Translate

martedì 31 marzo 2015

L'importanza d'essere mediocre.





L'osservai mentre con leggeri movimenti dirigeva il suo sguardo fuori, oltre i vetri della larga finestra. Dava l'impressione che seguisse il volo di qualcosa sopra i tetti di Roma.
Quella scena si ripeteva ogni giorno sempre dopo il pranzo mentre aspettava che gli venisse servito il caffè.
- Cosa fai, nonno? - chiesi.
- Niente. Guardo fuori. -
- Guardi cosa? -
... avevo nove anni.
- Fuori ... - certamente, si divertiva a darmi delle risposte smozzicate. Sapeva d'indispettirmi.
- Sì, lo so che guardi fuori ... ma perché non mi dici che cosa guardi? -
- Non guardo niente di speciale ... seguo delle linee. -
- Niente di speciale? Perché muovi la testa, allora? ... quali linee? -
- Muovo la testa? -
- Sì, muovi la testa. -
- Ah sì? Non me ne sono accorto. -
- Dai, nonno, smettila ... mi stai prendendo in giro? -
- Ma che dici? Io ti prendo in giro? Ma quando mai! -
- Dai Italo, smettila di far arrabbiare Italo. - disse mia nonna, servendo il caffè.
Sì, io porto lo stesso nome di mio nonno.
- Hai visto cos'ha detto tua nonna? Smettila di farti arrabbiare. -
- Ma che dici nonno? Io non mi faccio arrabbiare ma tu mi fai arrabbiare perché mi prendi in giro. -
- Veramente tua nonna parlava di te, ha detto Italo. -
- No, si rivolgeva a te ... a nonno Italo, non a me. -
- Ed allora perché ha detto Italo e non nonno Italo? -
- Perché è tua moglie e ti chiama per nome. Tu hai il mio stesso nome. -
- No, tu hai il mio stesso nome ... -
Sapevo che la schermaglia sarebbe andata avanti all'infinito e battei la ritirata dirigendomi nella mia stanza per rifugiarmi nella lettura d'un giornalino ... lasciai, però,  che il mio disappunto s'esprimesse con un rabbioso: Uffa!
- Hai ottant'anni e ti metti ad indispettire un ragazzino di nove anni ... ma ti sembra possibile? - chiese mia nonna.
Le labbra del vecchio si stirarono in un sorriso appena percettibile.
- Che ca'! - disse "che casa" in dialetto cremonese.


In realtà mio nonno e mia nonna non erano sposati.
Mia nonna lo era, ma con un altro ... sembra che fosse un giornalista.
S'incontrarono in un ospedale delle retrovie, mio nonno era ricoverato con una gamba rotta. Il suo SVA s'era capovolto in fase d'atterraggio. Senza contare il male fisico, il disappunto maggiore di quell'incidente glielo procurò la sua non partecipazione al volo su Vienna. Neanche la visita di Gabriele d'Annunzio riuscì a consolarlo. Il Vate si presentò davanti al suo letto armato d'un un mazzo di rose.
Mia nonna, che come molte donne della borghesia frequentava gli ospedali militari per portare conforto ai feriti, s'imbatté nel capezzale di quel giovane tenente cremonese dai baffetti tentatori ma dall'aria un po' sconsolata.
Dovette essere un colpo di fulmine ... erano entrambi giovani e belli e nell'intensità dei loro sguardi annegarono la guerra, l'ospedale militare, d'Annunzio ed il volo su Vienna.
Finito il conflitto mia nonna lasciò il marito e, portando con sé la loro figlia, andò a vivere col bel tenente, laureato, nel frattempo, in ingegneria alla Sorbona.
Erano gl'inizi degli anni venti ed una storia d'abbandono del tetto coniugale e di fuga per raggiungere il proprio innamorato non era ben giudicata dall'Italia benpensante.
I miei nonni cercarono di coronare il loro sogno d'amore con la nascita d'un figlio che morì dopo qualche giorno. 
Il secondo tentativo andò meglio: nacque mio padre che, ancora ben vivo e vegeto all'età di novanta anni, si diletta a brontolare come una vecchia locomotiva all'indirizzo dei nipoti.
I suoi genitori dovevano essere veramente innamorati per superare tutti i pregiudizi di quel periodo ed il destino sembrò riconoscere e rispettare quel sentimento coraggioso premiando mio nonno sul piano professionale e procurandogli quella prosperità che servì di riscatto all'ostracismo di cui la coppia era oggetto.
Ma ... ma arrivò la crisi del trentatré e nonno Italo, non accettando di dichiararsi fallito, pagò tutti i debiti della sua impresa edile, vendette le proprietà e tornò a fare l'ufficiale per l'Aviazione Militare. 
In famiglia nessuno m'ha raccontato di questi eventi, c'è sempre stata tanta discrezione e neanche mio padre ne ha parlato a noi figli.
Questa bella storia d'amore è sempre stata nascosta come se fosse da rimuovere dalle memorie ed io ne sono venuto a conoscenza per via traverse, fuori dall'ambito familiare ... strana la vita!
Mio padre, il brontolone, m'ha sempre taciuto la storia dell'incontro dei suoi genitori come se quella bella vicenda romantica fosse per lui un'onta ed io ... io non gli ho mai chiesto niente, rispettando il suo riserbo.
Sì, strana la vita! 
Gli eventi giovanili dei miei antenati li conosco a spezzoni e risiedono nella mia memoria come parti d'un vecchio affresco con così tante ampie parti scrostate che la fantasia è obbligata a ricostruire le scene non più rappresentate.
Io quindi, anche se li ho conosciuti vecchi e malati (mio nonno concluse la sua vita per metà paralizzato), mi piace ricordarli così ... in un ospedale da campo. 
Lui dentro delle lenzuola non proprio immacolate ma ben rasato e pettinato in attesa di lei. 
Eccola ... la bella dama! 
Arriva in compagnia d'una bambina che trascina svogliatamente un mazzo di fiori. 
Sorride al giovane ufficiale e la retina che scende dal cappellino le rende più malizioso lo scintillio degli occhi. I due si osservano, i loro sguardi s'allacciano e si stringono in un abbraccio talmente forte da renderli invincibili.


Sì, mio nonno, quando io nacqui, aveva già il corpo per metà paralizzato. 
Una mattina intorno al suo sessantesimo anno d'età, svegliandosi non riuscì più a muovere la parte sinistra del corpo.
Ischemia dissero i medici.
Al giorno d'oggi è possibile il recupero ed una certa riabilitazione, ma in quegli anni l'ictus te lo beccavi e te lo tenevi, punto e basta!
Se per la maggior parte degli umani un tale evento può significare una tragedia, per mio nonno rappresentò l'inizio d'un periodo che dovette apprezzare particolarmente. Forse è una mia interpretazione, ma ho sempre pensato che ciò che gl'interessasse maggiormente nella vita fosse il nutrimento del suo pensiero. Lui amava lasciarlo pascolare in praterie infinite che si perdevano nella letteratura, nella fisica, nella matematica, nella storia, nell'economia ... il suo era un pensiero anarchico ma rigoroso ed attento nell'esplorazione quando s'inoltrava in campi sconosciuti.
L'ictus gl'inibì  la parte sinistra del corpo ma non gli toccò né il cervello pensante né gli arti destri. Inoltre, ed era l'aspetto più importante, la sua condizione d'offeso dalla malattia richiedeva che lo si lasciasse in pace!
Passava tutta la giornata nel suo studio ben contento che nessuno lo disturbasse.
- Ma cosa studi, nonno? - chiesi un giorno, quand'ero undicenne, sbirciando fra i suoi fogli.
- Una soluzione per il moto perpetuo. -
- ??? -
- ... niente, solo un'utopia da vecchi rincitrulliti come me! -
- Tu non sei rincitrullito, nonno! -
- Lo sono e se per caso non lo sono, voglio che tutti lo credano ... perché così ho un vantaggio! -
- Quale vantaggio? -
- Posso dire ciò che voglio e nessuno, in primis tua nonna, vorrà controbattere quelle che possono essere considerate eccentricità d'un vecchio come me! -
In effetti malgrado che la loro lunga convivenza fosse iniziata in modo così romantico, i miei nonni si beccavano spesso e volentieri.
Mia nonna, che s'annoiava nella solitudine casalinga, quando poteva attizzava schermaglie.
Lui, che non amava i conflitti familiari, si barricava ancor di più nel suo antro a studiare il moto perpetuo od a scrivere storielle buffe.
La loro convivenza senile era l'unione di due solitudini che coesistevano in maniera indissolubile.
Certamente uno strano ménage in cui io, che per qualche mese ho vissuto con loro, mi beavo.
Infatti mia nonna (ottima cuoca, si chiamava Maddalena ma tutti la chiamavano Lena) mi rendeva felice con la sua cucina (ero un bambino grassottello!) e mio nonno mi faceva scoprire la mia indole sognatrice.
Inoltre adoravo le loro schermaglie verbali e mi divertivo alle loro spalle.
Si concludevano sempre con la ritirata di mio nonno che, attraversando il corridoio appoggiato al suo bastone, esclamava con la voce leggermente alterata:
- Per Dio, Lena! -
Il mio divertimento era anticipare mentalmente quelle tre parole e riuscivo a mormorarle sempre poco prima che mio nonno le dicesse.
"Per Dio" era la manifestazione massima del suo disappunto e non l'ho mai sentito alzare la voce né usare dei termini sconvenienti.


I diverbi fra i miei nonni, quindi, non erano vettori d'acredine ma servivano ad animare il silenzio di quell'appartamento in cui per lunghe ore riecheggiavano solamente i monotoni ticchettii delle pendole.
Vi fu però una scaramuccia le cui conseguenze perdurarono per svariati anni e che s'interruppero solo con l'aggravarsi della malattia di mio nonno e della sua dipartita.
L'oggetto della querelle era il caffè delle undici di mattina!
Onestamente non ho mai conosciuto quale fosse l'origine di quella discussione (che penso sia antecedente alla mia apparizione in questo mondo) ma il risultato fu che nonno Italo, quando non pioveva, alle undici in punto si metteva il cappello (sempre un Borsalino!) e si recava a prendere un caffè al bar di fronte! Infatti nonna Lena, per quanto la conobbi, fu sempre irremovibile e si rifiutò di preparare il caffè per quell'ora fatidica.
I miei nonni abitavano in via Nardini di fronte la scuola militare della Finanza ed il bar più vicino era il Giolitti di piazza Armellini.
Nonno Italo, trascinando la gamba e col braccio appeso ad una banda nera che gli cingeva il collo, avanzava ogni giorno lentamente ed inesorabilmente verso il suo caffè.
Nei mesi che risiedetti a Roma io l'accompagnavo standogli a fianco ed ogni giorno vivevo l'avventura d'attraversare la piazza senza che nessuna macchina ci travolgesse.
Al passaggio di quel ragazzetto con i pantaloni corti accompagnato da un signore con Borsalino e fortemente claudicate le autovetture miracolosamente s'arrestavano ... ed io avevo l'impressione d'essere al fianco d'un supereroe capace d'immobilizzare quei mostri nevrotici di latta.
Inoltre, ritenevo che mio nonno fosse qualcuno a cui naturalmente si dovesse portare del rispetto ... era stato pilota d'aereo da combattimento, e che diamine!
Dentro il  bar l'aspettava il suo amico Silvano Giolitti, proprietario della famosa catena dei bar della capitale ed anche lui vittima d'un ischemia e paralizzato a metà!
Il vecchio Giolitti era simpatico e scherzava in romanesco con mio nonno che conosceva un po' di dialetto perché adorava Cesare Pascarella e la sua "La scoperta dell'America".
Il cavalier Silvano un giorno mi chiese:
- Quale sport fai? -
- Un po' tutti. -
- E cosa ti piacerebbe fare? -
- Il pilota delle macchine. -
- Ti piacciono le gare? -
- Sì, quelle di formula 1. -
- Ingegner Italo, ma lei l'ha detto a suo nipote che anche noi facciamo le gare? -
I due patriarchi si scambiarono uno sguardo d'intesa.
- Quali gare? - chiesi.
- Seguici. -
Si alzarono appoggiandosi sul bastone e, trascinando entrambi la gamba paralizzata, s'avviarono verso il cortile che s'apriva sul retro del locale.
Una volta fuori si posizionarono contro il muro fra contenitori di bottiglie e scatole di cartone.
- Vai in fondo e dai il via, figliolo! -
Divertito ed al contempo un po' imbarazzato eseguii la richiesta.
- Pronti ... uno ... due ... tre ... via! -
A distanza d'anni io me la ricordo ancora quella gara ed i due vegliardi m'avrebbero quasi fatto pena se non li avessi visti ridere come dei matti mentre avanzavano trascinando le loro gambe malate.
Erano tornati bambini ... di fatto, avevano la mia età!
- L'hai lasciato vincere, ti ho visto, sai? - rimproverai a mio nonno mentre tornavamo a casa.
Lui mi rispose con un brontolio e poi aggiunse:
- Io ho il bastone migliore e poi non ho trovato giusto che tu facessi il tifo per me quando lui non aveva nessuno che lo incitasse! -
A tavola ci attendevano dei cannelloni ed un brasato di vitello che nonna Lena chiamava "estivo" perché, a suo avviso, era più leggero di quello invernale ma, in realtà, sarebbe stato considerato un piatto pesante in pieno gennaio anche in val Tellina!
L'anziana donna, che mangiava pochissimo, guardava silenziosa i suoi uomini saziarsi.
- Lo sai nonna cos'ha fatto il nonno? -
L'ottuagenario mi lanciò un'occhiata che raggelò ogni mio entusiasmo ed io non so cosa inventai ma riuscii a raccontare una storia insignificante che mia nonna prese per vera.
Mentre mio nonno attendeva il caffè lasciò  che il suo sguardo si disperdesse sui tetti di Roma.
- Stai seguendo le linee? - gli chiesi mentre facevo una pallottola di mollica col dito.
- Sì. -
- Poi, un giorno, insegni anche a me il gioco delle linee? -
- Sì, un giorno lo farò ... ma è un gioco da vecchi. -
Rimanemmo in silenzio ognuno col suo passatempo: lui con le linee ed io colla pallina di mollica.
Ad un tratto disse quasi distrattamente lasciando ancora vagare il suo sguardo oltre il finestrone:
- Forse è troppo presto per dirtelo ... ma non si sa mai ... forse un giorno sarà troppo tardi ... ecco, sappi che noi siamo una famiglia di mediocri! -
Il mio interesse per la bilia di mollica scemò improvvisamente.
- Cosa vuol dire mediocri? -
- Che non siamo né bravi, né incapaci; né geni, né stupidi; né intelligenti, né ottusi ... stiamo sempre nel mezzo ... mio nonno era un mediocre, come mio padre, tuo padre ed io stesso ... non siamo stati capaci di fare niente che sia veramente fuori dalla norma, ci siamo sempre persi ... ciò di per se stesso non è grave! L'umanità è fatta da persone come noi ... la sola cosa importante, sempre da ricordare, è che comunque ci si deve sforzare, nonostante i nostri limiti, di fare sempre del nostro meglio ... cercare d'essere un mediocre d'alto rango ... e non è ogni volta facile. -
- Ed io, nonno, anche io sono un mediocre? -
Lui non mi rispose, mi cercò con gli occhi, allungò il braccio e m'accarezzò sulla guancia.
Poi riprese a guardare fuori seguendo le linee immaginarie ma il suo sguardo era umido, commosso.


... ed io adesso sono qui, seduto in una terrasse d'un bistrot parigino sotto un fungo di latta che mi protegge dal freddo di questa ancor giovane primavera.
Caro nonno, nei dintorni di questa mia stessa età fosti colpito dall'ischemia ... guardo la gente camminare davanti a me.
Lo so che tu speravi che io non fossi un mediocre ... lo capii quando mio padre mi raccontò che ai piedi del tuo capezzale volesti uno schizzo su cartoncino che mi avrebbe dovuto rappresentare. Forse è l'ultima immagine che ti sei portato via con te. Io, allora, avevo sedici anni.
Lo eseguisti tu quel ritratto con un gessetto rosso.
Lo sai che ce l'ho ancora quel disegno? Non mi rassomiglia affatto ... ma che importa?
Purtroppo penso (ed alla soglia dei miei sessant'anni posso scriverlo con certezza) d'aver rispettato la tradizione della famiglia ... come dicesti tu non è un fatto grave ... però (e questo te lo posso giurare) ho fatto di tutto per dare il meglio di me stesso ... e penso che continuerò a farlo.
Alzo lo sguardo e lascio che vaghi fra i tetti delle case davanti a me ... io non saprò mai come giocavi con le linee!
Ma, per Dio, come facevi a seguirle?

lunedì 16 marzo 2015

Saint-Augustin


Certo, il tempo scorre inesorabile ed ogni minuto trascorso è uno in meno.
Per questo odio le giornate che scivolano via senza che abbia fatto qualcosa.
Cosa dovrei fare? Chiederete voi.
Qualcosa ... odio il vuoto ... lo spreco del tempo ... l'oziare, è solo dello scialo, dico io.
Per questo esco fuori. Non riesco ad occuparmi leggendo e tutti i progetti che ho in testa sembrano irrealistici e quindi inutili. Sì, ecco, proprio delle chimere.
Vorrei mettere su una società con alcuni miei amici (tutti vecchi leoni con la criniera spelacchiata), aprire una pasticceria, un ristorante, un bar ... fantasie, ghiribizzi di chi non si vuole vedere in disarmo.
La domenica parigina è grigia.
Fuori s'aggira un leggero vento freddo. Percorre tutte le strade: dalle grandi avenue alle meno solenni rue. Sembra alla ricerca di qualche cosa ... anche lui.
Cosa cerchi, vento?
Lui non risponde e mi passa accanto ma non sento freddo dentro il mio giaccone di G.I. vecchio di almeno venticinque anni, ultimo acquisto fatto alla fiera di Sinigaglia quando ancora era nei pressi di via Beatrice d'Este (trattasi di Milano, per chi non è avvezzo).
Ti ricordi, vento, quando venni la prima volta qui, da queste parti, a Parigi? Avevo ventiquattro anni e biascicavo solo quattro parole di francese, conoscevo molto meglio l'inglese.
- Lei non saprà mai parlare il francese! - mi disse il professore a cui ero riuscito a strappare a malapena un ventiquattro.
Quanti anatemi ci vengono scagliati addosso nella vita! ... eh, vento?
Non riuscirai a fare questo! ... non imparerai  a fare quello! ... non raggiungerai quella meta! ... non ce la farai! ... quanti anatemi riceviamo nella nostra esistenza e quanti coglioni si permettono di predire quello che sarai capace di fare o di non fare!
Lo sai, vento, in che cosa mi sono dilettato prima d'uscire per queste strade semi deserte?
Ho sfogliato tutte le lettere di rifiuto ricevute dagli editori dopo l'invio dei miei manoscritti.
Sì, vento, le ho conservate tutte con intento masochistico ... ma quante sono! ... Dio Santo, non si può dire che non sia pervicace! Da almeno trent'anni ricevo rifiuti sia in Italia che in Francia ... tutti gli editori usano l'avverbio "sfortunatamente" prima di spiegarmi che la loro linea editoriale non prevede il genere da me proposto, che il calendario editoriale è già stracolmo per il prossimo millennio ... and so on.
Ma "sfortunatamente" per chi? Per me o per loro? ... certo, certo per me! (e lasciatemi un po' d'ironia ... e che diamine!).
Insomma c'è sempre stata una causa di forza maggiore che ha impedito agli editori di prendere in conto ciò che proponevo.
Eh già, mio caro vento, così va la vita ... se non ho pubblicato fino adesso è solo per sfiga ... non perché quello che scrivo fa schifo ed è impubblicabile! Ma figuriamoci!
Non sono del tutto sincero ... una volta anch'io ho avuto un piccolo editore che ha creduto in me e mi ha pubblicato un romanzo: "Il giudice ed il ramarro" ... grazie Andrea (sì, è il mio editore!).
Adesso però, caro vento, me ne frego e mi pubblico da solo sul net ... per chi vuole leggermi.
Ma cosa fai, spingi? ... dove mi porti? ... dentro quella orribile chiesa? ... Saint-Augustin? 
Ok, ci entro solo per curiosità, mi sono sempre chiesto come potesse essere dentro.
Caspita! ... per essere brutta ... è proprio brutta, anche dentro!
Buia, grigia ... leggo su un pannello la data di costruzione: 1871! ... beh, potevano fare di meglio ... guardo in alto per verificare ciò che la breve presentazione affissa all'ingresso riporta: l'ossatura della costruzione è metallica e se ne possono vedere le nervature di sostegno ... interessante.
Stanno celebrando la messa ed il prete attacca la sua omelia.
M'appoggio su un'alta balaustra ed osservo i fedeli ... non sono molto diversi da quelli che vedo in Italia. Hanno lo stesso atteggiamento ... ma ascoltano davvero quello che il prete dice?
Mah! ... io ci provo ma alla sua seconda frase già penso ad altro.
E' sempre stato così, anche quando facevo il chierichetto ... mezzo secolo fa, all'incirca.
In effetti, io non faccio testo ... ho sempre avuto problemi di concentrazione.
- Sa, è intelligente, potrebbe dare di più ... ma ... è sempre distratto, si vede che pensa ad altro! - dicevano di me le insegnanti.
Lo giuro, per tutta la vita mi sono impegnato ed ho cercato (per buona pace del corpo insegnante) di dare di più ... di concentrami ... ma non ci sono mai riuscito! Alla fine mi sono deciso a simulare, lo confesso ... ma cos'altro potevo fare per evitare di ricevere un altro anatema?
Ho sempre fatto finta: nello studio, nel lavoro ... ho simulato che tutto m'interessasse e che fossi coinvolto in ciò che facevo ma ... ma, in realtà, non me n'è mai fregato una beata fava!
Sono stato come una donna frigida che simula orgasmi per far piacere al suo partner! Ma da quando imparai a nascondere la mia frigidità non ricevo più anatemi ... anche perché, diciamocelo, gli anatemi portano un po' di sfiga!
Adesso che ci penso: forse ne ho ricevuto uno così potente senza me ne accorgessi!  Ciò spiega il mio fallimento sulla carta stampata? ... mah! ... certo che sono superstizioso! ... che meridionale sarei, allora?
- Proprio brutta, vero? -
Un signore che mi sovrasta d'almeno dieci centimetri e con radi capelli dal colore della carota, mi guarda sorridendo. Porta delle lenti spesse e deve avere una decina d'anni più di me.
- Parla della chiesa? -
Annuisce con fare complice.
- Beh, bella non è! -
- Sì, proprio brutta! -
L'accento del suo francese tradisce la provenienza.
- British? -
- Yes, Hampshire ... Spanish? -
- Italian, Sicily ... -
Mi sorride ancora.
- Certo, in Italia avete delle belle chiese! -
Gli sono grato, non ha fatto le solite allusioni imbecilli: mafia, il padrino, Marlon Brando ...
D'abitudine schivo le lusinghe che dovrebbero stimolare il mio orgoglio nazionale.
- No, anche in Italia abbiamo i nostri orrori ... eppoi noi non abbiamo avuto la rivoluzione francese che ha distrutto tante opere della Chiesa! -
- Eh già! -
Non so perché ma anche io ho voglia d'attaccare bottone.
- ... è da molto in Francia? -
- Da otto anni ... quando sono andato in pensione mia moglie non è più voluta restare in Great Britain! Lei è parigina, io di Southampton. -
- Capisco ... io ci sono da undici anni ... sono venuto da solo ... lavoro. -
Anche lui è appoggiato alla balaustra che divide i fedeli dai visitatori. Entrambi facciamo finta d'ascoltare la predica del prete.
- Ma v'interessa proprio quello che dice? - domanda ironico.
Lo guardo. Doveva essere un gran marcantonio da giovane!
- No, non m'interessa ... per me tutte quelle parole sono solo un suono ... ma io parlo per me, non per il resto degli astanti. Magari sono tutti interessatissimi! Perché "vi"? ... lei è protestante, immagino. -
- Sì, certo. -
- Che ci fa un protestante in una brutta chiesa cattolica? -
- Un'abitudine ... una vecchia abitudine. -
- Capisco ... -
In verità non ci capisco un bel niente e poi mi dico: ma saranno ben fatti suoi!
Continuiamo a far finta d'ascoltare. Vorrei andarmene ma una strana inerzia non mi fa muovere.
- Quand'ero ragazzo mio padre, fervente credente, portava tutta la famiglia alla funzione domenicale ... ma io m'annoiavo talmente! -
- E lei? Adesso è credente come suo padre? -
- No, non molto. -
- Ma che ci facciamo entrambe qui, allora? I miei rapporti con la Chiesa si sono guastati da quando avevo undici anni. -
- Gliel'ho detto, per me è un'abitudine ... una vecchia abitudine. -
- Mi permetta di non farmi gli affari miei ma questa è una chiesa cattolica, non anglicana. -
- Sì, lo so. Per questo sono qui, passeggiavo da queste parti ho visto la chiesa e sono entrato.  Lo faccio da quando avevo ventisei anni ... ogni domenica entro in una chiesa cattolica. -
Il prete ha terminato la sua omelia ed io guardo quell'uomo i cui anni incominciano ad incurvarlo. Attraverso le lenti gli guardo gli occhi ... umidi, acquosi ...
Mi accorgo che è commosso ...
- ... ero soldato a Belfast rimasi isolato dal mio plotone e mi rifugiai dentro una chiesa ... fuori i cattolici mi avrebbero ucciso. -
Deglutisce a fatica come se la saliva tutt'in un colpo avesse preso il peso specifico del piombo.
Fisso un punto sul pavimento ... una crepa. Non oso guardare quel vecchio omone.
- ... un prete mi protesse ed impedì che fossi raggiunto dai miei nemici ... non si lasciò intimidire dalle armi ed impedì ogni violenza perché nella casa di Dio non si poteva commettere peccato. Fui liberato dai miei commilitoni che arrivarono in forze ... -
- Erano gl'inizi degli anni settanta? - chiesi
- 1970, luglio 1970. -
- Beh, caspita, l'ha scampata bella! ... quindi, lei celebra la sua salvezza ogni domenica! -
Sorrido e guardo l'inglese.
Due beghine, stile "sorelle Materassi" versione cisalpina, c'indirizzano un'occhiata severa.
L'ex-soldato non risponde al mio sorriso.
- No, non celebro la mia salvezza. -
- E' diventato cattolico, per caso? -
Impercettibilmente, ma questa volta sorride.
- No, vengo per ricordare un giovane che uccisi. Un giovane cattolico, mi sembra giusto che venga a pensare a lui nel suo luogo di culto. -
Ma cosa c'entra la religione con un'uccisione?
- Lo incrociai prima di rifugiarmi nella  chiesa ... credevo che mi volesse sbarrare il passaggio in un vicolo ... sparai a bruciapelo ... mentre moriva mi guardò incredulo. Ho ancora il suo sguardo dentro ... era più giovane di me ... e non c'entrava niente ... era solo di passaggio in quel vicolo ... non c'entrava niente. -
Adesso capisco perché il vento mi hai spinto in dentro Saint-Augustin! Voleva che raccogliessi una storia ... ma non poteva propormi qualcosa di più ameno?
Questa chiesa è troppo scura ... forse adatta al vecchio soldato che tenta d'espiare il suo rimorso da quasi cinquant'anni ... ma troppo tetra per me che volevo solo fare una passeggiata e riflettere sui miei anatemi letterari lasciando che i miei pensieri veleggiassero più leggeri.
Mi rendo conto che qualsiasi frase detta in quel frangente può suonare banale, scontata. Forse è meglio che lasci la scena.
Non è una pacca quella che do sulla schiena dell'inglese ma una carezza.
- Bon courage! - gli dico mentre mi stacco dalla balaustra.
Fuori da Saint-Augustin m'attende il vento che, come un cane pastore, mi scorrazza attorno festoso.
O vento, ma perché m'hai fatto entrare in chiesa?
Dai, fai il bravo! Adesso m'accompagni ed andiamo assieme a Parc Monceau! 
Anzi, sai una cosa? Per farti perdonare sali su, spazzi quella coltre di nuvole e mi porti qualche raggio di sole.
Voglio vedere se sei capace di farmi vedere un po' di cielo azzurro.


martedì 10 marzo 2015

Ternes



Scendo le scale che mi portano sulla banchina sotterranea della metropolitana.
La stazione è "Ternes", qualche fermata prima della mia.
Avanzo fra gli altri viaggiatori con piccoli passi. La febbre, oltre ad indebolirmi, mi rende insicuro.
Sono contento di nascondermi dietro le lenti dei miei occhiali scuri.
- Sembri un vero italiano. - hanno commentato dei miei colleghi.
In Francia lo stereotipo dell'italiano è con gli occhiali da sole così come per noi quello del francese è con la baghette sotto l'ascella o quello del tedesco è con i pantaloni corti, i sandali e le calzette nere in piena estate.
Ho sorriso, non ho risposto. Ho solo pensato:
- Ma va fanculo! ... che ti venisse anche a te la congiuntivite batterica purulenta! -
Lo schermo luminoso indica che mancano due minuti all'arrivo del prossimo treno.
Davanti a me una donna alta con i capelli che le scendono oltre le spalle mi precede.
La seguo lasciando a lei l'onere di far il varco fra la folla.
Ad un tratto s'arresta.
E' una bella donna. Certo, profumo di donna ... ed allora?
La supero ed avanzo attratto da una musica.
Sì, una musica ... ovattata che riecheggia lungo la volta della sporca galleria.
Dev'essere un oboe.
La gente: alcuni indifferenti ostentano uno sguardo perso nel nulla, altri si perdono sullo schermo dell'utensile che fa scorrere il mondo sotto lo strofinio dell'indice ... quel dito che sposta pensieri, messaggi, immagini, informazioni ... quel dito che ci rende globali e solitari.
Oggi non ho voglia d'essere globale ... voglio essere individuale, se mi si concede il dire!
Io con le mie linee di febbre ... da solo.
Voglio percepire, voglio che i miei sensi captino ciò che in genere ignoro. Sì, proprio qui nella metropolitana parigina dove si diventa campioni dell'ignoranza di ciò che ci attornia.
Seguo quella musica indefinita, quel suono prodotto da chi deve saper ben padroneggiare lo strumento e che non riesco ad individuare fra gli astanti.
Ti cerco suonatore ... artista di strada.
Guardo dall'altro lato, ma sull'altra banchina nulla cambia ... nulla ... la solita indifferenza usata come schermo per difendersi dal fastidio di condividere la vita con gli altri. La vita reale, non quella del net ... che ormai è diventata la nostra realtà, il nostro specchio.
Da dove vieni musica?
Sono forse preso dal delirio dell'influenza?
Mi guardo attorno, avanzando e facendomi strada da solo ...
Dove sei musica?
Lo sai che sei forte? Lo sai che ti sento robusta come una quercia centenaria?
Ti sento come la vita che scorre nelle nostre vene mentre noi, indifferenti come degli dei che non vogliono spiegazioni, l'ignoramo.
Ah, musica che rende il pensiero vivo! ... musica che contiene le nostre passioni e che scorre su un letto di leggera tristezza rendendo il colore del fiume appena opaco ma sulla cui superficie si riflettono i raggi del sole!


- Ciao Italo. Ancora qui? Ancora a lavorare? -
- Ciao Patrice ... pourvu que ça dure! E tu come stai? Che fai durante le tue giornate da pensionato? -
- Viaggio. Viaggiare è bellissimo ... sono tornato ieri dal Nepal! -
- Ah, bello! E che ci fai qui? -
Siamo all'entrata dell'immobile della mia società.
- Sono venuto a portare la mia offerta per la raccolta a scopo di bene come voleva che si facesse Louise, la nostra segretaria vent'anni fa, te la ricordi? -
E come faccio a non ricordarmela? Mi correggeva tutte le relazioni scritte in francese ... peggio della mia professoressa di latino e greco del liceo!
Adesso al suo posto c'è Google.
- Perché voleva? -
Aveva un atteggiamento materno con me, mi proteggeva perché ero italiano e lei aveva avuto un grande amore con un mio connazionale un decennio prima.
- Perché è morta ... non lo sapevi? -
Lei non mi aveva mai svelato niente del suo grande amore mi aveva solo lasciato intendere ch'era stata innamorata ed aveva rischiato di far saltare il suo matrimonio.
- Ah no! ... e quando? -
Io sapevo chi era stato il suo amante ma non gliel'avevo mai confessato. Era un mio ex-capo che aveva trascorso qualche anno in Francia nella sede centrale. Uno stronzetto.
"Da quelle parti le segretarie ci stanno e non si fanno tanti problemi come qui in Italia!" mi aveva  detto l'ometto quando aveva saputo che anche io avrei fatto il suo stesso percorso di carriera.
- Quasi un mese fa. - mi dice Patrice.
Mi ero sempre chiesto come quel donnino dai tratti delicati e dagli occhi azzurri e chiari come il cielo d'estate avesse potuto innamorarsi d'uno stronzetto ... d'altronde ancora adesso per me resta un mistero comprendere come si possa essere tanto miopi, in alcune fasi della nostra vita, da rimanere affascinati da esseri poveri di spirito. Forse è inutile chiederselo, così è!
- Cos'è che l'ha portata via? -
Non le dissi mai che conoscevo il suo amore romantico e che si trattava d'uno stronzetto vanaglorioso.
- Un tumore ... s'è spenta piano piano ... come una candela. Ormai aveva una certa età ma non aveva mai smesso d'occuparsi d'iniziative di beneficenza.
"Monsieur Perségani, vous oubliez toujours l'apostrophe!" mi diceva restituendomi i miei rapporti scritti in francese. Il suo sguardo voleva essere severo ma io le guardavo gli occhi azzurri immaginandomi che dentro ci si potesse volare.


Avanzo fra la folla ... finalmente percepisco l'origine della musica: viene da una delle gallerie pedonali che, con un angolo a gomito, sfocia sulla banchina.
Ti ho scovato musicante!
Mi fermo e non avanzo oltre come se volessi ritardare la scoperta del talentuoso musicista.
Ma ecco l'aria compressa dai vagoni investirmi annunciando col suo odore di muffa l'arrivo sferragliante della metropolitana.
Come un automa, trascinato dagli altri viaggiatori, entro dentro il ventre del serpente d'acciaio.
- Vedrò il musicista mentre la vettura scivolerà via ... - penso.
Ma mentre il muro della stazione ricoperto da bianche piastrelle da vespasiano comincia a scorrere, una gomitata mi distrae giusto quella frazione di tempo perché io non possa cogliere l'immagine del musicante nascosto nel suo anfratto.
La musica muore rapidamente mentre entriamo nell'oscuro tunnel sporcato dal tempo ... ed io ritorno solo in mezzo a quella gente solitariamente globalizzata, persa nella galassia dei net.
Un brivido mi scuote il corpo ... sì, è vero ... ho la febbre.