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giovedì 27 agosto 2015

Back to Sicily ...


Sono sull'autostrada che un giorno collegherà Siracusa con Gela ... un giorno ... sì, un giorno ... che male c'è?
Guardo lo specchietto retrovisore.
Una macchina è talmente vicina che non ne vedo neanche il muso.
Guardo il tachimetro: sto andando a 120 chilometri all'ora, il limite è a 80.
- Ma perché mi si attacca al culo? Non vado abbastanza veloce? -
In genere lascio libera la strada a chi vuole ammazzarsi e che mi chiede via libera segnalandomi le sue intenzioni con i fari, ma attaccarsi dietro un'altra macchina lo interpreto un gesto di violenza e di provocazione inutile. Non ci sto!
Piccato nel mio orgoglio e fregandomene dei limiti (sì, lo so, non si deve fare e non me ne glorio!) schiaccio l'acceleratore.
Mi allontano dal mio inseguitore che, possedendo una vettura meno potente, non può competere. Attendo qualche minuto prima di riprendere la mia andatura normale (sempre al di sopra del limite!).
Guardo lo specchietto retrovisore.
Caspita, quello lì è ancora attaccato ed anche un po' incazzato perché comincia a strombazzare.
- Ma perché qui la gente s'attacca al culo delle macchine quando vuole sorpassare? - avevo chiesto al mio amico catanese Gianni qualche giorno prima.
- Perché in Sicilia il tasso d'omosessualità è molto alto ma nessuno lo sa. Il maschio siceliota considera omosessuale l'altro maschio che nell'atto ha funzioni passive. Coloro che giocano il ruolo attivo si considerano eterosessuali a tutti gli effetti ... ma noi sappiamo benissimo che così non è! E poiché alla vettura si può dare una connotazione sessuale ... -
- Una connotazione sessuale? E quale? -
- Che ne so? Il prolungamento del pene? -
- Ah capisco ... quindi dietro quella maniera di condurre si nasconde un atto sodomita? -
- Più o meno ... il gesto del vero maschio. -
- Ah capisco. Quindi quando ti si attaccano dietro ti stanno dando del recchione anche se il loro gesto nasconde una propensione omosessuale-
- Più o meno. -


Nel 1963 avevo sette anni, da un anno Enrico Mattei era stato assassinato.
Ogni due settimane nel primo pomeriggio del sabato, mio padre c'imbarcava sulla sua gigantesca Ford 17M e da Gela si andava ad Augusta, provincia di Siracusa, per trascorrere il fine settimana. Eravamo ospiti di mia nonna e di mia zia materna.
All'epoca non si parlava di week end ma di settimana corta e si lavorava anche il sabato ma solo mezza giornata.
Ricordo che mia sorella ed io arrivavamo da scuola e dopo pranzato prendevamo posto nella grossa berlina. Sul sedile posteriore sedevamo noi bambini con Mariuzza, la donna di servizio, e davanti i miei genitori.
Il viaggio era lungo e noi conoscevamo tutte le tappe: Gela, Niscemi, Grammichele, Francofonte, Lentini, Carlentini ed infine Augusta.
Il percorso si snodava per quasi tre ore e mezza lungo delle strade poco frequentate ma tortuose. Tutti ci sobbarcavamo molto volentieri quel pellegrinaggio nella Sicilia profonda dove i contadini si muovevano su asini e le donne erano eternamente vestite di nero come lugubri vestali.
Io avrei rivisto e giocato con i miei amici Gaetano e Giuseppe, mia sorella avrebbe incontrato le sue amichette, mio padre sarebbe stato coccolato da ben sei donne, mia madre avrebbe ciaccolato con sua madre e sua sorella e Mariuzza avrebbe trascorso quasi due giorni a ridere con le altre due donne di servizio di mia nonna, calabresi anche loro.
La notte dormivo nella mia stanza con la finestra che dava sul porto ... lontano, sull'altra sponda del golfo brillavano le luci delle raffinerie che sembravano quelle d'un immenso luna park ... ah già, il polo petrolchimico ... quante chimere, quanti voti, quante bustarelle, quanto inquinamento, quanti morti per cancro, quante menzogne ... ma all'epoca si era frastornati dall'esplosione del boom economico e le mie percezioni erano quelle d'un piccolo uomo che iniziava il suo percorso alla scoperta della vita.
Augusta mi sembrava la città più bella del mondo ... forse lo era ... ci hanno messo cinquant'anni per renderla inguardabile.
Vent'anni prima era sopravvissuta ai bombardamenti inglesi ed americani ed io ricordo ancora i segni di quel passaggio ... alcune case crollate ne erano la testimonianza ed io, quando riuscivo a sfuggire ai controlli, mi ci avventuravo con i miei compagni nell'illusione di trovarci ancora dei residuati bellici.
Col benessere arrivò anche la speculazione edilizia che fece scempio del paese ... tutto iniziò con la costruzione di quello che fu chiamato pomposamente il grattacielo Lavaggi. Poiché nel mondo tutto è relativo devo specificare che si trattava d'un fabbricato di cinque piani edificato su un terreno appartenente ad una famiglia che diede nome a quel prodigio ingegneristico.
La gente era comunque contenta perché sentiva che la ricchezza era a portata di mano e che non c'era più bisogno di lasciare la Sicilia.
Ben presto i locali mastri s'improvvisarono palazzinari e cominciarono a demolire le basse case unifamiliari sostituendoli con costruzioni sgraziate e dai materiali scadenti ... certo, la domanda d'alloggi era in continua crescita ... ma perché intestardirsi a edificare degli orrori ... e che diamine!
La ricchezza?
Sì, certo arrivò ma soprattutto nelle tasche dei soliti furbi che attraverso la politica riuscirono ad accaparrarsi delle discrete fortune. Come spesso accade nella mia amata isola la storia degli ultimi cinquant'anni di Augusta mostra che, ancora una volta, i peggiori nemici dei siciliani sono altri siciliani ...
Ma questa è un'altra storia.


La casa di mia nonna era attorniata da un giardino d'ingresso sovrastato da tre enormi ficus e, su un piano inferiore, un terreno popolato da una serie di alberi d'agrumi.
- Italo, vai a prendere un limone. - qualcuna delle donne ordinò.
Sbuffai mentre lasciavo i miei soldatini nel bel pieno d'una battaglia.
Mi accucciai sotto un albero ad osservare le formiche che frenetiche ma in fila ordinata facevano la spola tra la loro tana ed un punto imprecisato ai confini del giardino. Con un rametto cominciai a disturbare il loro lavoro divertendomi nello scrutare lo scompiglio che procuravo.
- Chi sei? -
Un bambino della mia età mi guardava accanto ad un albero di mandarini.
- Italo, abito qui. -
- Itolo? ... e che nome è? -
- Italo, non Itolo ... e tu chi sei? -
- Michele. -
- Da dove vieni? -
Col braccio m'indicò un punto imprecisato oltre il muro del giardino.
- Che ci fai qui? -
- Nascondo il mio gattino ... mio padre vuole ammazzarlo. -
- Perché vuole ammazzarlo? -
- Ammalato è. -
Mi alzai e potei vedere meglio il viso del piccolo intruso. Aveva un viso intelligente e sveglio, capelli riccioluti neri come la pece e gli occhi, vispissimi, erano azzurri come il mare d'estate.
- Dove l'hai messo? - chiesi.
Girò la testa in direzione della casetta dove il contadino che s'occupava di quel pezzetto di terreno riponeva i suoi attrezzi.
- Fammi vedere.-
C'impiegai qualche secondo prima che i miei occhi s'abituassero alla penombra.
Un micino con passo incerto s'avvicinò a noi. Aveva delle macchie nere sul manto bianco.
Michele lo prese in braccio ed il piccolo felino cominciò a fare le fusa.
- Lo senti come respira male? Se lo curo forse vivrà?
- Non è malato, fa solo le fusa ... i gatti fanno le fusa quando sono contenti ... lui è contento quando lo prendi in braccio. -
- Allora, malato non è? -
- Certo che no! Me lo fai tenere? Come si chiama? -
Il gattino continuò a fare le fusa anche fra le mia braccia.
- Non so ... forse lo chiamerò Itolo. - disse divertito ed il blu dei suoi occhi sembrarono incresparsi accarezzati da una leggera brezza - Lo posso lasciare qui? Mio padre sono sicuro che l'ammazza lo stesso. -
- Certo che puoi ... ma stai attento che ogni lunedì viene il contadino per curare le piante! -
- Tu non dirai niente a nessuno ... ? -
- Certo, questo sarà il nostro segreto ... devo andare, adesso ... io sarò qui fra due settimane. Diamoci appuntamento. Fammelo accarezzare ancora una volta. -
Il gattino mi mordicchiò il dito per gioco.
Strappai un limone dall'albero e m'allontanai facendo "ciao" con la mano.
Quando tornai due fine settimana dopo, m'affrettai ad andare nell'agrumeto.
Non vidi più Michele e neanche il suo gattino ... ma d'allora mi è sempre restata la voglia d'avere un gatto maculato ma soprattutto di chiamarlo Itolo ... sono sicuro, un giorno lo farò.


Comunque fosse i ritorni a Gela erano tristi e sembrava che i viaggi fossero lunghissimi ... non facevamo soste se non per dar sfogo alle crisi di vomito dovute al mal di macchina di mia sorella (non ho mai capito perché rigettasse solo al ritorno e mai all'andata!) e per l'acquisto del pane a Niscemi. Lungo la strada principale di quel paesino desolato e polveroso ci fermavamo davanti ad un antro sempre aperto anche nelle ore notturne. Una vecchina smunta ed incurvata dagli anni ci vendeva due forme di pani grandi come dei rotondi cuscini ... erano ancora buoni alla fine della settimana ... uhm, sento ancora il sapore di quel pane che non gusterò più.
Per noi bambini lo sconforto era comprensibile poiché Gela, significava la scuola e lo studio ... il paese inoltre era proprio desolato, molte strade non erano asfaltate e la gente viveva in povere case. Il confronto con Augusta (quella d'allora non l'odierna!) più pulita, più ricca, più luminosa non lasciava spazio ad alcuna discussione: sembrava di vivere in due mondi diversi e lontanissimi!
In quei viaggi di ritorno dentro la Ford 17M si respirava così tanta mestizia che mio padre (e me lo ricordo come fosse ieri) disse:
- Quando realizzeranno l'autostrada Siracusa - Gela, verremo ogni fine settimana ad Augusta! -
- Ma quando la faranno, papà? -
- Un giorno ... -
Dopo circa 53 anni siete arrivati a Rosolini, ancora un sforzo di quasi 120 chilometri e ci siamo, ragazzi!


Comunque quello lì è ancora quasi appiccicato al sedere della mia macchina.
Lo lascio passare?
Ma certo! Sodomia, omosessualità ... tutte le spiegazioni che il mio amico Gianni può darmi come giustificazione antropologica-sessuale possono anche essere corrette ma a questo punto penso che dietro di me c'è un signore patologicamente scemo e se mi presto al suo gioco vuol dire che scemo lo sono anch'io.
Gli lascio libero il passaggio e l'osservo impassibile gustandomi la sua isterica pantomima d'insulti e di gesti offensivi su cui prevale quello in cui s'ergono l'indice ed il mignolo lasciando piegate le altre dita. Ma per coerenza con la teoria che spiega con l'omosessualità latente tali comportamenti stradali, non sarebbe stato meglio mostrarmi il dito medio che universalmente è riconosciuto come simbolo fallico?
Che il mio amico Gianni si sbagli?
Bah ... ma chi se ne frega! ... e se mi prendessi un gattino dal nome Itolo?