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lunedì 20 luglio 2015

Mio zio si chiamava Enrico ...




Mio zio si chiamava Enrico, era nato a Forio d'Ischia e, da quando era morto suo fratello Giovanni, non mangiava pasta e ceci.
Io attendevo con ansia quando era di "prima" nel turno di notte.
Il suo lavoro era quello del pilota di porto ed essere di "prima" voleva dire essere in cima alla lista dei piloti che venivano chiamati per manovrare le navi nella vasta baia.
Dopo la cena attendeva, in un angolo dell'ampia terrazza che dava sul porto, l'approssimarsi del suo turno di lavoro facendo degli interminabili solitari.
Fumava una sigaretta dietro l'altra. Era un accanito fumatore.
- Zio, mi porti con te stanotte? -
Era estate ed avevo tre mesi di vacanza di fronte a me.
- Facciamo una partita a scopa. - mi rispondeva.
Difficile per me batterlo, ma perdevo volentieri e, quando avevo l'ultima carta in mano, attendevo che dicesse :
- Pari, spari ... tieni spari in mano! -
oppure
- Pari, pari ... tieni pari in mano! -
... e riusciva sempre ad indovinare.
- Ma zio, come fai? -
Lui, raccoglieva le carte e serrava le palpebre, lasciando che la fessura dei suoi occhi rendesse indecifrabile lo sguardo; ma la sottile soddisfazione era tradita dalle sue labbra che si stiravano in un leggero sorriso.
- Un giorno te l'insegno. Fai tu le carte, adesso. -
- Ma allora, mi porti con te sulla pilotina? -
Adoravo salire sulla barca dei piloti di bordo.
- Stasera fa umido, portati una maglioncino. Usciamo fra mezz'ora. -
- Evviva! -
- Sì, ma adesso dai le carte che ci facciamo una briscola. -
Zio Enrico era un parente acquisito che, dopo più di dieci anni, trascorsi sulle navi commerciali e di crociera era approdato nel paese siciliano ed aveva sposato la titolare della farmacia più vicina alla darsena, la sorella di mia madre. 
Mia nonna tirò un sospiro di sollievo poiché finalmente vedeva sua figlia insperatamente sposata all'età di trentasei anni!
Si era a metà degli anni sessanta ed il polo petrolchimico siciliano ed il porto che fu potenziato fecero talmente sognare che si fu disposti a distruggere delle coste magnifiche e pregne di storia nella speranza di far nascere il paese del bengodi. Fu un sogno effimero che durò qualche decennio ma questa è un'altra storia.


Finalmente sulla pilotina osservavo i baffi fosforescenti del mare solcato dalla prua dell'imbarcazione. Sopra di noi le stelle in un cielo nero come la pece. Da un lato le luci delle raffinerie che sembravano un parco giochi, dall'altro quelle più fioche e giallognole del paese addormentato.
Sotto la plancia, il potente e rumoroso diesel ci spingeva verso l'imboccatura del porto.
Mi voltai ed osservai attraverso il vetro della piccola cabina mio zio parlare al microfono della radio mentre Ciccio, il pilotinaro, al timone dell'imbarcazione guardava fisso davanti a lui.
- Ti ho detto di tenerti alla corda, sennò ti faccio entrare dentro! Cosa vado a raccontare a tua zia se mi caschi in acqua? - gridò mio zio fuoriuscendo la testa dall'entrata dell'abitacolo.
Dopo un po' mi raggiunse.
- Ho chiesto al comandante della nave il permesso di farti salire a bordo con me. -
- ... ... ... -
- Me l'ha dato ... è una nave norvegese. -
- Norvegese? E' una nave da guerra? -
- No, una petroliera. -
C'inoltrammo sempre di più nell'oscurità lasciandoci dietro le luci della terraferma. Fuori dal porto le onde si fecero più lunghe.
- Entra nella cabina. - m'ordinò mio zio.
Dentro Ciccio m'accolse con un sorriso, il suo viso rifletteva le luci degli strumenti di bordo.
- Vuoi prendere tu il timone? -
Non me lo feci ripetere due volte.
- Segui la rotta com'è segnata sulla bussola. -
Mi sentivo dentro la pellicola di "Capitani coraggiosi".
Davanti noi il buio e come una stella intermittente la punta della sigaretta di mio zio s'incendiava ad ogni sua boccata.
Si voltò e fece un cenno.
Ciccio rallentò l'andatura fino ad arrestare la navigazione.
- Aspettiamo qui. - gridò mio zio ben piantato sulla prua.
- Sì, comandante. - rispose Ciccio che si sentì autorizzato ad accedere anche lui una sigaretta - Ne ho proprio voglia di fumarmene una! Sono arrivato di fretta alla darsena. Stasera mia moglie m'ha preparato pasta e ceci fredda, con un goccio d'olio ed un po' di salvia fresca! ... a lei non piace, comandante? -
- No, io non mangio più pasta e ceci. -
Discorso chiuso.
- Non la mangia più da quando è morto suo fratello Giovanni. - sussurrai io. Lo sapevamo tutti in famiglia.
- Ma perché? -
- Non lo so! -
Attendemmo il tempo necessario per fumare almeno altre cinque sigarette ... ed io cominciavo ad avere sonno.
Eravamo lontani dal mondo ed ognuno lasciava che i propri pensieri fossero cullati dalle onde mentre il borbottio del motore sembrava che rimbrottasse contro il cargo per il suo ritardo.
Finalmente la petroliera arrivò, ancora più nera della notte e con delle pallide lucine che ne indicavano il ponte.
Ci avvicinammo al mastodonte e quando fummo sotto di lui le alte pareti lisce e perpendicolari mi sembrarono inviolabili.
Una scala di corda con i gradini in legno srotolandosi si delineò sul fianco della petroliera. Con una sapiente manovra Ciccio appoggiò il muso della pilotina contro la costata.
- Agguanta la biscaggina. Sali tu prima, io ti vengo dietro subito dopo. Ricorda: un piede dopo l'altro, con calma ... non c'è fretta. -
Ormai ero decisamente dentro il libro "I pirati della Malesia".
Che notte!
Quando alla fine arrivammo sulla plancia di comando le sorprese non finirono: l'equipaggio, comandante compreso, erano donne ... tutte alte e bionde ... come quelle che vedevo nei film di James Bond!
Adesso anche "Goldfinger"!
Avevano un viso severo ma una, la timoniera, mi concesse un sorriso.
Uscii sul balcone di plancia per osservare le manovre della grossa nave che docile sotto il comando di mio zio s'avvicinava al punto d'attracco. Udivo la sua voce roca dare ordini a quelle vichinghe.
La brezza della notte m'accarezzava il viso ed io mi sentii felice tanto da sentire un nodo formarsi in gola. Trattenni la commozione, mi sarei vergognato se mi avessero scoperto.
Mi sembrava di vivere la più bella notte della mia vita ... e forse era proprio così.


Di anni ne trascorsero trentacinque.
Mia madre m'informò che zio Enrico era ricoverato in una clinica nel Veneto per accertamenti.
Lasciai la riunione di lavoro inventandomi una scusa e da Milano volli raggiungerlo.
Con lui c'era la moglie, mia zia.
- Allora che scherzi mi fai? - dissi entrando nella sua stanza a tarda sera.
- ... e lo scherzo me l'hanno fatto le sigarette ... mi è sempre piaciuto fumare! -
Certo, cancro alla vescica!
- Ti ricordi quando t'accompagnavo nel tuo lavoro? - dissi per cambiare argomento.
- E come no? Sembravi un sacco di patate quando salivi sulla biscaggina! Adesso non si potrebbe più fare ... sai, le norme di sicurezza. Allora non c'erano! -
- Beh, certo! Sono stato fortunato. -
- Zio, me la togli una curiosità? -
- E come, no? Dimmi nipote. -
- Perché non mangi pasta e ceci? -
- Non la mangio da quando è morto mio fratello Giovanni. -
- Questo lo so. Ma perché? -
- Perché stavo mangiando pasta e ceci quando m'annunziarono la sua morte. Morì al lavoro. Una disgrazia. Anche lui era comandante come me. Per me pasta e ceci porta male. -
Non mi trattenni molto al suo capezzale perché avevo paura di stancarlo.
Lo baciai e lui mi strinse forte.
Mentre lasciavo la stanza mi chiamò.
- Guagliò ... -
- Sì, zio! -
- Mi ricorderò per tutta la vita di quello che hai fatto per me. -
In quegli ultimi tempi aveva avuto dei problemi finanziari ed io l'avevo aiutato.
- Ma scherzi?! ... -
Mi fermai su una piazzola di soccorso lungo l'autostrada che mi riportava a Milano.
Il cielo era senza luna e l'osservai cercando qualcosa oltre le stelle.
Mi sedetti su un paracarro e lasciai che l'emozione prendesse il sopravvento.
Zio Enrico, morì due mesi dopo.


Alcune settimane fa ero sopra un traghetto che mi portava da Genova a Palermo.
Come la maggior parte dei passeggeri assistetti alla manovra d'attracco.
Quando vidi le luci bianche e rosse della pilotina dissi al ragazzino, figlio d'una mia amica:
- Vedi quella è la pilotina e quando avevo la tua età accompagnavo mio zio che era pilota di porto ... ricordo che mi piaceva seguirlo nel suo lavoro la notte ... guardavo le stelle. -
Abbassai lo sguardo ... il ragazzo non mi ascoltava ... era troppo intento ad strofinare col dito lo schermo del suo i-pad.
... ...
- Pari, pari ... tieni pari in mano. -
- Pari, spari ... tieni spari in mano. -
- Spari, spari ... tieni pari in mano. -
... ...