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martedì 20 ottobre 2015

Il fardello della beltà.


- Un caffè, per favore. -
La cameriera gli passò accanto degnandolo neanche d'uno sguardo mentre era intenta ad osservare il contenuto del suo telefonino 
- Un caffè, per favore. -
- ... ho capito! -
Giulio si chiese cosa induce la gente ad essere scostumata.
La guardò. Era giovane, forse appena diciottenne.
- Allora, se ha capito, me lo porta? -
Con l'aria imbronciata la ragazza entrò nel locale.
- Ma che gliele mettono a fare così giovani a servire ai tavoli? - pensò mentre osserva il via vai sulla strada principale.
Prese il quotidiano locale e cominciò a sfogliarlo.


Il portone in legno deve aver conosciuto l'ultima verniciatura qualche decennio prima ... ne è rimasta appena qualche traccia ed il tempo ha gonfiato le venature del legno che adesso hanno un colore ocra pallido ricordo della tinta originaria. 
Giulio osserva il dorso delle sue mani ... no, non sembrano tanto invecchiate ... forse meno del suo viso segnato da rughe.
- Chissà se è il portone giusto? - si chiede mentre suona al campanello.
L'esterno della bassa casa è anch'esso trascurato e l'intonaco scrostato in parecchi punti. L'abitazione è una delle rare costruzioni dell'anteguerra sopravvissute alla speculazione edilizia dei palazzinari dell'ultimo trentennio del secolo scorso.
- Forse ho sbagliato indirizzo? - si domanda mentre schiaccia il pulsante del campanello esterno.
No, non c'è nessuna etichetta che possa rivelare il nome degli occupanti della casa.
- Chi è? - da dietro la porta segnata dal tempo una voce chiede con tono secco.
- Sono Giulio. Giulio Pervicano. Si ricorda? Lei è padre Gianni? -
- Non voglio parlare con giornalisti. -
- Non sono giornalista. Sono Giulio ... sono passati più di quarant'anni. Si ricorda? Andai a fare l'università a Milano. Sono il cugino di Maria Grazia Curimano. -
- Ah Curimano ... sì, certo! -
Aprendosi, la porta scricchiola.
Giulio osserva il prete ... il vecchio prete. Ha lo stesso taglio dei capelli di quarantacinque anni prima, le stesse onde ordinate che non agitano più il giovanile mare nero corvino che gli copriva la testa ma solo delle acque bianche immacolate. Anche le sopracciglia sono incanutite ma una certa vanità ancora non sopita tradisce una certa cura che le rende ben delineate e non cespugliose come quelle degli anziani. Le pelle del viso è appesantita ma non segnata eccessivamente dal tempo. Gli occhi sono sempre vispi ed anche se le palpebre hanno leggermente ceduto lo sguardo è penetrante ed assolutamente accattivante. Ah, quegli occhi blu che tanto hanno ammaliato!
Anche padre Gianni osserva, Giulio.
- Sì, ora ricordo ... ricordo il tuo viso. Quanti anni sono passati? -
- Poco più di quarant'anni, padre. Avevo diciannov'anni quando me ne andai. -
Si guardano per un po' come se attraverso gli occhi dell'altro fosse possibile rivedere il passato.
- Cosa posso fare per te, figliolo? -
- Niente, padre, sono tornato e sto rivedendo le persone che ho conosciuto quando ero giovane e quando la vita mi sembrava così ... così ... -
- Vieni figliolo, entra che ti offro un caffè. -


Quattro giovanotti seduti attorno ad un tavolo del bar, negli anni settanta.
- Ma secondo te, perché si chiama "coppola di minchia"? - esordì Guido.
- E che ne so io? Mica mi faccio queste domande? Mica sono un filosofo! - disse Giulio.
- Macché filosofo, semmai un etimologo! - corresse Pinuccio.
- Etimologo? Non si dice entomologo? - domandò Davide.
- Ma che minchia dici? Quello studia gl'insetti non le origini delle parole! Eppoi non sono mica sicuro che esista etimologo, forse linguista? ... allora? Nessuno ha la risposta? - insistette Guido.
Non ottenendo altro che sguardi perplessi si rispose da solo.
- Perché la minchia è pelata e, quando è senza "u pilo", ha freddo e si mette la coppola ... avete visto che la punta della minchia ha la forma di una coppola ... sì, del berretto! -
Nessuno rise.
- Ma 'ste cose te le sogni la notte? -
Il soggetto fu presto abbandonato quando davanti a loro passò Paola: bionda, capelli lunghi, minigonna da far risuscitare i morti e seno che sembrava esplodere da un momento all'altro.
Giulio s'alzò con uno scatto e uno dei suoi amici, forse Guido, gli disse:
- Forza Giulio! -
- Ciao Paola. - disse avvicinandosi alla ragazza.
- Ciao. -
- Come stai? -
- Bene ... e tu? -
- Bene, bene ... ti ho aspettata ieri sera ... qui al bar. -
- Non son potuta venire ... mi spiace ... ieri sera ho incontrato don Gianni, mi ha parlato di sant'Agostino. -
- Ma eravamo rimasti d'accordo ... io ti ho aspettato. -
- Ti dico che mi dispiace ... eppoi i tuoi amici mi sembrano un po' scemi. -
Giulio la guardò con aria mesta ma non riuscì ad impietosire la giovane che rincarò la dose:
- I loro discorsi non m'interessano ... preferisco quelli di persone colte e più adulte. -
Quando tornò al tavolo gli amici lo guardarono con aria interrogativa.
Davide fu il primo a parlare:
- Allora, che ti ha detto? Perché ti ha dato buca ieri? -
- ... perché preferisce parlare di sant'Agostino con don Gianni! -
- Sì, sant'Agostino! Ma che? ... babbìa? ... allora è vero! - intervenne Pinuccio.
- Allora è vero, cosa? - chiesero gli altri tre quasi all'unisono.
- Che è stata vista ieri andare in macchina al faro con lui. -
Con il termine "il faro" s'indicava un luogo sulla costa dove si sapeva che, nei mesi non estivi, si poteva rimanere in macchina al riparo di sguardi indiscreti.
-Ma che minchiate dici? - Giulio aveva la voce leggermente alterata.
- Sei tu il minchione che sbavi dietro quella ... a te sembra che sia la sola che don Gianni si tromba? E sono tutte belle, le più belle del paese ... e ti dirò di più: anche le forestiere! -
- ... eh certo! Non vorrai mica che si metta a parlare di sant'Agostino con tua sorella. -
- Magari fosse! Almeno si calmerebbe un po'e la smetterebbe di scassare la minchia! -


Giulio, non ha più voglia di tergiversare.
Avevano parlato, parlato delle persone conosciute e di quello che era successo nel mondo in tutti quegli anni ... parlato, parlato. Poi padre Gianni gli aveva chiesto cosa avesse fatto in quei decenni.
Ad un certo la conversazione cade.
- In effetti non sono passato da qui solo per salutarla ... ho letto il giornale locale di stamattina. - confessò Giulio.
- Lo sospettavo ... voleva vedere com'è fatto un prete che intriga le donzelle? -
- Io ero innamorato di una di quelle donzelle. -
- Mi spiace, come si chiamava? -
- Paola ... una bionda, alta ... appariscente. -
- Ah sì, ricordo ... quella a cui piaceva sant'Agostino. -
- A tutte piaceva sant'Agostino, almeno così si diceva: che lei le attirasse con le "Confessioni"! -
- Ma che stai dicendo, figliolo? ... a lei piaceva veramente sant'Agostino, passavo giornate intere a parlarne con lei! Lo so che mi sono stati attribuiti tanti amori ... ma con Paola è solo una leggenda. Adesso insegna Filosofia alla Cattolica di Milano ... mi scrive ancora! -
Giulio fa un profondo sospiro e si guarda attorno: una stanza arredata senza troppi orpelli con i mobili essenziali, modesti. Sulle pareti nessun quadro solo una riproduzione dell'Annunciata di Antonello da Messina. Su una corta scrivania un computer portatile aperto e lasciato in veglia.
Il prete ha una postura di chi è affaticato, le spalle ricurve, la schiena ingobbita ...
I due uomini sono seduti uno di fronte all'altro, li separa un tavolo da pranzo con sopra una caffettiera e due tazzine.
Don Gianni guarda dentro alla sua come se nel suo interno ci fossero le parole che cerca.
- Il Signore mi ha fatto un regalo ... mi ha fatto bello ... non è facile essere prete ed essere bello ... ed in più le donne mi sono sempre piaciute. Ho cercato di resistere, ma non ci sono riuscito ... io non seducevo mi lasciavo sedurre dalle donne. -
- Sì, ma adesso lei dovrebbe avere quasi ottant'anni ... non mi dica che le donne lo seducono ancora? L'articolo del giornale riferiva che lei aveva importunato due donne e che avevano sporto denuncia. -
Il vecchio si passa le mani sul volto come se volesse stropicciarlo.
- Settantanove, per l'esattezza. Ho settantanove anni, compiuti da un mese. Certo ... tu hai ragione, figliolo, ma come ti ho detto mi piacciono le donne ... volevo solo un po' d'attenzione, un gesto gentile, niente di sconveniente ... dimenticando che ciò che chiede un uomo normale diventa sconveniente quando lo fa un prete ... eh già, ho scelto io di fare il prete, sessant'anni fa ... tu credi in Dio? -
- No, non ci credo. -
Giulio abbassa lo sguardo ed anche lui guarda dentro la tazzina sporca di caffè.
- Mi piacerebbe che l'inverno fosse mite. - dice don Gianni - Vorrei che i prossimi mesi siano clementi ... i preti alla fine del loro percorso hanno bisogno d'un po' di clemenza. -
- Gli esseri umani hanno bisogno di clemenza ... no, solo quelli di buona volontà! -
- No, tutti! -
- Lei non potrebbe dire altro, lei è un prete! -
Giulio non incontrò più don Giulio ma cercò di rintracciare Paola ...


mercoledì 14 ottobre 2015

Grazie Facebook ...

Sì, lo confesso: ho resistito qualche anno prima d'entrare su Facebook.
Alla fine i miei figli m'hanno convinto.Ho diverse persone a cui ho proposto l'amicizia ed altre me l'hanno chiesta ... la maggior parte persone perfettamente sconosciute, molti conoscenti, pochi gli amici.Ormai regolarmente, anzi con cadenza quotidiana, ci entro dentro a curiosare. Controllo il mio blog su cui automaticamente si trasferiscono i miei racconti scritti sul "Guazzabuglio" di Google e poi vado a mettere il naso, anzi il cursore, nei fatti degli altri che benevolmente amano esibire. Ci sono le più svariate tipologie umane e proprio per questo amo Facebook: l'invasato religioso, le ossessionate dalle proprie immagini, gli adoratori dei selfies, il talebano ecologico, il cretino cronico, i paranoici di qualcosa, gli articoli di qualche giornale di provincia ... insomma c'è il mondo!Ma quello che m'intriga di più è scoprire quanti ex colleghi di lavoro sono nel social network, un po' ingessati, in verità, soprattutto coloro che occupano posizioni di prestigio in ambienti aziendali. Quando lavoravo sapevo in modo molto pertinente che alcuni addetti delle risorse umane spiavano le pagine dei dipendenti-membri per scoprire cosa si celava dietro essi. Forse per questo i grandi capi che conosco l'attività di spionaggio dei loro emissari mantengono dei profili il più possibile "normali".
Coloro che amo di più sono coloro che nella vita professionale li ho considerati in modo minore, delle persone grigie.
Facebook mi ha fatto comprendere quanto sia fallace ed irrispettoso il giudizio che si può dare alle persone in ambito lavorativo.
Molte delle persone che io ho giudicato (ed insieme a me molti di coloro che decidono delle carriere degli uomini e delle donne che popolano la fauna aziendale) appaiono sui social network mostrando la loro vita privata, i loro figli, i loro amici ed io ho scoperto che non è vero che sono grigi ma pieni di colori, dei veri arcobaleni!
Forse la mia riflessione può sembrare banale e del tutto inutile ma solo adesso che mi sono allontanato dal mondo del lavoro aziendale riconosco il conformismo che viene domandato per lavorare nelle grandi strutture, quanto si scolora la vita d'un uomo fino a renderlo anonimo e totalmente opaco! Su Facebook incontro le stesse persone che per me erano anonime e m'accorgo che sono amati, stimati e che hanno anche una vita riempita da piccole ed importanti emozioni.
Solo adesso mi rendo conto di quanto io mi sia inaridito in quasi trentacinque anni vissuto al servizio di realtà aziendali.
Sì, grazie Facebook per avermi ridato delle diottrie dopo che il mito della carriera, del potere e dei soldi mi avevano reso miope.

lunedì 12 ottobre 2015

La musa






- Qual è la loro età? -
- Un mese, forse ... poco meno. -
- Li dai via?-
- Li regalo, non adesso, fra quindici giorni ... se vuole darmi qualcosa mi fa piacere. -
Giò guarda l'uomo dai capelli corti e dagli occhi azzurri.
- Sì, se ci dà qualcosa ci fa un piacere. Dobbiamo comprare le medicine per sverminarli. - interviene una ragazza seduta sul gradino d'una vetrina. 
Mangia un panino. Il suo sguardo non è lo stesso del suo compagno e parla italiano senza inflessione.
- Di dove sei? - chiese Giò.
- Di Lecce ... allora, ne vuole uno? -
Sorride, sembra più giovane dell'uomo che è con lei.
-No, ancora è troppo presto ... facciamo soffrire la mamma. -
- Ma non vedi che non ce la fa più ad allattarli? E' sfinita, non ce la fa più a nutrire sei cuccioli. - la donna accarezza la cagna che ansima accanto a lei.
Via Etnea è affollata nella tarda mattinata ... malgrado che si sia già in autunno il sole non ha perso l'intensità dei raggi estivi. I giorni si stanno accorciando e questo è il rammarico più grande. Giò è sempre stato un amante della luce e non delle tenebre.
La gente passa loro accanto, solo qualcuno rallenta l'andatura per osservare i cuccioli. Per la maggior parte sono ragazzine che lanciano piccole urla.
- Ohh che carini? Ma che amori! -
L'uomo dai capelli corti protesta ed il suo accento tradisce forse un'origine tedesca. No, la pulizia non sembra che sia la sua virtù maggiore. 
Giò discretamente annusa: no, il barbone non puzza.
La ragazza dal fisico asciutto ha la bocca piena del suo panino, fa il broncio. Lei non sembra una barbona, ma una ragazza come le altre.
- Ok, non voglio che litighiate per causa mia ... se la prossima volta che passo c'è ancora quello chiaro, me lo prendo io. -
- Quella chiara ... è una femmina ed è la mia preferita. -  bofonchia la leccese.
- Arrivederci ragazzi ... alla prossima. -
Giò riprende il suo cammino, cerca un locale che abbia il wifi.


- Sono io. - dice entrando a casa.
- Ma cosa ti sei portato appresso? - domanda Marta affacciandosi sul corridoio.
- Una cagnetta. L'ho presa da due vagabondi ... lui non voleva darmela ma lei, la sua ragazza, ha insistito talmente che m'hanno inseguito fino ad un caffè dove c'era internet. -
- Che bellina? Come si chiama? -
- Non si chiama ... il nome lo sceglierai tu! -
- Ma chi t'ha detto che voglio una cagnetta? -
- Ecco ... credevo che t'avrebbe fatto piacere. -
- Che razza è? -
- Una bastardina. -
La cucciola comincia a guaire.
- Ha fame. - osserva Marta - Forse del latte? -
- No, ho sentito dire che non si deve dare ... fa male. -
- Aspetta ... telefono ad Adolfo che fa il veterinario, lui dovrebbe dire cosa fare. -


La sonata di Beethoven riempie la stanza.
La cucciola sulle gambe di Marta sembra sognare, si agita e guaisce nel sonno.
- Forse sogna della sua mamma. -
- Starà meglio qui che con quei due vagabondi. - le dice Giò - Lui viene dalla Boemia e parla bene l'italiano. Vive d'espedienti e lei lo segue. -
- Lei, chi? -
- La ragazza leccese, te l'ho detto. No? -
- Sì, certo. Mi hai detto. - la donna accarezza la testina della cagnolina - Per fortuna che conosciamo Adolfo. E' stato proprio gentile a voler trovare il tempo per visitarla e darci il cibo per i cuccioli. -
- Sì, una fortuna ... dicono che non solo bisognava ascoltarlo ma anche vederlo. -
- Ma di chi parli? -
- Di Glenn Gould ... il pianista che sta suonando Beethoven ... forse il migliore di tutti i tempi. Ci metteva tutto il corpo quando suonava, non solo le dita ... è magnifico! Lo senti? -
- Sì, lo sento ... sono stanca, vado a letto. -
- La terremo? - Giò indica con la testa la cucciola.
- Te lo dirò domani, la notte porta consiglio. Non è vero? -
- Sì, vero ... - Giò porge la fronte per ricevere l'abituale bacio della buona notte della moglie ma Marta scivola fuori dalla stanza portando con sé la cagnolina.
L'uomo sospira ... quanto sono lontani quegli anni in cui si nutrivano della loro vicinanza e non avevano bisogno di null'altro! Tutto appassisce nella vita!
- Non avrei dovuto sposare una di vent'anni più giovane. -


Marta giace sul fianco e guarda il chiarore che la Luna diffonde ...
- Luna, tieni compagnia alla mia insonnia? - pensa.
La cagnolina comincia a guaire ... dapprima in sordina, poi sempre più forte ... fino a quasi ululare.
La donna scivola da sotto le coperte.
- Dove vai? - le chiede Giò coricato accanto a lei. La sua voce è impastata dal sonno.
- Vado a calmare la cagnolina ... sennò sveglia tutto il palazzo! -
A piedi nudi attraversa l'appartamento.
Apre la porta della cucina ed accende la luce.
Nel bel mezzo della stanza c'è un laghetto giallognolo e fra i suoi piedi un cosino dal pelo color della sabbia del deserto che le mordicchia il piede ... il cosino ha gli occhi tondi ed un po' obliqui e fanno pensare a quelli d'un pagliaccio un po' triste!
Dopo aver asciugato il pavimento raccoglie la cagnolina, le da qualche croccantino e con la bestiola fra le braccia s'avvicina alla finestra.
Quella sera Marta aveva deciso di dire a suo marito che sarebbe partita, ma vedendolo apparire con la cagnolina non ne aveva avuto il coraggio.
S'era predisposta all'incontro per tutta la giornata ... aveva preparato un discorso pacato. Non avrebbe parlato di separazione ma di un periodo di riflessione ... aveva voglia di vivere da sola. No, non amava più Giò ma non voleva farlo soffrire. Non avrebbe accennato all'amore finito.
Sua madre l'aveva messo in guardia: un giorno, vent'anni di differenza si faranno sentire!
- Come splende la Luna! La vedi? - dice sottovoce alla cucciola.
L'animale la guarda con i suoi occhi un po' mesti e poi le mordicchia il dito.
- Ahi, fai male! Piccolina, ma con i dentini aguzzi! -
Le dà un buffetto e la cagnolina le lecca la falange come se volesse scusarsi. 
Quando si erano incontrati lei aveva da poco superato i trent'anni e lui era uno splendido cinquantenne colle tempie d'argento.
L'aveva portata ad una festa e l'aveva fatta ballare ... oddio che ballo! ... sembrava Fred Astaire e l'aveva fatta sentire come Ginger Rogers! Certo erano attori dei tempi di sua madre, ma lei li aveva sempre così amati!
Anche lei aveva tanto amato Giò e lui anche ... tanto.
- Ma perché? - sussurrò - Perché tutto finisce? Me lo dici tu? -
La cagnolina piega la sua testolina e guaisce.
- Sssst ! -
Una nuvola scherma il fluorescente disco e tutto sembra più triste. 
Un passante notturno attraversa la strada deserta fischiettando, padrone della notte. 
Lontano, un motore romba come il ruggito d'un leone meccanico.
Comunque era stata una bella storia, anche appassionante! No, non ce ne sarebbero state altre che avrebbero tenuto il confronto. Una bella storia ... proprio bella!
- Ecco come ti chiamerò! Ti chiamerò Clio ... come la musa della Storia ... la mia Clio! Ti piace il nome Clio? Nessuno saprà perché ti ho chiamato così! Il tuo nome è una dedica alla mia storia d'amore. -
La cagnolina fa ancora più gli occhi obliqui e riprende a mordicchiarle il dito ma, questa volta, in maniera più delicata.
La nuvola scivola via e lascia risplendere la Luna.
- No, non partirò ... tu mi farai compagnia ed io non farò soffrire Giò ... mi farai sentire meno il peso della sua età. -
Marta stringe Clio mentre la Luna le fa luccicare una lacrima che lenta scende giù per la gota.