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mercoledì 31 dicembre 2014

I perdenti


Non so perché, ma da un po' di giorni mi dico che voglio scrivere un pezzo sui perdenti. 
Perché? 
Perché mi piacciono. 
Ho una naturale simpatia verso i perdenti. Non per questo aspiro ad essere tale, anzi sono sicuro che nessuno vuole esserlo. Eppure si è perdenti e nel mondo sono più numerosi coloro che appartengono a questa classe che a quella dei vincenti.
Ma chi sono i perdenti?
Coloro che non vincono, semplice, no?
Allora lo siamo tutti, non si è mai completamente vincitore nella vita, anzi non lo è nessuno perché, alla fine, moriamo ed anche i vincitori che nulla possono contro la morte. 
Discorso chiuso, direte voi!
Ed invece no, perché in questa vita noi ce ne freghiamo della morte e facciamo tutto come se non esistesse, come se riguardasse gli altri, non noi.
Provate a pensare alla morte e tutto vi sembrerà caduco: la carriera, il lavoro, i soldi, la bellezza ... eh sì, anche l'arte! La mia cara ed amata arte! Concentratevi sull'opera più bella che, secondo il vostro gusto e la vostra inclinazione, un uomo abbia mai eseguito. 
Per quanto bella possa essere, per quanto sublime rimane vacua di fronte alla ineluttabilità della morte.
Hominem te esse memento! Memento mori! (Ricordati che sei un uomo! Ricordati che devi morire!),sussurravano all'orecchio dei generali gli schiavi che li accompagnavano nella loro marcia trionfale.
Diciamocelo: la morte è una minchia di problema a cui tutti gli uomini, da quando sono esistiti, si son dovuti confrontare.
Tutte le religioni e tutte le filosofie che gli esseri umani hanno concepito avevano il fine ultimo di spiegare la morte o quanto meno di giustificare la vita. Certo, che d'energie fantasiose ce ne abbiamo profuse! Ma il problema è ancora lì ed ogni spiegazione e giustificazione, alla fine, ha sempre almeno una falla.
Quindi non sarà certamente da queste quattro povere righe che uscirà la risposta all'annoso problema.
E poiché si tratta di qualcosa d'irrisolvibile preferisco ignorarlo, proprio come voi tutti fate.
Quindi torniamo a noi, cioè ai perdenti.
Perché ci sono i perdenti? Perché gli esseri umani spinti da una forza irrazionale devono lottare sempre contro qualcosa o qualcuno per finire vinti o vincitori. Quando vincono si trovano un'altra sfida ... e così via, l'avventura ricomincia.
Personalmente se il processo fosse rivolto solamente verso le "cose", la "natura crudele"o  le malattie non mi sentirei capace di dare alcun giudizio negativo alla lotta per la ricerca della vittoria. Così non è quando invece l'uomo ha bisogno di lottare e di vincere per sottomettere altri uomini.
Ecco, in questo caso il mio pensiero si ribella.
Posso ribellarmi quanto voglio ma così è se vi pare o no!
Gli esseri umani trascorrono la maggior parte del loro tempo a battersi fra di loro cercando d'affermarsi gli uni sugli altri. Ciò avviene in qualsiasi ambito ma quello che restano i principale sono l'accumulazione della ricchezza e la presa del potere. Su questi due campi di battaglia chi s'impone può permettersi di proclamarsi vincitore assoluto ed s'inebria così tanto da illudersi d'essere al di sopra degli altri. Non più tardi d'un secolo e mezzo fa esistevano monarchi che si dicevano re od imperatori per volontà divina! Adesso nessuno si proclama asceso al trono per volere di Dio (sì, ce n'è uno: il papa!) ma sono intimamente convinto che, fra i potenti della terra, vi siano coloro che lo pensano anche senza confessarlo!
Ricordate Charlie Chaplin quando faceva giocare Hitler col mappamondo? Beh, chi mi dice che al chiuso d'una stanza non ci sia qualcuno che faccia la stessa cosa?
La ricerca dell'affermazione, del successo, la volontà di scalare una piramide fatta di essere umani per arrivare fino alla cima e sedercisi sopra, sembra essere l'istinto che condiziona l'agire di ogni uomo o donna. Ce lo insegnano nelle scuole fin da quando siamo piccoli e c'infarciscono d'ammirazione per uomini come Alessandro Magno, Cesare, Augusto, Carlo Magno, Tamerlano, Solimano, Gengis Khan, Napoleone ... tutte vite su cui si basano i modelli di riferimento della nostra società. Spesso si ripetono i loro aforismi (spesso banali) citati come frasi dal contenuto divino neanche se fossero estratti dalle tavole dei dieci comandamenti. Non sono più umani, ma super-uomini ... dei, insomma! Per me restano e rimangono dei psicopatici (con le dovute eccezioni!) disposti a tutto pur di salire in cima della piramide umana.
Siamo impregnati dalla cultura del successo perché si ritiene che questa sia il motore dell'umanità. Tale concezione è talmente radicata che è diventata un'ossessione tanto che in alcuni paesi dell'estremo oriente (Cina e Corea, per esempio), l'hanno adottata come modello per educare le ultime generazioni che dovranno diventare le prossime classi dirigenti.
Da quelle parti, nei paesi cosiddetti emergenti cercano d'emulare quello che viene mostrato dai paesi occidentali come il modello sociale  che dovrebbe renderli finalmente emersi!
Fra questi quello che conosco meglio, dopo l'Italia, è la Francia. I cisalpini hanno un sistema scolastico molto selettivo che mira a selezionare una ristretto numero di persone che dopo dovrebbero essere i funzionari dell'apparato statale. Tale organizzazione, detta delle "Grandes Ecoles", fu concepita (manco a dirlo) da Napoleone.
In realtà, nel secondo dopo guerra i grossi gruppi hanno attinto da queste università per cooptare nelle loro strutture i futuri grandi "manager". A partire da certi livelli di dirigenza, li trovate dappertutto, nelle grandi aziende e, spesso, oltre al loro curriculum scolastico sono legati da solide connessioni massoniche. Ciò che m'impressionò quando cominciai a vivere in Francia fu scoprire come la predestinazione al "successo" nelle giovani generazioni fosse già stabilita a ventiquattro, venticinque anni e come questi individui si sentano già vincenti, socialmente parlando, in giovane età. Com'è possibile che la nazione che ha prodotto la rivoluzione dei perdenti più famosa del mondo (il quarto stato), abbia ricreato dopo duecento anni un sistema dove esiste ancora una classe (quella dei burocrati) che domina sugli altri?
Che la controrivoluzione non sia ancora finita in Francia?
Mah!
Comunque sia, la società organizzata fra vincitori e vinti, fra dominati e dominanti è ancora imperante e rappresenta un elemento di frustrazione per chi non riesce ad arrivare ai vertici della piramide ma resta alla base.
Ultimamente ho pranzato con un signore che può essere considerato fra coloro che hanno fatto una invidiabile e brillante carriera nell'ambito di grossi gruppi industriali francesi (è stato a capo di tre delle più importanti aziende cisalpine). Purtroppo una malattia ha arrestato il suo progredire e malgrado che i suoi problemi di salute siano stati sconfitti lui ormai è fuori dal "grosso" giro!
L'ex-grand'uomo aveva l'aria un po' mesta, forse avvilita.
- Che fa adesso? - gli chiesi.
- Mah, vorrei dare una mano ad altri capi d'azienda per far crescere ancora di più le loro società! -
- Insomma, vuole fare il consulente ... il consigliori. -
- Il cons ... chi? -
- Sa, io sono siciliano ... nelle strutture mafiose ci sono coloro che consigliano ai capi ... gli advisor ... i consigliori, per l'appunto! -
- Ah, capisco. -
- ... e se invece la piantasse lì? ... invece di ronzare attorno al potere e di fare come gli ex-fumatori che sniffano il fumo delle sigarette degli altri ... girasse le spalle a tutto ciò e si dichiarasse finalmente "vinto"? Noi due abbiamo grosso modo la stessa età, se le statistiche hanno ragione, con un po' di fortuna dovremmo vivere ancora vent'anni. E lei vuole ancora stare lì a giocare a fare il manager? Perché? -
Non so se si toccò i suoi attributi sotto il tavolo (l'uomo ha vissuto diversi anni in Italia) ma non rispose. 
- E' bello essere della parte dei vinti ... - dissi forse ispirato dal buon Bordeaux - Noi siamo tanti, siamo quelli che facciamo l'umanità siamo alla base, senza di noi la piramide non esisterebbe neanche. Noi esisteremo sempre, magari in incognito, coloro che sono in cima non ci saranno più, sono destinati ad essere ricambiati, rimpiazzati ... anche noi lo saremo  individualmente ma la  nostra classe è solida e forte in quanto siamo un blocco unico, siamo anonimi e quindi duraturi. Noi, quelli della base, possiamo avere la mia faccia, quella dei miei figli, dei miei nipoti ma esisteremo sempre anche se ignorati. Son quelli come noi, che hanno costruito le città, i ponti, le muraglie Cinesi. Siamo noi che diamo la vita a questo mondo. Siamo in maggioranza, siamo quasi sette miliardi e per questo siamo i più forti. I vincitori fanno quello che vogliamo noi, loro non lo sanno ma sono i perdenti che fanno la storia. I perdenti restano, sopravvivono, i vincitori no e spesso spariscono nel mare magnum dei perdenti. E' solo una questione di tempo. -
L'ex grand'uomo mi guardò e non rispose.
Io alzai il calice che conteneva ancora qualche goccia di vino rosso.
- Brindiamo, brindiamo ai vinti ... brindiamo a noi! -
Continuò a guardarmi senza favellare, perplesso.
- ... io brindo ai perdenti ... che alla fine non perdono mai ... lei, lei faccia la minchia che vuole! -

... e così sia.







lunedì 22 dicembre 2014

Un altro decollo da rue de Nanterre



... e Gina vola. Vola nella notte su Parigi appesa a duecentocinquanta gabbiani.

L'italiano l'aveva convinta ed aveva piano piano corroso la sua diffidenza. 
Quando sull'ampia terrazza dell'immobile di rue de Nanterre trovò tutti quelli uccelli ad attenderla, le sembrò di sognare e di trovarsi dentro un film di Hitchcock.
Era surreale essere su quella terrazza ed era straordinario vivere quella esperienza incredibile.
L'italiano le abbottonò l'imbragatura collegata con i fili a ciascun gabbiano.
- Quando vuoi cambiare direzione dillo a Biagio, ti ricordi l'abbiamo conosciuto insieme sulle scogliere di Etretat? C'è un altro gabbiano che parla italiano, si chiama Pasquale e viene da Procida ma quello si lamenta e basta. -
Quando si sollevò vide allontanarsi il pavimento della terrazza e l'italiano farsi sempre più piccolo. Le mancò quasi il respiro. Non aveva il coraggio di guardarsi attorno e cominciò a farlo quando lo stormo fece un largo giro intorno alla Mairie.
- Dove andiamo? - le chiese Biagio.
- Portami sopra Parigi. -
- Giro turistico? -
- Giro turistico. - gridò Gina che avendo vinto la costernazione ormai era in preda ad una irrefrenabile eccitazione.
- Bau, bau. - abbaiò il cavalier King Charles Wilson che attraverso i vetri di una delle case di rue de Nanterre vide quello spettacolo volante.
- Ma che ha? - esclamò la sua padrona destata nel pieno della notte.
- Vai a cuccia Wilson! - gli ordinò gridando dalla stanza da letto il suo padrone - Sta diventando nevrastenico, bisognerà farlo accoppiare. - commentò poi.
- Sesso, sesso, sesso ... da quando Freud ve l'ha raccontata voi umani spiegate tutto col sesso. Anche voi abbaiereste se vedeste tutti quei gabbiani trascinare in aria una donna! - pensò Wilson che brontolando ma ubbidiente, dopo aver fatto due giri su se stesso, s'accucciò sul suo giaciglio.
S'addormentò rilasciando un leggero guaito e sognando, ben presto, di volare anche lui con i gabbiani.

- Hai freddo? - le chiede Biagio.
- No, va bene così ... mi sono ben coperta ... solo un po' di aria gelida sulla faccia. -
- Muovi le gambe, come se andassi in bicicletta.  Così fai circolare il sangue. -
Gina comincia a pedalare nel vuoto.
- E se incontrassimo Babbo Natale? - domanda poi divertita.
- Perché dovremmo incontrarlo? - chiede Pasquale, il gabbiano campano.
- Beh, siamo a ridosso delle feste e Babbo Natale vola su un carro trainato dalle renne! -
- Le renne non volano! -
- Ma quando mai hai visto tu delle renne a Procida, te? ...che ne sai delle renne? Ma pensa te? - interviene Biagio.
- Ohè ... ma che tieni? Mica stavo parlando con te! Ma che stai girato male? -
- Dai su, vola ... tasi e vola! ... che poi ti manca il fiato! -
Gina li ascolta appena, i suoi pensieri volano con lei e la portano ben lontano, non sopra a Parigi, ma nei pressi del vulcano Etna, a Misterbianco dove la sua vita è cominciata.
Gina, la transessuale, si ricorda quando era un ragazzino.

- Luigi è na' fimminedda! Luigi è na' fimminnedda! - gli gridavano i suoi coetanei maschi.
Un giorno lo circondarono e cominciarono a girargli attorno come facevano gl'indiani nei film. L'avevano spiato e l'avevano sorpreso calzare le scarpe con i tacchi di sua madre.
Luigi li guardava fissi negli occhi uno ad uno. Cosa s'aspettavano che abbassasse lo sguardo o che piangesse proprio come una fimminedda?
I suoi assalitori mal sopportarono quella sfida e Itano, il più grande di tutti che già aveva sparato con la pistola di suo fratello maggiore, propose:
- Portiamolo nella casa sdirrubata e viremo se vergine è.-
Lo immobilizzarono e lo trascinarono via nella casa diroccata. Luigi lasciava che facessero, nei suoi occhi non c'era paura o vergogna ma semplicemente il niente.
Sembravano solo una numerosa banda di monelli che giocava nelle polverose strade di Misterbianco in mezzo a case senza intonaco e cassonetti stracolmi di maleodorante immondizia che il caldo di quel giugno inoltrato ne accelerava la putrefazione.
Lo spogliarono e lo violentarono col manico di una scopa e lui lasciò che facessero forzandosi di non piangere malgrado il dolore. Si fermarono solo quando lo videro sanguinare.
- Ora non sei più vergine, la bottana puoi fare. - disse Itano.
Luigi ebbe un emorragia e dovette essere ricoverato ma quando fu interrogato dal poliziotto la vergogna gli suggerì una menzogna e  disse d'essersi fatto male cascando su una pietra.
Ritornato a casa non uscì per settimane neanche quando sua madre gli chiedeva d'andare a comprare il pane. Disegnava, tracciava linee su linee e sui fogli apparivano case sempre più belle, sempre più fantasiose.
Un giorno sua madre insistette più del solito perché uscisse a comprare il pane e lui varcò l'uscio di casa facendosi accompagnare dalla sorellina come se quella bambina che teneva per mano potesse proteggerlo.
Appena girato l'angolo, davanti a lui si parò Itano.
- Allora bottana che fai? Sparisti ... che fai non travagli? Luigi ... anzì no Luigina, Luigina la bottana. Per gli amici Gina. - rise per la sua facezia.
Luigi lo guardò fisso, inespressivo. Strinse solo un po' di più la mano di sua sorella.
- La viri chista? - Itano alzò leggermente il bordo della sua maglietta abbastanza per mostrare il calcio di una pistola - Io sparo a tutti nella tua famiglia e comincio con la picciridda - disse indicando la bambina che con la mano libera si schermava gli occhi feriti dai raggi del sole.
- Ma che vuoi? Lasciami in pace! - Luigi era terrorizzato ma si sforzava per non darlo a vedere.
- Che cosa voglio? Che tu travagli pi mia come bottana. Ho già dei clienti ... stasera t'aspetto alla casa sdirrubata ... vieni, sennò ammazzo ta soro! Fatti bella, Gina la bottana! -
E Luigi quella sera andò.
Quando tutto fu finito, Itano gli disse:
- Tieni, cinquemila lire: mille per cliente! Accattati la ciungamme! - rise l'aguzzino sprezzante.
No, Luigi non comprò la chewing gum ma nascose i soldi e continuò a farlo finché prese il diploma di geometra. Quello stesso anno Itano morì ammazzato nella zona del porto a Catania, aveva voluto allargare il giro senza chiedere permesso.
Luigi si pagò un biglietto ferroviario ed il treno si fermò a Parigi, lì cominciò a studiare architettura.

... e Gina vola, vola nei cieli di Parigi.
Ormai da tempo è divenuta la sua città.
Accarezza la metropoli con lo sguardo e l'abbraccia perdonandole la durezza delle prove che ha dovuto sostenere. Per Gina, Parigi è come una bella donna ingioiellata di luci nella notte, algida e severa ma che sa essere anche accogliente in maniera discreta, forse troppo.
In essa ha lottato e s'è riscattata continuando a fare il lavoro per tanto tempo praticato sulle pendici dell'Etna. Col vecchio mestiere s'era pagata gli studi fino a quando ricevette il titolo di architetto.
Era la più bella, Gina la sicilienne la chiamavano al Bois de Boulogne.
Eccolo lì lontano, il Bois de Boulogne, racchiuso fra le luci della periferia ed il lento scorrere della Senna, come un inguine femminile pieno di mistero e di sensualità.
Sì, Gina, vola ... e sorridi a Parigi!
Certo, lei ricorda tutto anche quando decise d'uscire dal bozzolo e il corpo di crisalide maschile si trasformò in quello d'una farfalla, una vera farfalla donna che cominciò a volare dopo un anno di sofferenze.
- Allora, Gina? Ti piace il giro turistico? - le chiede Biagio.
- Certo che mi piace! Mi piace tutto ... e mi piacete anche voi, cari gabbiani! ... v'assicuro che vi farò fare una scorpacciata di cibo così che non vi potrete più alzare in volo! -
Tutta quella popolazione cosmopolita di volatili rispose in gabbianese. I gabbiani infatti conoscono il significato della parola "cibo" in tutte le lingue del mondo anche se provengono da paesi differenti.
- Ohè guagliò e statevi citti, zitti ... non sia mai che, con tutto questo casino, qualcuno da sotto ci senta! - dice Pasquale cercando di calmare gli animi.
Gina ride felice ... ha un'altra ragione per farlo: quel giorno stesso ha ricevuto dal notaio l'atto d'acquisto della casa sdirrubata di Misterbianco.
Sì, la restaurerà e la farà maestosa come un tempio del dolore ormai lenito ma non ancora dimenticato.
Ma al contempo sarà bella, la più bella casa di Misterbianco.

venerdì 12 dicembre 2014

... come eravamo?


Mi scuso con chi ama solo i miei racconti, ma ogni tanto ho bisogno di scrivere quello che penso ... ed oggi ho proprio voglia di lasciar libero l'italopensiero!

Tesi

Se vogliamo uscire dall'impasse economica sociale in cui siamo bisogna ritornare al modello italiano, quello che ci ha fatto rinascere nel dopo guerra quando l'industria di Stato ha trainato la crescita.

Premesse Storiche

Circa vent'anni fa distrussero l'industria di Stato in nome del liberismo nell'illusione che, prendendone l'eredità, sarebbe stato rimpiazzato da grandi gruppi privati che avrebbero promosso la crescita e favorito la ricerca. Ma gl'italiani non sono animato dallo spirito del capitalismo protestante, siamo cattolici. La maggior parte degli imprenditori italiani puntano all'arricchimento veloce, per investire su se stessi e sulla loro famiglia.
Perché siamo così ? Individualismo? Forse sì, ma io cerco di spiegarlo frugando nella nostra storia e nell' osservazione della morfologia geo-politica del bel Paese per più d'un millennio e mezzo.
Nei secoli l'Italia è stata frantumata in staterelli, la cui esistenza era favorita dalla Chiesa che mal vedeva un potere temporale tanto forte da poterla opprimere. Abbiamo avuto molti principi (con buona gloria di Machiavelli e Castiglione) con magnifiche regie e palazzi che hanno favorito l'arte e la cultura per abbellire le loro dimore ma nessuno ha veramente investito per rendere il suo dominio cosi potente da permettergli una politica espansiva necessaria per creare un grande stato. Si è dovuto aspettare la seconda metà del secolo diciannovesimo perché una casata decidesse, spinta da una classe borghese che voleva emulare quelle del nord Europa, di rendere lo stivale un solo paese.
Ma questo non è bastato per creare una vera classe imprenditoriale forte, anzi, per essere più precisi, una mentalità imprenditoriale capace di produrre gruppi industriali. Nella nostra storia recente (ultimi cento trent'anni, per intenderci) abbiamo annoverato tanti speculatori ma pochi industriali! Certo, abbiamo avuto degli esempi illustri soprattutto nel mondo della moda ma non sufficientemente imprenditori per divenire "capitani d'industria" su scala internazionale. Negli anni ottanta del ventesimo secolo ci sono stati degli imprenditori che hanno provato ad ingrandirsi e ad uscire dai confini nazionali (De Benedetti, Ferruzzi/Gardini e lo stesso Berlusconi. Li definirei comunque speculatori piuttosto che capitalisti industriali!) ma sono stati tutti ricacciati oltre le Alpi dopo esser stati ignominiosamente bastonati. Il caso Fiat è una storia a sé stante: l'evoluzione del gruppo non ci sarebbe stata se dietro non ci fosse stata l'Italia intera a sostenerlo ed a foraggiarlo fin dai suoi esordi e quindi se non fosse stato sostenuto dallo Stato (qualcuno si ricorda lo sforzo bellico della prima guerra mondiale, le casse integrazioni senza fine ed i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno?).

Teorema

Insomma grosse multinazionali non siamo mai riusciti a crearle e se non ci fossero state società come l'ENI, l'IRI, la SIP, l'ENEL ... noi saremmo ancora al palo e, non avendo neanche le realizzazioni strutturali (autostrade, linee telefoniche, linee elettriche) eseguite nel secondo dopoguerra, saremo ancora a raccontarci che small is beautiful!
Forse parto da lontano ma tutto questo parlare e girare intorno al problema del rilancio dell'economia e della crescita comincia a saturarmi.
L'Italia è una nazione di sessanta milioni d'abitanti, tutti geniali e simpatici ma con la genialità e la simpatia non si mangia.
Anche altri paesi hanno le loro qualità e s'identificano con peculiarità che li rendono unici e rimarcabili. Ma di chi sto parlando? Della Germania (81 milioni d'abitanti), della Francia (66 milioni), della Gran Bretagna (60 milioni), della Spagna (47 milioni) ... e tutti gli altri. Ogni paese lavora per uscire da quella che viene chiamata crisi  (ma noi sappiamo benissimo che non si tratta d'una crisi ma d'un cambiamento strutturale dell'economia mondiale).
Domanda: ogni paese preso a se stante potrà venirne fuori? O meglio: la Germania potrà farcela contro un mercato mondiale composto da sette miliardi (meno ottanta) d'abitanti di cui buona parte appartengono ai paesi emergenti caratterizzati da un'economia che diventa sempre più organizzata e sufficientemente ricca per sostenere il proprio sviluppo? La stessa domanda è lecito porla all'Italia, alla Francia, all'Inghilterra, alla Spagna ed a tutti gli altri. No, ogni singolo paese non può farcela ed i governanti lo sanno bene, ma per convenienza politica non lo confessano. Per venirne fuori i paesi europei hanno solo una soluzione: divenire un tutt'uno eliminando ogni separazione sostanziale. La strada è la condivisione, il superamento degli egoismi e l'accantonamento di ogni sentimento di voler prevalere sugli altri.
Purtroppo si tratta d'un processo lungo che, osservando le dispute fra nazioni, sembra quasi un'utopia. Forse bisognerà che si tocchi il fondo del pozzo per arrivare ad una presa di coscienza?
Forse, non so ... ma il cambiamento di direzione non è certamente per domani.
Quindi, poiché non possiamo aspettare che l'Europa si faccia veramente (quando cadranno i nazionalismi e si bruceranno le bandiere?), dobbiamo di nuovo ricreare il modello economico che s'è rivelato adatto alla ripresa e che ci ha consentito d'emergere in pochi anni dalle macerie della guerra. In poche parole bisogna riesumare un ente per la ricostruzione e non affidarsi a capitali stranieri che non svilupperanno mai la ricerca in Italia. Perché il punto è proprio questo: vogliamo riprenderci? Bene, finanziamo la ricerca e investiamo nelle infrastrutture che cominciano ad essere obsolete. Le piccole e medie imprese non possono permetterselo, non hanno i mezzi. Solo lo Stato può reperire le risorse finanziarie per sostenere la ripresa in un contesto mondiale aggressivo ed agguerrito.
Ma l'Europa non lo permetterà mai attraverso il trattato di Maastricht.
Che si fotta l'Europa! ... intendo quella di adesso inconcludente e che polemizza ancora sulla supremazia delle diverse politiche economiche nazionali.
Mentre il vecchio continente segue il suo lungo processo di presa di coscienza, noi non possiamo rimanere con le mani in mano.
Per crescere abbiamo bisogno d'aumentare l'indebitamento? Ebbene aumentiamolo.
L'Europa non fa niente per aiutarci veramente e c'impone solo uno sviluppo che prende ispirazione da quello tedesco. Ma noi siamo italiani ed il nostro capitalismo non ha la stessa struttura di quello francese o quello tedesco, siamo semplicemente diversi perché allora non seguire un sentiero di ripresa che ci è più congeniale? In ogni caso per l'Europa stessa è bene che l'Italia sia forte economicamente ... certo non dobbiamo creare dei carrozzoni che sono stati poi all'origine dello smantellamento dell'industria di Stato. Dobbiamo tenerli lontani soprattutto dalla politica e governarli da un istituto al disopra dei partiti (presidenza della Repubblica?). Il nostro modello del dopoguerra è quello che ci consentirà d'intraprendere la via più breve evitandoci di svenderci al primo offerente. E' certo che di quel modello dovremo tenere vivo il buono (spirito imprenditoriale e strategie industriali) e disfarci del cattivo (maneggio politico e clientelismo).
In Europa non si è voluto creare nessun sentimento di solidarietà ma si sono continuati a nutrire dei "distinguo" che continuano a farci sentire italiani, francesi, tedeschi, spagnoli ... fino a quando non si bruceranno le bandiere e ci si scorderà dei nostri nazionalismi niente di positivo potrà prospettarsi davanti a noi ... nel frattempo? Bene nel frattempo bisogna arrangiarci (siamo italiani, giusto? ... eh, eh!), fermando l'autolesionismo anche perché (diciamocelo!) teniamo famiglia e chi da mangiare alle creature? Angelina Merkel?
Quindi inutile inoltrarci su altri sentieri sconosciuti e lasciarci andare al depauperamento volontario per entrare a far parte di coloro che si sono immolati sull'altare del liberismo.
Bisogna solo essere pragmatici e non aggrapparci a scuole di pensiero economiche che sono sterili.
Noi abbiamo bravissimi imprenditori di aziende medio piccole che in quanto tali si battono in un mondo dove (alla faccia del liberismo!) valgono le regole dei più forti e di coloro che occupano larghe fette di mercato. Questi sparuti capitani di ventura (fra essi non annovero gli sparvieri, gli speculatori e gli sfruttatori che spesso si autoproclamano imprenditori) non hanno protezione. Non sostengo il becero protezionismo ma la creazione di strutture industriali (e non) forti e trainanti un'economia che non si riprenderà mai se non avviene niente che cambi velocità e dia sicurezza ad una nazione agognante.

Constatazione finale

Forse abbiamo ancora bisogno di uomini come Enrico Mattei, Raffaele Mattioli, Guidi Carli ed Ugo la Malfa, personaggi che durante la loro vita sono stati a lungo osteggiati ed accusati di dispotismo. Sarà, ma erano dei visionari senza i quali lo stivale non avrebbe ricucito le sue profonde ferite e provocato la sua (ri)nascita !
Una cosa è certa: da quando sono spariti dalla scena, l'Italia non è stata più come prima ed a cominciato a spegnersi.

domenica 7 dicembre 2014

Le strane avventure dell'italiano di rue de Nanterre


L'italiano esce ogni mattina alla stessa ora per recarsi in ufficio.
Da un po' di tempo si sente osservato mentre attraversa rue de Nanterre. Già diverse volte, in questi ultimi giorni, ha sorpreso una sua dirimpettaia (deve essere madame Jeanne) osservarlo attraverso i vetri. Monsieur Régis, mentre apre la sua bottega di calzolaio, lo saluta e lo guarda con aria dubbiosa. Certo, s'è fatto ben pagare quegli oggetti di cuoio a forma di cono ma ancora non è riuscito a capire a cosa servissero! L'uomo gli aveva detto che erano dei copri bottiglie ... dei copri fiaschi ... non s'era spiegato bene, anzi, non aveva voluto essere chiaro, di questo ne era quasi certo!
Mah!
L'italiano è un po' ansioso. Quella mattina deve presentare le conclusioni d'un importante lavoro e quando deve parlare in pubblico si sente sempre a disagio. Per non angustiarsi cerca di pensare invece al suo straordinario potere. L'ha scoperto per caso ed ora ne è certo: ciò che accade ha una connessione con i voli dei gabbiani! Sì, una connessione, diciamo ... indiretta.
... ... ... ...
Non bisogna credere che l'italiano si sentiva appagato per quell'esperienza. Sapeva che avrebbe ripetuto lo straordinario volo al seguito dei gabbiani. Anche gli uccelli lo sapevano.
Quanto atterrò sul piatto tetto del suo immobile era felice e quasi non si reggeva più sulle gambe per l'emozione. 
Rifocillò i gabbiani affaticati, distribuendo gli avanzi di lavorazione dei macellai e salumai del vicinato raccolti nei giorni precedenti. Mentre eseguiva questa operazione cominciò a spogliare i gabbiani dei loro corpetti di cuoio su cui erano assicurati i fili a cui era appeso durante il volo.
Mentre passava davanti a Biagio, il suo gabbiano preferito, udì l'uccello ridere. 
- Uhé, sei tutto svuncio, terrun! Sei sporco! -
Anche gli altri gabbiani cominciarono a ridere sguaiatamente.
- Togliti la giubba. -
In effetti sulle spalle era tutto sporco d'escrementi.
- Io o saccio chi ha stato! ... Ingolf, u tedesco! - disse Pasquale, il gabbiano procidano - Chillo mangia delle schifezze e tene sempre male e panza! -
- Non ti preoccupare, porta fortuna. - gli disse Biagio.
- ... ma t'immagini quanta fortuna tiene adesso? ... con tutta quella merda vince pure la lotteria! -
Tutti i gabbiani risero senza ritegno.
L'indomani mentre attraversava la strada un ciclista quasi lo travolse ma riuscì a scansarsi all'ultimo istante.
- Ma vai a cagare! - gli disse in buon italiano.
Dopo qualche secondo il ciclista s'arrestò ed in mezzo alla strada, incurante dello sguardo dei passanti, s'abbassò  i pantaloni, s'accucciò e si mise a defecare!
- Ma che diavolo fa? - disse una signora stretta nel suo cappotto.
- La cacca! - rispose un bambino come se farlo in pubblico fosse la cosa più naturale del mondo.
Un ragazzotto riprese la scena col suo cellulare e la postò su Youtube, spopolando nella rete!
Passarono due giorni e l'italiano organizzò un altro volo su Parigi.
I gabbiani che (contrariamente a quello che si può credere) sono animali metodici, assunsero la stessa formazione della prima straordinaria impresa.
Avendo acquisito un po' più d'esperienza i volatili ed il loro passeggero eseguirono volteggi più azzardati e si concessero anche delle evoluzioni fra le torri de La Défense.
Quando atterrarono, alla fine del volo, l'italiano scoprì che la sua giubba era ancora tutta lorda.
- ... è stato ancora Ingolf! - annunciò Pasquale - ... e quello tiene sempre la cacarella! -
Per nulla contagiato dall'ilarità dei gabbiani che si divertivano un mondo per quelle goliardate scatologiche, l'uomo chiese a Biagio, in qualità di capo-stormo, di spostare la posizione di Ingolf nel prossimo volo evitando che fosse proprio sopra di lui.
L'indomani tutta l'Ile de France era bagnata da una pioggerellina che il tempo meteorologico, quando non vuole essere né buono né cattivo, asperge giusto per infastidire gli esseri viventi.
L'italiano aveva dormito poco ed era di cattivo umore.
Una signora maleducata, di quelle che, comunque vada il mondo, credono che gli altri umani siano solo di contorno, con la stecca dell'ombrello quasi gli cavò l'occhio e non si degnò neanche di scusarsi!
- Ma ficcatelo in culo! - mormorò fra i denti l'italiano.
Trascorse qualche secondo e la maleducata, nel bel mezzo del marciapiede, dopo essersi liberata degli indumenti che le coprivano il deretano, cominciò a praticare la sodomia con l'attrezzo che poc'anzi quasi aveva provocato l'accecamento dell'italiano.
Si scatenò il pandemonio ed anche il traffico s'arrestò e l'oscenità fu interrotta da due poliziotti che passando  di lì per caso trascinarono la forsennata dentro la macchina.
- Lasciatemi, lasciatemi! - gridava - Ma come vi permettete? -
- Ma che sta succedendo a questo mondo? Non si possono più lasciare i bambini camminare per le strade ... se ne vedono di tutti i colori! Pensi che alcuni giorni fa un ciclista s'è messo a far la cacca in mezzo alla strada! Vergognoso! - commentò  una signora che esterrefatta cercava di mettere una mano sugli occhi del bambino con cui era in compagnia.
L'italiano era sgomento.
Ma come era possibile? Sì, certo, doveva esserci una connessione fra i voli e quello strano potere che gli dava la possibilità di far fare alla gente delle cose anche umilianti!
Ne era convinto.
Qualche giorno dopo mentre effettuava il volo notturno con i suoi duecentocinquanta gabbiani, individuò chi sarebbe stato il malcapitato del giorno seguente. Una piccola vendetta, innocua ... per fare giustizia!
Dopo essere atterrato sulla terrazza, controllò ben bene che la sua giubba non fosse macchiata dalle evacuazioni del gabbiano tedesco.
- Che ti avevo detto? Hai visto che era Ingolf il responsabile? Adesso che non volava sopra di te non t'ha schifiato! In compenso ha beccato me una volta ... ho dovuto volare stando accorto a non farmi colpire dalle sue bombe ... questa è l'ultima volta che volo sotto di lui ... ma 'stu tedesco ce lo dobbiamo proprio tenere? - chiese Pasquale, il gabbiano campano.
- Uhé, ma ti sei mat? Sei matto? Certo che ce lo dobbiamo tenere ... sennò come facciamo senza l'unico "bombardiere" della squadriglia? - rispose Biagio, il capo-stormo.
Tutti i gabbiani fecero esplodere una sonora risata!
L'indomani mattina l'italiano incontrò un signore che gli stava antipatico, l'aveva visto una volta maltrattare un clochard sul gradino dell'uscio della sua abitazione. Era tarda sera e pioveva ed il mendicante per ripararsi occupava un angolino del portone, non dava fastidio a nessuno. Ma il signore, un omaccione alto e panzuto (era un ex-giocatore di rugby), lo cacciò in malomodo.
L'italiano volante incontrava il gradasso di tanto in tanto quando la mattina si recava in ufficio. Sarebbe stato lui la prossima vittima.
- Che ti possano cascare i pantaloni! - disse a mezza voce assaporando già il momento in cui avrebbe reso quell'omaccione ridicolo.
Ma i pantaloni rimasero ben saldi aggrappati alla vita del signore.
- Che ti possano cascare i pantaloni! - ripeté.
L'omone imperterrito continuò a camminare e l'italiano cercò d'esercitare il suo potere diverse volte ma invano. Infine il signore sparì dietro un angolo, salvandosi.
- Ma allora, si tratta solo di coincidenze! Tutte le azioni che ho visto non hanno nessun legame con i miei malauguri! ... ed ancor meno con i miei voli ... che stupido, sono stato! -
Mentre così pensava non pose attenzione su dove metteva i piedi ... ed avrebbe dovuto farlo perché calpestò un escremento di cane.
- Ma certo! - esclamò tutto contento - Non centrano i voli! ... io, i poteri, li ricevo da Ingolf! -
Un anziano signore incrociandolo pensò che gl'italiani dovevano essere un popolo ben strano se dopo aver pestato le merde dei cani avevano anche l'aria contenta!
... ... ... ...
L'italiano cammina  e fa ben attenzione: non vuole che un malaugurio gli scappi mentre si reca al lavoro, se lo vuole tenere per un evento che gli può capitare nel corso della giornata!
La sera prima ha effettuato il suo volo in compagnia dei gabbiani e, avendo richiesto che Ingolf volasse sopra di lui, s'era intabarrato dentro un pastrano di tela incerata con un cappuccio.
Durante il volo il gabbiano teutonico non l'aveva deluso, bombardandolo a tutto spiano!
- Oggi voglio sperimentare la mia teoria e verificare se effettivamente gli escrementi di Ingolf sono miracolosi.-
Mentre pensa giunge in prossimità dell'ufficio. Adesso deve concentrarsi sulla presentazione.
Uffa, che barba! Speriamo che passi presto!
Sale sul piano del suo ufficio, recupera la chiavetta con le slide e s'avvia alla sala riunione.
Forse a causa del freddo o forse della voglia d'attardarsi prima d'entrare nella grande stanza, gli sopraggiunge l'impellente desiderio d'andare a far pipì.
Quando urina davanti al vespasiano guarda sempre una rondella della valvola che regola l'uscita dell'acqua dallo sciacquone. Chissà perché? Da dieci anni che è in quell'ufficio e guarda sempre la stessa cosa. Forse semplicemente perché ce l'ha davanti. Mah! Certo è che far pipì nei bagni dell'ufficio senza osservare la rondella gli sembrerebbe strano ... molto semplicemente: non gli sembrerebbe d'essere in ufficio. La sua mente deve aver creato un legame ed un giorno quando vedrà una rondella uguale a quella che ha di fronte forse avrà voglia di far pipì od avrà nostalgia dell'ufficio? No, avrà voglia di far pipì!
- Allora, come sarà questa presentazione? - una voce dietro di lui.
- Semplicemente interessante. - risponde l'italiano riconoscendo il tono disseminato d'acuti del presidente, il capo più importante, il numero uno.
Ma non ha il suo bagno privato? Che ci viene a fare nei cessi del resto dell'umanità?
- Mah, speriamo ... vedremo! - esclama il grand'uomo. Non è un augurio ma una provocazione, la stessa che fa il gatto prima d'imprigionare il topolino fra i suoi artigli.
L'italiano si lava le mani mentre il presidente, facendo pipì di fronte ad un altro vespasiano, guarda il proprio pisello, non la rondella.
No, il sorcetto non ha voglia di fare la presentazione e di far divertire il gatto ... ed ecco il colpo di genio! Sì, il genio italico!
Mormora qualcosa ... una breve frase nel suo idioma.
- A fra poco. - dice poi uscendo dal bagno.
Il presidente non risponde.
La sala delle riunioni è gremita di gente. La solita, tutti con l'aria degli uomini grigi ... tutti con l'atteggiamento di chi si vuol mostrare d'essere il grande amicone degli altri colleghi ...
L'italiano sbuffa.
Tutti aspettano che il presidente arrivi, non si può iniziare senza di lui.
Aspettano ... in generale è puntuale.
Ma il tempo passa.
Qualcuno entra nella sala e parlotta col direttore generale.
Ben presto una voce si diffonde: il presidente ha avuto un malore in bagno ... forse deve essere trasportato in ospedale!
Un sorriso stira le labbra dell'italiano e tradisce un certo sollievo, una soddisfazione.
Lo rallegra la conferma della sua ipotesi: è Ingolf all'origine del suo potere!
Cos'ha detto l'italiano nei gabinetti del piano presidenziale?
Niente di cattivo, lui non aveva voglia di fare la presentazione, ecco tutto!
Osservando le spalle del presidente che teneva il pistolino con le due mani, come se fosse una manichetta antincendio, aveva solo detto:
- Spero che ti resti attaccato alle dita! -