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lunedì 28 luglio 2014

Mio papà


- Ciao papà, come va? -
- Come vuoi che vada? - mi dice rispondendo al telefono.
- Beh, non lo so ... io sono in Francia, tu in Italia ... come faccio a sapere come stai? Ti telefono apposta. -
- ... sto! Un giorno fa caldo, il giorno dopo fresco ... non si capisce niente! -
Guardo il triangolo di cielo dal finestrone del mio ufficio. Fra non molto dovrebbero cominciare la costruzione d'un grattacielo di trentacinque piani. Mi coprirà tutta la visuale ... mah! devono finirlo nel 2019 ... chissà dove diavolo sarò in quell'anno! Quando la costruzione sarà terminata ci trasferiremo ed andremo ad occuparne diversi piani.
- Sai anche qui a Parigi il tempo è un po' bizzarro ... -
- Strano, in italiano si usa "strano". "Bizzarro" è un piuttosto un francesismo ... mi diventi cisalpino? -
- Papà, sono dieci anni che vivo da queste parti! -
- Beh, cominciano ad essere tanti ... va finire che sei nato italiano e mi muori francese. -
- Italiano, francese ... che differenza fa? -
- Ah certo, tu sei un europeista! -
Poco prima che chiamassi mio padre è venuto a trovarmi Laurent, uno della direzione Risorse Umane.
- Italo, quanti uffici pensi che occuperà la tua Direzione quando andremo nel nuovo grattacielo? - mi ha chiesto.
Ma che minchia di domanda?
- Cosa vuoi che ne sappia, Laurent!? ... forse da qui a cinque anni tutti faranno il telelavoro e nessuno verrà più in ufficio. Si lavorerà da casa e si verrà in ufficio giusto in dei giorni prestabiliti per fare delle riunioni in cui la presenza fisica è necessaria! Sai quanti costi in meno? Per tutti: per le aziende, la società, l'ambiente, i dipendenti. -
Riprendo con mio padre.
- Certo che sono europeista! Cosa vuoi essere? ... e ti dirò di più: sono contro tutti i nazionalismi e le differenziazioni fra gli uomini! Guarda cosa sta capitando nel mondo in questo momento a causa di diverse bandiere, lingue e credo religiosi? -
- Sei un anarchico cisalpino, adesso ... cosa ci stai a fare in una multinazionale? -
Lo conosco, sta provocandomi. Mio padre appartiene alla categoria dei sofisti, ma lui è nato qualche secolo dopo. Cerco di spiazzarlo.
- Tengo famiglia, papà! Chi provvede ai bisogni dei tuoi nipoti? -
- A certo i nipoti ... buoni quelli! Uno s'è tatuato il braccio (lo so, mica sono scemo. Lui cerca di nascondermelo) e s'è bucato un orecchio, l'altro è partito per le vacanze senza salutarmi e la ragazza, adesso che è tornata dagli Stati Uniti, si dà l'aria dell'intellettuale cosmopolita! Dovresti seguirli di più i tuoi figli! - 
E vai! Da tempo che non me lo sentivo dire!
Guardo ancora il triangolo di cielo disseminato da batuffoli di nuvole.
- Italo, la Direzione Generale mi ha chiesto di prevedere degli uffici da occupare quando il grattacielo sarà terminato. Devo pur rispondere. - insistette lagnoso Laurent.
Gli guardai i capelli. Laurent si tinge i capelli. Il colore di oggi era un po' troppo scuro. Lo so, arriverà il momento e gli dirò: Laurent ma perché cazzo ti cambi così spesso la colorazione? E' da cinque anni che ti conosco e non ti ho mai visto con la stessa tinta, mi sembra sempre di parlare con una persona diversa! 
- Metti lo stesso numero d'uffici che c'ho oggi! Va bene così? -
Andò via contento e, mentre l'osservavo allontanarsi nel corridoio, pensai ch'era un buon diavolo.
Cosa posso rispondere a mio padre?
- Sì, papà li seguirò di più i miei figli. - meglio essere arrendevole così faccio contento anche lui.
- Sono bravi e belli, i miei nipoti ... sono fiero di loro! - inutile trovare un nesso fra questa dichiarazione e le lamentele di prima.
- Papà ti devo lasciare. Sarò a Milano venerdì sera, va bene? -
- Va bene. Ciao. -
- Ciao e bacioni. -

Lo giuro, cerco di concentrarmi nella lettura dei dossier sui progetti d'acquisizione, ma oggi pomeriggio c'è tanto sole e fuori fa caldo. Il panino jambon emmenthal che ho ingurgitato è difficile da digerire. Mi si chiudono gli occhi. Lotto contro il colpo di sonno.
Suona il cellulare sulla scrivania.
La palpebra sinistra che sembrava inesorabilmente destinata a chiudersi si riapre come la conchiglia di un'ostrica e la pupilla va a cercare sul piccolo schermo il nome del disturbatore .
Papà.
- Pronto. -
- Sono io, ti disturbo? -
- No, dimmi ... è successo qualcosa? -
- No ... non mi ricordo più quando vieni. -
- Venerdì, papà, venerdì sera prendo l'ultimo aereo per Milano. -
- Ah ecco, sì ... che stupido che sono! ... me l'avevi detto! Dimentico tutto. Ah, volevo dirti un'altra cosa. -
- Sì, papà. -
- Volevo dirti che hai dei bravi figlioli. Dicevo sul serio prima -
...
- Ciao, Italo. -
- Ciao, papà. -
Guardo il triangolo di cielo, adesso è più azzurro ... l'abbiocco è passato. 



domenica 27 luglio 2014

Io e le tenebre


Un giorno scesi nel parking sotterraneo.
Uscii dall'ascensore e capii che qualcosa non andava: il pianerottolo era rischiarato dalla luce d'emergenza.
Entrai nel grande locale dove dormivano le macchine. La luce non s'accese. Ero nel buio assoluto. Un senso di profonda inquietudine mi prese, di paura. Chiusi la porta dietro di me e feci qualche passo in avanti.
- I miei occhi s'abitueranno all'oscurità. - pensai.
Attesi ma il buio rimase buio senza alcuna possibilità d'essere penetrato d'alcun chiarore. Aspettai che il senso d'ansia diminuisse.
- Devo padroneggiarmi. Non sono un ragazzino. -
Qualcosa mi prese alla gola e non voleva lasciare la presa ... un senso di panico ingovernabile. Non avevo più alcun riferimento e fu come se fossi in compagnia dei miei incubi più profondi.
Ristetti come una statua, deglutii e sentii dei pezzi di piombo scendermi giù per l'esofago.
- Dio, che vergogna! -
Eppure sentivo la paura attanagliarmi.
- Perché ... ? -
Dentro la tasca dei pantaloni cercai il telecomando della macchina. Lo trovai e schiacciai il pulsante.
La mia macchina mi segnalò la sua presenza con un bip ed io le fui grato. Fece lampeggiare le luci e mi mostrò dov'era. Non affrettai il passo anche se avrei voluto. Con una finta calma mi diressi verso essa provocandone di nuovo l'accensione delle sue luci attraverso il telecomando.
Entrai dentro come se fosse il grembo materno.
- Perché ... ? -
Quando uscii dal parking la luce del sole mattutino m'accolse e quasi m'accecò. Era una una mattina di fine giugno ... la luce del sole illumina quasi fino alle dieci di sera qui a Parigi. Magnifico!
La luce.
Non pensai più al buio. Ascoltai un po' di musica per consolarmi mentre mi confondevo nel traffico cittadino.
Quando tornai dopo non più di due ore mi presentai di fronte al parking dell'immobile. Col telecomando ne azionai l'apertura. La larga saracinesca si sollevò lentamente come se fosse l'enorme bocca che nascondeva una grande gola ... buia. Avevo dimenticato che il sistema d'illuminazione non funzionava.
- Ma che fa il portiere? Non ha provveduto ... - mi dissi nascondendo la mia angoscia.
Come Giona e Pinocchio anch'io entrai nel ventre dell'enorme pachiderma.
- Ma che diamine! -
I fari della macchina mi guidarono ed illuminarono le rampe che in spirale mi portarono al secondo piano interrato del parking. Trovai il mio posto e parcheggiai.
Tolsi i contatti e ripiombai nel buio.
Non osai scendere.
- Così è la morte ... -
Rigettavo il senso di paura che sentivo nascere in me ... ripensai a mia madre ed alle sue ultime parole vedendoci tutti intorno al suo letto:
- Ah, che bello ... siete tutti qui! -
- Chissà se avrò anch'io la stessa fortuna? ... no, non voglio che mi stiano tutti attorno ... non è bello vedere morire qualcuno. - mi dissi.
Lentamente sentii che il senso di panico stava dissolvendosi ... sì, lentamente.
Prove, generali d'una morte annunciata.
- Dicono che prima di morire, tutta la vita passa davanti agli occhi. Chissà s'è vero? -
Feci una prova e lasciai scorrere nella mente il mio film.
- Ma che minchia, no, no ho ancora tanto da fare ... non ora, ma che ci sto a fare qui? ... sto perdendo il mio tempo! ... in culo il buio, la paura e la morte! -
Una porta davanti a me s'aprì facendo entrare un torrente di luce su cui si stagliò un'ombra femminile. Rimase interdetta di fronte a quell'oscurità profonda.
Osservai il suo profilo muliebre ... era alta e, malgrado che avvolta da un leggero vestito estivo che le fasciava il corpo dalle indubbie forme femminili, emanava una forza quasi virile. I lunghi capelli biondi erano raccolti sulla nuca in studiato disordine.
L'avevo già intravvista un paio di volte. Aveva una macchina tedesca da città parcheggiata non lontano dalla mia, per arrivarci avrebbe dovuto attraversare il mio campo visivo. Era una di quelle donne da cui sono irrimediabilmente attratto ma a cui non oso avvicinarmi. Vanno guardate con rispetto come tutte le bellezze che allietano la vita ... un giorno il tempo corromperà la loro beltà ma che importa? Nessuno guarda una rosa pensando che un giorno appassirà. La si guarda e basta.
Quando le incrocio mi domando sempre a che razza di uomo s'accompagnano.
Anche a lei quell'improvvisa oscurità dovette sorprenderla ed un po' spaventarla. Non fece un passo. Poi, armeggiando sotto la porta del pianerottolo dei garage riuscì a bloccarla consentendo alla luce di rischiarare l'antro. Finalmente con passo sicuro mi passò davanti.
Potei meglio osservare il profilo quando anche lei, come me, s'aiutò a rischiarire ancor di più l'ambiente usando le luci della macchina.
Mi sembrò un angelo ... 
- Se al momento della dipartita mi viene a prendere una così ... -
No, non era venuta per me ...
Camminava con andatura decisa quasi marziale contenta d'aver sconfitto le tenebre.
Se m'avesse notato di sicuro l'avrei spaventata ...
M'accucciai sul sedile e posizionai lo specchietto retrovisore in modo da poterla guardare mentre entrava nell'abitacolo. Non, avrei mai osato osservarla così se fossimo stati in piena luce e se fossi stato visibile!
Aveva un viso che non avrei mai smesso di guardare ... era già amore!?
Eh sì, amore e morte ...
Sentii la sua macchina passare dietro la mia. Mi sollevai sul sedile e vidi arrancare l'auto sulla salita. Dentro, rischiarato da un debole luce, l'angelo volava via.
Rimasi di nuovo da solo e, dopo un po', anche il riverbero del pianerottolo degli ascensori si spense.
Non chiedetemi perché ma sentii d'amare la vita.
- Ancora ... il momento non è venuto ... - mi dissi uscendo dalla macchina ed in mezzo alle tenebre camminai di nuovo fra i miei timori.
Gli angeli aiutano a vincere le paure. 
Per questo, un giorno ne verrà uno e ci aiuterà a volare.



giovedì 24 luglio 2014

Un pomeriggio d'un sabato torrido di luglio inoltrato


Sono a Milano.
Volevo trascorrere un week end in famiglia e passare un po' di tempo col mio secondogenito. Gli altri due pargoli sono troppo lontani da Parigi ed ho optato per il più vicino. Purtroppo mio figlio sta preparando un esame e quindi lo vedrò col contagocce oggi. Stasera, però , andrò a mangiare una pizza con lui, mio fratello, la sua consorte e la mia ex-moglie.
Sabato pomeriggio, si soffoca. Benedetto caldo meneghino! Avevo quasi dimenticato come potesse essere: semplicemente insopportabile!
Non so perché ma sul suolo italico perdo il dinamismo che mi caratterizza nel Nord Europa. Problema di latitudine? Profumo d'Italia (beh, non esageriamo anche perché sulla pianura Padana non è che ci siano tutti questi buoni odori!)? Svaccamento meridionale? Indolenza da week end? Cattivo esempio dei miei connazionali? Delusione per l'eliminazione dal campionato del mondo? ... non lo so ... so solo che non ho voglia né di leggere né di scrivere. Accendo la Tv nella speranza di trovare qualcosa che m'appassioni ma, malgrado la grande scelta di canali, approdo solo in emissioni che ancora di più giustificano l'insorgere della mia noia.
Che fare?
Soprattutto non arrendersi ... sfiderò l'afa milanese! E che minchia! Sono o non sono siciliano? Cosa volete che mi facciano 34 gradi nell'umida Milano? ... la sensazione di disagio? Solo un problema psicologico, basta non pensarci!
Se devo camminare tanto vale farlo nella parte di Milano che preferisco, quella dentro la cerchia dei navigli.
Dopo dieci minuti trascorsi nella rumorosa metropolitana sono ben lieto di riaffiorare sulla superficie. Rivedo il cielo uscendo a Crocetta
In realtà io lo so perché amo passeggiare. No, non è la voglia di far moto ma il desiderio di liberare il mio pensiero in una corsa senza freni e senza briglie. Lui può correre quanto vuole, tanto non suda! Quindi m'abbandono ad un pensare disordinato, un vero Guazzabuglio!
Va pensiero sull'ali dorate ...
La risalita fuori dalla metropolitana m'ispira delle riflessioni su Gaza, quella striscia di terra divenuta come l'Emmental: piena di buchi e gallerie. 
In questo preciso istante mentre cammino qualcosa di spaventoso sta accadendo: missili, bombe ed esplosioni ... perché nascondono i morti nelle immagini televisive? Per rispetto a chi ha perso la vita o per le anime sensibili che non soffrono la vista di corpi dilaniati, violati, smembrati? Ma quest'ultimi sono la realtà, il prodotto della guerra. Si dichiara la guerra per uccidere, non per fare macerie ... ed allora perché non mostrare il vero spettacolo? Perché la televisione la vedono anche i bambini, qualche pedagogo direbbe... ed i bambini restano per sempre bambini? Non diventeranno anche loro un giorno grandi? Non voteranno e non prenderanno anche loro delle decisioni?  ... certo, che le prenderanno! E se hanno un'immagine solo parziale della guerra ne conosceranno mai gli orrori? ... c'è dell'ipocrisia in tutto ciò che facciamo: fra quello che diciamo e quello che è il nostro agire. Vogliamo conoscere le notizie provenienti da Gaza ma non vogliamo vederne le immagini. Dio, sto aprendo il vaso di Pandora! ... fermati non andare oltre! ... limitati a pensare che tu stai uscendo dalla metropolitana mentre a Gaza della gente esce dai tunnel sotto terra lanciando dei missili inutili che non raggiungono mai alcun bersaglio perché vengono neutralizzati dalla difesa israeliana. Tutto per provocare una reazione ... tutto per creare dei morti, delle vittime ... Dio Santo, che spaventosa idiozia!
Malgrado il caldo c'è della gente che ama passeggiare, li osservo. Sono degli irriducibili come me ... eppoi Gaza è lontana.
Sono le 5 ... cammino lungo corso di Porta Romana e l'appuntamento è in via Paolo Sarpi alle 8 e 30. Ho tutto il tempo.
Magari cerco una libreria, trovo un libro e mi rifugio dentro un bar a leggere in compagnia d'un bicchiere di birra!
... ... ...
Cammino da un'ora, mi fanno male i talloni. La mia ex-moglie m'ha detto che ha avuto lo stesso problema. Le diagnosticarono un'infiammazione a causa delle scarpe troppo basse e lei, che non le ama, ha cominciato a portare le scarpe con i tacchi. Guardo i miei mocassini. Sì, in effetti sono un po' bassi ma cosa devo fare? Calzare scarpe con i tacchi alti? Proprio come Sarkozy o Berlusconi? ... a proposito, hanno assolto il Berlusca ... non ha trombato nessuna minorenne ... ha trombato però noi, gl'italiani ... per vent'anni!
Sembrava che fosse uscito dalla porta della scena politica ma in effetti sta rientrando dalla finestra. Rimarrò rifugiato politico in Francia per il resto dei miei giorni! ... sembra eterno, ma quale malattia l'ammazza quello lì? Vedrai, ci sotterrerà tutti, per questo si cerca delle fidanzate giovani, forse solo loro potranno sopravvivergli! Una dissociazione  d'idee indirizza il pensiero verso il ricordo d'un uomo onesto.
Toccante il film documentario di Walter Veltroni su Enrico Berlinguer!
... è stato strano rivedere gl'intervistati, protagonisti della politica di vent'anni fa! Io me li ricordavo coll'aspetto più giovane come se dovessero restare immutabili. Invece sono invecchiati com'è normale che sia! Certo, il potere è effimero e non capisco come certi uomini vi si aggrappino! Le immagini che ritraggono Berlinguer affaticato poco prima di morire mentre resiste alla fatica del suo ultimo comizio, sono impietose! ... ma quanta gente gli rese onore al suo funerale!
Craxi, il suo principale vero nemico, di funerali ne ha avuto ben altri! Un sardo contro un oriundo siciliano ... beh, la Sicilia non ha fatto una bella figura!
Ma guarda! Il portone della casa dove abitava il mio professore di Storia Contemporanea!
Sono in corso Garibaldi.
M'avvicino e guardo le etichette sul citofono ... lui non c'è più ... non c'è più il suo nome, ma solo quello dei figli. Mi seguì durante la redazione della tesi, senza di lui non ce l'avrei fatta. Gli volevo bene e lui voleva bene a me. Mi sarebbe piaciuto averlo come padre poi, quando ho cominciato ad impegnarmi nel lavoro, ho smesso di cercarlo. Perché?
- Scrivi che fai schifo. - mi disse un giorno - Ma, benedetto figliolo, non ho mai conosciuto uno testardo come te! Ce la farai. -
Non so perché ma ho un groppo in gola. M'allontano.
Perché m'emoziono? Deve essere il caldo, anche gli occhi sudano?
... ... ...
- Mi scusi, mi dice dove posso trovare una libreria? - chiedo ad una commessa d'un negozio senza clienti.
- In fondo a corso Como. Nessuno legge più e le librerie chiudono. -
Guardo le etichette sugli articoli che vende e penso che anche lei chiuderà ben presto se non abbasserà i prezzi.
- Sì,  è vero nessuno legge più ... io resisto! -
Mi dirigo verso corso Como.
Il libro, la lettura, il romanzo diventeranno presto obsoleti? ... strumenti d'espressione primitivi? ... sì, ho paura di sì. Saranno sostituiti da strumenti di comunicazione più immediati, più facili da manipolare dove l'applicazione e la concentrazione necessaria alla comprensione saranno sempre meno richieste. Fra quanto? Non lo so, ma il processo è più veloce di quanto non si creda ed in ogni caso voler resistere è privo di senso. Ricordo ancora quando, lavorando presso una grossa casa editrice, dei grossi personaggi dell'editoria dicevano: Il libro cartaceo? Vivrà sempre ... l'informatica non riuscirà mai a sostituirlo!
Il tono della voce usato era aggressivo. Ascoltavo questi anatemi vent'anni fa ... non so se quei personaggi esistono ancora ma cosa direbbero davanti al dilagare degli e-book o dei blog come quelli del sottoscritto?
Chi avrebbe mai pensato che lo scorrere d'un dito su uno schermo avrebbe potuto sostituire lo sfogliare delle pagine? Non c'è neanche bisogno d'umettarsi le falangi!
Forse un giorno la tecnologia andrà talmente avanti che esisterà un marchingegno capace di leggere i libri e di trasformarli in immagini od in ologrammi ... perché no? Così da rendere visibile l'idea dell'autore attraverso i suoi scritti. Si potrà vedere "La Divina Commedia" e tutti gli altri capolavori della letteratura ... saremmo come nel pensiero dell'autore, nella sua mente ... senza bisogno più di leggere né libri né e-book ... l'effetto sarebbe più suggestivo ed immediato. Ma questo non lo fa già il cinema, direte voi? No, il cinema è un'altra cosa ... io parlo d'un attrezzo che legge per te e trasforma gli scritti in immagini senza passare per la manipolazione d'uno sceneggiatore, d'un regista o dall'interpretazione degli attori. Qualcosa che lega il pensiero dell'autore, il suo scritto e l'immagine del suo pensiero restituendola direttamente al pubblico che non deve fare alcun sforzo. Non ci sarebbe più la mediazione della scrittura. E' come se le immagini che hanno attraversato il pensiero dell'autore si concretizzassero e lo facessero ancora vivere. Forte, vero?
Non è che 'sto caldo mi fa delirare?
... ... ...
- Vorrei una birra alla spina, cosa avete?-
- Abbiamo XXX, YYY e poi tre birre artigianali: una bionda normale, una rossa doppio malto ed una bionda triplo malto. - mi dice da dietro il bancone un giovanotto con i bicipiti ben in mostra e con un acconciatura che ricorda la cresta d'un gallo.
Già una birra doppio malto mi sembra qualcosa da veri uomini ma triplo deve essere un portento! Sono un po' diffidente però ...
- Ok, prendo l'artigianale rossa doppio malto! -
- Papà, le birre artigianali adesso le fanno tutti, cani e porci. - mi disse mio figlio non più tardi di dieci giorni fa - Difficile trovarne una veramente buona. -
Bevo la mia birra con apprensione seduto su uno poltroncina. Io la birra la trovo buona ... ma mio figlio direbbe che io non ne capisco niente ... beh, così va la vita!
Ed il libro? Dov'è il libro? Non cercavi un libro? Mi chiedete voi. Sì, adesso vi spiego ...
Bene ... in fondo a corso Como hanno innalzato dei grattacieloni attorno ad una piazzetta ed in essa c'è una libreria che unisce il servizio d'un bar-tavola calda con quello di libreria. Beh, che dire? ... può essere una buona idea ma di gente che legge ne vedo pochissima mentre di gente che banchetta ce n'è molto di più!
Inutile riesumare le riflessioni sulla morte della letteratura ... io qui ho trovato quello che cercavo: una birra ed un libro. Ho preso un romanzetto in formato economico di Montalban ... cerco una lettura piacevole e non complicata.
... ... uhm, m'aspettavo meglio: l'avvio è un po' forzato, confuso. Sembra che l'autore si sia messo a scrivere perché gliel'ha chiesto l'editore o per procurarsi i soldi che gli mancano per pagarsi l'ultima rata del mutuo.
Distolgo lo sguardo dal libro ed i miei occhi incontrano un bel paio di gambe ... belle proprio! Lunghe, ben tornite, muscolose quel che basta, abbronzate. Poggiano su dei sandali aperti con un po' di tacco, non eccessivo ma sufficiente a tenere in tensione il muscolo del polpaccio.
Le fisso e penso al mio amico Giovanni. Ti voglio bene Giovanni, anche se sei sempre al limite della perversione sessuale!... in fin dei conti sei un bambinone che non ha smesso di giocare col suo pistolino.
Alzo lo sguardo ed incontro quello della proprietaria delle gambe. Una trentenne che s'accompagna ad un quarantenne dalla camicia aperta da cui s'intravede un petto abbronzato e certamente depilato. Anche loro m'osservano bevendo una birra al bancone. Alzo il bicchiere e sorrido volendomi mostrare innocuo. Poi, indico le gambe dalle forme scultoree.
- Complimenti! -
- Grazie. - mi risponde lei ricambiando il sorriso. Lui assume uno sguardo infastidito.
Sospiro ed abbasso lo sguardo su Montalban ... sento dentro un profondo senso di nostalgia.
Fra poco ... fra poco m'alzerò ... una pizza m'attende.

martedì 22 luglio 2014

Mai confondere la granata con la granita!


Sono seduto sul muretto, ai miei piedi Neve, la cagna bianca.
Corrado s'avvicina, ha finito d'innaffiare.
- Torno a casa. - m'annuncia. E' uno dei miei vicini, è in pensione ed aiuta mio figlio nella cura del terreno facendo piccoli ma utili lavori.
- Comincia a far caldo. - commento.
- Sfido io, se non ora quando? Siamo a metà luglio. -
Certo, ha ragione pure lui! 
Trascorro il week end a Noto preso da subitanea nostalgia. Approfitto che il 14 luglio sia festa in Francia per farmi un fine settimana lungo. Se potessi fare queste fughe più spesso, la vita mi sembrerebbe più lieve.
- Quando torni? - mi chiede.
- Fra quindici giorni! Le mie sospirate vacanze ... finalmente trascorrerò un po' di tempo nella mia campagna. Faremo una bella festa. Come l'anno scorso ... - 
E' bello rivedersi ogni anno, sempre nello stesso periodo. Sembra che nulla sia cambiato se si evita di cercare negli altri il segno del tempo.
- ... la faremo con le stesse persone dell'anno scorso. -
- No, non con tutte. -
- Chi è che non viene quest'anno? -
- Marianne ... è morta. -
Era una donna minuta, sempre sorridente. Viveva sola da tempo a Metz. Suo marito se n'era andato un decennio prima con una più giovane. Marianne aveva uno sguardo buono.
- Ma che mi dici? -
- L'hanno trovata morta sul suo letto a Pasqua. -
- Di cosa è morta? -
Corrado alza le spalle.
- Boh, non si sa! -
- Come non si sa? Sarà morta di qualcosa, no? -
- Che importa ormai saperlo? ... morta è morta ... sola ... nella vita non sai mai quello che ti possa capitare. Ti svegli la mattina e non sai se è la tua ultima giornata! Nel suo caso, lei s'è addormentata senza sapere se si sarebbe risvegliata. Guarda cos'è successo a me? -
- Cos'è successo? -
- M'è scoppiata una granata in faccia. -
Guardo il suo volto ... beh, non è quello del Davide di Donatello ma mi sarei aspettato di peggio da uno che ha avuto una granata esplosa sul viso. In effetti ha un occhio che va un po' per conto suo, sembra un difetto come altri come può capitare a chi è affetto di strabismo?
- E' di vetro. - mi dice indicandomelo - Quello vero dopo l'esplosione mi pendeva fino all'altezza della guancia. -
Oh, mio Dio!
- Ma mi dici il vero? ... sei troppo giovane per aver fatto la guerra. -
- Ma quale guerra? Stavo puliziando un fienile. -
 Il mio sguardo perplesso chiede un supplemento di spiegazione.
- Lavoravo per uno che aveva la fattoria ... stavo pulendo il piano superiore del fienile quando col rastrello ho incagliato una granata! Tirandola verso di me ho innescato il detonatore e ... boum! ... -
La cagna bianca fa un soprassalto e si rizza sulle zampe guardando Corrado. L'uomo per meglio mimare lo scoppio ha sollevato le braccia con le mani penzolanti.
Neve l'osserva preoccupata e poi s'accuccia di nuovo dopo avergli indirizzato un rimprovero che comincia con un leggero guaito e che muore con un sordo brontolio.
- Ma com'è stato possibile? ... cos'era un residuato bellico? -
- ... sì, un residuato bellico?! Ma che dici? Lì, quella granata ce l'avevano portata! ... come anche il resto! -
- Il resto? -
- Sì ... fucili, mitragliatori, detonatori, pistole ... un vero arsenale! Un miracolo che non sia saltato tutto in aria! ... io non ricordo niente se non che ad un certo momento, mentre stavo tirando verso di me il rastrello, tutto è divenuto nero!  Mi hanno raccolto dieci metri più in là! -
- Ma di chi era tutta quella roba là? -
- Non lo so e non lo voglio sapere! ... i carabinieri sanno tutto ... io non voglio sapere ! -
Alza le mani in aria come se io lo minacciassi con una pistola e rivolge gli occhi al cielo ... anzi uno solo perché quello finto continua a fissarmi!
- Ma come? ... ti hanno reso guercio e tu non vuoi sapere niente? ... ma chi erano? Mafiosi? ... il tuo padrone era un mafioso? -
- No, lui no ... ma i suoi amici sì. -
- Ah ok, abbiamo capito! ... ma ti hanno risarcito, almeno? -
- Certo ... il mio padrone. -
- E gli altri? I suoi amici? -
- Ed io che ne so? Mica li conosco! ... se ne sono occupati i carabinieri! -
Il suo occhio ancora buono mi guarda ed attraverso esso vedo una vita di stenti in cui si è abituati a portare il capo chino, non in segno di remissione, ma per meglio guardare il punto dove ci si deve concentrare per lavorare: una zolla da zappare, un muro da imbiancare, una tavola da inchiodare, della malta da trasportare su una carriola ... lavori semplici ma necessari perché a casa ci sono delle bocche da sfamare. Quello che c'è attorno non interessa, non serve a guadagnare onestamente.
I nostri tre occhi s'osservano e si dicono tante cose ... ci capiamo.
Corrado è come quelli di una volta ... quegli uomini che non esistono più. Gli puoi togliere un occhio ma lui va avanti, caparbio, senza sentire la fatica del vivere. La sua reticenza si può chiamare anche omertà  ma sapere o non sapere, parlare o non parlare cosa cambia? Io la chiamo rassegnazione ... l'omertà implica collusione e Corrado è un uomo profondamente onesto.
- Ciao, io torno a casa. - mi dice - Ci vediamo domani, passo a salutarti prima che tu parta. -
- Sì, ci vediamo domani. Salutami Rosaria. -
Lo vedo allontanarsi colla sua andatura dondolante come quella d'un pattinatore. Lo seguo con lo sguardo fino a che la sua figura minuta non sparisce oltre la curva.
Mi chino sulla mia cagna, le prendo il muso con le due mani e glielo strattono affettuosamente.
Lei mi guarda con degli occhi acquosi e pieni d'incontenibile fiducia.
- Ma che minchia d'isola è questa qui, Neve? Ma come siamo fatti noi siciliani? - le chiedo.



martedì 15 luglio 2014

Bombay - Paris, no stop.


Ci sono momenti nella vita in cui non provo alcun rimorso nei confronti di alcuni miei privilegi.
Quando ero più giovane, le mie convinzioni politiche mi condizionavano. Adesso, però, crescendo ho imparato ad accettare i vantaggi che certe volte la vita può offrire senza sentirmi uno “sporco borghese”.
Oddio, borghese lo sono, ma spero non sporco.
No, le mie convinzioni non sono cambiate ma sono meno virulente, meno radicali … anzi odio qualsiasi radicalismo.
Di quali privilegi parlo? Beh, dei miei viaggi in business class.
Forse mi faccio degli inutili scrupoli, direte voi, in quanto non sto parlando di voli con aerei privati o di jet da miliardari, ma solo d'una poltrona nella business class (e neanche nella “prima”!) dove è possibile allungare il sedile e farsi coccolare con un po’ champagne e pasti un po' più raffinati rispetto alla economy! Che volete? Sono fatto così e non è sulla soglia dei miei sessant'anni che mi si può cambiare!
Uso questo incipit per consentirvi di raggiungermi dentro l'aereo e di viaggiare con me sul volo che da Bombay mi riporta a Parigi.
La mia solita visita lampo: due giorni e via!
Giornate piene, con riunioni e colloqui che si susseguono a ripetizione, concedendo poco al turismo. Mi pagano per lavorare. non per sollazzarmi in giro per il mondo. Giusto?
Sono stanco, però!
Io mi do da fare per non mostrarmi prostrato giocando a pavoneggiarmi come un attempato iron man. Domani devo essere presente in ufficio, quindi è meglio che dorma.
Ben venga quindi il sedile allungabile che diviene quasi una cuccetta!
Il mio posto è nella fila centrale, così sono sicuro che nessuno mi disturberà durante il viaggio.
Aspetto con impazienza che l’aereo prenda quota per compiere la manovra che tanto attendo. Ci siamo quasi.
- Monsieur. –  mi dice l'hostess toccandomi leggermente la spalla.
E’ bionda, alta e slanciata. Il mio tipo di donna. Non troppo giovane tanto da farmi sentire vecchio.
Sfodero il mio migliore sorriso.
- Sì. –
- Posso chiederle una cortesia? –
- Sì, certo. – continuo a sorridere.
- Potrebbe cambiare di posto e mettersi più avanti? –
- Più avanti? –
-Sì , c’è del posto … il suo lo daremo al figlio di quel signore seduto nella fila accanto e che ha bisogno d’assistenza. –
Mi volto per osservare e comprendere meglio.
Una coppia d’anziani mi guarda.
La donna, piccolina e vestita con un sari giallo, mi sorride dondolando la testa da un lato all'altro come solo gli’indiani sanno fare. A fianco un uomo, di sicuro suo marito, mi fissa con degli occhi che sembrano grandi tanto è la magrezza di quel volto. Anche lui non deve essere molto alto, sulla testa calza una cuffia di lana scura e le mani sono coperte da guanti che lasciano fuoriuscire le punta delle dita. Si muove appena, ha l’aria di chi è colpito da una malattia grave, sembra paralizzato. Con gli occhi mi chiede d’accettare l’invito dell’hostess. Dietro di noi scorgo un giovanotto con una camicia a maniche corte da cui sbucano due grossi bicipiti allenati al sollevamento dei pesi. Anche lui mi guarda e sorride dondolando la testa come la donna che suppongo sia sua madre.
Vi volto verso l’hostess. Pure lei sorride ma non dondola la testa. Gli altri viaggiatori fingono tutti d'essere assorti in letture od in visioni dei film.
Slaccio la cintura di sicurezza, mi alzo.
- Dove devo sedermi? – chiedo col tono più gentile che mi consente la mia stanchezza. Guardo l'anziano signore e l'accarezzo idealmente. 
M’accomodo due file più avanti proprio nella prima, il posto accanto è vuoto.
Mi sento un papa.
Sono i posti che consentono d’allungare la poltrona tanto da trasformarla in una vera propria cuccetta. Mi distendo.
Penso agl’indiani ed al mio amico Deepak.
Ci siamo conosciuti sedici anni fa. Il mio secondogenito ha la stessa età del suo primo ed unico figlio. Giocavano assieme nei week end che trascorrevamo assieme.
Lo so che mi vuole bene ma è molto discreto, cerca la mia amicizia e non perché io ho fatto carriera più di lui. E’ una persona naturalmente gentile ma purtroppo questa qualità l'ha nociuto poiché si ritiene che un capo debba possedere anche della sana cattiveria.
Ci siamo visti stasera dopo sette anni, abbiamo cenato assieme prima del mio trasferimento all'aeroporto. Durante questo settennato lui ha avuto degli incarichi a Singapore ed a Sidney. Adesso è tornato a Bombay.
Mentre cenavamo ci siamo mostrati le foto dei figli che sono nel frattempo cresciuti. Naturalmente ho dovuto esibirle anche agli altri commensali del nostro tavolo che, a loro volta, hanno tirato fuori le loro … insomma abbiamo cominciato a far circolare i-phone e laptop passandoceli l'un l'altro per mostrare le rispettive immagini familiari. Ad un certo momento non ci siamo più sentiti colleghi ma solo dei papà.
Io, che fra loro ero il più anziano e colla posizione gerarchicamente più elevata, avevo deviato la conversazione su argomenti meno professionali ma più personali e quindi tutti s'erano sentiti autorizzati a seguire il mio esempio.
Non abbiamo più parlato di lavoro ma dei nostri figli e l’argomento ha appassionato più del campionato del mondo di calcio. Tutti dondolavano la testa in segno di gradimento ed io, sentendomi un pesce fuor d’acqua, provai a scimmiottarli ma dopo le prime due oscillazioni mi sentii stupido ed infine desistetti.
Sono forti questi indiani! Con quella voglia di voler risultare sempre gradevoli!
Chissà come sono quando s’incazzano?
Che razza di domande!
Chiudo gli occhi ma la luce m’infastidisce. Cerco la mascherina che copre gli occhi.
Ciao mondo … io dormo.
Un giorno Giovanni mi ha detto che quando si raggiungono i diecimila metri, gli equipaggi degli aerei che fanno viaggi intercontinentali trombano. Ma dove vanno? Nella cabina di pilotaggio? Mah! Ma questi sono discorsi di Giovanni. Chi gliele racconta ‘ste cose?
Odo le voci delle hostess che ciaccolano fra loro nello spiazzo ricavato prima del cockpit e che serve per preparare i pasti. Sento l’odore del cibo. Parlano e ridono ed il mio pensiero ridiscende di diecimila metri e torna indietro di cinquant'anni quando la notte m’addormentavo sul divano accompagnato dal suono delle voci delle donne provenienti dalla cucina accanto … allora ero un piccolo maschio coccolato in quella casa piena di femmine, un cucciolo che aveva accesso nel gineceo e che pensava che la vita sarebbe stata sempre così.
Bendato dalla maschera e consolato da quei suoni di donna m'illudo d’essere solo dentro la carlinga. Cerco di distinguere la voce dell’hostess bionda … lei non lo sa ... non ho cinquantotto anni, ma molti, molti di meno ... forse verrà a rimboccarmi la coperta, chissà!
Adesso, però dormi … dormi.

venerdì 11 luglio 2014

Angelina



Qualche anno fa andai a Buenos Aires per un mio viaggio di lavoro e lei mi venne a prendere all'aeroporto. Me la ricordo alta e col portamento fiero come quello d'una regina. Anzi quando la vidi camminare in mezzo alla folla pensai a lei come una grande nave da crociera ... la Queen Elisabeth quando entrava nel porto di New York.
- Sei bonito! - mi disse qualche giorno dopo quando la nostra storia prese avvio.
Diffido dei complimenti delle donne innamorate ... e come al solito mi schernii.
Le presi la mano e camminammo senza parlare nel Bosques de Palermo ...
- Tu sei bonita ... la più bonita del mondo! -
 Lei rise.
- Lo ero da giovane, quando entravo in un locale, sentivo tutti gli occhi su di me! -
- Ce li hai ancora gli occhi su di te ... non come se tu fossi un incrociatore, ma una nave ammiraglia! -
C'impiegai un po' prima di spiegarle il significato della similitudine. Parlavamo in italiano. Non parlo spagnolo.
Era metà maggio. L’autunno argentino mi sembrò la più bella delle stagioni.

Un giorno camminando per il quartiere latino di Parigi entrammo in una galleria d'arte. Era gestita da un italiano, uno di Bergamo che si vantava di conoscere il bel mondo di Parigi. Prese a chiedermi se conoscevo  monsieur X  o  monsieur Y  ...  no, non conoscevo nessuno ma facevo la faccia di chi avrebbe potuto conoscerli. L'intento di quella visita era di poter organizzare una mostra delle fotografie di Angelina che di mestiere fa la fotografa professionista.
Mentre il bergamasco mi parlava di monsieur Z una signora entrò nel negozio e tutta eccitata disse:
- Francesco (doveva essere il tipo), vieni c'è Chirac nel bistrot a fianco ... vieni che te lo faccio conoscere! -
Come si poteva perdere quell’occasione? Annoverare fra i suoi monsieur anche l'ex-presidente francese! La sua galleria di personaggi illustri ne sarebbe stata sicuramente impreziosita!
Uscì quasi correndo senza curarsi di noi. Angelina ed io rimanemmo soli nel negozio.
- Ti voglio. - mi disse guardandomi in maniera inequivocabile.
- Ma come qui? ... sii ragionevole possono tornare da un momento a l'altro! ... e poi proprio qui a fianco c'è Chirac! - cercai di sottrarmi, ma quando le argentine si mettono una cosa in testa!
Lo facemmo aprendo dei varchi nei nostri vestiti, appoggiati contro il bancone della galleria d'arte e nascosti da un cavalletto che reggeva una grande tela.
Dopo, lasciammo il negozio che rimase ancora deserto chissà per quanto ... 
Eravamo nell'ultima decade di giugno. Pioveva e quel tempo faceva tanto ricordare ottobre.

Una mattina mi svegliai presto (come al solito) e mi misi a navigare su Internet. Volevo curiosare se sulla rete trovavo le fotografie di Angelina che, immaginavo, avrebbero dovuto essere numerose. In effetti ne trovai tantissime. Il suo stile è inconfondibile e riesce a dare il suo carattere forte e deciso anche nelle foto dei cataloghi. Curiosai per un po' mentre bevevo il mio caffè fino a quando m'imbattei in una fotografia un po' datata d'una giovane con i lunghi capelli seduta su un tronco in una spiaggia assolata e ventosa. Cliccai sopra e sullo schermo apparvero decine istantanee di donne, per lo più erano bionde e nordiche. Ero capitato in un sito auto-celebrativo d'un signore argentino che ad un certo momento della propria vita aveva deciso d'andare a vivere in Scandinavia ... doveva essere stato un inveterato dongiovanni un po' esibizionista poiché aveva inserito in una sezione del suo sito tutte le donne che aveva avuto nella sua vita. Certo, cominciare da giovane a collezionare istantanee per mostrare i suoi trofei in età matura spiegava molto della psicologia del personaggio. Risalii tutte le conquiste del dongiovanni argentino ed ebbi l'impressione di trovarmi su una scalinata e di risalirla in contromano mentre un fiume di donne vi scendeva. Ma infine riuscii a mettere il piede sul primo gradino in cima e trovai lei la ragazza dai lunghi capelli.
Il collezionista sudamericano doveva essere un tipo preciso perché sotto ogni fotografia metteva una didascalia: si trattava dell'immagine della sua terza preda in ordine di tempo ed educatamente si scusava (coll'eventuale lettore, nella fattispecie io) perché aveva perso le fotografie della prima e della seconda. Dava però le generalità della ragazza sorridente: Angelina Martino, 17 anni.
- Che stai facendo? - mi chiese lei apparendo dietro le spalle arrivando direttamente dalla spiaggia bagnata dalle onde gonfiate dal vento.
- Ti guardo ... mi sarebbe tanto piaciuto essere io colui che ha fatto questa foto e ti giuro che dopo averti conosciuto non avrei più aggiunto nessun’altra nella lista. -
M'osservò dubbiosa e scrutò lo schermo sopra la mia spalla. Mi tolse gli occhiali da presbite, l’inforcò per capire meglio di cosa parlavo ... ...
- Ah, quello lì ... quello lì è uno stupido! ... uno stronzo! ... era un amico di mio fratello! -
Mi diedi un pizzicotto per calmare la gelosia che montava dentro di me ... perché gli stronzi arrivano sempre prima? Ero sicuro che se l'avessi avuto di fronte gli avrei spaccato la faccia a quello lì! Ma come si fa ad essere gelosi di cose accadute quarant'anni prima?
Era una domenica mattina di fine luglio. A Parigi finalmente cominciava a fare caldo.

Non dormimmo molto in quella notte siciliana. Avevamo organizzato una cena con gli amici che s’erano attardati ben oltre la mezzanotte.
Lei mi chiese d'andare a vedere l'alba in riva al mare. Nel breve viaggio fra Noto e la costa non parlammo. La strada era deserta ed io guidavo lentamente con i finestrini aperti, senza aria condizionata. L’aria umida e leggermente fresca entrando nell'abitacolo della macchina ci accarezzava i volti. Angelina aveva la sua macchina fotografica sopra le ginocchia. L’accarezzava con le sue dita lunghe come se fosse una bestiola da coccolare.
- Ti manca Bonita? – chiesi a proposito della cagnetta dal pelo lungo e grigio che le faceva compagnia nel suo appartamento-studio di Buenos Aires.
- Un po’. –
Posi la mia mano sulla sua.
- Mi dirai tu dove vuoi attendere l’alba. –
Arrivammo a Marzamemi e guidai lungo la strada che, costeggiando il mare portava a Portopalo.
- Va bene qui. –
Parcheggiai su uno slargo sabbioso. Una duna ci separava dal mare il cui rumore echeggiava nella notte col ritmo delle onde che morivano sulla spiaggia. Lasciammo la macchina per guardare il buio ed ascoltare da più da vicino il ruggito della risacca. Ci sedemmo sulla sabbia e le passai un braccio attorno le spalle. La mia testa era vuota, tutti i miei pensieri erano fuggiti. M’addormentai e lei vegliò su di me.
Mi scosse leggermente.
- Italo. – disse e nulla più.
Lontano, i primi raggi del sole come lame tagliavano il buio tracciando la linea dell’orizzonte. Sembrava che dalle Calabrie provenissero i bagliori d’un incendio.
- Ho freddo. – disse
- Scusa, mi sono addormentato. - la strinsi ancora di più e le massaggiai le braccia.
- Non fa niente … sei bonito quando dormi. –
- Smettila … se continui a ripeterlo, finirò col crederci eppoi lo so: io russo … proprio ieri qui è approdata una barca piena di poveri disgraziati che fuggivano dall’Africa. Dentro hanno trovato due bambini morti … -
Lei mi guarda, non capisce … certo, Angelina è argentina, cosa ne sa lei dei migranti?
- Questa è la mia terra. E’ qui che vorrei morire … prima però vorrei ancora fare, conoscere … vorrei imparare di più. Voglio incontrare ancora altri uomini e scrivere su di loro, narrare le loro storie. –
- Se questo è quello che ti piace, fallo. –
Il disco di fuoco ormai s’affacciava oltre la linea del mare ma la luce ancora non aveva finito la sua battaglia con le tenebre.
La guardai negli occhi. Il suo sguardo era sereno, limpido. Le diedi un bacio sulle labbra e mi dissi che anch'io avrei voluto essere saggio come lei.
- Lo farò … sì, lo farò … tu pensi che la morte attenderà? –
No, non rispose … cercò solo di consolarmi baciandomi sulla guancia.
- Ti voglio. - disse.
Benedetta donna!
Era una mattina di metà agosto. Il mare di Sicilia sembrava coperto da una distesa di topazi.

La giornata di visite m’aveva sfinito. Ai margini del deserto faceva caldo. Avevo deciso di compiere quel viaggio in Algeria perché i rapporti che mi giungevano davano un quadro piuttosto preoccupante ed il business non riusciva a decollare. Volevo rendermi conto di persona delle difficoltà … i francesi sono reticenti e non vanno volentieri nella loro ex-colonia. Ancora le cicatrici non sono del tutto chiuse. Non lo ammettono ma è così. Le nebbie di vecchi rancori e radicati pregiudizi non sono ancora svaporate ed aleggiano come vecchi fantasmi. In quanto italiano, io me ne fregavo: un problema di lavoro resta tale anche se si propone in terra magrebina.
Non riuscii a sottrarmi ai viaggi sui siti di produzione e mi condussero ai margini del deserto per visitare una cava di gesso ed una sconquassata fabbrica.
Mi fecero anche assistere a debita distanza all'esplosione di cariche per staccare il gesso dal fianco d’una collina. Dovetti anche sorbirmi negli accaldati locali della fabbrica un’improbabile presentazione con piani di sviluppo dalle crescite esponenziali ed assolutamente irrealistici.
Fui baciato ripetutamente dal capo contabile al quale raccontarono che io ero il grande capo della finanza parigina. L’appartenenza allo stesso settore scatenò tutto il suo affetto tanto che me lo trovai fra i piedi ad ogni evenienza. Quando ci fecero la foto ricordo, si mise al mio fianco e mi strinse la mano come se fossimo due capi di stato.
Solo il giorno dopo avrei potuto imbarcarmi sull’aereo che m’avrebbe riportato ad Algeri. Chiesi ai miei accompagnatori di dispensarmi della cena adducendo che dovevo rispondere a degli e-mail di Parigi.
Quando raggiunsi la camera d’albergo, non indugiai a spogliarmi ed a mettermi sotto la doccia. Solo dopo chiesi d’avere la linea per Parigi … il cellulare da Ghardaia (così si chiama quel luogo) non prendeva.
- Pronto Angelina, sono Italo … come va? –
- E’ morta mia zia! –
No, non fu il fresco del condizionatore che mi fece avere un brivido di freddo.
Sapevo quanto era attaccata a sua zia … la considerava quasi sua madre. Quand’era piccola aveva trascorso molto tempo con lei ed era stata quasi adottata. La zia non poteva avere figli.
L’anziana signora da qualche anno era stata attaccata dal morbo d’Alzheimer ed era accudita da una donna che l’assisteva prendendola a pensione. Mi parlava spesso di sua zia e della pena che le faceva adesso ch'era ammalata.
- Oh Dio Santo! Sapessi quanto mi dispiace! –
Ero più che dispiaciuto, ero annichilito per la mia impotenza e per la solitudine che doveva provare Angelina a Parigi, senza nessuno che la consolasse in un paese di cui disconosceva la lingua. Avrei potuto raggiungerla solo l’indomani quando sarei atterrato a Roissy col volo della sera. Mi sentii colpevole per quel viaggio di lavoro.
Rimasi lì al telefono con lei, e cercai di consolarla dicendo qualche parola gentile. Lei, dall'altro capo della linea, piangeva disperata.
Mi resi conto, per la prima volta, del sacrificio d’Angelina che aveva scelto di vivere con me. Capii anche quanto fossi egoista. Lei aveva dall'altra parte dell’oceano i suoi genitori anziani che adorava. Mi si chiuse lo stomaco mentre pensavo a come avrebbe potuto vivere altre cattive notizie.
Mentre ascoltavo i suoi singhiozzi lasciavo vagare il mio sguardo sulle pareti della stanza screpolate. Mi dissi che non si può chiedere a nessuno di lacerarsi dentro.
Eravamo nei primi giorni d’ottobre. Fuori un vento carico di sabbia del deserto spazzava Ghardaia.

Pioveva ed i tergicristalli con un movimento indolente raccoglievano le rare gocce che morivano sul parabrezza.
Angelina ed io non parlavamo dentro la macchina. Ogni parola sembrava inutile ed i nostri pensieri si proiettavano verso il futuro. Quasi sei mesi vissuti insieme, intensamente. Ad un certo punto una falla s’aprì nella mia testa e pian piano si svuotò … ero come un automa che registrava immagini e che si muoveva sull'impulso di stimoli elettrici. Avevo semplicemente smesso di pensare, forse per impedirmi di soffrire.
Parcheggiai la macchina nel sottosuolo dell’aeroporto.
Ci tenevamo la mano mentre l'ascensore ci trasportava al piano delle partenze.
Mi tenni un po’ discosto da lei mentre eseguiva il check-in. La guardai. Il cappotto che avevamo comprato assieme era elegante e lei lo portava magnificamente. Non le sarebbe servito a Buenos Aires dove l’estate era imminente. Sentendo il mio sguardo su di lei, si voltò e mi sorrise.
L’accompagnai al controllo dei passaporti. Prima d’oltrepassare la linea oltre la quale io non potevo accedere, si voltò mi diede un bacio ed al contempo m’accarezzò la guancia.
- Ciao. –
- Ciao. –
Tutto troppo complicato! Come gestire quel rapporto con genitori vecchi, figli, lavori diametralmente opposti, paesi e lingue straniere? … forse, molto semplicemente io non ne ero all'altezza.
La seguii con lo sguardo fino a quando si confuse fra la folla dei viaggiatori. Dritta sulla schiena e con un portamento fiero mi sembrò … sì, proprio la Queen Elisabeth: lei, l’ultima donna, inutile cercarne altre non avrebbero retto al confronto.
Sarei rimasto solo, forse per sempre … forse, era meglio così.
Solamente quando fui dentro l’ascensore singhiozzai.
Era un giorno di metà novembre. Quell'inverno sarebbe stato buio e freddo.

domenica 6 luglio 2014

Che cosa faccio? ... scrivo


Sabato sera, cena dal mio amico Gerald.
- Allora come vanno i tuoi racconti? Sono impressionato dalla quantità dei "post" che riesci a pubblicare ogni giorno. - mi dice.
- Comincio ad essere stanco ... è un bell'impegno. Avere sempre qualcosa da dire! Scrivere quotidianamente non è facile, soprattutto se si vuole mantenere una certa qualità. Io faccio del mio meglio, nel limite delle mie possibilità. -
- Vuoi smettere? -
- Non proprio, vorrei rallentare altrimenti scrivere diventa una corvée ... invece io voglio che resti un piacere. Ho qualche difficoltà a smettere perché mi sento in dovere nei confronti dei pochi (ma preziosissimi) lettori che cliccano ogni giorno sul post del giorno. -
- Sono sicuramente delle persone intelligenti. Sono in grado capirti. - osserva Sylvie seduta alla mia destra.
- Sì, sì ... ma perdo il contatto ... è da otto mesi che pubblico ogni giorno ... basterà che dirado le mie apparizioni e sarò dimenticato. -
- Quindi quello che temi è l'oblio. - dice Gerald prima di sorseggiare del Nero d'Avola che gli ho portato come modesto omaggio alla sua raffinata cucina.
- Tu parli dell'oblio nei confronti di Italo o del suo blog? -
- Di Italo ... nessuno ama essere dimenticato, o sbaglio? -
- Beh, non saprei ... io comunque non mi faccio illusioni ... tutti saremo dimenticati primi o poi. Tanti uomini illustri fra duemila anni saranno dimenticati e non resterà neanche un flebile lumicino di memoria ... il mondo si ricorda di Giulio Cesare perché l'hanno spettacolarizzato in qualche film, ma chi sa effettivamente quello che ha fatto o quello che ha scritto? E' solo questione di tempo ... ... è triste quando vedo gli uomini e le donne che si danno tanto daffare per sottrarsi inutilmente al loro destino ... per vivere oltre la morte, il ricordo è una forma di vita ... vissuta nella memoria e non su questa terra ... ma anche quella è effimera e si dissolverà. - 
- Quindi tu vuoi essere dimenticato? - mi chiede Anne dagli occhi gatto, moglie di Gerald.
- Mi basta che i miei figli o le persone che ho amato non mi dimentichino ... poi me ne frego ... vorrei che il mio spirito si fonda con quello del resto dell'umanità, che si confonda con esso ... mi piace pensare che faccio parte di qualcosa di più vasto, complesso e che partecipo a muovere il mondo spingendo insieme agli altri ... -
Forse sono andato al di là di quello che è consentito in una cena fra amici in cui ci si vuole perdere nelle sensazioni del palato restando leggeri nella conversazione.
Per qualche manciata di secondi nessuno parla più.
Sopra di noi i rami degli alberi ci fanno da volta e in mezzo ad essa il cielo si scurisce, già s'intravvede qualche stella d'argento.
Io mi sento sereno ... da tempo ho abbandonato qualsiasi ambizione di far qualcosa per vivere più a lungo oltre ai limiti che la mia condizione d'umano m'impone. Quando ero giovane qualcosa mi diceva che avrei potuto trasformarmi in semidio. Quando ripenso a quelle notti giovanili insonni in cui m'immaginavo al centro d'imprese mirabolanti che m'avrebbero reso famoso ... sorrido e penso che adesso prevale in me la voglia di celarmi e di rimanere discreto.
-  Io voglio essere ricordato. - esordisce Gerald rompendo ogni indugio.
Non rispondo mentre mi concentro sul gusto rilasciato da un pezzo di carne magnificamente arrostito. Il piacere mi fa socchiudere gli occhi.
- Non credo che tu voglia essere dimenticato sennò non faresti lo scrittore! - mi dice Sylvie.
Ci metto un po' prima di rispondere non volendomi perdere il sapore che m'esalta le papille ... dopo sorseggio un po' di Nero d'Avola.
- Non sono uno scrittore ... sono uno che scrive. La scrittura m'aiuta a vivere ... ad esprimermi ma non sono uno scrittore. -
- Chi è uno scrittore allora? -
Una gatto con il manto color ruggine attraversa il prato del piccolo giardino ... appartiene ad Anne e Gerald, l'ho visto prima aggirarsi nel soggiorno.
- Uno scrittore è colui che è capace attraverso le parole di rilasciare un messaggio ... che conosce il tormento dell'artista ... che soffre e si dispera di fronte alla sua opera ... che dedica la sua vita alla scrittura. Chi è uno scrittore? Alessandro Manzoni, impiegò  21 anni per scrivere "I Promessi Sposi". -
- Chi? -
Ah certo! Alessandro Manzoni, chi era costui?
- ... uno scrittore italiano di metà ottocento ... -
- Come Stendhal? -
- No, più cattolico e meno prolifico ... Stendhal pubblicava "Il rosso ed il nero", "La certosa di Parma" e "Cronache Italiane" mentre l'altro redigeva il suo solo grande romanzo ... -
- Ventuno anni per scrivere un romanzo! ... deve essere bellissimo! E' come Victor Hugo che impiegò quindici anni per redigere "I Miserabili"!- esclama Gerald.
Onestamente sono imbarazzato non so cosa rispondergli ... per me "I Miserabili" è un'opera assoluta, ogni volta che posso rileggo le pagine della battaglia di Waterloo. Mi spiace, ma devo accantonare l'orgoglio italico.
- No non è possibile comparare i due ... il nostro Manzoni è troppo piccolo, troppo provinciale ... ma resta uno scrittore. -
Oltre il giardino della villetta dei ragazzotti giocano al pallone ...
- Sembra d'essere a Napoli ... il vociare non mi disturba. - lo dico anche per lenire l'imbarazzo d'Anne che teme la nostra insofferenza per quel vacarme.
- Ci siamo lamentati già altre volte. - vuole quasi scusarsi.
- Sono d'origine italiana? - chiedo, conoscendo l'opinione imperante che all'estero si ha di noi.
Tutti ridono.
- No, sono francesissimi ... - dice Gerald che però da bravo alsaziano non ha l'abitudine di mollare - Sono d'accordo con te: non sarai mai uno scrittore soprattutto se ti confronti con nomi così importanti! Nessun pittore della domenica si sentirà mai pittore se si confronta a Raffaello. -
Mi verso un po' di Nero d'Avola e riempio i calici delle mie vicine ma Anne copre con la mano il suo calice.
- No, grazie. - dice
Alzo il mio bicchiere.
- L'hai detto Gerald: sono uno scrittore della domenica ... brindo a noi artisti della domenica! -
Oltre il recinto nascosto da una alta siepe giunge il fracasso d'un pallone calciato contro una saracinesca metallica.
- Goaaal! - grida uno dei ragazzetti.
E che diamine, siamo o non siamo in periodo di campionato del mondo?
... e le stelle alte sopra di noi continuano a luccicare.
... ... ... 
Sono rientrato a casa. E' trascorsa da un bel po' la mezzanotte.
Accendo il computer ... Google ... Wikipedia ...  Marcel Proust impiegò 12 anni per redigere "A la recherche du temps perdu" ... a James Joyce ce ne vollero 7  per arrivare alla versione finale di  "Ulysses" ... Tolstoj scrisse "Guerra e pace" in un po' più di 6.
Ho smesso di fumare già da qualche anno.
- Si resta sempre fumatori. - mi diceva la mia amica Cristina. 
E' vero, sento il bisogno d'una sigaretta.
M'affaccio al balcone per godere l'aria di questa notte di prima estate ed alzo lo sguardo. Le stelle sono ancora lì ... le stesse che hanno allietato la cena.
- Se potessi scrivere solo una pagina ... solo una pagina come si deve ... mi basterebbe scrivere La Pagina! - dico loro ... ma non mi rispondono, sono troppo indaffarate a luccicare.