei fatto male? -
- No, non mi sono fatto male ... lo porto giusto per aiutarmi quando cammino sui sentieri. -
- Ah, ho capito! -
Ripartì con aria perplessa.
Sperai che nessuno si fermasse ancora.
Percorsi ancora qualche centinaia di metri e subito dopo un dosso notai la moto dal rosso scolorito del vecchio parcheggiata sul ciglio della strada.
Quando la raggiunsi notai che sulla destra un sentiero s'inerpicava su un declivio che ospitava dei terreni alberati, m'inoltrai spinto della curiosità ... non conoscevo quella trazzera. Il percorso sembrava poco frequentato e difficilmente qualcuno si sarebbe arrestato per offrirmi un passaggio.
Tutt'intorno la vegetazione sembrava apprezzare quelle giornate assolate ottobrine e voler respirare la tiepida umidità che si sollevava dal terreno. Sentivo il mondo vegetale vivere insieme a me e provai la sensazione di far parte d'esso.
- ... che è venuto a cercare i melograni? -
Mi voltai. Dietro di me il vecchio mi guardava. Aveva il sacchetto di plastica che quasi non reggeva più il peso dei frutti. Era chiaro che stava depredando altri alberi.
- No, sto continuando la mia passeggiata ... è bello qui. -
Mi appoggiai ad un muretto a secco od almeno a quello che rimaneva di un bel muro che costeggiava tutto lo sterrato. Col mio bastone indicai tutto attorno a noi.
Il vecchio mi guardava sospettoso.
- No, non stavo seguendola ... la curiosità m'ha portato qui. Non conoscevo questa trazzera. - dissi per eliminare ogni equivoco.
- Lei è forestiero? - mi chiese. Tirò fuori dalla tasca un toscano fumato a metà e se l'accese.
- No, sono siciliano. Sono nato a Caltanissetta. -
- Ho ragione ... lei è forestiero. -
Lo guardai attentamente. Quanti anni poteva avere? ... settanta, ottanta ... cento. L'età del tempo.
- Ecco - pensai - se dovessi personificare il Tempo utilizzerei la sua immagine. -
- Ho perduto l'accento siciliano, lo so ... sono stato tanti anni fuori ... Milano, Parigi. - dissi per giustificarmi.
Lui succhiava il suo toscano masticandolo, l'odore del fumo acro mi giunse alle nari.
Ad un tratto si confessò:
- Anch'io sono stato tanti anni all'estero. Vent'anni. In Germania, a Dussendorf. - .
- Caspita! Parla tedesco? -
- Non una parola. -
- Che faceva? -
- Il manovale, lavoravo con i miei compaesani ... solo qualche parola quando andavo con le buttane ... ce n'erano anche d'italiane ed io andavo con loro.  -
- Perché è tornato? -
Non risponde subito poi con aria sorniona dice:
- A Dussendorf non ci sono i melograni. -
Ah, certo i melograni ...
- Può venire a coglierli quando vuole ... non c'è bisogno che lo chieda, fra ex-emigrati ci vuole un po' di solidarietà! -
Mi staccai dal muretto e ripresi ad inoltrarmi su quel terreno colmo di vapori ... forse, nella speranza di purificarmi dalla mia stupida arroganza.