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lunedì 28 dicembre 2015

L'uomo che correva come i cervi


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Martin era stanco, aveva viaggiato a piedi per tutta la notte.
Il cielo senza nuvole ospitava una Luna tanto splendente da sembrare una lanterna sospesa nel nero della volta.
Il giovane, aiutato dal diafano chiarore, aveva cercato di non perdersi nei sentieri boschivi. Era arrivato a Parigi un giorno prima. Era sopravvissuto alla guerra e non voleva che la sua vita finisse su un patibolo. Se fosse stato riconosciuto disertore non avrebbe avuto scampo. No,  meglio tenersi alla larga dalla grande città.
Dopo tre anni di vicende che necessitavano tre vite per esser raccontate, voleva tornare da dove era partito.


Nel gennaio del 1794, durante una notte fredda era sgusciato dal suo letto e facendo attenzione a non farsi sentire era uscito di casa ben intenzionato a non rivedere il levarsi del nuovo giorno in quel luogo. Era stufo d'essere picchiato dal suo patrigno mentre la madre impietrita per la violenza era incapace di muovere un dito. Lui sapeva che lei provava del rimorso per non essere capace di proteggere il proprio figlio ... ma il terrore le toglieva ogni forza di reazione.
Fuggì dalle mura domestiche l'ultimo giorno del mese Ventoso (*). Ancora quattro decadi (**) ed avrebbe avuto diciassette anni.
Martin voleva andare a Parigi per incontrare Robespierre.
Certamente il grand'uomo l'avrebbe ascoltato e gli avrebbe dato l'autorizzazione per tornare a Saint-Nom près de la Bretesche con dei sanculotti e trarre in arresto il peggiore degli uomini.
Certo, non avrebbe provato un attimo di pietà nel vedere il suo patrigno ghigliottinato!
Camminò con fatica scivolando più volte sulla neve ghiacciata della notte e con i piedi quasi congelati arrivò  alla periferia di Parigi a mattina inoltrata.
Gli sembrò un posto infernale. Tutta quella gente! E quell'odore pungente d'umanità! Ebbe l'impressione d'essere su un altro pianeta e dopo la meraviglia di trovarsi in un luogo così affollato una specie di timore cominciò ad appropriarsi nel suo animo. Era come se nell'aria ci fosse un diffuso sentore di pericolo.
Mentre attraversava una grande strada quasi fu travolto da un gruppo di giovani che correvano in senso inverso. Per poco non cadde in una pozzanghera maleodorante!
- Razza d'incivili! - gli gridò dietro.
- Cittadino, alto là! -
Si voltò e vide venirgli incontro della soldataglia.
Lo circondarono e senza tante spiegazioni lo immobilizzarono.
Lui non si divincolò.
- Cittadini soldati, non sono un nemico della rivoluzione. Sono venuto a cercare Robespierre! -
Attorno a lui alcuni militari presero a sghignazzare.
- Non ti preoccupare, vedrai che lo incontrerai Robespierre! Ma prima devi servire la rivoluzione! Cittadino, sei arruolato nell'esercito della repubblica! - gli disse un omaccione che indossava una divisa da caporale troppo piccola per contenere la sua mole. Il pancione sembrava esplodergli dentro.
Fu così che raggiunse le truppe del generale Massena, e partecipò alla campagna d'Italia.


Martin si sedette su un tronco d'un albero caduto e guardò la luna splendente fra gli spogli rami invernali.
Non doveva essere distante da casa, quei luoghi anche in quelle ore notturne gli sembrarono familiari.
Erano lontani gli anni quando correva nel bosco come un cerbiatto inebriato dalla scoperta d'avere delle gambe agili e scattanti.
Suo padre lo lasciava fare e gli diceva:
- Corri, corri che un giorno ti cresceranno le corna! -
L'uomo era uno dei guardiacaccia della foresta reale.
- Papà, ma quando sarò un cervo tu mi caccerai e mi mangerai! -
- Ma certo che no! ... hai la carne troppo dura tu! Chissà quanto tempo devo metterti a frollare! -
- Smettila, non lo vedi che lo spaventi! - interveniva la madre.
- Ti sto spaventando? - gli chiese il guardacaccia.
- Certo che no! Anche perché se provi a cacciarmi ti prendo a cornate! -
La madre non riuscì a trattenere una risata.
L'uomo se li tirò a sé:
- Sono il guardacaccia più fortunato del mondo: ho una moglie bella come una regina ed un figlio più veloce d'un cervo! -
Sì, erano felici tutti e tre nella casetta ai margini della foresta di Marly e sembrava che niente potesse intaccare l'incantesimo.
Ma ... un giorno, un grosso cinghiale caricò il padre di Martin. Malgrado l'esperienza, l'uomo fu preso alla sprovvista, la bestia lo travolse e, con la zanna, gli tranciò la giugulare.
Dopo solo qualche settimana il capo dei guardiacaccia, un omone che odorava di selvatico e con una testa che sembrava non poggiare sul collo ma direttamente sulle spalle, bussò all'uscio della loro abitazione e chiese la mano della madre di Martin.
I tempi erano piuttosto duri e quella proposta di matrimonio sembrò una manna dal cielo, almeno così gli spiegò sua madre con gli occhi umidi.
Si tennero le mani mentre parlavano uno di fronte all'altra seduti  al tavolo attorno al quale d'abitudine cenavano ogni sera col guardacaccia.
- Fino adesso abbiamo vissuto del lavoro di tuo padre, adesso non abbiamo altre risorse. -
Quella sera s'addormentarono così, con le mani serrate e le teste appoggiate sul piano del tavolo.
L'indomani la donna accettò la proposta e per Martin cominciò un periodo d'umiliazioni e di violenze.
Il capo guardacaccia non tardò a mostrare un'avversione inspiegabile nei confronti del ragazzo e, ben presto, a violenti rimproveri seguirono castighi ingiustificati e bastonature.
Il ragazzo per sfogare il senso d'umiliazione e di frustrazione nel vedere sua madre impotente prese a correre nella foresta.
Lo faceva di nascosto. S'inoltrava nella foresta e correva, correva ...



Il giovane si massaggiò i piedi doloranti dopo essersi sfilato gli stivali.
Era partito nella speranza che la rivoluzione l'avrebbe aiutato a vendicarsi del patrigno ed invece era finito nel Nord dell'Italia ai servizi di Massena e quindi di Napoleone.
In quante battaglie era stato presente? Non se le ricordava neanche tutte.
Fra tutti quei quei giovani arruolati con la forza quel giorno a Parigi lui era il solo sopravvissuto.
Doveva ringraziare la sua corsa da cervo se era ancora vivo.
Poco prima della battaglia di Loano si sparse la voce che il generale Massena cercasse qualcuno che corresse come il vento per chiedere manforte al generale Schérer. Martin si offerse volontario. D'allora divenne la staffetta fidata di Massena e, questo suo compito gli consentì d'evitare molti cruenti combattimenti.
Il tempo sembrava che non passasse più alla stessa maniera, era come se corresse anche lui come un cervo, sempre più veloce.
Martin svolgeva il suo compito di staffetta mentre accanto a lui c'era l'inferno ... il boato dei cannoni, il crepitare dei fucili, il fischiare dei proiettili, le urla, il rullare dei tamburi, le grida dei feriti, le distese di cadaveri, il fango, la pioggia, il freddo, il caldo afoso ... ma lui correva, saltava gli ostacoli, scansava le buche e non si curava d'altro.
Ormai sua madre e la foresta di Marly sembravano lontane.
- Forse è meglio che io non ci sia più in casa. Il mio patrigno non mi voleva fra i piedi, era geloso di me. Mia madre adesso vive certamente più tranquilla. Ormai l'esercito è la mia famiglia e mia madre sarà più serena. -
Dopo la battaglia di Rivoli in cui rischiò d'essere ucciso perché fu preso di mira da una pattuglia austriaca in perlustrazione, la sua divisione fu trasferita un po' più ad oriente. L'accampamento fu innalzato nei pressi d'un villaggio che si chiamava Casarsa.
Una sera, mentre insieme ad altri commilitoni si riscaldava al fuoco d'un falò, si sentì chiamare.
- Martin. Martin sei tu quello che viene da Saint-Nom? Quello che corre come un cervo? -
Il figlio del guardacaccia, che dopo tre anni al servizio della repubblica era considerato uno dei più validi e rispettati veterani, si voltò per individuare nell'oscurità da dove provenisse quella voce.
A qualche metro da lui illuminato dal chiarore delle fiamme notò il profilo d'un soldato. Dal suo comportamento impacciato intuì che si trattava d'una recluta.
- Chi sei? - chiese brusco.
- Antoine. Non mi riconosci? Sono cresciuto. Mio padre era guardacaccia come il tuo. Credevamo tutti che tu fossi stato vittima della rivoluzione a Parigi! -
Sì, Martin lo riconobbe. La recluta che aveva di fronte era più giovane di lui d'almeno quattro anni. La memoria gli riportò l'immagine d'un ragazzetto che giocava con gli altri monelli usando dei pezzi di legno a mo' di spade.
Fece scansare un soldato che era accanto a lui.
- Vieni qui, siediti a fianco a me, che ti scaldi. -
La recluta si sedette, grata per quell'invito e rimase in silenzio. Non parlarono ma entrambi guardarono le fiamme agitarsi come se volessero liberarsi dal legno incandescente e disperdersi nel buio della notte.
- Hai notizie di mia madre? - chiese il veterano.
- Sta bene. Ha sofferto molto quando tu sparisti ... adesso è ancora vedova, il tuo patrigno è morto. E' stato ucciso, forse qualche bracconiere! -
Martin, in quel momento, decise che avrebbe disertato.


Il veterano della campagna d'Italia si rimise gli stivali.
La sua casa non era lontana. Avrebbe aspettato la mattina per presentarsi alla madre. Non voleva spaventarla bussando all'uscio di notte.
Si sarebbe avvicinato ed avrebbe aspettato di vedere il fumo uscire dal camino prima di battere alla porta.
Si alzò.
Voleva incamminarsi ma ristette, qualcosa gli suggerì che non doveva muoversi.
Sentiva una presenza non lontano da lui.
Girò lentamente la testa.
Un cervo adulto lo stava osservando.
Il giovane ebbe l'impressione che quello sguardo non celasse curiosità e che l'animale gli lanciasse una sfida.
Lasciò cadere il suo fardello e prima che toccasse terra ... fu un attimo ... scattò in avanti verso il cervo.
L'animale scartò e cominciò la sua corsa.
Corri, corri Martin che lo raggiungi ...


Guardo la Spiritessa seduta su un tronco abbattuto di fronte a me.
- Come le ho promesso ecco il primo racconto! - mi dice sorridendomi.
- Grazie ... me ne proporrà altri? -
- Certo, quando mi verrà a trovare ... dopo i suoi viaggi in Sicilia. -
- Non mancherò, magari gliene proporrò qualcuno anch'io ... che ne dice? -
- Sicuramente ... sono curiosa. -
Si alza dal tronco e si dirige verso la sua giumenta. Fra poco svanirà, lo so.
- ... e cosa è successo dopo a Martin? - chiedo.
- Ha continuato a correre ... quando ha finito la sua vita da umano anche lui è diventato Spirito. Corre nella foresta, adesso! Lui non si ferma mai a parlare con gli umani. Ha preso la sembianza d'un cervo. Ha le corna come gli aveva predetto suo padre. -
- Peccato, mi sarebbe piaciuto incontrarlo. Ho l'impressione che sia un tipo simpatico. -
- A la prochaine. - mi dice Louise mentre è già in groppa di Cunegonde.
- A la prochaine. - le rispondo ma la Spiritessa sta già dissolvendosi.


(*) Il diciannove gennaio per il calendario della rivoluzione francese
(**) A seguito della rivoluzione le settimane erano diventate decadi cioè composte da dieci giorni anziché sette.



lunedì 14 dicembre 2015

Louise de Montmorency

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- Insomma, l'hanno tirata giù da cavallo ... poi, violentata ed uccisa. -
- Sì, precisamente. - mi dice l'amazzone che ho difronte a me.
Siamo seduti l'uno di fronte l'altra sulla radura che s'estende in un avvallamento del bosco di Marly. Le foglie accumulate sulla nuda terra ci fanno da cuscino
La guardo incapace di dire una parola.
Faccio un lungo sospiro e le indirizzo il mio sguardo più desolato.
Non riesco neanche ad immaginarmi una scena dove si violenta una persona inerme.
La mia esperienza umana è troppo limitata. Non ho vissuto in luoghi dove la brutalità è all'ordine del giorno ... no, non ho conosciuto la vera violenza. Sì, certo sono un privilegiato.
Mi dico però che se la mia aspirazione è raccontare storie, come posso farlo rimanendo nei confini di una parte del mondo "sicuro" senza aver visto od osservato quello "vero"?
Sì, da giovane avrei voluto fare il reporter, nelle zone di guerra, nei paesi a rischio ... invece, sono qua nel bosco di Marly a parlare con una Spiritessa.
- Per favore, non m'indirizzi quello sguardo di compatimento! - mi dice la Spiritessa.
- Ecco ... vede ... non so trovare le parole ... lei ha subito una violenza fra le più brutali e qualsiasi mia parola mi sembra fuori luogo, non commisurata ai fatti che l'hanno colpita e di cui è stata vittima! -
La Spiritessa accenna appena un sorriso.
- Cosa vuole? E' passato così tanto tempo, ormai. Anch'io ho dei ricordi confusi, sa?  Ricordo solo che ero terrorizzata. -
- Lo sa che ancora non mi ha detto come si chiama? -
- Louise de Montmorency. -
- Nobile? -
- Io, sì ... mio marito no. -
- Mio padre mi diede in sposa per non farsi portar via la terra ... gli piaceva giocare a carte ed alla corte di Versailles il gioco d'azzardo anche se proibito era molto diffuso ... comunque fu mio marito che mi fece uccidere ... i violentatori furono mandati da lui. Fu tutta una messinscena, anche il cavallo rubato e poi mangiato ... -
- Non capisco, perché tutto ciò? -
Anche questa volta la Spiritessa sorrise, ma questa volta per nascondere la propria amarezza.
- Erano gli anni della rivoluzione francese, essere sposato ad una nobile poteva rappresentare un rischio. All'epoca si andava molto per le spicce: ti accusavano di tradimento nei confronti della rivoluzione, t'imprigionavano, ti tagliavano la testa e ti requisivano i beni! -
- Capisco ... -
- Lei capisce il comportamento di mio marito? -
- Mio Dio, per carità! No ... è solo un intercalare, un modo di dire giusto per far comprendere che ho capito il contesto ... che tempi! -
Louise prosegue:
- In effetti senza moglie lui pensava che nessuno sarebbe venuto a cercarlo ed organizzò l'agguato. Un assassinio ad opera di balordi. Ed invece ... -
- Ed invece ... -
- Lo vennero a prendere e lo accusarono di spalleggiare i nobili, addirittura, dissero, che finanziava i controrivoluzionari. Beh, alla fine gli tagliarono la testa ... e le sue terre andarono alla Rivoluzione! -
La Spiritessa allargò le braccia in modo plateale ed il suo volto prese un'espressione ironica.
- Ah bene! Finalmente una storia che finisce con delle conseguenze negative per chi agisce male! Un bel figlio 'ndrocchia, vostro marito! -
- Cosa? Figlio ... -
- Uhm, niente, niente ... è un insulto napoletano! -
- Ma lei non è siciliano? -
- Sì, ecco ... diciamo che sono poliglotta! Ma se lei era ... defunta come seppe del proseguo della storia? -
- Me l'hanno detto dei miei amici Spiriti che gironzolano a Place de la Concorde ... da quelle parti di Spiriti ce ne sono a bizzeffe! -
- Capisco. -
- Bravo! Meno male che capisce! -
Ridiamo entrambi.
Poco lontano il destriero di Louise colla zampa anteriore scompone il manto di foglie morte alla ricerca di qualcosa da brucare. Certo, anche lui è uno Spirito.
- Come si chiama? - chiedo.
- Cunegonde. E' la miglior cavalla che abbia mai avuto. Ho sempre amato cavalcare. Seguivo mio padre nelle battute di caccia ed ho passato la mia fanciullezza nelle scuderie. Tutti erano a conoscenza della mia passione. Solo le intemperie potevano fermarmi, altrimenti ogni giorno facevo la mia cavalcata nei boschi. La mia passione mi è stata fatale. -
Beh, certo, l'avete capito che io con gli Spiriti ci sto bene? Non è la prima volta che ve ne parlo. 
Però come faccia ad entrare in contatto con loro e cosa li spinga a venire verso di me, proprio non lo so! Un vero mistero!
- Perché ha deciso di manifestarsi con me? -
- Il caso ... io non ho deciso niente ... la guardavo da sopra l'avvallamento ed ho notato che anche lei mi osservava vedendomi ... tutto qui! Per questo le ho rivolto la parola. -
- Insomma è come se avessi un dono! -
- Perché dice ciò? Ha già incontrato altri Spiriti? -
Ha lo sguardo divertito.
- Sì, in Sicilia. Ma da quelli parti ... parlano poco ... i suoi colleghi comunicano con me attraverso una sorta di telepatia. -
- Ah sì? ... e come sono gli Spiriti in Sicilia? -
- Hanno un'aria un po' più austera ... ad essere sincero mi sembra che si diano un sacco d'arie con tutte le loro storie che rimontano agli antichi Greci ed ancor prima! ... ma in generale sono delle brave persone ... ehm, volevo dire Spiriti. -
- Di cosa parlate? -
- ... di storie. Mi raccontano storie ... ne hanno tante! -
Poi, senza alcuna spiegazione, qualcosa dentro di me mi fa dire:
- Lo sa che lei ha un bellissimo volto? -
Provo a guardare nel profondo dei suoi occhi l'effetto che può fare quella mia frase così estemporanea.
All'improvviso Louise si alza.
- Devo andare. - annuncia.
La vedo allontanarsi ... no, non vorrei che se ne andasse.
- Non può restare? ... le racconto delle storie siciliane. -
La nobildonna, dandomi le spalle mentre s'avvicina alla sua cavalla, mi fa segno di "no" col dito. 
- Ci vedremo? - chiedo.
- Sì, certo. Anch'io le racconterò delle storie. -
Monta in groppa a Cunegonde.
Abbasso la testa e m'ostino a guardare le foglie morte, non voglio vederla dissolversi.
Ma ci si può invaghire d'una Spiritessa?

sabato 5 dicembre 2015

Le bois de Marly-le-Roi


Cammino su un sentiero tappezzato da foglie di querce.
Nell'aria l'odore della putrescenza autunnale è appena percettibile ma presente. Mi piace il profumo delle foglie morte.
Procedo con passo calmo e rispettoso come se mi trovassi dentro una chiesa gotica. Gli alti fusti degli alberi si alzano dritti e possenti ed i contorti rami sembrano sostenere un cielo plumbeo, non più nascosto dal fogliame.
Cammino ed ascolto i miei passi. M'arresto e mi accorgo che in quel luogo anche il silenzio ha un suono.
Gli eventi del mondo qui non possono entrarci. 
Un bosco incantato? Forse.
Io mi c'inoltro durante la settimana quando gli abituali frequentatori sono a lavorare ... no, io non lavoro più e non so se lavorerò ancora.
Una sottile ansia m'assale. Respiro profondamente lasciando che il profumo delle foglie morte mi stordisca.
Osservo le alte querce secolari.
Una volta venivano piantate per ricavarne gli alti alberi dei velieri. Ma adesso sono rimaste a far bella mostra di sé ed alcune, anche se centenarie, ostentano possanza e forza. Ne hanno ben diritto visto che hanno resistito alla tempesta del 1999!
Ho molto rispetto per gli alberi, ne ho sempre avuto.
Come sono diversi questi rispetto a quelli che trovo nella mia Sicilia, sono maestosi, quasi superbi!
Gli ulivi ed i carrubi, invece, hanno i tronchi più sofferti, tozzi. Sono alberi umili sotto cui ci si riposa e si cerca riparo dall'aggressione solare nelle giornate di canicola. Le alte querce ed i possenti castagni hanno un aspetto più regale. Ma certo, quella foresta era appartenuta al re ed era il suo terreno di caccia!
Ogni tanto per evitare d'infangarmi i piedi cammino ai margini dei sentieri, non voglio insozzarmi le scarpe.
Sì, camminare fa bene ... ed in questa foresta, che io voglio credere incantata, ancor meglio.
Adesso scendo in un avvallamento ... ce ne sono diversi che si susseguono uno dopo all'altro: che cuccagna, mi piace salire e scendere!
Cerco le discese per il piacere delle risalite ed il leggero affanno che mi procurano. Sento che il mio corpo ha bisogno d'affaticarsi di riprendere a stancarsi ... ha passato troppi anni ad intorpidirsi dietro ad una scrivania.
Non vorrei che la mia passeggiata finisca, vorrei rimanere sempre sotto quelle volte gotiche e dimenticarmi di ciò che odio di più in questo momento: l'ipocrisia.
Come si potrebbe amarla?
Dietro il conformismo proliferano le miserie di questo mondo anzi e si nascondono la cupidigia, l'ambizione, la mancanza di scrupoli, veri carburanti che alimentano la società che viviamo. Sono loro i responsabili di tutto ciò che ci angoscia: le crisi economiche, le guerre, il terrorismo.
- Il nostro comportamento e l'inebriamento dell'effimero da cui siamo ormai dipendenti sono all'origine degli eventi tragici che viviamo. Diciamo che vogliamo difendere dei valori, ma quali? Il consumismo, la ricerca di bisogni vuoti ed artificiali. - dissi un giorno a Catherine - E' curioso ma riceviamo un'educazione che c'indottrina sulle etiche di comportamento, ma questi insegnamenti vengono regolarmente disattesi nella vita di tutti i giorni. Quante volte uomini decisamente immorali e affrancati da una qualsiasi etica sono approdati al successo e s'è lasciato che ci governassero! -
- Ma tu sei troppo dogmatico ... se tu condanni il nostro sistema (soprattutto quello economico), dimmi tu come tutto potrebbe funzionare? Come progredire? - mi disse la mia amica.
Non risposi, perché non avevo una risposta e non l'ho neanche adesso.
Guardando il bicchiere di birra imperlato da goccioline d'acqua rilanciai le mie perplessità.
- Ma ci sarà ben un sistema dove il funzionamento del mondo è regolato dalle qualità dell'umanità e non dai difetti? Nella nostra società sfruttiamo i vizi dell'uomo e cerchiamo d'organizzarli nella presunzione che non escano da certi limiti. Il nostro sistema sociale è come una centrale nucleare. Noi c'illudiamo di voler  controllare qualcosa di spaventoso e terribilmente pericoloso applicando procedure e protocolli di sicurezza per evitare disastri ma ciò non toglie che si siano prodotti catastrofi come Chernobyl o delle Fukushima! -
Catherine alzò il bicchiere:
- Ad Italo, il poeta dell'Apocalisse! -
Non sono un poeta, cazzo!
Inizio a fischiettare "Beyond the sea" ... lo so, la canzone originaria era di Charles Trenet e s'intitolava "la Mer", ma io preferisco la versione inglese.
Lascio che il motivo risuoni dentro la testa ed improvviso qualche passo di danza ... op, op, op ... smetto di fischiare ed inizio a cantare  ... "somewhere beyond the sea, somewhere waiting for me, my lover stand on golden sand, and watches the ships that go sailing" ... poi non conoscendo il seguito, m'invento le parole.
Ma perché una canzone che evoca il mare nel bel mezzo d'una foresta nell'entroterra francese?
Cosa volete che ne sappia?
Continuo a fare dei passi di danza e non m'arresto neanche quando vedo scendere da un declivio una mezza dozzina di donne che si muovono ondeggiando leggiadre e che mi vengono incontro.
Avanzano seguendo il ritmo della musica.
Chi sono?
Sembrano venute da lontano nel tempo e, come delle divinità silvane, vestono una tunica lunga che giunge fino ai piedi nudi.
Sì, il bosco è magico!
Mi sento felice, continuo a cantare lo stesso motivo ed a danzare. 
Se ci fosse qui Catherine danzerei con lei e le direi:
- Non sono un poeta ... ma non avrei mai voluto crescere. Sì, proprio come Peter Pan! -
Le divinità boschive mi circondano e flessuose danzano e m'indirizzano un sorriso appena accennato come quello della Gioconda.
E' possibile che l'odore delle foglie morte mi abbia drogato? 
Sorrido dentro di me. 
Non importa ... no, non m'importa! ... ed io danzo, danzo e canto.
Allucinazioni?
Sì, certamente.
Il fruscio del fogliame stropicciato attira la mia attenzione smetto di cantare e di danzare.
Le vestali non ci sono più, svanite.
Mi trovo solo nella radura al centro d'un piccolo anfiteatro naturale sulla cui cresta un'amazzone che monta un cavallo bigio m'osserva divertita.
Sorride e poi comincia ad applaudire:
- Bravo, bravo ... - dice.
La guardo per nulla imbarazzato mentre scende verso di me.
Mi pizzico la mano. No, questa volta non è un allucinazione: l'amazzone è reale.
- Sa, lei non è il primo che vedo ballare in questo punto del bosco. In questo avvallamento la gente si lascia andare. - mi dice guardandomi dall'alto del suo destriero.
- Lei, passa spesso da qui? - domando.
- Quasi ogni giorno ... da duecentoventitre anni! -
Sì, certo, allucinazioni o forse uno scherzo.Tanto vale stare al gioco e non lasciarsi impressionare.
- Caspita, duecentoventitre anni! ... e come mai? -
- ... da quando fui assalita da vagabondi che mi uccisero per rubarmi e mangiare il mio cavallo. -
- ... eh già, tempi duri, quelli! -
Osservo meglio il suo volto: è un ovale quasi perfetto. La pelle chiara sembra d'alabastro bianco, gli occhi azzurri sotto delle spesse sopracciglia bionde sprigionano uno sguardo severo, lontanamente triste.
- Perché, porta il casco d'equitazione? Non penso che non si calzassero ai tempi della rivoluzione francese ... beh, neanche il resto dei suoi indumenti. Da com'è vestita sembra uscire da un concorso di dressage! -
- Anche se sono uno Spirito, rimango donna ed a me piace seguire la moda ... eppoi cavalcare in gonna non è molto pratico! -
- Ah certo, lei è uno Spirito ... una Spiritessa! -
Anche lei, m'osserva.
- Da dove viene? La sua pronuncia non è francese. -
- Sono siciliano. -
- Ah come il conte di Cagliostro! L'ho conosciuto, lui e quella gentildonna di sua moglie Lorenza! Che ci fa uno come lei qui? -
Non riesco a risponderle subito.
- Non so ... è che sono confuso ... non so cosa fare. Il mondo è sempre preso da un vortice di follia, i miei amici più cari muoiono, ho perso il lavoro ... sto diventando vecchio ma io sento ancora tanta energia dentro di me ... ma non so cosa fare, mi sembra che sia troppo tardi per cominciare qualsiasi cosa. -
- Ed allora venga, venga ancora qui ... magari discuteremo. Sa, parlare aiuta ... e se vuole danzare e cantare potrà farlo liberamente. Le ninfe del bosco verranno a tenerle compagnia ... e magari le tolgono un po' di pessimismo. Lei potrebbe essere un uomo charmant solamente se sorridesse di più! Lei lo sa? -
- Sì, ... cioè no. Ecco, non so ... -
- D'accordo, lei non sa ... non sa proprio niente lei! ... comunque mi ascolti: torni, torni da queste parti ... magari ci facciamo delle chiacchierate e perché no? Delle risate. Adesso non posso devo andare ... torni, ma cerchi di stare allegro! -
Con un impercettibile tocco degli speroni il destriero si muove sbuffando.
S'allontanano.
Osservo il tergo della cavalcatura ondeggiare mentre gli zoccoli producono un suono attutito dalla coltre di foglie.
La loro immagine all'inizio si sfoca poi diventa trasparente e, come se i loro atomi si disperdessero nell'aria, svanisce.
Torna il silenzio.
Io alzo gli occhi sulla sommità dell'avvallamento e comincio a risalire.
Sì, proprio così: ... le discese ardite e le risalite ....

giovedì 3 dicembre 2015

In morte di Lara ... una vera ...



http://laradelduca-scrive.blogspot.ch/2015/12/hoka-hey.html


Condivido, sì condivido come si usa fare in quel di Facebook … condivido con tutti coloro che mi leggono e, nel contempo, segnalo questo link a tutti quelli che hanno fretta di definirsi scrittori e che hanno bisogno d’un editor per sentirsi sicuri, a chi scrive per vanità e non per necessità d’espressione, agli scribacchini che corteggiano gli editori.
Stanotte Lara Del Duca ha voluto lasciarci uccidendo il corpo che l’ospitava, quello di Antonella Agostinelli. Un corpo che soffriva e che era dilaniato ingiustamente dalla malattia.
Lara la scrittrice … una vera.
La incontrai sul web, quasi due anni fa, e mi onorò della sua amicizia. M’accorsi subito della distanza che ci separava. Di fronte a lei mi son sempre sentito Salieri che scompariva all’ombra di Mozart, uno scalpellino che non poteva rivaleggiare con Benvenuto Cellini.
Eppure lei leggeva i miei racconti. Quando mi concedeva un “mi piace” sapevo che lo faceva per cortesia, quando, invece, gradiva veramente le mie storie me lo dimostrava con frasi lusinghiere e motivanti. Donna generosa la Lara/Antonella!
Ben presto, mi sono accorto che scrivevo per lei … per attendere un segnale che rivelasse il suo passaggio sul mio blog. Mi leggeva immobilizzata sul letto mentre la malattia la rosicchiava dentro. Una puttana di malattia, la sclerosi multipla!
Queste sono le sue ultime righe scritte, come al solito, con maestria … da vera giocoliera della scrittura.
La lettura del suo ultimo pezzo necessita coraggio, lo stesso dimostrato dalla scrivente che, malgrado la sofferenza, ha voluto ancora confrontarsi con la scrittura.
Lara era (è) una vestale dello scrivere, bisogna portarle rispetto … e quello che leggerete è il suo testamento morale colmo di etica, coraggio, umanità e tanta finale umiltà.
Nei primi giorni di settembre di quest’anno mi recai a Faenza e mi sedetti al capezzale di Antonella Agostini. In quell’occasione Lara mi chiese se volevo aiutarla nel suo progetto finale. Io le risposi di no, forse per vigliaccheria, forse perché egoisticamente non volevo privarmi della mia lettrice preferita … adesso ne provo rimorso, tanto.
No, non mi dimostrai tuo amico … gli amici si rivelano nel momento del bisogno ed io mi negai.
Ti ho tradito Lara … c’incontreremo sotto il grande ulivo, dove ci siamo dati appuntamento. Saremo uno di fronte all’altro e guardandoti negli occhi cercherò di capire se mi hai perdonato. Non avremo più bisogno di scrivere in quel frangente. No, non più …
La scrittura sarà lontana, dietro di noi.

Signori e Signore, ecco Laura Del Duca! Una vera scrittrice … 

http://laradelduca-scrive.blogspot.ch/2015/12/hoka-hey.html

giovedì 12 novembre 2015

Fiorella

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I nastri della poseidonia morta sulla battigia gli sembrano delle lunghe piume nere.
Sì, Lorenzo se la ricorda la posidonia sul fondo del mare ... se la ricorda salutarlo fluttuando quando s'immergeva silenzioso per non disturbare i pesci.
Sì, ricorda del suo fisico che gli permetteva di compiere imprese che adesso non può più permettersi d'emulare.
Sì, ricorda di quando trascorreva mattinate intere insieme con i ragazzi tunisini a Cap Bon. Stanavano cernie a venti metri. Restavano in apnea per due minuti e più, facendo su e giù per ore come se l'ossigeno si trovasse nel fondo del mare e non nell'aria.
Sì, ricorda di quando alzandosi presto la mattina, nuotava lungo la costa riconoscendo tutti gli anfratti e le asperità del fondo.
Lorenzo ricorda ...
Il vento gli scompiglia i capelli riconoscendolo come un vecchio amico, assente da anni.
Le onde si gonfiano in prossimità della riva proprio dove il fondo si rialza dalle profondità marine.
Lorenzo sorride:
- Sembrano bigodini che si srotolano. -
S'inoltra verso il sentiero che lo porta alla riserva di Vendicari lasciandosi dietro alle spalle la spiaggia di San lorenzo ... lo ha sempre attirato quel luogo con cui condivideva il nome.
Quel litorale una volta deserto e non soffocato da case era la sua spiaggia.
L'aria odora di salsedine e la tramontana, che vaporizza gli spruzzi del mare, adesso gli rinfresca il volto.
Le giornate sono ancora tiepide nonostante che si sia in autunno inoltrato. Fa caldo sotto il sole.
Cammina fra le rocce piatte semicoperte dalla sabbia.
L'uomo s'avvicina ad una povera statua in pietra calcarea. Rappresenta un giovane dalle fattezze mediterranee con le braccia conserte. La statua guarda in basso davanti a sé, pensosa e meditabonda.
Sotto, un cartello ricorda gli annegati che avevano tentato d'approdare su quei lidi dopo aver attraversato su una carretta del mare il Mediterraneo. Era il 2007, sul finire d'ottobre.
Resta lì meditabondo non pensa a quei poveretti ma a se stesso.
- Presto me ne andrò anch'io. Fra breve ... ti dicono che hai una schifezza dentro di te che ti sta rosicchiando facendoti a poco a poco morire, ma tu non la senti. Ti sembra d'essere in forma ed invece piano, piano ... ti spegni. -
Riprende a camminare.
Percorre uno sperone roccioso. Il vento s'è fatto più sostenuto.
Si rifugia in un anfratto. Da lì può osservare il mare senza farsi importunare dall'impetuosa tramontana.
Si siede ed appoggia la schiena contro una roccia d'arenaria.
No, la sabbia non è troppo umida.
A qualche centinaio di metri un aquilone fa sfrecciare un surfista sul pelo dell'acqua.
Lorenzo prova un po' d'invidia, se fosse più giovane ci proverebbe. Certo che ci proverebbe! ... se fosse più giovane.
Il rumore della risacca un po' lo stordisce, sente le palpebre pesanti. Anzi, le sente chiudersi.
Ad un tratto, poco lontano fra le onde che ruzzolano prima di morire sulla spiaggia, intravede qualcosa.
Una testa?!
L'uomo si alza.
Ma quello è un corpo!
Il pensiero gli va ai diciassette annegati del 2007.
Dio Santo!
Corre verso la battigia.
No, il corpo si muove e non si fa sopraffare dai marosi, anzi sembra fluttuare senza difficoltà.
Ma chi sarà?
Una donna? ... sì, sembra una donna dai capelli biondi. Una straniera?
Ben presto è a riva.
Si leva dai flutti e gli viene incontro. Il suo incedere è sicuro, quasi marziale.
Una tunica bianca le aderisce sul corpo bagnato e ne tradisce le forme quasi scultoree.
La donna lo guarda e sembra sorridergli mentre s'avvicina. Arresta il suo incedere a meno d'un metro da Lorenzo.
- Ciao. -
- Buon giorno ... non ha freddo? Con questo vento! -
- No, va bene ... anzi trovo che faccia caldo per il mese di novembre. -
- Sì, in effetti ... italiana? -
- Sì, anche italiana. -
Lorenzo osserva quel volto, gli ricorda qualcosa ... qualcuno lontano nel tempo.
La donna gli prende la mano e l'accompagna a ridosso della roccia dove era seduto poco prima.
E' giovane, sembra quasi una ragazzina.
L'uomo è smarrito.
- Ma non ti ricordi di me? - dice lei. Sembra leggergli nella mente.
... ...
- Sono Fiorella, ti sei scordato di me? -
La giovane si siede sulla sabbia e con una leggera pressione l'invita a fare lo stesso.
- Andavamo al liceo assieme ... tu facevi il quinto ginnasio ed io ero alla terza liceo. -
Sì, ora ricorda. Era stato innamorato di lei.


Abitavano nello stessa strada e lui, quando gli orari coincidevano, le si affiancava lungo il percorso che li portava al liceo a Milano. La faceva ridere raccontandole amenità.
La mattina presto l'aspettava per prendere il lungo autobus blu che partendo da San Donato Milanese depositava gli studenti a Porta Romana. Ricorda che faceva freddo, un freddo terribile. E la nebbia? Mamma mia, quanta nebbia! Era terribile quella gelida coltre che l'avvolgeva.
Veniva dalla Sicilia ed era abituato ad avere sopra la testa il cielo non quel manto latteo, quasi un sudario. Ma quando incontrava Fiorella il clima perdeva importanza. Poteva anche arrivare una subitanea glaciazione ma lui non se ne sarebbe neanche accorto.
Un giorno, lei gli disse che aveva un ragazzo che abitava a Roma, si chiamava Tommy. A lui parve che all'improvviso la nebbia gli stesse entrando dentro ... ma la sensazione durò poco.
Roma era lontana.
Continuò ad accompagnarla nei tragitti fra casa ed il liceo.
L'inverno finalmente fu espugnato dalla primavera sul finire di marzo.
- Oggi non vado al liceo. - le disse quando scesero dall'autobus.
- Dove vai? -
- Vado alla Stazione Centrale. Tommy arriva in treno da Roma. -
Lorenzo deglutì e la saliva gli sembrò piombo.
- T'accompagno. Non ho voglia d'andare a farmi cinque ore di lezioni con questo sole. Scenderò prima della Stazione Centrale, ai bastioni di Porta Venezia. -
- E che ci fai a Porta Venezia? -
Lui non trovò di meglio da dire:
- Vado allo zoo. -
Dentro il tram si sedettero l'uno a fianco dell'altra ed i raggi del sole li riscaldarono. Il mezzo li dondolava sferragliando fra una fermata e l'altra.
Lorenzo osservò il volto di Fiorella. Poi notò una mano della ragazza appoggiata sulla panca di legno non lontano dalla sua.
Chiuse gli occhi temendo una reazione mentre con le dita sfiorava quelle della ragazza. Fiorella non mosse la mano. Rimasero così, in silenzio, fino alla fermata di Porta Venezia.


- Sì, mi ricordo di te. Molto bene, adesso. -
Lei gli sorrise, compiaciuta.
- Ma come hai fatto a restare così giovane? - Lorenzo cerca sul suo volto i segni d'un possibile intervento chirurgico.
- Noi sirene restiamo sempre giovani. -
L'uomo rimase silenzioso ed assunse un aria interdetta. Che sia uno scherzo?
Lei risponde al suo pensiero.
- No, non è uno scherzo ... quando ero un'umana non sono mai stata un fenomeno nel nuotare. Un giorno (ormai abitavo a Roma per vivere col mio moroso dell'epoca) durante una vacanza caddi malamente in acqua da una barca a vela ... stavo annegando quando dentro di me una voce mi disse che ero stata prescelta e che ero destinata a diventare una sirena. Ed eccomi qui ... ad incontrare il mio amichetto di gioventù ... il mio tenero Lorenzo! -
L'uomo la guarda con aria grave ma dentro è come se avesse una bufera.
- Come posso credere ad una storia del genere? -
- Come vuoi! Ma quante persone sanno che noi ci siamo conosciuti da ragazzi? Tu ne hai parlato a qualcuno? ... io lo sapevo che eri innamorato di me, ma io stavo con Tommy e tu per me eri troppo giovane! -
Lorenzo sorride distogliendo lo sguardo da Fiorella.
Anche la sirena sorride.
- Buffa la vita, no? -
- Sì, certo, buffa ... - ripete lui.
- ... ho sempre avuto paura d'essere crudele con te! Tu eri talmente giovane, mi parlavi sempre della Sicilia. Ma ero sicura che dopo la mia partenza tu mi avresti ben presto dimenticata ... ero solo un infatuazione giovanile. -
Lui guarda ancora ostinatamente verso il mare osservando le onde.
Il surfista ormai è diventato più temerario e tenta dei salti facendosi trascinare dal suo aquilone.
- No, non ti ho dimenticata ... anzi ti ho cercata nelle donne che ho incontrato ... inutilmente. Lo so sembra banale e talmente ... -
- ... falso. Ma se non mi hai neanche riconosciuta quando di siamo incontrati! - la voce pacata della sirena non riesce a nascondere un leggero rimprovero.
- Sono passati cinquant'anni, Fiorella ... come potevo ricordare le tue fattezze? Dentro di me sono rimasti il colore dei tuoi biondi capelli, lo sguardo dei tuoi occhi azzurri come questo mare e la pelle pallida come la Luna ma che si colora di rosa al minimo cambio di temperatura ... eppoi il tuo carattere schietto, la tua risata ... ecco, io mi sentivo sereno con te e dimenticavo anche la Sicilia! -
- Ah, Lorenzo ... sei sempre tu, non sei cambiato ... dentro. -
- Beh, comunque sono di sicuro più giovane di Tommy! -
Ridono adesso, tutti e due.
- Ma cosa fa tutto il giorno una sirena? -
- Di tutto e di più. Cosa credi? Siamo poche, ma ci diamo da fare. Bisognerebbe essere un esercito per tenere pulito il Mediterraneo. Portiamo a riva l'immondizia che è gettata a mare, quando arriviamo in tempo liberiamo i pesci dalle reti dei pescatori ... portiamo a riva gli annegati. -
- Ma non mi dire! -
- Sì, sì siamo noi ... sapessi che pena! Ogni anno ce ne sono sempre di più! Scendono sul fondo con le braccia aperte come se volessero abbracciare per l'ultima volta la vita che se ne va. I bambini sono quelli che m'intristiscono di più! -
Entrambi non parlano più.
L'uomo ad un tratto rompe il silenzio nella speranza d'allontanare l'angoscia:
- Ma non dovresti avere una coda di pesce al posto delle gambe? -
- Un giorno, forse un giorno. Devono passare dei secoli prima che la metà del corpo possa diventare una pinna. Le più vecchie fra noi l'hanno e dopo qualche secolo alla fine si diventa un pesce. -
- Ah, capisco. Ma è vero che le sirene hanno incontrato Ulisse? -
- Certo ... ma quelle ormai nessuno le conosce più, hanno completato la trasformazione sono diventate dei pesci. -
Poi Lorenzo dice:
- In effetti ... non è corretto dirti che non ti ho trovato ... ho trovato qualcuna che ti corrisponde. E' della nostra generazione ma è una umana, come me ... ha tutto di te ... ero contento. Anzi sono contento d'averla trovata. Mi fa sentire sereno, mi trasmette un senso di completezza. Dopo averla incontrata ho capito che la mia ricerca era finita ... solo che ... -
- ... solo che? -
- Fra poco me ne andrò ... hanno detto che dentro di me c'è qualcosa che non va e che non è niente di bello. -
- Capisco ... - la sirena gli prende la mano - Ma dimmi: che fai qui allora? Se ti hanno detto che te ne devi andare che ci fai qui ad intristirti? Vai da lei ... sì, vai da lei ... utilizza meglio il tempo che ti resta e condividilo con chi ami. Anche lei sarà felice. -
- Sì, certo. -
Il vento di tramontana sembra essersi accorto del loro rifugio e comincia ad infastidirli con folate che trasportano granelli di sabbia.
La sirena con un gesto materno, gli accarezza la guancia.
Lui la guarda e sente gli occhi sempre più umidi ma riesce a trattenere le lacrime.
- Cristo, Fiorella, la vita passa così in fretta! -
- Sssssst ... silenzio. Chiudi gli occhi adesso, non ci pensare. -
Quando li riapre, Fiorella non c'è più.
La sensazione d'aver ricevuto una carezza gli resta sulla guancia.
Si alza, il vento l'investe.
Si scrolla la sabbia umida rimasta attaccata ai pantaloni ed osserva il mare.
No, fra le onde non vede nessuno, neanche il surfista.
... e Lorenzo torna a casa.



mercoledì 4 novembre 2015

Il vecchio ed i melograni

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Camminava lungo il terrapieno che sovrasta la strada.
Dietro di lui la luce lo rendeva un'ombra. Quella figura creava un'eclissi fra me ed il sole.
Avanzava goffo, con aria incerta e quando scoprì che l'osservavo s'arrestò come se volesse mimetizzarsi con l'albero che stava depredando.
- Lei lo sa che si trova su una proprietà privata e che non potrebbe raccogliere quei melograni? -
dissi indispettito.
L'ombra si mosse e si diresse verso me. Spostandosi dalla traiettoria dei raggi del sole, cominciò a prendere colore.
Ero sicuro d'aver già incontrato quel viso scavato ed inciso da rughe tanto profonde da farlo apparire come la corteccia d'un vecchio mandorlo.
S'accovacciò ed aprendo il sacchetto di plastica mi mostrò il contenuto.
- Se le può prendere. -
Guardai sulla mia sinistra, poco lontano dal terrapieno che delimita la mia proprietà, era parcheggiata una vecchia motocicletta dal colore rosso scolorito dal tempo.
- Le tenga. Se vuole cogliere qualcosa nel mio terreno, può chiederlo. Non c'è problema. Basta che lo chieda. -
- Le prenda. - il vecchio sembrava volermi fare un regalo.
- Le ho detto di tenerle ... deve solo informare quando vuole cogliere qualcosa sul terreno. -
- Le prenda ... -
Mi misi una mano sul cuore e sorrisi ma il mio tono era risoluto:
- Le ho detto di tenerle! -
Il vecchio si lasciò scivolare giù dal terrapieno e mi camminò a lato. Ero più alto di lui di un buon venti centimetri.
Camminammo affiancati in silenzio fino a quando non raggiungemmo la sua motocicletta.
- Beh, buona giornata. -
- Buona giornata. -
La trazzera, poco lontana dalla fiumara, era ancora umida per le piogge del giorno prima e le pozze d'acqua fangosa costellavano il tragitto.
Sentii il tossicchiare della vecchia motocicletta che s'avviava e il suo brontolio sempre più forte mentre s'avvicinava.
Il vecchio mi superò e mi fece un cenno di saluto.
Indossava un vecchio casco scrostato ed ammaccato in più punti come se avesse già protetto il suo padrone da diverse cadute.
Osservai il suo viso costretto nella morsa della sua protezione metallica. Le rughe apparivano più profonde come se fossero delle ferite procurate da fendenti d'una spada.
Risposi facendo un gesto col mio bastone da passeggio.
Sì, le mie passeggiate le faccio con un vecchio bastone concepito per le camminate in montagna. Perché? Chiamatelo vezzo.
Osservai la vecchia moto zigzagare fra le pozzanghere fin dietro una curva ombreggiata da una quercia.
Ben presto lasciai la trazzera e cominciai a percorrere la strada provinciale asfaltata malamente.
Procedevo guardando dinnanzi a me ignorando ostentatamente l'immondizia che ogni tanto appariva fra i cespugli sul ciglio della strada.
Quando il cielo è terso e riesco a liberarmi dalle incombenze domestiche mi concedo una passeggiata e mi reco a Noto a piedi.
Mentre avanzavo lungo la strada sentii una macchina arrestare il suo rombo.
- Che fa? Lo vuole un passaggio? -
Era il giovane ingegnere che seguiva i lavori di manutenzione della mia casa.
- No, grazie, vado a piedi ... amo a camminare. -
- E' sicuro? -
- Certo che sono sicuro! Vado a piedi per risparmiare sulla benzina ... i soldi mi servono per pagare gl'ingegneri che mi seguono i lavori. -
- Ah, capisco ... io invece sono preoccupato per la sua salute, se mi muore nessuno pagherà il mio lavoro. -
- Sfacciato! -
Ci salutammo ridendo.
Non passò molto tempo.
Sentii una macchina frenare dietro di me.
- Itolo (no, non è un refuso. Qui in Sicilia mi sono rassegnato a sentir chiamare il mio nome con la "o" al posto della "a". Così va la vita!), ti è successo qualcosa? -
Era Pippo, il mio vicino.
- No, va tutto bene ... giusto qualche passo per sgranchire le gambe. -
- Sei sicuro? -
- Sì, certo sono sicuro? -
- Ma perché il bastone? Ti sei fatto male? -
- No, non mi sono fatto male ... lo porto giusto per aiutarmi quando cammino sui sentieri. -
- Ah, ho capito! -
Ripartì con aria perplessa.
Sperai che nessuno si fermasse ancora.
Percorsi ancora qualche centinaia di metri e subito dopo un dosso notai la moto dal rosso scolorito del vecchio parcheggiata sul ciglio della strada.
Quando la raggiunsi notai che sulla destra un sentiero s'inerpicava su un declivio che ospitava dei terreni alberati, m'inoltrai spinto della curiosità ... non conoscevo quella trazzera. Il percorso sembrava poco frequentato e difficilmente qualcuno si sarebbe arrestato per offrirmi un passaggio.
Tutt'intorno la vegetazione sembrava apprezzare quelle giornate assolate ottobrine e voler respirare la tiepida umidità che si sollevava dal terreno. Sentivo il mondo vegetale vivere insieme a me e provai la sensazione di far parte d'esso.
- ... che è venuto a cercare i melograni? -
Mi voltai. Dietro di me il vecchio mi guardava. Aveva il sacchetto di plastica che quasi non reggeva più il peso dei frutti. Era chiaro che stava depredando altri alberi.
- No, sto continuando la mia passeggiata ... è bello qui. -
Mi appoggiai ad un muretto a secco od almeno a quello che rimaneva di un bel muro che costeggiava tutto lo sterrato. Col mio bastone indicai tutto attorno a noi.
Il vecchio mi guardava sospettoso.
- No, non stavo seguendola ... la curiosità m'ha portato qui. Non conoscevo questa trazzera. - dissi per eliminare ogni equivoco.
- Lei è forestiero? - mi chiese. Tirò fuori dalla tasca un toscano fumato a metà e se l'accese.
- No, sono siciliano. Sono nato a Caltanissetta. -
- Ho ragione ... lei è forestiero. -
Lo guardai attentamente. Quanti anni poteva avere? ... settanta, ottanta ... cento. L'età del tempo.
- Ecco - pensai - se dovessi personificare il Tempo utilizzerei la sua immagine. -
- Ho perduto l'accento siciliano, lo so ... sono stato tanti anni fuori ... Milano, Parigi. - dissi per giustificarmi.
Lui succhiava il suo toscano masticandolo, l'odore del fumo acro mi giunse alle nari.
Ad un tratto si confessò:
- Anch'io sono stato tanti anni all'estero. Vent'anni. In Germania, a Dussendorf. - .
- Caspita! Parla tedesco? -
- Non una parola. -
- Che faceva? -
- Il manovale, lavoravo con i miei compaesani ... solo qualche parola quando andavo con le buttane ... ce n'erano anche d'italiane ed io andavo con loro.  -
- Perché è tornato? -
Non risponde subito poi con aria sorniona dice:
- A Dussendorf non ci sono i melograni. -
Ah, certo i melograni ...
- Può venire a coglierli quando vuole ... non c'è bisogno che lo chieda, fra ex-emigrati ci vuole un po' di solidarietà! -
Mi staccai dal muretto e ripresi ad inoltrarmi su quel terreno colmo di vapori ... forse, nella speranza di purificarmi dalla mia stupida arroganza.

martedì 20 ottobre 2015

Il fardello della beltà.


- Un caffè, per favore. -
La cameriera gli passò accanto degnandolo neanche d'uno sguardo mentre era intenta ad osservare il contenuto del suo telefonino 
- Un caffè, per favore. -
- ... ho capito! -
Giulio si chiese cosa induce la gente ad essere scostumata.
La guardò. Era giovane, forse appena diciottenne.
- Allora, se ha capito, me lo porta? -
Con l'aria imbronciata la ragazza entrò nel locale.
- Ma che gliele mettono a fare così giovani a servire ai tavoli? - pensò mentre osserva il via vai sulla strada principale.
Prese il quotidiano locale e cominciò a sfogliarlo.


Il portone in legno deve aver conosciuto l'ultima verniciatura qualche decennio prima ... ne è rimasta appena qualche traccia ed il tempo ha gonfiato le venature del legno che adesso hanno un colore ocra pallido ricordo della tinta originaria. 
Giulio osserva il dorso delle sue mani ... no, non sembrano tanto invecchiate ... forse meno del suo viso segnato da rughe.
- Chissà se è il portone giusto? - si chiede mentre suona al campanello.
L'esterno della bassa casa è anch'esso trascurato e l'intonaco scrostato in parecchi punti. L'abitazione è una delle rare costruzioni dell'anteguerra sopravvissute alla speculazione edilizia dei palazzinari dell'ultimo trentennio del secolo scorso.
- Forse ho sbagliato indirizzo? - si domanda mentre schiaccia il pulsante del campanello esterno.
No, non c'è nessuna etichetta che possa rivelare il nome degli occupanti della casa.
- Chi è? - da dietro la porta segnata dal tempo una voce chiede con tono secco.
- Sono Giulio. Giulio Pervicano. Si ricorda? Lei è padre Gianni? -
- Non voglio parlare con giornalisti. -
- Non sono giornalista. Sono Giulio ... sono passati più di quarant'anni. Si ricorda? Andai a fare l'università a Milano. Sono il cugino di Maria Grazia Curimano. -
- Ah Curimano ... sì, certo! -
Aprendosi, la porta scricchiola.
Giulio osserva il prete ... il vecchio prete. Ha lo stesso taglio dei capelli di quarantacinque anni prima, le stesse onde ordinate che non agitano più il giovanile mare nero corvino che gli copriva la testa ma solo delle acque bianche immacolate. Anche le sopracciglia sono incanutite ma una certa vanità ancora non sopita tradisce una certa cura che le rende ben delineate e non cespugliose come quelle degli anziani. Le pelle del viso è appesantita ma non segnata eccessivamente dal tempo. Gli occhi sono sempre vispi ed anche se le palpebre hanno leggermente ceduto lo sguardo è penetrante ed assolutamente accattivante. Ah, quegli occhi blu che tanto hanno ammaliato!
Anche padre Gianni osserva, Giulio.
- Sì, ora ricordo ... ricordo il tuo viso. Quanti anni sono passati? -
- Poco più di quarant'anni, padre. Avevo diciannov'anni quando me ne andai. -
Si guardano per un po' come se attraverso gli occhi dell'altro fosse possibile rivedere il passato.
- Cosa posso fare per te, figliolo? -
- Niente, padre, sono tornato e sto rivedendo le persone che ho conosciuto quando ero giovane e quando la vita mi sembrava così ... così ... -
- Vieni figliolo, entra che ti offro un caffè. -


Quattro giovanotti seduti attorno ad un tavolo del bar, negli anni settanta.
- Ma secondo te, perché si chiama "coppola di minchia"? - esordì Guido.
- E che ne so io? Mica mi faccio queste domande? Mica sono un filosofo! - disse Giulio.
- Macché filosofo, semmai un etimologo! - corresse Pinuccio.
- Etimologo? Non si dice entomologo? - domandò Davide.
- Ma che minchia dici? Quello studia gl'insetti non le origini delle parole! Eppoi non sono mica sicuro che esista etimologo, forse linguista? ... allora? Nessuno ha la risposta? - insistette Guido.
Non ottenendo altro che sguardi perplessi si rispose da solo.
- Perché la minchia è pelata e, quando è senza "u pilo", ha freddo e si mette la coppola ... avete visto che la punta della minchia ha la forma di una coppola ... sì, del berretto! -
Nessuno rise.
- Ma 'ste cose te le sogni la notte? -
Il soggetto fu presto abbandonato quando davanti a loro passò Paola: bionda, capelli lunghi, minigonna da far risuscitare i morti e seno che sembrava esplodere da un momento all'altro.
Giulio s'alzò con uno scatto e uno dei suoi amici, forse Guido, gli disse:
- Forza Giulio! -
- Ciao Paola. - disse avvicinandosi alla ragazza.
- Ciao. -
- Come stai? -
- Bene ... e tu? -
- Bene, bene ... ti ho aspettata ieri sera ... qui al bar. -
- Non son potuta venire ... mi spiace ... ieri sera ho incontrato don Gianni, mi ha parlato di sant'Agostino. -
- Ma eravamo rimasti d'accordo ... io ti ho aspettato. -
- Ti dico che mi dispiace ... eppoi i tuoi amici mi sembrano un po' scemi. -
Giulio la guardò con aria mesta ma non riuscì ad impietosire la giovane che rincarò la dose:
- I loro discorsi non m'interessano ... preferisco quelli di persone colte e più adulte. -
Quando tornò al tavolo gli amici lo guardarono con aria interrogativa.
Davide fu il primo a parlare:
- Allora, che ti ha detto? Perché ti ha dato buca ieri? -
- ... perché preferisce parlare di sant'Agostino con don Gianni! -
- Sì, sant'Agostino! Ma che? ... babbìa? ... allora è vero! - intervenne Pinuccio.
- Allora è vero, cosa? - chiesero gli altri tre quasi all'unisono.
- Che è stata vista ieri andare in macchina al faro con lui. -
Con il termine "il faro" s'indicava un luogo sulla costa dove si sapeva che, nei mesi non estivi, si poteva rimanere in macchina al riparo di sguardi indiscreti.
-Ma che minchiate dici? - Giulio aveva la voce leggermente alterata.
- Sei tu il minchione che sbavi dietro quella ... a te sembra che sia la sola che don Gianni si tromba? E sono tutte belle, le più belle del paese ... e ti dirò di più: anche le forestiere! -
- ... eh certo! Non vorrai mica che si metta a parlare di sant'Agostino con tua sorella. -
- Magari fosse! Almeno si calmerebbe un po'e la smetterebbe di scassare la minchia! -


Giulio, non ha più voglia di tergiversare.
Avevano parlato, parlato delle persone conosciute e di quello che era successo nel mondo in tutti quegli anni ... parlato, parlato. Poi padre Gianni gli aveva chiesto cosa avesse fatto in quei decenni.
Ad un certo la conversazione cade.
- In effetti non sono passato da qui solo per salutarla ... ho letto il giornale locale di stamattina. - confessò Giulio.
- Lo sospettavo ... voleva vedere com'è fatto un prete che intriga le donzelle? -
- Io ero innamorato di una di quelle donzelle. -
- Mi spiace, come si chiamava? -
- Paola ... una bionda, alta ... appariscente. -
- Ah sì, ricordo ... quella a cui piaceva sant'Agostino. -
- A tutte piaceva sant'Agostino, almeno così si diceva: che lei le attirasse con le "Confessioni"! -
- Ma che stai dicendo, figliolo? ... a lei piaceva veramente sant'Agostino, passavo giornate intere a parlarne con lei! Lo so che mi sono stati attribuiti tanti amori ... ma con Paola è solo una leggenda. Adesso insegna Filosofia alla Cattolica di Milano ... mi scrive ancora! -
Giulio fa un profondo sospiro e si guarda attorno: una stanza arredata senza troppi orpelli con i mobili essenziali, modesti. Sulle pareti nessun quadro solo una riproduzione dell'Annunciata di Antonello da Messina. Su una corta scrivania un computer portatile aperto e lasciato in veglia.
Il prete ha una postura di chi è affaticato, le spalle ricurve, la schiena ingobbita ...
I due uomini sono seduti uno di fronte all'altro, li separa un tavolo da pranzo con sopra una caffettiera e due tazzine.
Don Gianni guarda dentro alla sua come se nel suo interno ci fossero le parole che cerca.
- Il Signore mi ha fatto un regalo ... mi ha fatto bello ... non è facile essere prete ed essere bello ... ed in più le donne mi sono sempre piaciute. Ho cercato di resistere, ma non ci sono riuscito ... io non seducevo mi lasciavo sedurre dalle donne. -
- Sì, ma adesso lei dovrebbe avere quasi ottant'anni ... non mi dica che le donne lo seducono ancora? L'articolo del giornale riferiva che lei aveva importunato due donne e che avevano sporto denuncia. -
Il vecchio si passa le mani sul volto come se volesse stropicciarlo.
- Settantanove, per l'esattezza. Ho settantanove anni, compiuti da un mese. Certo ... tu hai ragione, figliolo, ma come ti ho detto mi piacciono le donne ... volevo solo un po' d'attenzione, un gesto gentile, niente di sconveniente ... dimenticando che ciò che chiede un uomo normale diventa sconveniente quando lo fa un prete ... eh già, ho scelto io di fare il prete, sessant'anni fa ... tu credi in Dio? -
- No, non ci credo. -
Giulio abbassa lo sguardo ed anche lui guarda dentro la tazzina sporca di caffè.
- Mi piacerebbe che l'inverno fosse mite. - dice don Gianni - Vorrei che i prossimi mesi siano clementi ... i preti alla fine del loro percorso hanno bisogno d'un po' di clemenza. -
- Gli esseri umani hanno bisogno di clemenza ... no, solo quelli di buona volontà! -
- No, tutti! -
- Lei non potrebbe dire altro, lei è un prete! -
Giulio non incontrò più don Giulio ma cercò di rintracciare Paola ...


mercoledì 14 ottobre 2015

Grazie Facebook ...

Sì, lo confesso: ho resistito qualche anno prima d'entrare su Facebook.
Alla fine i miei figli m'hanno convinto.Ho diverse persone a cui ho proposto l'amicizia ed altre me l'hanno chiesta ... la maggior parte persone perfettamente sconosciute, molti conoscenti, pochi gli amici.Ormai regolarmente, anzi con cadenza quotidiana, ci entro dentro a curiosare. Controllo il mio blog su cui automaticamente si trasferiscono i miei racconti scritti sul "Guazzabuglio" di Google e poi vado a mettere il naso, anzi il cursore, nei fatti degli altri che benevolmente amano esibire. Ci sono le più svariate tipologie umane e proprio per questo amo Facebook: l'invasato religioso, le ossessionate dalle proprie immagini, gli adoratori dei selfies, il talebano ecologico, il cretino cronico, i paranoici di qualcosa, gli articoli di qualche giornale di provincia ... insomma c'è il mondo!Ma quello che m'intriga di più è scoprire quanti ex colleghi di lavoro sono nel social network, un po' ingessati, in verità, soprattutto coloro che occupano posizioni di prestigio in ambienti aziendali. Quando lavoravo sapevo in modo molto pertinente che alcuni addetti delle risorse umane spiavano le pagine dei dipendenti-membri per scoprire cosa si celava dietro essi. Forse per questo i grandi capi che conosco l'attività di spionaggio dei loro emissari mantengono dei profili il più possibile "normali".
Coloro che amo di più sono coloro che nella vita professionale li ho considerati in modo minore, delle persone grigie.
Facebook mi ha fatto comprendere quanto sia fallace ed irrispettoso il giudizio che si può dare alle persone in ambito lavorativo.
Molte delle persone che io ho giudicato (ed insieme a me molti di coloro che decidono delle carriere degli uomini e delle donne che popolano la fauna aziendale) appaiono sui social network mostrando la loro vita privata, i loro figli, i loro amici ed io ho scoperto che non è vero che sono grigi ma pieni di colori, dei veri arcobaleni!
Forse la mia riflessione può sembrare banale e del tutto inutile ma solo adesso che mi sono allontanato dal mondo del lavoro aziendale riconosco il conformismo che viene domandato per lavorare nelle grandi strutture, quanto si scolora la vita d'un uomo fino a renderlo anonimo e totalmente opaco! Su Facebook incontro le stesse persone che per me erano anonime e m'accorgo che sono amati, stimati e che hanno anche una vita riempita da piccole ed importanti emozioni.
Solo adesso mi rendo conto di quanto io mi sia inaridito in quasi trentacinque anni vissuto al servizio di realtà aziendali.
Sì, grazie Facebook per avermi ridato delle diottrie dopo che il mito della carriera, del potere e dei soldi mi avevano reso miope.

lunedì 12 ottobre 2015

La musa






- Qual è la loro età? -
- Un mese, forse ... poco meno. -
- Li dai via?-
- Li regalo, non adesso, fra quindici giorni ... se vuole darmi qualcosa mi fa piacere. -
Giò guarda l'uomo dai capelli corti e dagli occhi azzurri.
- Sì, se ci dà qualcosa ci fa un piacere. Dobbiamo comprare le medicine per sverminarli. - interviene una ragazza seduta sul gradino d'una vetrina. 
Mangia un panino. Il suo sguardo non è lo stesso del suo compagno e parla italiano senza inflessione.
- Di dove sei? - chiese Giò.
- Di Lecce ... allora, ne vuole uno? -
Sorride, sembra più giovane dell'uomo che è con lei.
-No, ancora è troppo presto ... facciamo soffrire la mamma. -
- Ma non vedi che non ce la fa più ad allattarli? E' sfinita, non ce la fa più a nutrire sei cuccioli. - la donna accarezza la cagna che ansima accanto a lei.
Via Etnea è affollata nella tarda mattinata ... malgrado che si sia già in autunno il sole non ha perso l'intensità dei raggi estivi. I giorni si stanno accorciando e questo è il rammarico più grande. Giò è sempre stato un amante della luce e non delle tenebre.
La gente passa loro accanto, solo qualcuno rallenta l'andatura per osservare i cuccioli. Per la maggior parte sono ragazzine che lanciano piccole urla.
- Ohh che carini? Ma che amori! -
L'uomo dai capelli corti protesta ed il suo accento tradisce forse un'origine tedesca. No, la pulizia non sembra che sia la sua virtù maggiore. 
Giò discretamente annusa: no, il barbone non puzza.
La ragazza dal fisico asciutto ha la bocca piena del suo panino, fa il broncio. Lei non sembra una barbona, ma una ragazza come le altre.
- Ok, non voglio che litighiate per causa mia ... se la prossima volta che passo c'è ancora quello chiaro, me lo prendo io. -
- Quella chiara ... è una femmina ed è la mia preferita. -  bofonchia la leccese.
- Arrivederci ragazzi ... alla prossima. -
Giò riprende il suo cammino, cerca un locale che abbia il wifi.


- Sono io. - dice entrando a casa.
- Ma cosa ti sei portato appresso? - domanda Marta affacciandosi sul corridoio.
- Una cagnetta. L'ho presa da due vagabondi ... lui non voleva darmela ma lei, la sua ragazza, ha insistito talmente che m'hanno inseguito fino ad un caffè dove c'era internet. -
- Che bellina? Come si chiama? -
- Non si chiama ... il nome lo sceglierai tu! -
- Ma chi t'ha detto che voglio una cagnetta? -
- Ecco ... credevo che t'avrebbe fatto piacere. -
- Che razza è? -
- Una bastardina. -
La cucciola comincia a guaire.
- Ha fame. - osserva Marta - Forse del latte? -
- No, ho sentito dire che non si deve dare ... fa male. -
- Aspetta ... telefono ad Adolfo che fa il veterinario, lui dovrebbe dire cosa fare. -


La sonata di Beethoven riempie la stanza.
La cucciola sulle gambe di Marta sembra sognare, si agita e guaisce nel sonno.
- Forse sogna della sua mamma. -
- Starà meglio qui che con quei due vagabondi. - le dice Giò - Lui viene dalla Boemia e parla bene l'italiano. Vive d'espedienti e lei lo segue. -
- Lei, chi? -
- La ragazza leccese, te l'ho detto. No? -
- Sì, certo. Mi hai detto. - la donna accarezza la testina della cagnolina - Per fortuna che conosciamo Adolfo. E' stato proprio gentile a voler trovare il tempo per visitarla e darci il cibo per i cuccioli. -
- Sì, una fortuna ... dicono che non solo bisognava ascoltarlo ma anche vederlo. -
- Ma di chi parli? -
- Di Glenn Gould ... il pianista che sta suonando Beethoven ... forse il migliore di tutti i tempi. Ci metteva tutto il corpo quando suonava, non solo le dita ... è magnifico! Lo senti? -
- Sì, lo sento ... sono stanca, vado a letto. -
- La terremo? - Giò indica con la testa la cucciola.
- Te lo dirò domani, la notte porta consiglio. Non è vero? -
- Sì, vero ... - Giò porge la fronte per ricevere l'abituale bacio della buona notte della moglie ma Marta scivola fuori dalla stanza portando con sé la cagnolina.
L'uomo sospira ... quanto sono lontani quegli anni in cui si nutrivano della loro vicinanza e non avevano bisogno di null'altro! Tutto appassisce nella vita!
- Non avrei dovuto sposare una di vent'anni più giovane. -


Marta giace sul fianco e guarda il chiarore che la Luna diffonde ...
- Luna, tieni compagnia alla mia insonnia? - pensa.
La cagnolina comincia a guaire ... dapprima in sordina, poi sempre più forte ... fino a quasi ululare.
La donna scivola da sotto le coperte.
- Dove vai? - le chiede Giò coricato accanto a lei. La sua voce è impastata dal sonno.
- Vado a calmare la cagnolina ... sennò sveglia tutto il palazzo! -
A piedi nudi attraversa l'appartamento.
Apre la porta della cucina ed accende la luce.
Nel bel mezzo della stanza c'è un laghetto giallognolo e fra i suoi piedi un cosino dal pelo color della sabbia del deserto che le mordicchia il piede ... il cosino ha gli occhi tondi ed un po' obliqui e fanno pensare a quelli d'un pagliaccio un po' triste!
Dopo aver asciugato il pavimento raccoglie la cagnolina, le da qualche croccantino e con la bestiola fra le braccia s'avvicina alla finestra.
Quella sera Marta aveva deciso di dire a suo marito che sarebbe partita, ma vedendolo apparire con la cagnolina non ne aveva avuto il coraggio.
S'era predisposta all'incontro per tutta la giornata ... aveva preparato un discorso pacato. Non avrebbe parlato di separazione ma di un periodo di riflessione ... aveva voglia di vivere da sola. No, non amava più Giò ma non voleva farlo soffrire. Non avrebbe accennato all'amore finito.
Sua madre l'aveva messo in guardia: un giorno, vent'anni di differenza si faranno sentire!
- Come splende la Luna! La vedi? - dice sottovoce alla cucciola.
L'animale la guarda con i suoi occhi un po' mesti e poi le mordicchia il dito.
- Ahi, fai male! Piccolina, ma con i dentini aguzzi! -
Le dà un buffetto e la cagnolina le lecca la falange come se volesse scusarsi. 
Quando si erano incontrati lei aveva da poco superato i trent'anni e lui era uno splendido cinquantenne colle tempie d'argento.
L'aveva portata ad una festa e l'aveva fatta ballare ... oddio che ballo! ... sembrava Fred Astaire e l'aveva fatta sentire come Ginger Rogers! Certo erano attori dei tempi di sua madre, ma lei li aveva sempre così amati!
Anche lei aveva tanto amato Giò e lui anche ... tanto.
- Ma perché? - sussurrò - Perché tutto finisce? Me lo dici tu? -
La cagnolina piega la sua testolina e guaisce.
- Sssst ! -
Una nuvola scherma il fluorescente disco e tutto sembra più triste. 
Un passante notturno attraversa la strada deserta fischiettando, padrone della notte. 
Lontano, un motore romba come il ruggito d'un leone meccanico.
Comunque era stata una bella storia, anche appassionante! No, non ce ne sarebbero state altre che avrebbero tenuto il confronto. Una bella storia ... proprio bella!
- Ecco come ti chiamerò! Ti chiamerò Clio ... come la musa della Storia ... la mia Clio! Ti piace il nome Clio? Nessuno saprà perché ti ho chiamato così! Il tuo nome è una dedica alla mia storia d'amore. -
La cagnolina fa ancora più gli occhi obliqui e riprende a mordicchiarle il dito ma, questa volta, in maniera più delicata.
La nuvola scivola via e lascia risplendere la Luna.
- No, non partirò ... tu mi farai compagnia ed io non farò soffrire Giò ... mi farai sentire meno il peso della sua età. -
Marta stringe Clio mentre la Luna le fa luccicare una lacrima che lenta scende giù per la gota.


giovedì 17 settembre 2015

La battaglia



Il sole infuoca la macchina che percorre le trazzere polverose della sperduta contrada.
- Dall'alto deve sembrare un grosso scarabeo. - penso.
Non voglio accendere l'aria condizionata e lascio che il vento afoso di questa giornata di settembre mi asciughi il sudore sulla camicia.
Quarant'anni fa guidavo così sulle strade siciliane e siccome la parte più malata del mio cervello s'ostina a ripetere che il tempo non è trascorso io l'assecondo e cerco di provare le stesse sensazioni di quando ero un giovincello trascurando gli agi che s'addicono ad un sessantenne.
Eppure quotidianamente ricevo le prove evidenti che il tempo è trascorso.
Stamattina, per esempio, camminando lungo il corso di Noto la mia immagine mi tornò riflessa da una vetrina: la pancia s'appoggiava indolente sopra la cintola dei pantaloni.
- Oddio, sono ingrassato! Lo straripamento ventrale è dovuto alla quantità di cibo che ingurgito qui in Sicilia od alla rilassatezza dei muscoli che non sostengono più le mie viscere? -
Senza dare all'occhio feci uscire dai pantaloni la camicia nascondendo la rotonda protuberanza.
Avanzo ostinato dentro il mio bacherozzo.
- Eppure deve essere qua! -
Finalmente dietro una curva vedo delle canne.
- Eccolo, il fiume Asinaro! -
Fiume! Che parolone! E' giusto un ruscello, poco più che un rigagnolo. Delle canne gli crescono attorno nascondendolo pudicamente ed al contempo tradendone la presenza mentre percorre agrumeti e campagne abbandonate all'incuria dei siciliani.

Qualche giorno prima ... ...
- Allora Italo me lo fai il piacere? - mi chiese Carmela guardandomi fisso negli occhi.
- Quale? - anch'io la guardavo dritta negli occhi e facevo finta di non capire.
- Mi ci porti? - insistette lei.
- Dove? -
- A realizzare il mio progetto. -
Ero seduto su un letto a fianco al suo. Lei era distesa ed appena coperta da un lenzuolo.
Il caldo estivo l'è insopportabile.
I piedi leggermente sollevati fuoriuscivano dal drappo, immobili.
Le osservai il viso un po' gonfio e la testa che aveva rinunciato ad ogni vezzosità. I capelli erano tagliati corti, quasi alla militare.
Sorrisi dentro di me perché avevo sempre pensato che Carmela fosse una vera soldatessa, una combattente.
Tornai a fissarle gli occhi grandi, pieni di furba umanità, seduttori e scrutatori degli animi altrui.
- Fa' caldo ... qui! - tentai una fuga.
Aggrottò la fronte.


Le cicale friniscono, padrone dell'aria soffocante ... gli esseri umani s'accalcano sulle spiagge poco lontane. Tutt'attorno, mal nascoste dalla vegetazione mediterranea, s'intravedono delle case di campagna costruite senza concedere niente al buon gusto, mattoni su mattoni. Costruzioni incomplete, non intonacate, appositamente lasciate incompiute per impedire che vengano gravate dalle imposte facendole apparire come ancora in costruzione ... un assurdo comportamento, ritenuto furbo ... la famosa furbizia, quella stessa che distrugge e divora la Sicilia ... l'Italia!
Io continuo la mia esplorazione e forse mi dico che ho trovato il mio luogo: il campo della battaglia  dell'Asinaro che fu funesto a 17.000 opliti sul finire dell'estate del 413 a.c. (a) .
Due anni ... due anni d'assedio per affamare e sconfiggere Siracusa ... ma gli errori e le dispute degli ateniesi trasformarono la campagna d'invasione in una rotta che si consumò nell'aspra macchia mediterranea colorando di rosso l'acqua del fiumiciattolo Asinaro (b).
Trovo uno slargo dove parcheggiare lo scarabeo e mettendomi ritto su una sporgenza rocciosa osservo il luogo.
Due cani abbaiano contro di me rabbiosi ... li degno giusto d'uno sguardo. Sono dentro un recinto e non possono nuocermi.
- Ma con tutto 'sto caldo, avete ancora la forza d'abbaiare? - grido.
Sotto i miei piedi una disconnessa scarpata non molto alta, in verità, ma abbastanza ripida per rendere ardua la risalta dell'avvallamento su cui si snoda il verde serpente di canne che cela l'umile corso d'acqua.
Di fronte a me, a forse trecento metri, il terreno si leva di nuovo in un costone che rende quel luogo simile ad una strettoia d'un imbuto .


- No. - dissi sostenendo lo sguardo di Carmela - Il piacere non te lo faccio. -
Rimanemmo per qualche momento in silenzio ed io lessi un velo di delusione negli occhi della mia amica.
- Lo capisco. - disse lei quasi per giustificarmi. Poi cambia argomento - Ma lo sai che m'ha fatto piacere che tu venissi a trovarmi? -
- Anche a me, tanto! - e le baciai la mano.
- Cosa fai adesso che non lavori più? -
Bella domanda.
- Non lo so, in verità ... ho mille idee ma ancora non ho neanche cominciato a concretizzarne una. Vivo in una specie di Limbo nebbioso ... non riesco ad avere nessuna visibilità ... forse è la volta buona che mi metto a scrivere seriamente. -
Eh già, lo scrivere! Carmela ama scrivere come me ma è più dotata di me.
- Ma tu lo sai che non riesco più a scrivere? Anche per me, in questo stato diventa penoso eppoi mettermi il computer sopra la pancia ... mi fa troppo caldo e non posso proprio scrivere con l'i-pad! -
- Certo ti capisco! -
- Eppoi, se sapessi ... non mi lasciano in pace ... sempre qualcuno fra i piedi. Io non riesco a scrivere. -
Le sorrisi e le accarezzai il braccio quasi per consolarla.
Carmela è ammalata di sclerosi multipla ed è obbligata a restare a letto.
Poco prima mi aveva chiesto se l'accompagnavo a suicidarsi. E' questo il suo progetto.


Sì, il campo di battaglia deve essere stato proprio questo.
Lo sto cercando da giorni.
Le fonti storiche fanno intendere che lo scontro si svolse in uno stretto canalone.
Ma dove trovo una gola in mezzo alla pianura?
Eccola, finalmente, quella che ho davanti a me (c)!
Non si tratta veramente d'una gola ma dell'avvallamento di fronte a me profondo meno d'una decina di metri e costeggiato da due pareti rocciose.
I cani non mi hanno dimenticato e sentendo il mio odore portato dal vento caldo ed africano hanno ripreso a latrare.
Io m'accuccio sul mio spunto roccioso ...
... in un nugolo di polvere e preceduti dal clangore metallico delle armature e delle salmerie avanzano gli opliti greci.
Erano venuti per conquistare la Sicilia, per estendere il dominio militare di Atene e renderla una potenza assoluta del mondo occidentale ... invece, dopo due anni stanno fuggendo disturbati dagli attacchi "mordi e fuggi" dei sicelioti che, dopo la disfatta della spedizione ellenica, si sono definitivamente schierati a fianco di Siracusa.
Una massa di disgraziati che, illusi dalle promesse di facili vittorie, si trascinano su un territorio ostile nella speranza che a Gela possano trovare le navi che li riconducano nella loro patria. Pochissimi torneranno.
Un vento caldo proveniente dalle terre di Cartagine attraversa il mare e l'illude d'un falso benessere ma in realtà quell'aria calda subdolamente aumenta l'arsura.
La sete li devasta nella mente.
Molti hanno abbandonato le armature e gli orpelli guerrieri che rendono ancora più penoso l'avanzare. Hanno rinunciato a marciare di notte ... hanno fretta di tornare a casa.
- Ydor, Ydor (ὕδωρ = acqua) ! - qualcuno dell'avanguardia grida.
La massa disperata, come se fosse attratta da un immenso magnete, avanza per gettarsi sullo stretto torrente che, reso ancora più povero dal clima estivo, non può certo dissetare 17.000 uomini assetati e disperati!
Gli opliti s'accalcano fra di loro e cominciano i primi parapiglia per godere d'un sorso d'acqua sporca. Le armi che dovrebbero servire per combattere i nemici sono utilizzate per colpire gli amici.
Delle grida ... il suolo vibra sotto gli zoccoli dei cavalieri siracusani. 
Dalla mia posizione vedo le armi luccicare, attaccano da nord. 
Gli ateniesi non li vedono arrivare accecati dal sole e dalla cieca rabbia fratricida.
Ma quando s'adducono della carica, fuggono e s'insaccano nella depressione proprio sotto ai miei piedi ... li vedo correre terrorizzati, urlano e mi sgomenta l'espressione dei loro occhi sbarrati. La paura procura la forza per correre a quei dannati che si spintonano, si calpestano inutilmente. 
Il loro destino è segnato.
Una mandria d'umani impazzita!
Ma l'onda si ferma all'improvviso ... altri siracusani ben armati li aspettano dal lato opposto ed impediscono ogni fuga sugli spiazzi costieri.
Stranamente quella moltitudine sembra d'aver preso coscienza della sorte che l'attende. Alcuni imprecano, altri piangono ...
Ma c'è un'ultima possibilità a cui i più irriducibili non rinunciano: risalire le scarpate che delimitano quell'imbuto.
Mi volto ed accanto a me vedo altri uomini armati assiepati sulla sommità della costa ... mi sembrano dei soldati improvvisati.
Ah certo, sono i contadini e gli abitanti di Akrai venuti a dar man forte ai siracusani!
Impediscono a quei poveretti d'uscire dalla depressione e colpiscono senza pietà quelle mani che protese chiedono pietà.
Ed il massacro comincia, una vera e propria mattanza ... non si deve mirare a nessuno in particolare basta lanciare frecce, giavellotti e pietre sulla massa urlante.
Chiudo gli occhi  e schiaccio le mani contro le orecchie. E' insopportabile la vista di quel massacro, il risuonare delle urla disperate. Solo gli attaccanti restano muti e metodicamente eseguono la loro missione. Nei loro sguardi non c'è nulla, neanche l'ombra della pietà.
... ...  ritorno nel 2015. Domani è il 18 settembre lo stesso giorno in cui nel 413 a.c. si compì tutto quell'orrore  (d).
Il sole è alto e spietato come allora.
Dovrebbero essere le due del pomeriggio. 
Di fronte a me non c'è più un campo di battaglia ma un agrumeto in mezzo al quale si snoda il verde serpente del canneto.
Annuso l'aria e cerco di percepire il minimo rumore ... no, nessun grido disperato, solo l'abbaiare di due cani indispettiti (e).


- Allora io vado. Mi raccomando comportati bene! - le dissi.
- Comportarmi bene? ... mai! - la sua risposta sembrò più ironica mentre l'accompagnava con la cantilena emiliana.
- Ma che caspita di progetti hai?- sbottai.
- Ma non ti sembra un bel progetto? -
- No ... ed è inutile che fai il broncio. -
- No ... non faccio il broncio ... è che qui sono di peso a tutti e più il tempo passa e peggio sarà ... in più i soldi finiscono ed io costo, lo sai? -
- Ma tu hai ancora da dare ... la tua scrittura. -
- Sì, certo, dai ... scrivo un libro sul mio progetto ... è tutta colpa della Chiesa se su questo progetto ci sono tanti tabù. - gli occhi di Carmela ridevano.
- Sì, brava, che mi piace quando si trovano gli argomenti per andare contro la Chiesa! -
Rise e non solo con gli occhi.
- Certo, scrivi ... come sai fare tu! - ingoiai la saliva quasi a forza - Ecco, io sono d'accordo col tuo progetto ... però è troppo presto per te ... tu puoi ancora dare! Si può aspettare! -
Si rimase in silenzio per qualche secondo ma a me parve un'eternità.
- Adesso, devo proprio andare ... - mi alzai.
Mi chinai per baciarla sulle guance.
- Guarda che io t'aspetto ... -
- Certo ... ciao Carmela! - le gridai dal corridoio.
Salii in macchina portandomi dentro l'immagine di quella testa con l'acconciatura da soldato Jane.
Cavolo, una vera soldatessa! Lei sì che combatte una battaglia ... il suo "progetto" è una battaglia non una fuga ... una battaglia per rimanere se stessa e per non cedere le armi al nemico.
Davanti a lei mi sento piccolo.
- Porca miseria! Non le ho detto che le voglio bene! - dissi a voce alta mentre imboccavo l'autostrada.

                                                                    -----0o0-----

(a) Gli ellenici erano il resto di un'armata con più di 40.000 guerrieri condotti da Nicia ed Alcibiade.
Quella sconfitta segnò la fine della seconda guerra del Peloponneso che in realtà si combatté in terra siciliana. Atene fu vinta e non fu più capace di brillare della stessa luce.

(b) Il fiume Asinaro, a nord di Noto Antica, scorre lungo una delle valli che racchiudono l'antica rocca su cui s'ergeva il vecchio insediamento netino e dopo essersi fatto strada attraverso strette spianate costeggia la periferia di Noto e muore sulla spiaggia di Calabernardo. Su quella costa approdarono alcuni reparti della cinquantesima divisione di fanteria inglese che nell'estate del 1943 sbarcarono in Sicilia.


(c) Le fonti degli storici antichi dicono che gli ateniesi furono vinti e massacrati sul corso d'acqua Asinaro, nei pressi della sua foce. Mi sono sempre chiesto come potesse essere possibile, infatti nell'ultimo tratto del suo breve percorso il fiume attraversa un'ampia pianura e l'esercito greco superstite era composto da 17.000 soldati. Circondare un tale numero di persone ed annientarle necessita una struttura militare ancora più nutrita, non penso che i Siracusani fossero così numerosi e desiderosi di dare battaglia in campo aperto. Le stesse fonti asseriscono che gli ateniesi furono annientati nelle gole che sono percorse a valle dal torrente. Per trovare delle gole bisogna addentrarsi negli altipiani che sovrastano la pianura costiera. Sarebbe stato illogico che un esercito in fuga attraversasse un terreno collinoso: molto più veloce un ripiegamento su terreno pianeggiante!

D'altro canto così sembra che sia avvenuto come confermano le fonte storiche: l'esercito in rotta attraversò la pianura, seguendo la strada elorina in direzione di Gela.
La mia ricerca s'è arrestata quando scoprii la depressione su cui scorre il torrente ad un chilometro della sua foce.

(d) Diecimila ateniesi morirono in quella carneficina e settemila furono rinchiusi nelle latomie di Siracusa dove, dimenticati dalla madrepatria, morirono di stenti.


(e) Malgrado fossi alquanto scosso per le immagini che la mia fantasia m'aveva procurato, ritornando verso casa dentro il mio bacherozzo motorizzato,  mi sorpresi a pensare cosa sarebbe successo se Atene avesse conquistato Siracusa realizzando le sue mire espansionistiche. Forse sarebbe stata tanto potente da imporsi su Cartagine ed avrebbe soffocato sul nascere l'espansionismo romano. Atene sarebbe diventata la capitale d'una vera potenza militare e magari avrebbe costituito un impero al posto di Roma ... adesso in Europa si parlerebbero delle lingue neo-greche! La Grecia avrebbe cambiato il suo destino rimanendo sempre una potenza nello scacchiere europeo ed avrebbe potuto frapporsi all'impero ottomano. Sarebbe stata una nazione non sottomessa tanto che alla fine nessuno adesso si permetterebbe di cazziare Tsipras!
Sorrisi perché pensai che la Merkel deve ringraziare Siracusa se può fare la voce grossa con i greci ... ah, mia cara Angela, sapessi quanto devi a Siracusa!