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venerdì 24 aprile 2015

La baguette


Adoro Parigi quando in primavera si fa illuminare dal sole fino a quasi alle otto di sera.
Le giornate s'allungano e mi sembra di vivere di più.
- Mi scusi, mi scusi ... signore! -
Arresto il mio procedere. Qualcuno mi parla.
Una coppia mi guarda, lei ha una carta stradale di Parigi.
- Sì, buon giorno. - le rispondo in francese.
- Buon giorno, signore. - dice lei. Il suo accento è quello dei paesi dell'est.
L'uomo che l'è accanto ha una faccia con una rotondità che farebbe invidia alla luna. La calvizie accentua la somiglianza con l'astro.
- Buon giorno. - ridico.
- Lei conosce rue Léon Cogniet? - parla in modo incerto ma corretto.
- No, ma mi faccia vedere dove si trova sulla mappa. -
L'uomo non parla, è silenzioso guarda prima la sua compagna e poi me sconsolato.
La donna mi porge la carta stradale, ha l'aria un po' stanca ma sembra determinata a guidare il suo uomo che sembra misconoscere il francese.
- Mi mostra rue Cogniet? Dov'è? -
- Eccola. -
Col dito dall'unghia in rosso fuoco ma con lo smalto un po' scrostato m'indica un punto in un reticolato di strade e straduzze.
Guardo meglio la donna. E' un po' rotondetta e gli zigomi alti tradiscono la sua discendenza slava.
So che siamo sul boulevard de Courcelles. 
Mi chiedo se non è meglio usare il GPS del cellulare ma, essendo ancora diffidente nei riguardi di quelle che per me sono diavolerie, mi dico che con i vecchi strumenti farò molto prima.
Esploro la carta e cerco di trovare il lungo vialone in cui siamo. Eccolo! Non è troppo lontano dalla via che cercano i due, evidentemente turisti.
Certo, ma il vialone, come tutti i vialoni (sennò perché chiamarli così?) è lungo; ma a che altezza ci troviamo?
M'approprio della mappa e cerco di leggere la targa che, un po' nascosta, titola la strada che interseca il boulevard.
I due mi guardano con un aria un po' preoccupata come se stessi rubando il documento che dovrebbe assicurare la loro sopravvivenza.
Eccola, rue de Courcelles!
Mi riavvicino ai due.
- Noi siamo qui. Per andare a rue de Cogniet, dovete andare dritto e girare alla terza sulla destra e subito dopo la prima ancora sulla destra. -
- Ma dove siamo? - mi chiede la donna venuta dall'est.
Gliel'indico sulla carta.
- D'accordo ma come sia chiama questa via? -
- Rue de Courcelles. -
- Ma noi non siamo sul boulevard de Courcelles? -
- Siamo all'incrocio delle due. - prima di rientrare a casa vorrei comprarmi una baguette.
L'uomo con la testa tonda vuole ricevere anche lui le informazioni. I due si parlano un po' concitatamente.
- Perché si chiamano tutt'e due Courcelles? -
Perché non ho usato il GPS?
Il mio panettiere preferito si trova a cinquecento metri circa da dove sono attualmente. Arriverò prima che chiuda e, soprattutto, troverò ancora delle baguette?
- Non lo so, forse il comune di Parigi non aveva più abbastanza vittorie militari da celebrare! -
Sorrido divertito della mia battuta ... ma lo sguardo della donna resta severo.
- Dov'è c'è scritto rue de Courcelles? -
Gliel'indico sulla carta. Comincio a spazientirmi.
- Non sulla carta ... dov'è scritto sul muro? -
Cosa fa adesso? ... è anche diffidente? 
Io ho la boulangerie che fra poco chiude.
Dentro la baguette ci vorrei mettere delle polpette siciliane che ho nel congelatore (misto di carne suina e bovina, prezzemolo, aglio, uova, mollica, latte, noce moscata, uva passita, pinoli, sale, pepe, ed un pizzico di scorza di limone grattata) il tutto innaffiato con una birra bianca tedesca sulla cui superficie galleggia una fetta di limone e ... lascerei il mio spirito perdersi nell'ottavo arrondissement di Parigi!
Ecco come si fa l'Europa ... altro che Commissione Europea!
Gentilmente prendo la donna slava per il braccio e l'accompagno alla fine del marciapiede poi le indico la targa della via un po' nascosta da un basso cornicione. Anche il suo compagno la segue e tutti e tre restiamo col naso all'insù come se fossimo di fronte all'ottava meraviglia del mondo.
Sono pronto a lasciarli al loro destino quando fra i due si riaccende una discussione nella loro lingua infarcita di consonanti.
Provo a porgere la carta di Parigi che ancora ho in mano ma loro m'ignorano tanto sono presi nella loro diatriba.
S'indicano diverse direzioni come se le informazioni che ho fornito non li convincessero.
- Parlate in inglese? - chiedo usando la lingua d'Albione.
L'uomo dalla testa tonda mi risponde con un"Yes" pieno di speranza come se gli stessi annunciando l'inizio delle sue fortune.
Questa volta aiutandomi con degli ampi gesti delle mani ripeto le indicazioni date alla donna poco prima.
L'uomo annuisce e mi sorride sottintendendo: "fra noi maschietti ci capiamo! Ah, il senso d'orientamento delle donne!".
- Ma perché non parliamo in francese? ... siamo in Francia! - insiste la donna che evidentemente non sopporta la nascente complicità maschile.
Ricominciano a discutere ma questa volta in maniera decisamente accesa, tanto che alcuni passanti si girano.
Oddio, oddio! Ma che ci faccio qui?
- Scusate, io dovrei andare ... ecco la carta stradale ... buona giornata. - dico usando un linguaggio anglo francese.
Ma loro m'ignorano ed io esasperato aggiungo:
- ... ma che minchia! - sì, questo è del siciliano puro.
Mai parola è stata così magica! Entrambi si tacciono e m'osservano:
- Italiano? -
- Beh sì, italiano ... diciamo quasi ... sono siciliano. -
- E perché non dici prima ... tutti e due parliamo italiano ... dieci anni a Modena: lei badante di vecchio, io cuoco! Faccio cucina italiana meglio di italiani! ... abbiamo perduto tempo ... francese, inglese ... meglio italiano, no? -
Mi guardano tutti e due sorridenti e con aria compiacente.
Io ho l'aria smarrita e parlo con gli occhi: ma cosa volete che vi dica? ... paisà?


- Mangiale qui o poltale via? -
Malgrado che i francesi parlino con l'erre moscia i giapponesi non sanno pronunciarla e s'ostinano a sostituirla con la "elle"!
- Polto via. - rispondo adeguandomi all'accento della giapponesina che ho di fronte.
- Plego, si sieda ed aspetti qui. -
Mi guardo in giro ... solo giapponesi tristi ed un giovane con una barba da profeta rossiccia che afferra con i bastoncini del sushimi.
Tutto è laccato di nero: tavoli, sedie ed anche le cornici che riproducono le onde di Hokusai.
Il cuoco dietro una vetrina col cappellino a bustina messo di sghimbescio ha aria inespressiva, che a me però sembra mesta. Mi prepara la cena che mangerò a casa rinunciando a scongelare le mie polpette siciliane.
La ragazzina confabula con suo (ma è una mia illazione!) papà, poi viene verso di me.
- Vuole billa giapponese? -
Rispondo affermativamente facendo un cenno sconsolato con la testa. 
Sono arrivato troppo tardi: il boulanger era chiuso.