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mercoledì 25 febbraio 2015

Il mestiere dello scrivere




Lo so, può sembrarvi eccessivo ma quando ascolto Rodolfo ne "La Bohème" che canta: che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo ... ecco, io mi commuovo.
E siamo solo al primo atto, immaginatevi in quale stato pietoso sarò alla fine del melodramma!
Mi sono sempre chiesto il perché di questa commozione che non si ripropone nelle altre opere liriche.
Fino adesso la risposta che mi sono dato è che io m'immedesimo eccessivamente nell'immagine romantica del poeta Rodolfo ... sapeste quanto mi sdilinquisco quando nelle rime successive canta ... in povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d'amore. Per sogni e per chimere e per castelli in aria l'anima ho milionaria ...!
Mi sarebbe piaciuto scrivere quel libretto!
Dopo la lettura di qualcosa coinvolgente si manifesta in me l'irrazionale istinto dell'emulazione. Riuscirò mai a scrivere un libretto per un'opera lirica?
Come si fa? Dove trovo un musicista? Ma chi fa ancora opere liriche?
Mah ...!
Eppoi le cose non si fanno mica così ! Mica s'improvvisa! Si studia, si prova, ci si applica!
- Ma no, bambino, bisogna che ti applichi di più ... bisogna esercitarsi, bambino! -
Mi diceva la mia professoressa d'Italiano, Latino e Greco, la signora Untersteiner.
Ci chiamava tutti bambini. Riusciva ad essere affettuosa e materna anche mentre ci ritornava i compiti in classe massacrati dalla sua matita blu!
Lei piccola e curva col naso eternamente gocciolante, noi quindicenni alti e magri con la lanugine che ci cresceva sulle gote e con l'idea che avremmo fatto la rivoluzione.
Rivoluzione? ... e de che?
E' strano, la mia vita sta cambiando, sono ad una svolta e tutto quello che mi resta dentro sono i miei studi classici dimenticati e trascurati a vantaggio di concetti di finanza, economia e termini anglosassoni che, negli ultimi quarant'anni, hanno corrotto il mio lessico e la mia mente.
Ho come l'impressione che questi quattro decenni non m'appartengano ma siano la vita di qualcun altro.
Strana sensazione.
Esci da un tunnel, da un istituto penitenziario e sei inondato dalla luce!
Sei lì, con gli occhi chiusi che respiri il nuovo senso di libertà e ti chiedi: che minchia faccio adesso?
Cosa faccio adesso, signora Untersteiner?
- Scrivi, bambino, scrivi. - me lo dice indirizzandomi il suo sguardo acquoso mentre con un fazzoletto di lino s'asciuga la punta del naso.


Il primo atto dell'opera di Puccini è passato da un bel po' ed io ho avuto il tempo di riprendermi dai miei singhiozzi.
Ho cambiato CD ed adesso la musica di Chopin risuona dentro l'appartamento vuoto. Un po' di romanticismo, e che diamine!
Fra due giorni mi separo da rue de Nanterre, vado via.
Quasi undici anni sono trascorsi dal momento in cui entrai in questo appartamento. Era vuoto proprio così ... come lo lascio adesso.
L'attuale è troppo costoso, non posso più permettermelo.
Ciò non m'impedisce di cercare di bere fino all'ultima goccia il mio ottimo Calvados.
Lo bevo dalla coppa che tengo ben salda ed incastrata nel palmo della mano. Ne annuso l'odore e guardo preoccupato le ultime due dita di liquore che mi aspettano da dentro la bottiglia.
Seduto con le gambe incrociate come un capo indiano, ho la schiena ben dritta appoggiata sulla parete, di fronte a me il mio hifi, vecchio d'undici anni, giacente sullo sterminato e deserto parquet del soggiorno.
Eccolo lì ... il ballerino ... l'IO vecchio.
Lo vedo tra i fumi del Calvados, in giacca e cravatta ma con le scarpette da ballerino, danzare davanti a me seguendo le note de "I notturni", stranamente agile in quel corpo che sempre di più ha ridotto l'attività fisica limitandosi all'alzarsi ed al sedersi sulle poltrone.
Danza per me, IO vecchio! ... bravo! ... bravo! ... applaudo!
L'IO nuovo alza il calice in direzione dell'IO vecchio per rendere omaggio ad una complicata piroetta.
Un ticchettio mi distoglie da quello spettacolo solitario e, in verità, un po' patetico. Guardo verso la portafinestra.
Ma certo, sono loro! I miei amici gabbiani: Biagio e Pasquale!
- Che bella sorpresa! - dico loro aprendo le ante di vetro.
- ... per fortuna che ci facciamo vivi noi ... sennò qui addio amicizia! - esordisce Biagio.
- No, ecco ... ho avuto un po' daffare ... il lavoro, nuovi obbiettivi ... nuovi orizzonti! -
- Ma qui ... sono venuti i mariuoli? Non ci sta più niente ... s'hanno arrobbato tutt'i cose? - domanda Pasquale guardandosi attorno ha l'aria sorpresa.
- No, sto solo traslocando! -
- Ah, quindi te ne vai senza neanche avvertirci. Sei un vero terrun! -
Sorrido a Biagio e gli accarezzo il capino. Per lui è facile: tutto ciò che è negativo è terrun!
- Ma no, non me ne vado ... cambio solo abitazione. Vado a Parigi al 8ème arrondissement. -
- Eh, ma lì non ci sta la Senna! Che ci vai a fare? - Pasquale è certamente fra i due compari il più curioso.
- L'appartamento è più piccolo, costa di meno ... -
- Sei diventato povero? -
- Non proprio, almeno per il momento, ma si sta attraversando un periodo difficile e come tutti anch'io devo serrare la cinghia! -
- ... sai, ci mancano tutti i nostri voli. Era divertente vederti volare mentre eri appeso a noi. Ma ti rendi conto sei riuscito a mettere insieme ed a far lavorare quasi trecento gabbiani  ... anche i tuoi amici hanno gradito. Soprattutto la tua amica Gina. - osserva Biagio
- Inutile che mi prenda meriti che non mi spettano: se tu e Pasquale non vi foste messi d'animo a radunarli dove li trovavo tutti quei gabbiani? Grazie, amici. - sollevo il calice. Poi annuncio - Sospendiamo i voli, per adesso ... mi hanno perturbato. Mi hanno fatto pensare ad altro ... volare con voi mi ha forse aiutato a capire quanto non mi piacesse la mia vita ... se trasloco è forse per colpa vostra! -
- Managgia a te! ... sempre accussì a da finì ! Ma non tieni scuorno a darci la responsabilità della tua decisione? -
- Guarda, Pasquale, che non sono mica negativo nei vostri confronti ... anzi! I vostri voli mi hanno aperto gli occhi ... ! ... Pasquale, ma lo sai come si chiama la via dove vado a stare? ... rue de Syracuse! -
- Te sei un vero terrun ... -
- Ma proprio ci sta una via che si chiama Siracusa? ... ed allora sì che ti vengo a trovare, cumpà! -


Li guardo volare via nella notte i miei due amici gabbiani.
So che non volerò più con loro, so che non domanderò più di ripetere l'impresa straordinaria d'osservare dall'alto Parigi appeso ad un nugolo di gabbiani ... tutto fa parte di prima, di rue de Nanterre, adesso ci saranno nuove storie a rue de Syracuse ... ci saranno ...
L'IO vecchio se n'è andato, non danza più davanti a me.
Sono di nuovo solo con me stesso, con l'IO nuovo.
Tutto da costruire adesso ... nuove abitudini, nuove regole ... nuova vita, insomma.
Quella che volevo d'altronde, giusto?
Mi verso le ultime due dita di Calvados.
Inizierò a praticare il mestiere dello scrivere?
E cos'è il mestiere dello scrivere?
In realtà non lo so ...
Un mio amico, valente pittore, un giorno mi ha detto che per lui dipingere è una necessità. Lo fa e basta! Non si cura di chi osserverà le sue opere. Appaga un bisogno.
Forse il mestiere dello scrivere è questo: soddisfare un bisogno della mente ... (non corporale! Preciso pensando ai più maliziosi che sorridono facendo paralleli con eventi scatologici o forse è il Calvados che mi spinge a fare questa puntualizzazione?).
A quattro zampe m'avvicino al vecchio hifi. Quando lo acquistai rifiutai di prendere il telecomando. Roba da vecchi, pensai. Buffo, no?
Mentre avanzo sento i tonfi delle mie ginocchia rimbombare dentro la grande stanza vuota.
Inserisco dentro il lettore "la Bohème".
Riprendo il mio posto conservando la posizione di Buddha.
Inizia l'opera.
Rodolfo, ti aspetto ...




giovedì 12 febbraio 2015

Cabourg



Certo, quando si parla di Spiriti, il discorso di fa arduo.
No, non sono uno spiritista e neanche uno che si mette intorno ad un tavolo facendo la catena con altri creduloni nell'attesa che questo si metta a traballare!
Credo però che chi ci ha preceduto lasci una specie d'alone come un emozione sospesa e che impregna l'aria d'un odore che si percepisce solo con l'olfatto dell'anima.
Il vero problema è che spesso lasciamo l'anima assopita in un cantuccio se non è già accaduto che sia stata soppressa.
Io voglio bene alla mia anima, senza di lei sarei morto già mille volte. L'anima m'ha consentito di restare vivo ed io l'ho sempre protetta perché solo la nostra simbiosi ci consente di resistere vicendevolmente.
Di assassini d'anima il mondo ne è pieno. Chi sono? Coloro che vogliono dominare sugli altri uomini e per farlo devono sopprimere l'anima, senza essa l'essere umano è governabile perché diventa un automa, uno schiavo.
Non bisogna immaginarsi che gli assassini siano sempre dei violenti anzi, il più delle volte, sono dei subdoli manipolatori poiché attirano gli altri uomini in trappole e quest'ultimi ci cadono dentro. Non ne escono facilmente perché dentro le loro vene i killer iniettano una droga che elimina ogni desiderio d'uscire dalla botola ... ed è in quei momenti che l'anima viene uccisa.
Quali trappole? Il potere, il denaro, il sesso, l'apparire ...
Io ci sono caduto spesso nei calappi ma sono riuscito ad uscire prima che la droga prendesse il sopravvento su di me.
Ciò che è curioso è che, quando si riesce a sopravvivere a questi attentati, gli assassini t'emarginano poiché vieni classificato come selvaggina non atta ad essere cacciata, inutile e su cui, quindi, non è conveniente investire tempo e denaro.
La nostra società è gestita da assassini. Essa stessa è assassina e se non gli concedi l'anima ti emargina.
- Oddio Italo, ma vorrai ben ammettere che tutto ciò è necessario! ... senza la nostra società dove saremo? Nel Medioevo. - mi dice la mia amica Caroline ... ha lo sguardo da guerriera, lei.
Io l'osservo dritto negli occhi.
- Sarà, ma io la mia anima non ho più voglia di darla a nessuno e tanto meno non voglio che sia uccisa. -
Ma torniamo al punto di partenza: gli Spiriti.
Ultimamente ho voglia d'incontrarli ancora per permettere alla mia anima di sentire il loro odore.
M'aggiro per le strade di Cabourg, da queste parti ci ha soggiornato spesso Marcel Proust.
La piccola cittadina vive nel ricordo dello scrittore. Ogni occasione è buona per evocarlo. Anche i negozi sono intitolati a lui od alla sua opera principale. Resistendo al freddo vento invernale mi sono avventurato sul Boulevard des Anglais nella speranza d'incontrarlo, il grande scrittore. Forse bisogna che torni in estate ... i colori saranno certamente diversi ed il mare non sarà grigio.
Mi sono imbattuto in pannelli corredati da fotografie d'epoca e da frasi del romanzo ... ma del divino Marcel, niente ... neanche il minimo odore! Forse tutto questo freddo ha procurato un forte raffreddore alla mia anima tanto da obnubilarne i sensi?
No, la verità è un'altra : in Francia riesco ad incontrare meno Spiriti che nel mio paese.
- Vedi Italo, la Francia crea un habitat poco favorevole alla permanenza degli Spiriti rispetto all'Italia. Dai noi è molto più difficile percepirli. - mi dice quella sera stessa il mio amico Nicolas.
- Non capisco. -
- Prova a confrontare Roma con Parigi: Roma evoca molto bene la sua storia millenaria, è una città intrisa di fantasmi. Sono loro che la rendono affascinante. Il fascino di Parigi è un altro: lo spettacolo delle luci, i boulevard, le bellezze architettoniche pulite, restaurate tanto da farle sembrare nuove! Ma la Ville Lumière resta una città fredda: tutto è pulito, perfetto, tirato a lucido ... pochi sono i posti dove possono rifugiarsi gli Spiriti! -
Sarà, ma per la prima volta in vita mia sento elogiare lo sfascio ed il caos dell'Italia; sono forti questi francesi!


Fa freddo a Cabourg e mentre Proust cerca il tempo perduto io, che non ho trovato il grande scrittore, mi rifugio dentro un bistrot semi deserto. I turisti sono pochi ed il freddo gelido scoraggia i più dall'avventurarsi fuori dagli alberghi.
Mi siedo ad un tavolo accanto alla vetrata che dà sulla strada pirincipale.
Ho con me un libro d'un autore italiano. Si tratta d'una scoperta e mi piace talmente che ancora non ho desistito dalla lettura. La piacevole compagnia m'aiuterà ad ingannare l'attesa, stasera sono invitato a cena da degli amici che hanno acquistato casa nella bassa Normandia.
Un leggero trambusto al mio fianco distoglie l'attenzione da un bel capitolo scritto come Dio comanda.
Un marmocchio con dei capelli biondi, tanto vaporosi da sembrare una nuvola scesa dal cielo, prende posto nel tavolo vicino. E' molto bello e deve avere sette od otto anni, più giovane quindi del Tazio di Thomas Mann ma certamente d'eguale beltà.
- Jean, non disturbare il signore. Vieni, siediti ad un altro tavolo. - una donna, la stessa che mi aveva servito il caffè, lo prende per il braccio ma lui si svincola. Un bel caratterino il nostro Jean alias Tazio!
- Mi scusi, signore, le dà fastidio? -
Il capitolo può attendere.
- No, no, affatto. -
- Non ho nessuno a cui affidarlo. Fino a qualche mese fa avevo i miei genitori. La padrona m'ha detto che potevo portare il bambino con me al bistrot, in questa stagione di pomeriggio c'è poca gente! -
Jean ha con sé una cartelletta. Ne tira fuori dei fogli ed una tavolozza di colori per acquarelli.
- Gli piace disegnare ed in particolare dipingere con gli acquerelli. Gliel'insegnò suo nonno. - dice la cameriera che evidentemente deve essere la madre.
- Allora diventerà un novello Giotto! -
La donna mi sorride per cortesia senza capire.
- Giotto ... un pittore italiano che iniziò fin da bambino a mostrare le sue doti. - preciso.
- Ah, capisco ... ma lo sa che deve essere venuto qui a Cabourg l'estate scorsa? -
- Chi, Giotto? -
- Sì, proprio lui! -
- Sarà un altro, quello che conosco io difficilmente lascia l'Italia! -
- Lei è italiano ?
- Certo, non sente l'accento? -
- Credevo che fosse libanese. -
Libanese, questa poi! Perché proprio libanese?
- Vado a prendere una ciotola piena d'acqua per Jean. - dice la donna congedandosi.
Io riprendo la lettura del mio capitolo scritto come Dio comanda.
Il vento gelido, che tanto infastidisce chi s'avventura per le strade del piccolo villaggio, ha reso completamente sgombro il cielo dalle nuvole. I raggi del sole sono liberi di scorrazzare in questo week end d'inverno e d'infiltrarsi ovunque. Protetto dalla larga vetrata del bistrot mi godo il tepore solare mentre il mio gusto estetico si sdilinquisce davanti alle frasi ben tornite dell'autore da poco scoperto, alle locuzioni  dalla sequenza elegante ed al contempo facile da leggere.
- Ti piace? - ... la voce d'un bambino.
Guardo al mio fianco Jean alias Giotto. I suoi piedi non arrivano a toccare il pavimento e dondolano fra le gambe dell'alta sedia.
Anche lui m'osserva con i suoi occhi neri come la pece sotto la nuvola di capelli immacolati.
M'indica il foglio arricciato della sua ultima opera che giace sul tavolo.
Io lo so che non bisogna mai porre la seguente domanda ad un artista figurativo ma se non la si fa ad un bambino questi ci rimane male.
- Cos'è? -
- Questo blu è il cielo ... questa verde è la terra ... questa la casa dei miei nonni e questo sono io. - si vede che è fiero di spiegare ciò che ha disegnato.
- ... e chi sono quei due signori nel cielo? -
- I miei nonni. -
- Ma volano ... -
Mi fa un gesto d'assenso grave con la testa.
- ... sono morti. - precisa, poi.
Non ha un'espressione triste ma seria da vero piccolo uomo.
No, non gli chiedo com'è potuto accadere.
- Capisco ... come si chiamavano? -
- Marc e Geneviève. -
- Ma dove stanno volando? In cielo? -
- No, qui attorno ... loro volano ancora sopra le case di Cabourg. -
Certo, volano qua attorno ...
Non riesco a trattenermi ed accarezzo la nuvola di capelli del piccolo Jean.
Sospiro e guardo fuori, oltre la vetrata.
Sopra un tetto d'ardesia spunta un camino da cui si vede appena uscire un filo di fumo che il vento si porta subito via. Sì, il cielo è blu ... non ho trovato Marcel Proust ma Marc e Geneviève.
Chiudo definitivamente il libro.
Ho altro da fare che leggere il capitolo scritto come Dio comanda ... devo intrattenermi col piccolo Giotto normanno!
- Dammi un foglio ed il pennello che t'insegno a disegnare la testa d'un cavallo. -
Bisogna saperli cercare gli Spiriti ... ed io sono sicuro che in questo momento ce ne sono due che guardano il piccolo Jean e me ... e perché no? Magari sorridono.





venerdì 6 febbraio 2015

Errante, un giorno d'inverno, in rue de Monceau ...



Il cameriere con la faccia da pinolo s'avvicina al tavolo.
- E' pronto? -
- No, no sono pronto. -
Perché dovrei esserlo? Mi sono seduto nella terrasse per rifugiarmi dal freddo di questo mese di febbraio che vuole ricordare ai parigini che la primavera non è così vicina. Il cielo è sgombro di nuvole ed d'un azzurro tanto intenso da ricordare quello di alcuni dipinti di Van Gogh..
Oltre i vetri i passanti camminano frettolosi con i volti lividi per la temperatura resa gelida dal vento che arriva dalla Siberia e che non teme gli embarghi.
Prima d'entrare dentro il ristorante ho sfidato il freddo soffermandomi a leggere la targa che ricorda il cimitero delle millecentodiciannove vittime ghigliottinate tra il 1794 ed il 1795 durante la rivoluzione francese. La ghigliottina era posta sulla Place de la Révolution divenuta poi Place de la Concorde. Adesso su quella terra che ricoprì quei miseri resti ci hanno costruito delle case fin dal tempo di Luigi XVIII.
Gli Spiriti di Parigi, è curioso come io cominci a percepirli dopo dieci anni che ci abito! Solo adesso li sento, io che mi considero un sensitivo!
Dove eravate? Dov'ero in realtà, io?
Cercavo quel posto da giorni, avevo letto l'esistenza del cimitero in una delle mie letture disordinate e caotiche in cui immagazzino informazioni seguendo una logica di pensiero che non ha niente di cartesiano a dispetto della nazione che mi ospita. Le mie letture quantistiche.
Il cimitero fu costituito per mettere i ghigliottinati che ormai non potevano essere più tumulati in quello della Madeleine, semplicemente non c'era più posto per accogliere tutti quei giustiziati! Si chiamò cimitero degli Errancis ... degli Storpi.
In quel luogo furono inumati fra gli altri Robespierre, Danton et Saint-Just. Quest'ultimo aveva solo 26 anni il 28 luglio 1794, giorno della sua esecuzione. Un anno in meno del mio primogenito.
I cadaveri, spogliati di tutti i loro abiti, venivano gettati in fosse comuni che ne ospitavano una dozzina. I corpi erano posti in alternanza giacenti sul dorso o sul ventre. I vuoti di quella macabra composizione erano riempiti con le teste.
All'ingresso di quel luogo vi era una scritta : dormir, enfin ... dormire, finalmente ...
Dieci anni dopo la Francia aveva più che un Re, aveva un Imperatore. 
Strano paese, la Francia.
Il ristorante dove sono seduto si chiama Poenta e Osei, è certamente veneto, quindi italiano. 
Non vado mai nei ristoranti nostrani quando sono all'estero ... forse il freddo, forse il nome che m'intriga ma questa volta ho derogato alla mia regola. 
Però non ho sentito nessuno parlare con la cadenza d'Arlecchino.
S'avvicina una bella ragazza, forse mandata dal cameriere dalla faccia da pinolo.
Mi parla in francese e mi sorride.
- Buongiorno ... ha scelto? -
- No, non ancora ... lei cosa mi consiglia? Ce l'avete veramente Poenta e Osei? -
- Lei è italiano? - me lo chiede usando la lingua praticata nello stivale.
- Sì, siciliano ... e lei? -
- Pugliese ... guardi sul menù ... Poenta e Osei ... vede? C'è! -
- Immagino che si tratti di quaglie. -
- Sì, certo! -
Mi decido a scorrere i piatti riportati sul menù.
- Uhmm ... no, troppo pesante ... mi porti allora Risi e Bisi. -
- Deve aspettare almeno 20 minuti ... -
- Aspetterò non ho fretta! -
- Da bere? -
- Qualcosa di leggero e di rosso. -
- Valpolicella? -
- Sì, un calice e dell'acqua in caraffa. -
Sparisce prima che abbia il tempo di chiederle cosa ci fa una pugliese in un ristorante veneto.
Sorrido: se lo sapessero quelli della Liga Veneta!
Di fronte a me due donne, la cui età è vicina alla mia, parlano in inglese. Una deve essere americana l'altra certamente francese, il suo accento la tradisce.
Faccio finta di non ascoltarle dandomi l'aria distratta di chi è preso dai propri pensieri.
Parlano di televisione o piuttosto di programmazione televisiva. Me le immagino giovani, certamente di sinistra, poco truccate e con l'aria spavalda delle femministe degli anni settanta.
Sì, me le ricordo durante le manifestazioni.
Certe volte gli slogan si mescolavano e la politica si confondeva con la rivoluzione sessuale.


- Col dito, col dito, orgasmo garantito! - gridavano.
Il corteo era contro l'imperialismo americano. Faceva caldo, ricordo.
- Ma che cazzo, c'entra! - esclamò un mio amico romano.
Nessuno commentò vigliaccamente. Le femministe di sinistra era meglio non stuzzicarle!
Ma il mio amico era un ragazzo coraggioso:
- La sega, la sega ... nessuno se la nega! - gridò.
Noi "compagni" cominciammo a ridere e ci fu qualcuno che s'associò allo slogan che in qualche secondo sovrastò quello delle "compagne".
Una, probabilmente la leader, tutta scarmigliata e coperta da una camicetta di lino dentro cui ballonzolavano allegramente due grossi seni, si staccò dal suo gruppo e si posizionò di fronte al mio amico, giusto a qualche centimetro.
- Fascista, fascista di merda! - gli gridò guardandolo dritto negli occhi con sguardo assassino.
Tutti ammutolirono e la tensione si fece tangibile. Le nari del mio amico si dilatarono, segno d'incontestabile rabbia furiosa ... sicuramente, se davanti avesse avuto un "compagno", sarebbero stati già in piena zuffa.
Ma un sagace nostro coetaneo alzò il braccio col pugno chiuso e cadenzò:
- Marx, Lenin ... Mao Tse Tung! -
Tutti i "compagni" lo seguirono nel coro e la squadra degli onanisti si sgolò così tanto che il presidente cinese (all'epoca ancora in vita!) avrebbe ceduto a quei richiami e sarebbe arrivato direttamente da Pechino se non fosse stato male in arnese a causa dei suoi disturbi di salute.
La giovane "compagna" femminista ammansita tornò, anche lei, nei ranghi.


Adesso, care ex-compagne (io con la mia fervida fantasia immagino che lo siano), siamo tutte e tre in un ristorante veneto, gestito da pugliesi, a Parigi. Voi parlate di programmazione televisiva, io vi spio per distrarmi e non pensare alle violenze che gli Spiriti di quei luoghi evocano.
Noi, sessantenni occidentali. Noi che abbiamo vissuto un periodo aureo dove i soli problemi conosciuti sono stati quelli esistenziali ... che abbiamo sofferto per amore ... che non abbiamo conosciuto guerre, se non quelle degli altri ... che abbiamo goduto del benessere ... che abbiamo creduto che Wall Street fosse il nostro Partenone ... che abbiamo tradito Marx, Lenin ... Mao Tse Tung ... che abbiamo sostituito le idee con l'effimero ... che siamo spettatori della caduta del vero Impero Romano d'Occidente.
Noi, seduti al ristorante.
La luce esterna è notevolmente diminuita.
Allungo il collo per meglio vedere attraverso i vetri cos'è successo lassù, nel cielo.
Della nuvolaglia scura ed incazzata ha nascosto l'azzurro intenso come se il clima ne avesse abbastanza d'illudere i parigini.
Altro che primavera! Ve lo faccio vedere io cos'è l'inverno!
Accanto a me un'altra coppia: una donna di colore piuttosto anziana accompagnata da una più giovane ma con la pelle più chiara. Discutono ... le osservo e cerco di capire se c'è una rassomiglianza nei due visi, se c'è parentela. Non ho bisogno di troppo scrutare.
- Oui, mamie. - dice ad un certo punto quella più giovane.
Sì, certo, la signora anziana è sua nonna.
Ancora non ci sono molti clienti, forse è ancora presto.
Il cameriere dalla faccia da pinolo, guarda fuori dalla finestra. Sembra preoccupato per quel cielo minaccioso tanto da fargli perdere quella sua espressione così, così  ... da pinolo, per l'appunto!
Dicono che l'umanità sta vivendo un periodo d'oro, mai conosciuto nella sua storia ... dicono che c'è meno violenza di quanto ce ne sia mai stata. Sembrerebbe che, dati alla mano, sia proprio così! Eppure le immagini che richiamano scene violente sono frequenti e si ha l'impressione che si sia immersi nella violenza. I cento milioni di morti della prima e seconda guerra mondiale non saranno più che un ricordo? Lo spero. Ma le statistiche parlano chiaro: la violenza in questi ultimi decenni uccide percentualmente molto meno di quanto sia accaduto in tutta la storia dell'umanità. Gli specialisti propongono diverse spiegazioni. A me piace pensare che noi siamo come il protagonista di "Arancia Meccanica": sottoposti a visioni di scene di violenza, alla fine la rigettiamo come chi, avendo fatto un'indigestione, rifiuta il cibo che è stato causa dei suoi malesseri.
Fusse che fusse a vorta bona!
- Siciliano di dove? - mi chiede la bella ragazza pugliese mentre posa di fronte a me un calice riempito di vino dal colore scuro, quasi minaccioso.
Ostenta una profonda scollatura che mostra due seni sapientemente resi rotondi e sodi da un moderno schiacciamammelle.
Anche se mi si para davanti provocatrice io non cedo e la guardo fissa negli occhi.
E che diamine! Cosa direbbero le "compagne" se mi sorprendessero nel lubrico sbirciare?
- Sono nato a Caltanissetta, ma sono cresciuto in provincia di Siracusa. Adesso, quando mi reco giù abito a Noto. Conosce? -
Scuote la bella testa in segno di diniego.
- E' conosciuta per lo stile barocco dei suoi palazzi e delle sue chiese.-
- ... come Lecce? -
- Sì, diciamo di sì. -
Se ne va ed io mi appoggio esausto contro lo schienale della sedia! Stavo cedendo ... per fortuna è andata via! Ho i muscoli del collo che mi fanno male per la tensione. No, non ho abbassato lo sguardo.
- Il neige! - dice il cameriere dalla faccia da pinolo.
... e tutti noi ci voltiamo ad osservare, oltre i vetri, i fiocchi di neve che, dispersi da follate di vento, si rincorrono come atomi impazziti.