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mercoledì 22 ottobre 2014

L'italiano matto di rue de Nanterre



Madame Jeanne è seduta a tavola ed aspetta Nicolas, suo marito.
Il suono degli ingranaggi della pendola che appartenne a sua nonna scandisce il tempo. Bisogna caricarla ogni due giorni, la mattina.
E’ sempre stato così e sua madre quando gliela consegnò le disse che quel cuore meccanico aveva sempre funzionato grazie a quel cerimoniale. Era sopravvissuto ad almeno due generazioni di proprietari.
Adesso l’orologio scandiva la sua vita. Dopo di lei chissà dove sarebbe andata quella pendola?
Madame Jeanne e monsieur Nicolas non avevano figli e neanche nipoti. Erano entrambi figli unici.
Quasi quarant'anni prima, avevano tentato di divenire genitori ma la bambina era nata morta. Lo strazio fu tale che non vollero mai più fare altri tentativi.
Sono una coppia in pensione da diversi anni.
Lei ha trascorso buona parte della sua vita lavorando alla Poste e lui è stato impiegato per quarant'anni in una grossa società. Facendo una breve e lenta carriera, era riuscito a divenire capo dei servizi generali della sede principale alla Défense.
Il click della serratura della porta d’ingresso annuncia l’arrivo di monsieur Nicolas.
- Sei tu, Nicolas? –
- E chi vuoi che sia? – le risponde il marito facendo il suo ingresso nella stanza – Vado a lavarmi le mani ed arrivo. –
L’anziano uomo occupa le sue giornate presso monsieur Régis, il ciabattino, aiutandolo a rifare le chiavi ed a montare le targhe delle macchine. Eh sì, in quella bottega non si riparano solo scarpe ma s’effettuavano anche dei lavoretti complementari. Ci s’industria e la clientela, anche se non numerosa, è affezionata.
Monsieur Régis è un appassionato di jazz ed ha contagiato l’anziano amico che, di quel tipo di musica, non conosceva proprio niente prima di decidere d’essere d’aiuto al ciabattino.
In quei giorni discutono sul progetto d’invitare a suonare dentro la bottega, un giovane clarinettista. Pensano che il periodo ideale sia quello natalizio. Dalle diciassette e trenta alle diciannove e trenta, ogni giorno per una settimana. Lo pagherebbero rifacendo le scarpe a tutta la famiglia e consentendogli di ricevere delle mance dai clienti attratti dalla musica nel negozio. Stanno anche riflettendo se, in quell’impresa, fosse il caso d’associare madame Wong che, proprio accanto al ciabattino, gestisce un take-away di cucina cinese-vietnamita (madame Wong è sposata con monsieur Wong ed è originario di Saigon).
Se riuscissero a realizzare il progetto potrebbero aiutare l’artista che non se la passa bene poiché la moglie è stata da poco licenziata ed a casa ci sono tre giovani bocche da sfamare.
- Cosa c’è da mangiare? – grida monsieur Nicolas dal bagno cercando di sovrastare lo scroscio dell’acqua.
- Zuppa di zucca, insalata verde e formaggio. – risponde madame Jeanne che nel frattempo è andata in cucina a riscaldare la pietanza col microonde.
- Mai una bella bistecca! –
- Costa troppo … ! -
Si siedono uno difronte all’altra.
- Vuoi della panna dentro la zuppa? – domanda lei.
- Ma sì, al diavolo il colesterolo! –
Lui versa del vino rosso nei bicchieri dal vetro spesso.
- … del buon Medoc, è quello che ci vuole! –
- … costa … -
- Sì, ma chi se ne frega! –
Dopo aver versato il vino, monsieur Nicolas alza lo sguardo sulla moglie.
- Jeanne. –
- Oui, cheri. –
- Perché porti sempre delle tute da ginnastica? Mi sembra che è da un’eternità che ti vesti così … non mi ricordo più d’averti visto portare una gonna! –
- Ma cosa vuoi che porti a fare una gonna? … così grassa! … ormai è da anni che ho rinunciato, lo sai … -
- Sì … ma … -
- Ma cosa? … non ti piace la zuppa? –
Discorso chiuso, monsieur Nicolas lo sa.
- Novità? – prova a chiedere, giusto per riprendere il discorso.
- Novità? Novità? … novità? … ah sì … una cosa incredibile! – madame Jeanne spalanca gli occhi e posa il cucchiaio dentro il piatto – Ce l’hai presente quel signore italiano che abita di fronte a noi? –
- Quale?  Quello sempre un po’ azzimato? –
- Sì, quello che se la tira un po’ … ebbene, è impazzito! –
- Ma che dici? Mi sembra una persona per bene! –
- Si può essere una persona per bene ed essere anche pazzi, perché no? –
- Ma che ha fatto? –
- Attira gli uccelli sul davanzale … con del cibo, penso. Poi, parla con loro e quando volano via, li saluta! L’ho visto parlottare con un gabbiano. –
- Un gabbiano! –
- Perché no? Siamo vicini alla Senna. –
monsieur Nicolas la guarda perplesso.
- Mah, … vive da solo … la solitudine fa brutti scherzi, eppoi gl’italiani non sono abituati alla solitudine. –
Riprendono entrambi a cenare ed immergono i cucchiai dentro la zuppa.

- Ma che idiozia! … non ti sembra Nicolas che questo programma sia un’idiozia? Delle donne di città che corteggiano dei contadini per andare a vivere con loro! Per me è tutto falso! Fanno credere che stanno raccontando delle storie vere, ma invece inventano delle vicende dove si racconta che l’amore possa nascere così … dentro un programma televisivo! Come si chiamano? Reality show? –
Madame Jeanne si volta verso suo marito anch'esso seduto sul divano.  Lui dorme, con la testa riversa sullo schienale. Strano che non abbia iniziato a russare.
Lo guarda.
L’amore.
Il suo Nicolas: da sempre magro ed ossuto ma con quell'aspetto di uomo ostico, difficile da piegare. Capelli? Sempre pochi. Una volta aveva tentato di nascondere la calvizie con un riporto ma alla fine aveva desistito sentendosi ridicolo. Sì, s’erano amati, ma quando la loro figlia era nata senza vita, qualcosa li aveva allontanati. Come se quel decesso simbolizzasse la fine del sentimento che li aveva fin lì uniti.
Erano rimasti insieme non per amore ma per resistere alla tristezza e quest’ultima, paradossalmente, li teneva legati.
Madame Jeanne infila la mano sotto la tuta in corrispondenza della gola e tocca una catenella in oro bianco.
Erano trascorsi tanti anni, quasi venti quando la sua vita ebbe un sussulto, un moto di ribellione. Fino ad allora l’esistenza era scivolata via coperta da un grigio velo di mestizia. Ma un giorno arrivò il colore.
Le si presentò davanti allo sportello delle raccomandate.
Era alto, distinto e delle sfumature grigie sui folti capelli tradivano un’età vicina ai cinquanta. Parlava un buon francese ma l’accento era inconfondibilmente italiano.
Fu una storia travolgente ed imprevista, pazza.
Antonio, così si chiamava, voleva portarla via con lui e farle conoscere il suo paese, dove tutti ridevano ed erano allegri. Lei, mentre l’ascoltava, gli accarezzava i capelli che coprivano il capo come onde d’un mare appena agitato.
Un giorno lui le regalò una catenella con un piccolo brillante.
- Devi portarla sempre con te! – le disse mentre gliela metteva al collo.
Arrivò il momento della scelta: o Antonio o Nicolas.
E lei scelse Nicolas.
Forse il rimorso, forse la pena di lasciarlo solo nella tristezza, forse il senso di colpa per la morte della neonata, forse la paura d’iniziare una nuova vita in un diverso paese con un’altra cultura ed un idioma straniero, forse tutte queste cause concorsero assieme e la portarono verso una scelta che la dilaniò.
Antonio si dissolse in una notte sparendo nel buio, in fondo ad una via.
Ma ogni anno, il giorno del suo compleanno, lei riceveva una rosa. Le era recapitata negli uffici della Posta. Quando andò in pensione, le rose non arrivarono più.
Fu allora che cominciò ad ingrassare ed a vestirsi con le tute da ginnastica.
L’italiano, quello che abita di fronte e che adesso parla con gli uccelli, ha la stessa aria, forse un po’ snob, e gli stessi capelli di Antonio.
Per questo madame Jeanne lo spia attraverso le finestre.
Quando notò il suo arrivo nel palazzo antistante qualche anno addietro, sembrò che il destino le fosse benevolo perché cominciò a fantasticare ed a pensare che gli uomini della sua vita fossero lì, con lei.
Ma adesso il signore italiano è diventato matto.
No, il suo Antonio non può esser pazzo, era una persona così a modo, assolutamente non stravagante!
La donna accarezza la guancia scavata del marito.
- Nicolas, mon cheri, è tardi. Andiamo a letto. –

martedì 14 ottobre 2014

Sopra i tetti di Parigi


Le mattine sono ancora tiepide.
Lascio le imposte aperte. Il sole e l'aria frescolina entrano nel mio appartamento insieme ai radi rumori della via, una via tranquilla.
Non ho voluto mai mettere le tende alle portefinestre, non temo che mi si guardi ed, in ogni caso, osservato mi sento meno solo nel mio appartamento.
Non m'importa che la gente curiosi nella mia vita ... io lo faccio nella loro. E come potrei fare altrimenti? Sono uno che racconta storie ... sono un scrivestorie ... e siccome non posso sempre raccontare le mie devo andare ad attingerne qualcuna nella vita degli altri.
Non c'è bisogno di molto, solo che la gente si faccia osservare ... poi m'ingegno io ad inventare qualcosa che sia più o meno veritiero.
Spesso m'affaccio alla portafinestra e guardo la vita scorrere sulla via o nelle abitazioni di fronte.
Lo so, un giorno scriverò una storia su madame Jeanne, la mia robusta dirimpettaia dallo sguardo dolce, oppure sulla giovane donna che si alza presto la mattina per andare a lavorare ma che nel fine settimana tarda ad aprire gli scuri svelando ogni volta la presenza d'un nuovo giovane amante. Potrei anche inventare delle storie sulla signora di mezz'età d'origine marocchina che fa la baby sitter per i bambini dell'immobile dove vivo, oppure del signore pelato che d'estate, quando la moglie è in vacanza, riceve nuove e svariate amiche. Perché non parlare allora del ragazzo spilungone che sta studiando per fare il concorso di vice commissario di polizia? Attende il gran giorno facendo il portinaio nella casa a fianco.
- In fin dei conti è bello essere un scrivestorie! - penso mentre stendo la biancheria ... è un lavoro che odio, ma preferisco fare il bucato il giorno prima che Cristina, la mia badante portoghese (Che c'è da ridere? Si può avere una badante anche a 58 anni ed essere in piena forma! Cosa c'è di male?), sbarchi nel mio appartamento relegandomi nei due metri quadrati da cui non ho alcun diritto di muovermi mentre lei sbriga le faccende domestiche. Oggi, sabato, sarebbe dovuto essere il suo giorno ma un impegno l'ha trattenuta ed eccezionalmente verrà domani, domenica.
Uhé, terrun ... dove sei? -
Resto paralizzato con delle mutande umidicce in mano. 
Chi ha parlato? In casa sono da solo.
Guardo fuori dalla finestra, magari c'è qualche italiano che passa dalla via sottostante.
Uhé ... ma non mi dire che ti nascondi! -
No, la voce proviene da dentro l'appartamento. Dal soggiorno per la precisione.
Lascio la stanza degli ospiti che, in loro assenza, funge da stireria. Senza rendermene veramente conto prendo con me il ferro da stiro. M'affaccio nella stanza da dove proviene quella voce un po' sgraziata.
Resto interdetto ...
- Biagio, che ci fai qui? -
Il mio amico gabbiano mi guarda appollaiato sulla ringhiera della portafinestra.
- Io mica sono come i terrun ... mica li dimentico gli amis! -
- Sei venuto dalla Normandia fino a qui per venirmi a trovare? Non ti credo! -
- Ma certo che no! Baluba! ... c'era una gabbianella che non aveva mai visto Parigi ... ma dai, che ti ci porto io! ... le ho detto ... facciamo finta di fare un volo di nozze! ... ah, ah, ah ... l'è piaciuta l'idea e domani la porto ad Eurodisney! -
- Beh, grazie d'esser venuto a trovarmi, allora! -
- Siamo amis, no? ... se passi in Normandia non ti fermi a Ètretat ? -
- Sì, posso anche fermarmi, ma dove ti trovo? Mica hai un indirizzo? -
- Basta che vieni sullo stesso promontorio dove ci siamo conosciuti ... io sono sempre là a farmi fotografare dai turisti ... che poi, mi danno anche da mangiare! -
- Ok, allora, te lo prometto! -
- Ma lo sai che sei proprio un terrun! Mi tieni qui sulla ringhiera e non mi fai neanche entrare! -
Sembra proprio indispettito per la poca cortesia e per dimostrarlo solleva la testa, punta il becco in alto e, dopo essersi messo di fianco, mi guarda fisso col suo occhio in modo altezzoso.
- Scusa, non sono abituato a ricevere dei gabbiani ... soprattutto Lombardi! Prego entra accomodati. –
Biagio fa un saltello ed apre leggermente le ali per planare sulla tavola del soggiorno … ancora un piccolo volo ed atterra sul pavimento mettendosi a camminare sculettando. Per lui lo spazio è angusto.
- Uhé … ma te lo pagano lo stipendio a te? Non c’è molto in questa casa! –
- Vivo da solo, non ho bisogno di molto … la mia vera casa è in Sicilia! –
- …eh sì, tu sei terrun … guarda che scherzo! –
- Sì, scherza, scherza … è dallo scherzo di quelli come te che nascono le guerre! Quando un uomo dice ad un altro uomo che è differente solo perché è nato in un luogo diverso dal suo si cominciano a creare i nazionalismi! –
Aiutandosi con un accenno di battito d’ali si mette sul bracciolo della poltrona.
- Ma che mi dici? Eppoi io sono un uccello quindi ti posso ben dire che sei un terrun senza alcun rischio di farmi prendere per un nazionalista! –
- Sì, certo sei un uccello ma … un po’ particolare! -
- Ma va là! … guarda che io sono Biagio l’anarchico … e quando scherzo, scherzo … fa no il pirla te! Se ti dico che sei un terrun vuol dire che sei terrun e non certo che io sia un nazionalista … terrun si nasce, non si diventa! Io sono un gabbiano perché sono nato gabbiano e tu non potrai mai esserlo … ma ciò non vuol dire che io sia un nazionalista … sei diverso ed io t’accetto! Ecco, è tutto. Mica tutti gli esseri viventi possono essere fortunati! T’è capì? Accetta il tuo destino. Fa no il pistola! –
- Bah, per fortuna che sei così magnanimo! -
- Certo che t’accetto … t’accetto come uomo e quindi anche come terrun … siete voi uomini che non v’accettate fra di voi … siete dei pirla, te l’ho già detto! … siamo noi uccelli che non abbiamo frontiere … che voliamo sopra di voi, sopra le vostre stupidate …  sopra Parigi … ma perché non ti prendi un appartamento all’ultimo piano? Saresti più vicino al cielo ed io verrei a trovarti più facilmente! –
Mi siedo sulla poltrona di fronte a lui.
- Un trasloco? Per carità!… sto bene, dove sto! –
Accavallo le gambe.
- Bravo, ma per me è difficile planare … la tua via è stretta … mica sono un passerotto! … se tu avessi almeno un balcone! –
- Se mi prometti di passare a trovarmi spesso … potrei lasciarti la finestra della cucina sempre aperta, il davanzale è abbastanza largo! –
Mi guarda e scuote la testa … sta riflettendo, i gabbiani lo fanno spesso.
- Ok … mi fermerò da queste parti per un po’, allora! Ti verrò a trovare più spesso! –
- … e se la tua gabbianella vuole tornare in Normandia? –
- Me ne trovo un’altra … uhémi sun lumbard, sono la qualità … e le gabbianelle francesi lo sanno riconoscere, mica son … -
- Terrun! –
Biagio ride di gusto abbassando ed alzando il capino!
- Uhé, Italo, bisogna che torni dalla gabbianella sennò quella se ne va con un altro … non c’hai mica niente da portarle da mangiare? –
- Che ne so? Che vuoi? Una fetta di pane? –
- Barbun! … quello me lo posso trovare da solo anche in un cassonetto! –
Mi alzo e vado in cucina.
- Aspetta qui, torno subito! –
Rientro dopo poco in soggiorno.
- Ti va questo qua? –
- Uhé, ma questo è da vero sciur … prosciutto cotto! Grazie Italo, non ti chiamo più terrun … ma solo per due giorni! –
Mi strappa quasi col becco la prelibatezza e saltellando s’avvicina alla portafinestra. Lo seguo e prima che spicchi il volo, gli do una carezza sul capino.
- Torna presto … ciao! –
Si libra nel vuoto e con dei robusti colpi d’ala prende quota fino a quando, incuneandosi fra due edifici, lo vedo puntare verso la Senna.
Affacciandomi alla balaustra lo saluto agitando la mano e prima che sia troppo lontano …
- Ciao Biagio … -
Diventa un punto che ben presto sparisce.
Mi sento emozionato ed improvvisamente solo.
Abbasso lo sguardo e scorgo che dall’edificio davanti, attraverso i vetri, madame Jeanne mi guarda perplessa! Anche dei passanti col naso all’insù mi osservano.
Indietreggio e cerco di sparire nella penombra del mio appartamento.
Sul bracciolo della poltrona scorgo le tracce fangose delle zampette di Biagio!
- Ma che minchia! … chi glielo dice domani a Cristina che è stato un gabbiano? -

lunedì 6 ottobre 2014

Jeanne d'Arc


Oggi fa un po' freddino qui a Parigi.
C'è comunque da considerarsi fortunati, fino adesso ci sono state belle giornate piene di sole! Perché lamentarsi? Siamo in autunno, no?
Si chiama Jeanne ed abita di fronte al mio immobile.
Il suo appartamento è un po' spostato sulla sinistra rispetto alla vista che offre la portafinestra davanti alla mia scrivania. Di tanto in tanto la vedo apparire e sparire dietro i vetri. Quando passa vicino alla luce del giorno si materializza per qualche istante ma ben presto sparisce come un fantasma nella penombra della sua abitazione e si confonde col crepuscolo domestico.
E' una donna grassa, perennemente vestita con una tuta amaranto. Il suo volto è gonfio ed i suoi capelli, mal colorati, sono radi in mezzo alla nuca. Jeanne ha uno sguardo gentile ed io l'immagino come poteva apparire da giovanetta mentre distribuiva ai coetanei quei suoi sguardi privi di malizia. Suo marito è un signore magro ed ossuto con una striscia di capelli ormai bianchi che, come una corona, girano intorno alla testa la cui sommità è lucida come la palla di biliardo. Fu lui che mi rivelò il nome di sua moglie; un giorno la chiamò dal balcone per ricordarle di comprare qualcosa.
Jeanne sta uscendo dal portone. Trascina dietro di sé la sporta con le rotelle. Oggi è domenica, c'è il mercato.
Come spesso m'accade osservo attraverso la portafinestra del mio soggiorno il passa e spassa della gente nella mia via. Alcuni, pochi, li conosco.
Il telefono vibra dentro la mia tasca.
- Pronto, papà ... come stai? - 
- Come vuoi che stia? -
- Bene ... per esempio. -
- ... sì, sì ... sto bene! ... e tu, tu come stai? -
- Bene. -
- Che ci fai a Parigi? Non vieni più a Milano? ... -
- Sì, certo ... questo week end volevo starmene da solo ... eppoi i ragazzi sono tutti impegnati! -
- Ma sei lì da solo ... non è bello restare da solo. -
- No, non sono da solo ... ho incontrato una donna. -
- Ah, che bello! ... come si chiama? -
Le migliori "balle" sono quelle estemporanee.
- Jeanne. -
- Jeanne ... Giovanna. Bel nome. Giovanna d'Arco. Me la farai conoscere? -
- E' troppo presto papà, lascia che ci si conosca noi un po' meglio! Non trovi che sia giusto? -
- Sì, certo ... sei più giudizioso di tuo padre! -
Guardo la finestra della mia dirimpettaia. Il marito attraversa lo specchio della finestra. Se sapesse che sua moglie ha appena cominciato una tresca col sottoscritto!
Cambio soggetto.
- Hai visto che pasticcio in Europa? -
- Parli del rispetto del trattato di Maastricht? ... ma che buffoni! ... 3 per cento sì, 3 per cento no! Discussioni idiote ... dei cretini demagoghi, ecco quello che sono! La Germania, la Francia ... l'Italia! -
- Renzi dice che Hollande fa bene a sforare ma che l'Italia non deve per una questione di credibilità! -
- Chi, il ragazzino? Che idiozie! Potrebbe trovare degli argomenti più seri! Come si fa a chiedere agli italiani di stringere la cinghia per una questione di credibilità? Dovrebbe dire invece che aumentare l'indebitamento in Italia per far arricchire la mafia ed i corrotti non serve a niente. La Francia può permettersi di dire no a Maastricht perché non ha i problemi italiani. E' un paese che ha delle strutture, che funziona ... malgrado la loro casta dirigente odiosa ed arrogante ... hanno messo su un paese i cui ingranaggi girano e, diciamocelo, sono più seri! Noi cosa vogliamo fare? Indebitarci per far ricchi i camorristi, mafiosi ed 'ndranghetisti ... si cominci a spazzare via tutta quella feccia e l'Italia ripartirà ... non si tratta di credibilità ma di pulizia che va fatta per evitare che della marmaglia faccia affondare un paese! Altro che 41-bis ... un po' di calci nel deretano! Qualche prefetto Mori da Napoli in giù e le cose andranno meglio. I mafiosi? Che se ne tornino negli Stati Uniti con il generale Patton! -
Complimenti! Quasi novant'anni ma non li dimostra! Lo sento bello arzillo, tanto vale provocarlo ... eccitarlo  ... con questi discorsi riattivo le sue coronarie ... in fondo lo faccio per la sua salute!
- Sembrerebbe che la ripresa negli Stati Uniti abbia portato una forte riduzione della disoccupazione ... è un paese che non sa neanche cos'è l'articolo 18! C'è chi dice che è un buon argomento per sostenerne l'abolizione in Italia. -
- Deve dirlo qualche cretino demagogo e manipolatore! Per forza che negli Stati Uniti non c'è l'articolo 18! Si tratta d'un paese con un'altra cultura, un'altra storia! Da più di duecento anni è il paese che ha raccolto tutti i disperati europei ... cosa vuoi parlare loro dell'articolo 18? Gli antenati degli americani arrivarono morti di fame ed approdarono in quelle terre non per cercare l'articolo 18 ma per lavorare ... non per cercare il garantismo ma per sfamarsi ... non esiste nella loro cultura il reintegro ... come si fa a comparare gli Stati Uniti, con l'Italia o con l'Europa? Nessuno si chiede perché non diventiamo come i cinesi? Anche loro hanno una bella crescita! -
- Papà, lo sai bene che questa querelle è diventata uno scontro ideologico, un pretesto che ognuno usa per scaricare l'altro! -
- Che cretini ... e continuiamo a perdere del tempo dietro polemiche e diatribe che poco hanno a che fare col bene comune! 'Sto ragazzino, Renzo, mica ce la fa! ... so magnano vivo! -
Quando passa alla cadenza romanesca vuol dire che è ben caldo!
- Sì, papà, Renzo e Lucia! -
- Pecché? Come se chiama? -
- Renzi, Matteo Renzi. -
- Peccato che so magnano, 'sto ragazzì! C'ha messo pure la bona volontà! S'è pure 'mparato l'inglese! -
E' vero! Mi domando: come diavolo ha fatto?
Il momento d'eccitazione politica è passato e mio padre ritorna a parlare senza cadenza.
- Beh, adesso ti lascio ... devo andare. -
Dove? ... no, non glielo chiedo.
- Alla prossima, allora papà. -
- Alla prossima figlio ... sono contento che hai incontrato ... come si chiama? Ah ecco, Giovanna d'Arco! -
Lo sento ridacchiare mentre riattacca.
Rimango davanti alla portafinestra e guardarmi il passa e spassa sulla via.
Qualche goccia di pioggia punteggia i vetri. I passanti camminano più in fretta. Certuni, i più previdenti, hanno aperto l'ombrello.
Arriva anche madame Jeanne trascinando la sua sporta. Avanza quasi trotterellando. Sembra un grasso clown dentro una tuta amaranto. Vedo suo marito affacciato alla finestra. Ha l'aria preoccupata, forse a causa della pioggia imminente.