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lunedì 30 giugno 2014

La letteratura secondo Giovanni


- Giovanni, non potresti leccare il gelato, come fanno tutti i cristiani fin da quando sono piccoli? -
- Scusa, ma che sto facendo? -
Siamo seduti entrambi sulla scalinata che porta alla "Grande Arche", uno degli edifici più brutti di Francia. Abbiamo deciso di prendere un cono gelato e lo stiamo consumando durante la pausa pranzo. Il gelatiere che ce l'ha venduto, facendocelo strapagare, l'ha spacciato come italiano ... a noi pare invece un gelato "apolide" e preferiamo definirlo così piuttosto che offendere una qualsiasi nazione.
- Lo stai succhiando e fai un orribile rumore come quello d'un aspirapolvere che s'impiglia nella moquette. -
- Io faccio, i succhiotti a chi voglio ... va be'! ... si peggiu di 'na socera (sei peggio d'una suocera; nota del traduttore)! -
- ... e tu riesci ad essere pornografico anche quando mangi un gelato! -
- Ma lo chiami gelato questo qua? ... a Catania mancu ai cani ce lo danno! -
- Eh, ma qua non siamo a Catania ma a la Défense (quartiere d'affari alla periferia di Parigi; nota dell'autore)! -
- Certo che siamo a la Défense! Tu pensi che ad una ragazza come quella ... e che passa per via Etnea (l'arteria principale di Catania) nessuno gli dice niente? -
- E che gli deve dire? -
Guardo la giovane che m'indica Giovanni. Alta, bionda, gambe lunghe e ben tornite, fasciata in un vestito bianco il cui orlo e ben al di sopra delle ginocchia.
- ... volendo restare dei signori, potrebbero dirle ... a comu ti strazzassi i mutannini (Ah, quanto vorrei strapparti gli slip!; ndt)! -
- Ma ti piacciono ancora le ragazze? Non mi avevi detto che avevi deciso di passare oltre la barricata? -
- A me piace tutto, basta che sia di qualità! -
Osservo la giovane donna allontanarsi e sorrido dentro di me ... caro Giovanni: una sorta di homo eroticus a metà fra i Vitelloni e Don Giovanni in Sicilia!
- Ah, se non ci fossi stato io! Sai quanti post in meno avresti scritto? - dice.
Lo guardo. Ma mi legge nel pensiero?
Sorrido.
- Se continuo a scrivere su di te, finirò per essere accusato di plagio da Lidia Ravera, Erica Jong o dagli eredi di Vitaliano Brancati! -
- Ma figurati! ... ormai le storie di sesso sono divenute talmente banali! -
- Ma io non racconto ... storie di sesso, ma parlo di te come personaggio. -
Giovanni ha finito il gelato ed adesso mangia il cono.
- La cialda è la sola cosa buona di questa schifezza "apolide" che abbiamo comprato! ... e quindi mi stai facendo diventare un personaggio della letteratura! ... mi stai rendendo immortale ... e chi avrebbe mai pensato che il mio amico Italo aveva la soluzione per rendermi famoso come ... -
- ... come Vincenzo Bellini! ... adesso cambiano il nome ai giardini pubblici di Catania ... si chiameranno "Villa Giovanni Spadaro"! ... ma fammi il favore! ... io non faccio letteratura ... io scrivo. La letteratura è un'altra cosa! -
- ... e cos'è la letteratura? -
Lo guardo e gli dedico un sorriso migliore di quello della Gioconda.
- Virgilio, Dante, Guicciardini, Petrarca, Foscolo, Manzoni, Verga, Pascoli ... la lista è lunga e se ci mettiamo anche i letterati stranieri qui facciamo notte! -
- Peccato, mi sarebbe piaciuto essere ricordato ... - sembra veramente dispiaciuto.
 Davanti a noi passa un'altra ragazza.
Questa volta è bruna ... gamba lunga, capelli  che scendono a metà schiena, incedere felino e gonna che la copre fino a qualche centimetro sotto le natiche.
- Dimmi un altro dei complimenti che i gentiluomini di Catania indirizzano alle donzelle che passeggiano. -
- Che ne so ... ah ecco ... bedda, bedda macari unni pisci (bella, bella anche fra le gambe; ndt)! ... e se dicessimo che anche questa è della vera letteratura! ... sotto forma di verso poetico! Dolce stil nuovo?  Ma chi sono io? ... Jacopo da Lentini? -
Adesso sgranocchio anch'io il cono.
- Sì, hai ragione! La cialda è proprio buona! - commento.

domenica 29 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 6


Bonsoir. - disse entrando.
Bonsoir, monsieur. - la donna gli sorrise.
- Avete un bel negozio ... per guardarlo ho massacrato il piede ad un passante. - mentì.
Si sentiva a disaggio, l'occhio del vecchio lo scrutava e sembrava voler scavargli dentro.
I due carlini s'avvicinarono per annusarlo.
- In cosa posso servirla? - chiese la donna.
- Volevo dare giusto un'occhiata. -
- Prego ... -
Si mise a girovagare nel negozio guardando i tappeti e dandosi l'aria d'intenditore.
- Ma che ci faccio qui? - si chiese.
Mentre osservava la fattura di quello che gli sembrava un Tabriz ...
- Lei è italiano? - doveva essere la voce del vecchio. Profonda come se risalisse da un pozzo profondo. La domanda era stata posta in puro idioma italico.
Antonio trasalì.
- Sì, sono italiano. - ma non si girò per rispondere - Sono così riconoscibile? -
- L'accento. - disse la donna.
Finalmente si girò per guardare la coppia. Lo osservavano in quattro ... sì, anche i due carlini seduti sulle zampe posteriori accanto alla padrona. Tutti avevano uno sguardo serio, esaminatore.
- Ah, certo l'accento ... anche lei parla italiano? - chiese indirizzandosi alla donna.
- Sì, certo. -
- Di dove siete? -
- Siamo iraniani. -
- Capisco ... - s'avvicinò e porse la mano sorridendo - Antonio Positano. -
Si strinsero la mano.
- Roshanai. -
Educatamente Antonio strinse la mano anche al vecchio che non proferì parola ma continuò ad osservarlo col suo unico occhio.
- Le piacciono i tappeti? -
- Sì, ma non ne capisco niente. -
- Vuole comprarne uno? -
- No ... o forse sì, non so ... sono stato attirato dal nome del negozio Korramshahr, mon amour ... ho vissuto laggiù tanti anni fa ... ero un ragazzino. Voi siete originari di lì? -
- Io vi ho trascorso la mia fanciullezza ... fino a quando è scoppiata la guerra con l'Iraq, poi mio zio mi ha portò via ed andammo a Roma. -
- Capisco ... -
L'occhio del vecchio lacrima.
- Si commuove ancora ... la mia famiglia morì sotto un bombardamento ... io ne uscii viva ... mio zio mi ritrovò. -
- Mi spiace. -
- Sono passati tanti anni ... adesso siamo a Parigi ... abbiamo più clienti italiani qui di quando eravamo a Roma. - il volto di Roshanai si aprì in un sorriso - Prego si sieda. Lo vuole un tè? -
Antonio fece segno di sì con la testa ed anche lui sorrise.
- Vado a prendere il samovar. Il tè è ancora caldo. -
Fuori la fredda pioggia aveva abdicato alla neve. Fioccava intensamente e sembrava che da Parigi fossero spariti i rumori.
In quel contesto, il silenzio dentro il negozio, dopo l'uscita di scena della donna, sembrò ancora più profondo. Per fortuna uno dei carlini era rimasto a far compagnia ai due uomini. Forse il nuovo venuto doveva ispirargli fiducia perché appoggiò le sue zampe sulla gamba offrendo il suo rugoso capo. Non fu deluso perché quasi subito ricevette un'affettuosa grattata fra le orecchie.
- Noi c'incontrammo più di quarantacinque anni fa ed io ho perso la scommessa! - la voce del vecchio si fece ancora sentire.
Antonio lo guardò come se di fronte avesse un matto.
- Sono Samir, viaggiammo assieme nel volo Beirut - Teheran. Era l'estate 1967. -
Sembrò che non ci fosse più nessuno e che il mondo si fosse svuotato lasciandoli soli.
- Samir ... Samir. - Antonio stava setacciando fra i suoi ricordi - Il marinaio ... la picchiarono all'aeroporto di Teheran. -
Il vecchio fece solo un cenno con la testa ma il suo sguardo si perdeva oltre il vetro dell'ampia vetrina come se stesse rivedendo un film ... un vecchio brutto film.
Antonio si meravigliò con se stesso poiché si scoprì poco sorpreso da quell'incontro come se l'attendesse da tempo.
- Io ho perso la scommessa ... ti avevo detto che sarei passato a salutarti dopo vent'anni ... ed invece ne sono trascorsi più di quarantacinque, quasi mezzo secolo. - il vecchio sorrise.
- Perché? -
- Perché, cosa? -
- Perché la picchiarono? -
- Avevano ascoltato una telefonata che feci a mio fratello dall'Italia ... criticavo lo Scià. -
Roshanai arrivò spingendo un carrello.
Mentre bevevano il tè, Samir raccontò a sua nipote come aveva conosciuto Antonio. La donna, com'era prevedibile, non nascose il suo stupore per quell'evento talmente improbabile ...
- Ma com'è possibile? Quasi da non crederci! -
- Le giuro che è vero, suo zio m'ha fatto cenno di dettagli che solo io potevo conoscere! -
Il vecchio disse:
- Ti accompagnava un signore non molto alto con la faccia da bambino. -
- Il signor Picciollini ...  che memoria! Ma come ha fatto, Samir, a ricordarsi del nostro lontano incontro? Quasi mezzo secolo! -
- Ah, di quello non c'è da stupirsi, mio zio ha una memoria eccezionale ... unica ... non ho mai conosciuto un essere umano con la stessa capacità di ricordare! -
Parlarono i tre, parlarono a lungo.
Aveva smesso di nevicare. Fuori, sulla strada, le macchine avanzavano lentamente schiacciando la neve ridotta in acquosa poltiglia. Il loro sciabordio produceva un rumore di sottofondo stranamente rassicurante.
Dopo un po', quasi per riprendere fiato, tacquero ... come se dovessero riposarsi dall'emozione procurata da quell'incontro eccezionale. Ma ad Antonio quel silenzio l'opprimeva.
- Samir, mi racconta del deserto? -
Il vecchio cominciò di nuovo a parlare ... e all'ex-bambino, dopo quarantacinque anni, sembrò ancora di volare sopra gli altopiani iraniani.
Sorrise dentro di sé pensando che aveva riempito tutto quel lasso tempo facendo cose che non l'interessavano.
Perché il destino gli aveva fatto rincontrare il marinaio di Sciraz? ... forse per ricordargli che il tempo scorre ed era arrivato il momento di rammentarselo.
Osservò il volto del vecchio su cui era scritta la storia d'una vita difficile.
Sapeva che sarebbe tornato in quel negozio ... forse aveva bisogno di storie lontane anche se dolorose.
Guardò gli occhi color nocciola di Roshanai e capì che era troppo vecchio per quell'amore.

sabato 28 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 5


Khorramshahr, mon amour.
Erano le parole che campeggiavano in oro sul fondo blu dell’insegna di rue du Roi de Sicile.
Parigi era infreddolita da quell'inverno che fin dall'inizio s'era mostrato cupo e del tutto avaro di luce. Cominciava a nevischiare ed i passanti stringedosi nei loro soprabiti camminavano rasenti ai muri dell'antico quartiere ebraico de le Marais.
Antonio roteò più volte le spalle nell'illusione di scaldarsi. Doveva decidersi di comprare un cappotto meno elegante e più pesante. Guardò ancora sopra di lui per controllare la scritta dell'insegna.
Osservò, poi, l'ampia bottega attraverso la vetrina.
Non era molto diversa da tanti altri negozi dello stesso genere.
Oltre il vetro, dei bei tappeti dai caldi colori si stendevano l’uno sopra l’altro sparsi con studiato disordine. Altri drappeggiavano le pareti e contornavano l’ampia apertura in cui era incastonata la vetrina. Dei samovar in argento e dei lustri piatti in ottone erano disseminati dappertutto o posati su dei tavolini.
Un vecchio, dai folti capelli bianchi, era seduto dietro una scrivania e leggeva con attenzione un giornale scritto con caratteri arabi. Sentendo lo sguardo di Antonio gravare su di lui, sollevò la testa.
Delle profonde rughe, prodotte non solo dall'età ma anche da lunghe permanenze al sole, gli marcavano il volto. Oltre ad esse, una cicatrice, partendo da metà fronte, scendeva obliquamente e, segnandogli la palpebra irreversibilmente chiusa, terminava poco sotto lo zigomo sinistro.
Il vecchio, restituì ad Antonio lo sguardo con il suo unico occhio.
Quel volto anche se deturpato, nascondeva bellezza e fierezza.
I due uomini ristettero a studiarsi cercando di capire quale nascosto interesse ciascuno provasse per l’altro.
L’attenta osservazione fu interrotta dall'entrata di due piccoli cani, dei carlini, che, trottando con una buffa andatura, anticiparono l’ingresso nel proscenio di una donna.
Ad Antonio parve la più bella del mondo.
Vestiva un lungo abito nero che fasciandole il corpo, attraverso una generosa scollatura, lasciava intravedere l’attaccatura del bel seno. Intorno al collo una doppia fila di perle risaltava sulla sua pelle appena brunita. I lunghi capelli, neri quanto la sua veste, le incorniciavano il volto dalle belle labbra carnose ed al contempo delicate. Sopra gli zigomi, appena pronunciati ma tanto da darle un’aria orientale, splendevano degli occhi castani che sembravano rubati ad una cerbiatta. La sua maturità le dava un fascino ancor più profondo, misterioso.
Avanzò con un portamento maestoso, ma per niente artefatto, verso il vecchio.
Parlò ed Antonio si rammaricò di non poter intendere il suono della sua voce.
Nel disperato tentativo di riuscirci girò la testa di lato ed l’avvicinò al vetro sperando che il suo orecchio riuscisse a captare meglio. Ma i soli suoni che udì furono quelli della via. Quasi senza rendersene conto cercò d’avvicinarsi ancora di più al vetro rendendo sempre più manifeste le sue intenzioni.
La sua manovra non passò inosservata ad uno dei carlini che, incuriosito si avvicinò alla vetrina e, forse spaventato, abbaiò.
Questa volta Antonio ben distinse il suono ed indietreggiò provando un po’ di vergogna.
La donna ed il vecchio l’osservavano perplessi. Negli occhi della donna si leggeva una certa apprensione. Richiamò il cane che svogliatamente s’avvicinò a lei.
Antonio rispose ai loro sguardi ricambiando con uno che potesse rassicurarli e, per essere più convincente, accennò ad un sorriso.
Non subito, ma dopo qualche attimo, gli occhi della donna divennero di nuovo dolci e risposero benevolmente.
Ad Antonio quella donna ricordava un attrice ... una italiana, dagli occhi color nocciola e dallo sguardo intenso e penetrante.
Leggermente indietreggiò e cercò d'allontanarsi.
Fu maldestro perché salì sul piede di un passante che sibilò “merde!”.
Cercò di scusarsi ma l’uomo biascicò qualcosa di non cordiale che lui non capì.
Guardò di nuovo oltre la vetrina. La donna rideva divertita.
Che ci faceva lì fuori? Ormai il cielo s'era completamente oscurato e non avrebbe tardato a nevicare.
Si fece coraggio ed entrò nel negozio.

venerdì 27 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 4



Abadan, Abadan! Finalmente erano arrivati!
All'aeroporto, un funzionario di polizia chiese al signor Picciollini se era vera l’età riportata sul suo passaporto. L'uomo era troppo stanco per rispondere. Il padre di Antonio, che era venuto all'aeroporto per accoglierli, rispose in sua vece ma  non riuscì a nascondere un sorriso.   
Usciti dall'edificio dell'aeroporto (poco più che un capannone) salirono sopra una grigia e cromata macchina americana. Ad Antonio sembrò gigantesca e certamente più bella delle macchine che vedeva in Sicilia. Come nei film.
La guidava l’autista di suo padre che si chiamava Assad.
Passarono accanto ad una raffineria. Ne costeggiarono il recinto per diversi chilometri.
- E’ la più grande del mondo. - disse suo padre, che poi aggiunse: - Come sei cresciuto! - e gli passò una mano fra i capelli.
Il signor Picciollini sospirò.
- A Teheran abbiamo avuto una brutta avventura. – disse il compagno di viaggio.
Il caldo era soffocante e a niente servivano i finestrini aperti che facevano entrare un’aria che stordiva.
-  Quale brutta avventura? – chiese il padre di Antonio.
Il signor Picciollini raccontò ciò che era accaduto a Samir.
- Sono delle bestie! – commentò il padre di Antonio alla fine della storia - Non diciamo niente a tua madre. - aggiunse.
Superata la gigantesca raffineria la strada s’infilava in una campagna sabbiosa piena di palmizi. I contadini erano abbigliati con sdrucite vesti che lasciavano scoperte le gambe e si proteggevano i capi con approssimati turbanti. Si muovevano lenti in quelle lande arse dal sole.
Dopo un’ampia curva costeggiarono una larga distesa d’acqua che scivolava lenta e maestosa sul letto del fiume. L'altra sponda era coperta da un fitto palmizio.
- Questo è lo Chatt-el-Arab. Si forma  dalla congiunzione del Tigri e dell’Eufrate. Sulla riva opposta c’è l’Iraq. Quindici giorni fa si sono intravisti dei carri armati! -
Il caldo gli aveva asciugato quasi tutta la saliva ma Antonio deglutì quel poco che gli restava.
Ben presto si distinse la linea leggermente arcuata di un ponte posato su larghi pilastri. Ad Antonio, che aveva visto solo quello che passava sul fiume Simeto, sembrò enorme.
- Ecco, il Karoon. Il ponte l’ha inaugurato lo Scià. Qua c’è stata una grande festa! – disse il padre.
Il ragazzino guardò le bandiere che garrivano sopra degli alti lampioni. Gli sbiaditi drappi, strapazzati dal vento caldo sembravano volersi sciogliere dalle corde e volare via.
- Tu l’hai visto lo Scià? – chiese Antonio al padre.
- No, sono restato a casa al fresco e a sentirmi un po’ di musica! Vedessi che bel registratore giapponese mi son comprato in Kuwait!… Hai avuto paura a Teheran ? –
Il ragazzino, guardando attraverso il finestrino un punto lontano, scosse la testa. Il padre lo abbracciò e gli diede un bacio fra i capelli.
Oltre il fiume, le palme si fecero sempre più rade lasciando il posto alle prime case dai tetti piatti. Erano abitazioni costruite con mattoni fatti di fango e paglia. Le finestre erano prive di vetri mentre le imposte e le porte, nelle case più pretenziose, erano verniciate con colori ormai sbiaditi dal sole feroce.
- Ecco Khorramshahr! - annunciò suo padre mentre la macchina avanzava nella periferia del paesone polveroso. Antonio notò la quantità di bambini che inondavano le strade. Al passaggio della grossa macchina americana s’animarono ancor di più ed alcuni,  la rincorsero gridando come degli ossessi. Anche le donne avvolte nei loro chador neri strillavano ma per rimproverarli. Antonio rimase impressionato da quelle figure nere ed esili che avanzavano con la maestosità delle regine. Gli parvero dei fantasmi che cercavano di muoversi con discrezione nelle vie invase dall'accecante luce.
- Ma non hanno caldo con quel coso nero? - chiese.
Entrarono nel quartiere ricco, abitato dagli europei e dai notabili locali. Le vie, pur sempre polverose, erano impreziosite da ampi giardini che circondavano le abitazioni ed oltre i muri di cinta, che mal nascondevano quel lusso ostentato, s’intravedevano alte e maestose palme cariche di datteri. Gli alberi inclinavano la scomposta chioma come per eseguire degli inchini. I loro tronchi sbucavano da verdi distese di prati all'inglese la cui cura, ostentazione di ricchezza, era una vera e propria bestemmia.
Ma i ricchi possono permettersi di bestemmiare.
Quasi quattordici anni più tardi, Khorramshahr e la più grande raffineria del mondo furono distrutte da un’assurda guerra.
Dicono che fu terribile e che quel conflitto fece due milioni di morti. Furono usati i gas e le armi chimiche ma nessuno se ne preoccupò nei paesi occidentali. 
Il mercanti d'armi s'arricchirono e Saddam Hussein venne armato e reso potente. 
Mentre la macchina americana attraversava quelle strade battute dai venti nessuno degli occupanti avrebbe mai potuto immaginare che quei luoghi avrebbero ospitato l'inferno.
L'aria calda continuava ad entrare dai finestrini. 
Antonio, stordito, guardava le vie rese polverose dalla sabbia del deserto.
Pensò a Samir. No, non l'avrebbe più rivisto.
Sì, la sua Sicilia era lontana, tanto lontana.

giovedì 26 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 3



Il controllo di polizia fu inevitabile.
Antonio si sentiva stordito ma non sapeva se per la fatica o per tutti i racconti che aveva sentito sul meraviglioso paese. Samir, invece, era eccitato per la felicità di poter camminare di nuovo sulla sua terra dopo due anni d’assenza. Il signor Picciollini, mentre, aveva una faccia su cui sembrava essere passato sopra un carrarmato.
Strascicando i piedi insieme agli altri viaggiatori, si misero in fila in attesa del controllo. Non dovettero attendere molto perché erano fra i primi. Samir era davanti ai due italiani.
Quando venne il suo turno mise sul basso bancone il suo bagaglio e con un sorriso, che mostrava tutta la sua felicità, consegnò il suo passaporto ad un addetto. Un poliziotto dalla divisa sgualcita cominciò a frugare dentro la valigia del marinaio. Ogni tanto interrompeva il lavoro di controllo per porre qualche domanda. Samir rispondeva mantenendo il suo sorriso mentre gli occhi continuavano ad esprimere felicità.
Antonio notò che l’addetto ai passaporti stava consultando un elenco svogliatamente.
Di colpo il suo volto si fece duro ed attento. Riesaminò più volte il passaporto e poi con un cenno della mano richiamò l’attenzione di due poliziotti che, in un angolo, guardavano con aria annoiata i viaggiatori in arrivo. Impiegarono qualche secondo prima di accorgersi che il richiamo del loro collega. Si svegliarono di soprassalto dal loro torpore ed allontanandosi dal muro su cui erano appoggiati e si misero dietro Samir.
Il marinaio di Sciraz non si era accorto della manovra e continuava a guardare il lavoro del poliziotto che frugava fra i suoi vestiti. L’addetto dei passaporti s’avvicinò a Samir e gli domandò qualcosa. Il giovane rispose gentilmente mal comprendendo i modi bruschi del suo interlocutore. Gli furono rivolte altre domande ed ad ognuna di esse l’espressione felice negli occhi di Samir s’affievoliva fino a scomparire del tutto lasciando il posto alla preoccupazione ed allo smarrimento.
Di colpo i due poliziotti che erano dietro le sue spalle lo afferrarono per le braccia. Il giovane li guardò con aria terrorizzata mentre, su ordine dell’addetto ai passaporti, cercavano di portarlo via. Il marinaio, privo di forze per la sorpresa, si lasciò trascinare.
Fatto appena qualche passo si voltò per guardare Antonio. Per tutto il viaggio gli aveva parlato della bellezza del suo paese! Ed ora che stava succedendo?
I suoi guardiani interpretarono quel semplice gesto come una reazione all'arresto. Brandirono i loro manganelli che pendevano ai loro fianchi, si arrestarono e lo colpirono alla schiena all'altezza dei reni. L’urlo di una passeggera spaventata risuonò nell'ampio androne.
Ma Samir con una energia improvvisa e malgrado il dolore riuscì a svincolarsi ma non per scappare ma bensì solo per liberarsi della presa dei suoi guardiani. Forse fu il suo sbaglio.
I due poliziotti inferociti incominciarono a tempestarlo a colpi di manganello ed uno, quello che aveva l’aria più addormentata, gli assestò un calcio nel bassoventre. Il giovane si piegò su se stesso ed il poliziotto più cattivo, prendendolo per la nuca, gli scagliò la testa contro lo spigolo del bancone del controllo bagagli. I passeggeri sentirono distintamente il colpo sordo risuonare.
Il marinaio di Sciraz s’accasciò per terra mentre un largo taglio sulla fronte, poco sopra gli occhi dalle lunghe ciglia, si tingeva di un rosso vivo.
I poliziotti lo presero sotto le braccia e lo trascinarono via ormai inanime. La ferita sanguinava copiosamente e lasciò sul pavimento di marmo una traccia di punti scarlatti.
La scena di violenza aveva reso tutti i passeggeri degli muti spettatori ammutoliti di quel violento incubo.
Antonio aveva gli occhi sbarrati per il terrore. Riuscì solo a chiedere al suo accompagnatore:
- Ma perché? Perché?-
 Il signor Picciollini deglutì senza esser capace di rispondergli.

Erano dentro il ventre d'un quadrimotore con l'estremità delle pale dipinte di giallo. Girando disegnavano dei cerchi di un colore sbiadito.
L'apparecchio, già appartenuto ad una compagnia americana, era stato venduto alla Iran Air ma ancora non era stato ridipinto. Avrebbe fatto diversi scali ed uno di questi era Abadan, la loro meta.
Occupavano dei posti appena oltre la metà della fila di destra ed il rumore era assordante. Poco di fronte a loro sedeva un folto gruppo di americani certamente impiegati di qualche compagnia petrolifera. Uno di loro, con un grosso ventre, forse il capo di quella comitiva, sudava copiosamente. Dopo appena mezz'ora aveva già ordinato tre whisky con ghiaccio.
- Sporchi ubriaconi! - disse il signor Picciollini.
Antonio aveva mal riposato su un sedile di marmo all'aeroporto di Teheran. Davanti gli occhi scorrevano ancora le immagini dell’inspiegabile pestaggio di Samir. Per la prima volta nella sua vita aveva assistito ad una scena di violenza, ben diverse da quelle che erano proiettate nei film. Quella volta il sangue era vero, terribilmente vero. Rimase a lungo in silenzio guardando con occhi spiritati i suoi piedi dondolare sotto il sedile.
Non volavano molto alti. 
Il paesaggio roccioso si colorava sempre più d’ocra ad ogni chilometro che l’aereo guadagnava.  Nella prima ora di volo avevano sorvolato campagne verdi e su cui erano disseminate palme che, all'inizio come delle intruse si mescolavano ad altra vegetazione, ma poi, sempre più divennero regine del territorio. Ma dopo un po' anche i palmizi si diradarono mettendo in mostra la nuda roccia coperta da strati d’erba che due mesi prima doveva essere ancora verde. E per la prima volta, Antonio vide il deserto, forse era lo stesso che aveva attraversato Samir.
Atterrarono nel grigio aeroporto di Isfahan e, prima che l’aereo si posasse sul caldo cemento, Antonio vide le cupole e le strette torri  delle moschee. Avrebbe apprezzato quello spettacolo in un’altra occasione. Tutto era obnubilato ed il ragazzo provava solo indifferenza su tutto ciò che lo circondava.
Sciraz, dov’era?
Lo chiese al signor Picciollini.
- A sud, molto più a sud. E’ lo scalo dopo Abadan. -
Per ragioni di sicurezza li fecero sbarcare durante il rifornimento. Quando risalirono sull'aereo notarono che una comitiva di americani aveva lasciato il posto ad un’altra.
Il quadrimotore ripartì e sembrò faticare, anche lui prostrato come il ragazzino.
Poco appena una mezz'ora dal decollo Antonio osservò affascinato degli enormi  incendi che bruciavano nel bel mezzo di un paesaggio desertico. L’inferno se l’immaginava proprio così.
- Cosa sono? -
Il signor Picciollini s’avvicinò al finestrino. La sua folta capigliatura bagnata per il sudore gli s’incollava alla fronte.
- E’ gas, sono pozzi di gas che bruciano. -
- Perché? -
Picciollini lo guardò stupito come se gli  fosse rivolta la domanda più ovvia del mondo.
- Perché il gas non serve a niente. E’ pericoloso. Sotto c’è il petrolio. -
Certo un spiegazione del genere data oggigiorno potrebbe produrre reazioni smodate d'ilarità ... ma si era nel 67!
Antonio pensò che Samir, la notte prima, non gli aveva parlato di quegl’immensi falò.
Guardò il volto del suo accompagnatore che da due giorni non si rasava. La peluria che s’intravedeva non gli dava un'aria più matura ma quella di un adolescente i cui ormoni cominciavano a manifestarsi. 
Pensò alla scommessa fatta col giovane iraniano: rivedersi dopo vent'anni!
S’addormentò.
Sognò qualcosa di confuso ma che non lasciò nessuna traccia nella sua memoria se non la sensazione che quello era il suo ultimo sonno da bambino.
Forse sognò il marinaio di Sciraz a caccia d’antilopi.

mercoledì 25 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 2



Quel tratto del viaggio fu il più lungo di tutti. Antonio non dormì neanche lungo il volo che l’avrebbe condotto a Teheran. Ma, in compenso, fece una conoscenza.
Accanto a lui sul lato del finestrino sedeva un giovane uomo dalla pelle scura di chiara origine medio-orientale. I capelli erano neri e ricci ma tagliati corti ed gli occhi scuri e brillanti come delle gemme. Le ciglia, nere come i capelli, erano lunghe e rendevano il suo sguardo dolce e gentile.
Il ragazzino si ricordò che era stato suo compagno di viaggio fin dalla partenza da Roma. Più per noia che per reale interesse, lo spiò fin dal decollo e quando lo sorprese tirare fuori da una sacca un giornale illustrato italiano, non seppe trattenersi dal domandare:
- Lei è italiano? – trovare qualcuno con cui scambiare quattro parole, oltre che al signor Picciollini, lo avrebbe reso felice.
Il giovane uomo sorrise e senza alcuna inflessione straniera disse:
- No, sono iraniano. –
Antonio lo guardò incuriosito e prima che potesse porre ulteriori domande il giovane lo precedette:
- Vivo in Italia da due anni, sto facendo il servizio militare. –
- In Italia? –
- Sì. Vi è un accordo di fra i due stati ed alcuni di noi sono ospiti della marina militare italiana per quattro anni. E’ una forma di collaborazione per formare la marina della Persia.- 
Il signor Picciollini sembrò interessarsi all'argomento:
- Di dove è originario?-
- Di  Sciraz. Una città a millecinquecento metri sul livello del mare e ben all'interno! –
- E fa il marinaio! -
- Sì, ma a me è sempre piaciuto il mare.- tagliò corto il giovane. Poi, chiese rivolgendosi ad Antonio : - Quanti anni hai? –
- Undici. -
- Hai la stessa età di mio fratello minore. Non lo vedo da quando sono partito. Siamo sei fratelli io sono il quinto.-
- Come si chiama? –
- Chi io? Samir. –
- Io, Antonio. –
Il signor Picciollini non si presentò e si girò su un fianco chiudendo gli occhi per cercare di dormire un po’.
Il ragazzino e Samir invece cominciarono a parlare fra di loro ed a stringere amicizia. Antonio volle sapere dov’era Sciraz ed il marinaio cominciò a parlare volentieri della sua terra e della sua città.
- Fa molto caldo? –
- No, Sciraz ha un clima temperato. D’inverno fa anche freddo e può nevicare. –
- Nevicare?-
- Sì, certo in Persia c’è la neve ed anche tanta sui monti. Vi sono montagne più alte del Monte Bianco. –
- Ed il deserto?-
- Anche quello c’è! –
- Lei c’è stato?-
- Certo, l’ho pure attraversato sul dorso di un cammello!… Dovevo avere la tua età… o forse un po’ più piccolo. Dieci anni, penso. –
Antonio s’agitò sul sedile e davanti ai suoi occhi passarono delle immagini piene d'avventura.
- Ci andai con mio nonno che mi volle con sé in una carovana che aveva organizzato per fare del commercio ad Abadan. Quasi diciassette anni fa! Viaggiai con lui per quasi tre mesi. Lungo il viaggio vidi per la prima volta il mare e ne rimasi affascinato. Ricordo che gli chiesi se un giorno avrei potuto fare il marinaio. Lui mi guardò e mi disse: se lo vuoi veramente anche Allah lo vorrà!-
Antonio era estasiato. Ma il suo interesse era tutto sul deserto.
- Ed il deserto. Cosa c’è nel deserto? –
- Sabbia, e rocce a distesa d’occhio. È il regno del sole. La notte però fa freddo. Ma le albe sono bellissimo ed anche il tramonto. Ricordo che a me facevano paura perché qualche volta si udivano gli ululati degli sciacalli. –
Samir gli raccontò anche dei lupi, dei serpenti, degli scorpioni, degli avvoltoi. Parlava con l’orgoglio del popolo montanaro che aveva contrastato con fierezza gli assiri, i persiani, i mongoli, gli afgani. Ormai il marinaio navigava sull'onda dei suoi ricordi. Il suo racconto era disseminato di particolari che resero ancor più interessante le descrizioni.
- Come fai a ricordare tutto ciò? Io mi ricordo pochissimo della mia infanzia. – chiese Picciollini infastidito che evidentemente non riusciva a prendere sonno.
- Ho buona memoria, molto buona. E’ un dono di natura ed ero l’oggetto dell’invidia dei miei amici. Conosco il corano a memoria. Eppoi la mia fanciullezza è stata cosi bella che mi domando come potrei dimenticarla?! –
Picciollini rinnovò i suoi grugniti cercando di trovare una posizione in cui addormentarsi.
Samir era evidentemente divertito e propose ad Antonio:
- Facciamo una scommessa? Dammi il tuo nome ed il tuo indirizzo e fra vent'anni ti contatterò di nuovo! Ti prometto che non scrivo da nessuna parte  ciò che mi dici. Terrò tutto qui, dentro la mia testa! –
- Ok! – rispose fiducioso Antonio sicuro che il suo amico iraniano non barasse – Ma te lo dico una sola volta! Pronti …. Via! ……. – ed il ragazzo scandì l’indirizzo.
– Bene e tutto dentro! – annunciò sorridendo Samir stringendo la mano al ragazzo per confermare la scommessa.
- …. E se dovessi cambiare indirizzo? Quello che ti ho dato è di mia nonna!-
- Non ti preoccupare ti troverò…. Ci tengo troppo a questa scommessa! –
Samir chiuse gli occhi e parve volersi addormentare anche lui. Ma sollecitato riprese a raccontare:
- Non potrò mai scordare le cacce all'antilope con mio nonno. Aveva un fucile dalla canna lunghissima e con il calcio d’avorio. Sparava un solo colpo. Gliel'aveva portato suo nonno di ritorno da un pellegrinaggio alla Mecca.-
Antonio volle dimostrare che anche suo nonno non era da meno.
- Il mio ha fatto la prima Guerra Mondiale. Volava sugli apparecchi ed ha conosciuto Francesco Baracca e Gabriele D’Annunzio.-
- Chi sono? -
Parlarono fino a quando atterrarono a Teheran, in piena notte.


martedì 24 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 1








Il portello fu spalancato ed il vento caldo, non invitato, entrò dentro la fusoliera e rese ancor più soffocante l’aria.
Quasi subito dopo l’atterraggio i viaggiatori sganciarono le cinture di sicurezza ignorando il divieto impartito dalla hostess. La  giovane donna, seduta su uno strapuntino dietro la cabina di pilotaggio, non tentò neanche di reagire e guardò rassegnata l’orda dei passeggeri indisciplinati.
Il signor Picciollini diede una gomitata al braccio di Antonio. Il ragazzino aprì gli occhi di soprassalto uscendo dal profondo sonno che neanche lo scossone dell’atterraggio era riuscito a svegliarlo. Guardò con occhi spalancati la confusione dell’arrivo. Deglutì prima di domandare:
- Siamo arrivati?  ... ma allora si sono visti il Tigri e l’Eufrate? - chiese ancora.
Il signor Picciollini si degnò di rivolgergli un grugnito. Viaggiavano assieme da quasi due giorni.

Quando partirono da Roma l’eccitazione, che covava nell'animo del ragazzino non fu più trattenuta e si manifestò con un’agitazione mal contenuta dallo stretto sedile. Picciollini espresse la sua  insofferenza con mugugni prolungati.
Antonio guardò il suo compagno d’avventura. L’osservò attentamente cercando di leggere sul volto un elemento che lo aiutasse a riconoscere il carattere del signor Picciollini.  Non vi era nulla su quel viso che potesse aiutare a comprendere quale animo si nascondesse. Né la più piccola cicatrice né la più invisibile ruga lo segnavano. La pelle era liscia e priva di qualsiasi segno che consentisse di stabilire l’età che in effetti era di trentadue anni. La barba rada gli cresceva svogliatamente sulle guance, ciò non aiutava a rendere la sua immagine  più adulta.
La statura, inoltre, accentuava quell'illusione poiché era decisamente basso. Solo qualche centimetro lo innalzavano rispetto ad Antonio.
- Ma lei, lo conosce bene l’inglese? - domandò.
Il suo accompagnatore grugnì e non sollevò neanche gli occhi dalla rivista che leggeva.
Il ragazzo lo fissò a lungo interrogativamente. Forse fu l’insistenza di quello sguardo che spinse l’uomo a distogliere l’attenzione dai fogli ed a mostrarli ad Antonio.
Erano scritti in inglese.
Bé, almeno lo conosceva!
Antonio si abbandonò sul sedile rassicurato e rise dentro di sé domandandosi come il signor Picciollini avrebbe grugnito in inglese.

Il ragazzino per un po' guardò il mare sottostante e si lasciò ipnotizzare dai barbaglii di luce che si sprigionavano dal blu e sembravano provenire dalle recondite profondità marine.
Ma quello spettacolo non riuscì a chetarlo. Si voltò a guardare il capelluto signor Picciollini che tentava d’assestare la testa nel cavo laterale della spalliera della poltroncina.
In qualche maniera l’eccitazione si doveva pur manifestare e le sue gambe indifferenti a qualsiasi richiesta di controllo cominciarono a dondolare  prese da irrefrenabile moto.
Il dondolio si trasmise al sedile. Una hostess dai capelli rossi s’arrestò all'altezza della sua fila si chinò su di lui e sorridendogli chiese qualcosa nell'idioma degli anglosassoni. Il ragazzino se ne sentì immediatamente  innamorato ed istintivamente cercò di tirarsi in giù i pantaloni cercando di nascondere le sue rotonde ginocchia.
- Ti ha chiesto se può fare qualcosa per te !? - tradusse  il signor  Picciollini rimanendo nella sua posizione e con gli occhi chiusi.
- Sì... cioè  no,  non so! -
- Non vuoi qualcosa da mangiare, da bere... vuoi ascoltare della musica. Se lo chiedi ti porterà un cuffia per ascoltare qualche canzoncina! - gli suggerì Picciollini sperando di attenuare quel frenetico dondolare delle gambe.
- Ecco sì... voglio una Coca e la cuffia! -
Sempre con gli occhi chiusi Picciollini tradusse ed Antonio pensò alla sua insegnante d’inglese laureata all’università di Catania.
L’hostess arrivò con la Coca e la cuffia. Antonio le sorrise e le rivolse il suo migliore “thank you”.
Il ragazzino armeggiò con la rondella sul bracciolo che consentiva la ricerca del canale. Poi, trovato ciò che gradiva, cominciò a sorseggiare la bevanda come ipnotizzato.
Lentamente il moto ondulatorio delle gambe si placò. Il signor Picciollini sospirò e dopo aver meglio assestato la  tempia  nell'angolo della poltroncina s’addormentò.

Il mare di fronte Beirut era macchiato dalla schiuma delle onde che dall'aereo sembravano leggere increspature di un tessuto blu. Anche lì dei riflessi argentei impreziosivano quella distesa che, con l’approssimarsi della terra ferma, si colorava sempre di più di un verde smeraldo.
La città si presentava già dall'alto caotica e i suoi alti palazzi non avevano niente di orientale poiché sembravano lo stesso ammasso di cemento che Antonio vedeva quando si recava a Palermo o a Catania. Qualche grattacielo si ergeva imperioso e dava l’impressione di essere sopra una città contaminata dal moderno benessere.
Dove erano i minareti? Dove si nascondeva la casba?
No, Beirut non sembrava proprio una città orientale, almeno come lui avrebbe potuto immaginarla.
Dopo un largo giro, che lasciò intravedere l’entroterra collinoso, l’aereo si diresse sicuro sull'aeroporto.
Prima di scendere il ragazzino, mentre attendeva in fila con gli altri passeggeri, guardò con insistenza l’hostess dai capelli rossi e non distolse il suo sguardo fino a quando, accompagnati da un leggero sorriso, gli occhi della giovane non lo accarezzarono.
Giù dalla scaletta metallica vi erano dei soldati che li attendevano.
Per Antonio fu una sorpresa che lo fece palpitare.
Non aveva mai visto dei soldati da vicino con un casco ed armati di tutto punto. Le loro uniformi erano di un grigio pallido così come i loro caschi. Sembravano giganteschi ed appena usciti da un film.
I militari attesero che tutti i passeggeri si radunassero in un folto gruppo e poi, come dei cani pastori, li scortarono nel bigio edificio dell’aeroporto.
Appena prima dell’entrata dei mucchi ben allineati di sacchi di sabbia proteggevano due soldati dietro ad una mitragliatrice.
Antonio guardò il signor Picciollini. Aveva l’aria preoccupata.
- Resta a fianco a me e non ti muovere!- disse l’uomo quasi senza muovere le labbra disturbato dal dover pensare anche a quel moccioso.
Al controllo passaporti trovarono un impiegato che dopo averli squadrati chiese a Picciollini se effettivamente aveva l’età che risultava sul passaporto. La domanda non fece piacere all'uomo che, rosso in viso per il disappunto, confermò.
L’impiegato sorrise ed allungò una mano per scompigliare i capelli di Antonio.
Finito il controllo presero posto in una sala d’attesa.
- Stronzo! – mormorò a fior di labbra Picciollini all’indirizzo dell’impiegato dei passaporti.
- Devo andare in bagno. – annunciò Antonio.
L’accompagnatore gli accordò il permesso con un grugnito.
Il ragazzino si allontanò con il suo bagaglio a mano e dopo quasi cinque minuti tornò indietro sorridente.
Picciollini lo guardò con curiosità, c’era qualcosa di differente in lui. L’osservò meglio… ma certo indossava dei blue jeans e non più i pantaloni corti all'inglese!
- Dove li hai presi? –
- Li avevo nella mia valigetta.-
Antonio se li era portati con il segreto intento d’indossarli durante il viaggio ben lontano dal controllo dei suoi parenti.
- Dove andremo, farà ben caldo. Ti conviene continuare ad indossare i tuoi pantaloni corti. – provò a consigliargli Picciollini.
Antonio non rispose e guardò un punto indefinito con un sorriso a fior di labbra che avrebbe fatto invidia alla Gioconda.

lunedì 23 giugno 2014

La barca di Gino


Il suo nome era Luigi Spozio, ma tutti lo chiamavano Gino che era la scorciatoia per arrivare a Luigino. Mai un diminutivo fu così  mal attribuito: lui era una cristianone di quasi un metro e novanta!
Aveva partecipato alle olimpiadi di Roma e faceva parte dell'otto con (otto canottieri con timoniere; nota dell'autore). Col suo equipaggio arrivò sesto in finale.
Più di vent'anni fa decisi che volevo diventare canottiere. Ne avevo trentasei. Un po' tardi direte voi, ma è una mia caratteristica, comincio sempre tardi ... tardi rispetto gli altri! Certo, se avessi iniziato a remare a diciotto anni sarebbe stato meglio almeno per i risultati, ma così fu. D'altronde una scusa ce l'ho, da giovane ogni volta che manifestavo l'intenzione di darmi al canottaggio c'era mio padre che mi dissuadeva:
- Il canottaggio, m'ha rovinato la muscolatura ... non sono più arrivato a fare i miei tempi in stile libero! - lui ci ha sempre detto che era stato un campione di nuoto, ma noi figli non eravamo presenti per confermarlo.
- Papà, ma io ho smesso di fare nuoto già da diverso tempo, faccio tiro del giavellotto e mi sono stufato di farmi dire dal mio allenatore che al momento del lancio apro troppo le gambe come ... una di quelle! - intendevo una puttana (almeno così mi diceva il mio grande, grosso e virile allenatore) ma all'epoca non era permesso che si usassero certi termini a casa ... almeno per noi ragazzi.
- Il canottaggio rovina la muscolatura. - la conversazione era chiusa.
Ma chi diavolo gli aveva messo in testa quella storia là?
Che fosse stata responsabilità di mio padre o che io non fossi a sufficienza motivato ... alla fine non mi diedi al canottaggio ... lasciai lancio del giavellotto e peregrinai da uno sport all'altro rimanendo sempre un mediocre sportivo. Tentai anche il pugilato. L'esperienza durò poco più d'un mese finché un giovanotto di San Giuliano non mi ruppe il naso. Mi svegliai sopra una panca con l'allenatore che continuava dire al mio sparring partner: sei un coglione, sei un coglione ... ma non avevi visto che è un novellino?
Per diversi anni tentai la strada del tennis ... ma non ero abbastanza coordinato per eccellere, colpivo la palla da tennis con violenza disordinata ... troppa rabbia, forse.
Crebbi e mollai il tennis ed un giorno portando mio figlio a fare un giro in bicicletta intorno all'Idroscalo decisi che era arrivato il momento di disubbidire agli ordini paterni!
Cominciai con una iole, inaffondabile che mi avrebbe aiutato ad imparare la tecnica ... per chi non conosce questa nobile disciplina: andare su una barca di canottaggio (quella con un vogatore si chiama skift) impone il saper tenere l'equilibrio altrimenti si finisce in acqua. E' come andare in bicicletta ... ci vuole un po' ... un po' di pazienza e di perseveranza. Mi diedero qualche lezione e qualche rudimento di tecnica e poi ... voga, vai e voga ... su e giù per l'Idroscalo di Milano. Colla iole era quasi impossibile ribaltarsi essendo più larga dello skift. Mi ci volle un po' e finalmente cominciai ad acquisire una vogata che mi permetteva d'avere un andatura costante e soprattutto di tenere una direzione. Ma il passo importante, quello di salire su uno skift ed imparare l'equilibrio, non riuscivo a farlo per due motivi: primo ero troppo vecchio e non c'erano scuole che accettassero un vecchietto come me; secondo nessuno si sarebbe peritato di prestarmi uno skift (fra gli atleti della squadra dei veterani) col rischio che lo facessi capovolgere in acqua.
M'allenai per mesi sulla mia iole, osservando con invidia i fortunati che, possedendo un imbarcazione scivolavano sulla superficie del bacino ... era come se fossi in attesa che qualcosa accadesse.
Ed accadde ...
Era un giorno in cui l'inverno ostinato prima di morire copre di nebbia l'Idroscalo ... la coltre ci mette un po' prima di levarsi ... era un sabato, avevo da poco accompagnato i bambini a scuola ... potevo farmi la mia vogata. Il livello delle acque era alto ancora per le piogge dei mesi precedenti.
Sentivo la primavera arrivare e questo mi diede una strana vigoria  ... vogai da subito con forza e con una gran voglia di far filare la pesante iole.
Vogavo ... vogavo nascosto nella nebbia beato dell'isolamento che mi procurava quella fredda cortina. Mantenevo sempre la stessa distanza dalla riva, lontana appena qualche metro. Avanzavo verso l'ignoto dando le spalle alla prua (come tutti i canottieri che si rispettano). Non avevo alcun riferimento visibile di fronte. Vedevo solo la scia della mia imbarcazione sparire nella nebbia insieme ai cerchi concentrici lasciati dalle pale dei remi.
Sentivo la barca avanzare sotto di me ed ad un tratto ... ad un tratto due braccia legnose mi sollevarono!
Sorpreso lasciai i remi e vidi l'imbarcazione sfilare sotto di me.
Ero incappato in un pioppo mezzo sommerso che sbucava solitario a qualche metro dalla riva.
Rimasi così sospeso sopra l'acqua gelida del bacino completamente attonito.
Intorno a me un silenzio irreale amplificò la sensazione di comica angoscia.
Stetti aggrappato ai magri rami come una sgraziata scimmia per diversi minuti, incapace di prendere la più piccola iniziativa.
Sentii uno sciabordio cadenzato.
Timidamente mi misi a chiedere aiuto ma, non ricevendo risposta, mi risolsi a vincere la vergogna e cominciai a gridare.
Lo sciacquio s'arrestò.
- Sono qui! - gridai.
La punta silenziosa di uno skift bucò la nebbia.
- Che fai lì appeso come un salame? -
- Mi godo il panorama. - risposi all'omone col cappellino rosso.
Ricordo ancora l'imbarazzo di quando dovetti spiegare la mia avventura soffrendo già in anticipo per il ridicolo ed il dileggio dei rudi frequentatori di quel bacino.
La mia iole fu recuperata ed io rientrai all'ormeggio.
Sapevo chi era il mio salvatore ... Spozio, il plurimedagliato campione del mondo dei veterani! Quante volte l'avevo osservato scivolare sull'acqua con la sua bianca imbarcazione ... quanta ammirazione!
Non era solo un campione ma anche un signore, non raccontò  mai a nessuno dove m'aveva raccattato.
Dopo quell'incontro così comico c'incrociammo diverse volte sul bacino. Io sulla iole e lui sul suo skift bianco che scivolava silenzioso come un predatore sulla piatta superficie dell'Idroscalo. Un impercettibile gesto con la testa era il nostro saluto.
Un giorno c'incontrammo nello spogliatoio e prendemmo la doccia assieme. Gino aveva un fisico che faceva invidia ad un trentenne ed all'epoca doveva esser vicino ai sessant'anni, forse cinquantotto, la mia attuale età.
Lo guardai di sottecchi.
- Ma chi cavolo ha detto a mio padre che il canottaggio rovina il fisico? - pensai.
Mentre ci vestivamo esordì :
- Cerco un compagno per vogare insieme in un due di coppia (imbarcazione con due canottieri, ciascuno con due remi; nota dell'autore). -
- M'informerò ma non conosco nessuno. - dissi mentre mi vestivo.
- Lo sto chiedendo a te. -
- Ma sono una scarpa ... -
- Domani, ci troviamo alle nove sul molo. - Spozio era un uomo di poche parole.
Arrivai sul molo alle nove in punto. Era una domenica di maggio, la giornata s'annunciava assolata ma a quell'ora l'aria non aveva ancora perso il fresco della notte. Avevo la pelle d'oca sotto la mia leggera maglia di cotone. Gino aveva già messo la barca in acqua.
- Mi dispiace, avrei potuto aiutarti ... - dissi cercando di scusarmi.
- Non, importa ... vai a prendere i remi. -
Il due di coppia era bianco ed azzurro.
Io presi posto dietro di lui.
- Segui la mia cadenza. -
Una parola!
Gino aveva un'ampiezza di vogata superiore alla mia ed con ogni colpo di remi faceva almeno dodici metri!
Impossibile riuscire a stargli dietro. Spesso dovevo arrestare il movimento dei remi per evitare che s'incrociassero. Il campione del mondo si spazientì presto.
- Ma cazzo, remi come un signorina! ... quando il remo entra in acqua bisogna metterci rabbia ... -
- Sì, scusa ... ma io ... ecco ... -
L'esperimento durò appena cinquecento metri.
Tornammo indietro alla banchina ... riportammo indietro il due di coppia, Gino tornò in acqua con suo skift ed io colla mia iole.
Il mio compagno era visibilmente arrabbiato ed io mi sentivo in colpa per averlo deluso ... ma non avevo chiesto mica io di fare equipaggio con lui! Perché arrabbiarsi con me, allora?
Passarono diverse settimane e quando incontravo Gino questi mi salutava appena.
Io intanto continuavo a remare ed a spaccarmi le braccia osservando gli skift che silenziosi come predatori scivolavano veloci accanto a me.
Un giorno, mentre scendevo dalla mia imbarcazione ...
- Lo vuoi il mio skift ... lo vendo. -
Era Gino che mi sovrastava dall'alto del suo metro e novanta.
Lo guardai mentre mi sorrideva ... sapevo che c'erano altri che come me sognavano d'avere uno di seconda mano per ben imparare, in più si trattava dell'imbarcazione del campione del mondo.
- Perché proprio a me? -
- Lo vuoi o no? Io ne ho appena comprata uno nuovo più leggero. -
- Sì, che lo voglio. -
Com'è mio solito cercai di tirare un po' nel prezzo ma alla fine ci mettemmo d'accordo.
Volli salire sulla mia imbarcazione subito.
Finalmente c'ero ... avevo l'impressione che su di me ci fossero gli sguardi di tutti coloro che bazzicavano attorno all'Idroscalo. Era un week end di giugno e le sponde erano popolate di gente che approfittava della natura e della bella giornata, se fossi caduto in acqua avrei dato un bello spettacolo.
M'allontanai dalla banchina con prudenza e cominciai a dare i primi colpi di remi. Scivolavo sul carrello piegando le ginocchia e ben presto io e la barca diventammo una cosa sola. Guardavo il pomello attaccato sulla punta della poppa e stavo ben attento di dare vogate poderose ma senza strappi. Ogni tanto con la coda dell'occhio osservavo che non ci fossero ostacoli dietro di me.
Dopo qualche metro mi sentii più sicuro ed aumentai il numero dei colpi.
Sulla banchina Gino m'osservava ed io lo vidi diventare sempre più piccolo.
Andavo, andavo ... tenevo la barca ... osservavo la riva scorrere a fianco di me con una velocità che non avrei mai potuto immaginare con la mio iole.
Avrei voluto piangere e non so perché dissi a voce alta:
- Grazie, grazie ... Signore! -
Il mio skift ... mi sentivo il Re dell'Idroscalo. I week end si succedevano ed io non ne mancavo uno ... dovevo salire sulla mia barca e fare su e giù per l'idroscalo.
Un giorno mentre giravo la barca essendo arrivato in fondo al bacino e dovendo tornare indietro notai che Gino, sul suo fiammante skift, m'aspettava prima di ripartire.
- Se continui così, ben presto non sarai più una signorina! - mi gridò.
- Vuoi fare la gara? - gli chiesi ridendo.
Mi prese sul serio.
- Ti do 100 metri di vantaggio. -
No, non mi superò, mantenni il vantaggio ... per qualche metro. Ero esausto.
- La prossima volta me ne darai meno vantaggio? ... eh! -
- Resti sempre una signorina! -
Ridemmo insieme.
Per lavoro dovetti trasferirmi in Francia, traslocai con tutta la famiglia.
Cosa potevo fare del mio skift? Davanti a me avevo l'ignoto, non sapevo quando sarei tornato in Italia. Tenerlo nella rimessa delle barche comportava una spesa annuale che non mi sentii di sostenere.
Lo vendetti ad un pensionato ... lo skift di Gino.
Prima di partire gli telefonai per salutarlo ma non ebbi il coraggio di dargli la notizia.
A Parigi quando andavo in ufficio, attraversando la Senna, vedevo i canottieri ... distoglievo lo sguardo per non farmi prendere dal senso di colpa.
Passarono due anni, la stessa società che mi aveva voluto in Francia mi chiese di tornare in Italia con una promozione. Avevo preso quasi dieci chili, l'inattività fisica mi aveva reso cicciottello ma non mi aveva tolto la voglia di riprendere a remare.
Avevo conservato il numero di telefono di Gino ... nel giro dei canottieri prima o poi si trova sempre uno skift in vendita.
- Pronto, buon giorno signora, sono Italo Persegani ... si ricorda di me? ... ero iscritto nello stesso circolo canottieri di suo marito, all'Idroscalo ... posso parlare con Gino? ... -
No, non parlai con Gino. Gino era morto colpito da una cirrosi epatica che se l'era portato via in due mesi, giusto qualche settimana prima della mia telefonata.
... ... ... ...
Adesso vivo ancora a Parigi e quando m'affaccio sulla Senna sento che il senso di colpa s'è un po' attenuato tanto da consentirmi di guardare i canottieri sfilare sotto il ponte di Neuilly.
No, non sono più salito su uno skift.
Mi volto e vedo a fianco me Gino, anche lui guarda in basso.
Gli sorrido, ma lui resta serio e dice:
- Ah ... remano tutti come delle signorine! -

P.S.: nella fotografia che ho inserito all'inizio del post c'è Gino, l'ho trovata su internet ... sulla spalla porta il nostro skift. Sì, proprio il nostro!








domenica 22 giugno 2014

L'arancino sexy


- Tu pensi che sia grave? -
Guardo Giovanni da sopra i miei occhiali da presbite.
- Sia grave, cosa? - domando.
- Che io possa piangere. -
- Dipende ... -
- Dipende da cosa? -
- Dalla ragione che ti spinge a commuoverti. -
- Ieri ho pianto di fronte ad una fotografia d'un arancino.-
La voce di Giovanni è incolore.
Mi tolgo gli occhiali che mi sono serviti per leggere la locandina di fronte al cinema.
- Sì, è grave. - sentenzio.
Il mio amico non commenta resta in silenzio per qualche secondo. Noto il suo labbro inferiore tremare. 
- Allora ce lo vediamo 'sto film? - mi chiede.
- Certo, entriamo ... sembra interessante. -
Ci mettiamo in coda e ben presto arriviamo di fronte alla cassiera. E' seduta su un alto trespolo, ha delle gambe grassocce accavallate. La camicetta sul davanti lascia intravvedere l'attaccatura d'un prosperoso seno.
- Tu pensi che si diverta? - mi chiede in italiano Giovanni.
- Chi? -
- La picciotta che mostra a tutti le tette? -
Faccio spallucce mentre ritiro i biglietti.
- Contenta lei! -
Dentro la sala, non molto grande, riusciamo a trovare due posti centrali. Sprofondiamo nelle poltrone color porpora. Siamo in anticipo e la proiezione ancora non è cominciata.
- Com'era? - chiedo.
- Cosa? -
- L'arancino ... al burro od al ragù? -
- Al ragù. -
- Giovanni, io penso che tu sei un po' esaurito ... ma come minchia si fa a piangere davanti ad una foto d'un arancino? Mi devo preoccupare? -
- Tu non puoi capire. -
- Ma cosa devo capire? Ti pare normale piangere davanti alla fotografia d'un arancino? -
- E che mi ha fatto pensare ad una altra cosa ... un associazione d'idee ... alla mia prima sega! -
Guardo Giovanni ...
- Tu sei da ricoverare ... altro che grave! Sei un caso clinico! -
- Tu non capisci ... è un bel ricordo, commovente ... -
La luce nella sala s'attenua, cominciano le pubblicità.
- ... quando ero ragazzo andavo al cinema nei pomeriggi festivi ed adiacente alla sala c'era una un bar che però era chiuso la domenica. Le due attività appartenevano allo stesso proprietario ... un vecchio ottuagenario che s'era sposato una donna più giovane di lui d'almeno trent'anni. Una matura matrona, vestita in nero, molto sobria che portava una lunga treccia grigia arrotolata sulla nuca. Come la Giulia Tymoscenko ... perché sorridi? -
- Penso a mio padre, la Tymoscenko è una sua passione! -
- Ah sì! ... comunque era lei che gestiva il tutto anche facendo la cassiera e quando non poteva si faceva rimpiazzare da una amica. -
- Che c'entra il cinema coll'arancino? -
- ... abbi pazienza! ... poiché il bar non aveva il permesso d'apertura domenicale, lei vendeva arancini attraverso una porta laterale al cinema stesso. Erano degli arancini buonissimi che si mangiavano caldi caldi perché venivano estratti dalla friggitrice al momento dell'acquisto. Un ragazzotto l'aiutava. -
Giovanni s'interrompe per lasciar passare una coppia che strisciando fra noi e lo schienale della fila di fronte vuole prendere posto al nostro lato.
- ... una domenica, dopo il solito film di "Ercole contro non so chi" ... avevo dodici anni ... andai alla ricerca del mio arancino. Nel locale a lato del cinema non c'era nessuno solo la friggitrice con dentro l'olio bollente. Provai a chiamare ma non mi rispose nessuno ... non volevo rinunciare al mio arancino e quindi m'addentrai nella speranza che qualcuno potesse soddisfare la mia golosità. Entrai nel retrobottega ed indovina cosa vidi? -
- No, non mi dire! -
- Ma se non t'ho detto ancora niente! ... la matrona stava facendo una sega al garzone! Non dicevano niente ... non un rumore ... sembrava una scena d'un film muto ... mi guardarono entrambi per niente imbarazzati ... anzi mi sorrisero. -
La luce s'abbassa ancora di più e cominciano le proiezioni dei trailer. Giovanni comincia a bisbigliare.
- ... lei mi fece segno d'avvicinarmi e di sbottonarmi la patta. -
- ... ma mi stai raccontando una balla? -
- Ti giuro, tutto vero! ... fu irreale, metafisico ... lei lavorò su entrambi ... il garzone e me ragazzino ... senza dire una parola, senza un suono, solo il nostro gemere finale! ... poi mi diede l'arancino ... capisci che ricordo! Come potrei non commuovermi? -
- Ma fammi il piacere! ... ma vai a farti benedire, tu e le tue storie di minchia! -
Comincia il film, finalmente.
Terminano i titoli di testa.
- Ma almeno dopo si lavava le mani? Prima di servire gli arancini? -
- Silence! ... merde! - si lamenta lo spettatore accanto a me.

sabato 21 giugno 2014

L'intervista


Qualche settimana mentre ero in Sicilia e due simpatici ragazzi che lavorano per una radio - Twenty's Radio - mi hanno intervistato telefonicamente.
Utilizzo il mio post per diffondere la differita dell'intervista ... non ci sono solo io ma trovo gustoso ascoltare il programma. Trovo interessante che dei giovani (hanno l'età dei miei figli) facciano un programma che tratta di letteratura ... sono veramente simpatici e spontanei ... vi consiglio d'ascoltarli:

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.mixcloud.com%2Ftwentyzradio%2Fun-dollaro-1000-km-persegoni-e-mauro-cesaretti-06062014%2F&h=xAQG7xdvr

Unica piccola macchia ... hanno sbagliato la grafia del mio cognome ... coerentemente col mio post:

http://raccontidelguazzabuglio.blogspot.fr/2014/01/limportanza-di-chiamarsi-persegani.html

Buon ascolto

Italo

Le buche




- Papà, il camion che ci ha portato le piante ha fatto un sacco di buche sulla strada in comune con i nostri vicini. Nella salita per entrare nella trazzera ci sono come delle voragini. -
- ... uhm ... bel problema! Adesso bisognerà pensare a tapparle buttando del calcestruzzo! -
- Quando lo facciamo? -
- Prima possibile ... anzi subito ... se dovessero arrivare dei clienti al B&B, non è bello far trovare la strada in queste condizioni. -
- Chiamo Pippo, per darci una mano? -
- Sì. Ce n'abbiamo di brecciolino (pietrisco; nota del traduttore)? -
- No, è finito ... allora bisogna chiederlo a Pippo. -
- A quale? -
La domanda di mio figlio non è peregrina. A Noto si è sicuri di coprire buona parte della popolazione maschile con i nomi di Pippo e di Corrado.
Sono sicuro che se un giorno vado in piazza e grido i due nomi due terzi dei presenti si volterebbe!
- Quello dei materiali edili! -
- Ce ne sono due, papà! -
- Quello più giovane! -
Che fatica!
Siamo sulla terrazza della casa. Sulla collina di fronte una donna canta una vecchia canzone di Morandi con voce sgraziata e stonata. Il vento ci porta quel suono.
- Ma quando le viene una faringite a quella lì? - domanda sconsolato il mio primogenito.
Rido.
Scorgo Neve, la mia bianca cagna, drizzarsi e cominciare a ringhiare. Dopo qualche secondo percepisco il rumore d'una macchina arrampicarsi su per la collina. Il ruggito del motore si fa più insistente mentre la vettura avanza la ripida salita, ne vedo ben presto il muso: una Peugeot bianca.
Neve adesso abbaia furiosamente.
- Il meccanismo automatico di chiusura del cancello non funziona più? - chiedo.
- Sì, ma l'ho bloccato quando è venuto il camion con le piante. -
Mio figlio si becca il mio sguardo di rimprovero.
Andiamo incontro alla macchina che s'è fermata sul piazzale davanti alla casa.
- Buona, buona ... - dico a Neve accarezzandole la poderosa testa.
La cagna si cheta solo dopo aver emesso un leggero guaito di disappunto.
La portiera della macchina si apre. Rassicurato ne esce un signore tutto vestito di bianco, non molto alto e con una pancia tanto prominente che se non fosse retta dalla cintura marrone dei pantaloni striscerebbe per terra. L'uomo deve avere più o meno la mia età ed i suoi capelli sono canuti, quasi immacolati mentre il viso abbronzato è vivacizzato da due occhi azzurri che sembrano voler guardare dappertutto.
- Buongiorno. - diciamo mio figlio ed io.
- Bonciorno. E' lei il padrone di qui? - chiede guardandomi.
- Sì. -
- Ma che state facendo qui? -
- In che senso, scusi? -
- State facendo una albergo, un bibì (un B&B; ndt)? ... cosa state facendo? -
- Scusi, ma a lei cosa gliene importa? -
Mi fa un sorriso ruffiano.
- Sono uno dei suoi vicini, quello all'inizio della trazzera. -
Ah, adesso capisco ... so chi è. E' la prima volta che l'incontro. Sua moglie deve essere la signora di mezz'età che veniva regolarmente a curiosare durante i lavori della costruzione della casa. Quando recintammo la proprietà le togliemmo il passatempo. Spero che non l'ha inviato la moglie impicciona.
- Cosa posso fare per lei? -
- ... tappare i buchi ... perché sennò i miei figli se li portano via! -
- Quelli da trasuta da trazzera (dell'entrata del tratturo; ndt)? - chiedo usando un po' di vernacolo locale.
- Ma che fa? Lei sicilianu parla? -
- Picchì? Ci pari strano? (Perché? Le sembra stano?; ndt) -
- Da quando arrivai mi staiu sfuzzando a parlari italianu?  (ma perché non ve lo traducete un po' voi?; ndt) -
- ... e parlasse sicilianu, nun si sfuzzasse ... iu a capisciu - non guardo mio figlio ma sento che si sta divertendo da morire - Che ci trasunu i sa fighi? (beh, v'aiuto un po': Cosa c'entrano i suoi figli?; ndt) -
- I ma fighi sunnu agli arresti domiciliari e i carabbinieri vengunu a contrulari ogni jornu e cu i puttusa na strada nu possunu acchianari ca macchina e m'annu dittu che si nun possunu contrulari annu attaccari i ma fighi! (non posso esimermi ... ma perché non imparate un po' il siciliano? ... I miei figli sono agli arresti domiciliari ed i carabinieri vengono a controllarli ogni giorno. A causa dei buchi nella strada non possono arrivare fino a noi ed hanno minacciato che li portano in prigione se non la si ripara!; ndt) -
Guardo quegli occhi azzurri e mi domando se mi stanno prendendo in giro. Mi erano giunte voci che nelle vicinanze ci fossero due fratelli con precedenti per spaccio di droga ... in ogni caso le buche sono da coprire!
- Ci dicisse o carabbinieri che c'arripizzu a strata ... nun ci su poblemi, m'a fari puttari u bricciolinu ... e poi facimu u travaghiu. Ci dugnu à ma parola. (dica ai carabinieri che sistemerò la strada ... non ci sono problemi, mi devo solo far portare il pietrisco ... e poi faccio il lavoro. Le do la mia parola.; ndt) -
Sembra rassicurato.
- Ma uno che veni du continenti come s'amparau u sicilianu? (ma uno che viene del continente com'ha fatto ad imparare il siciliano?; ndr)
- Nisseno sono. -
Ci porge la mano prima a me e poi a mio figlio.
Neve guaisce. La calmo grattandole la testa.
Mentre risale in macchina gli chiedo.
- Come si chiama vossia? -
- Pippu -
- ...e te pareva! - mi sussurra mio figlio.


venerdì 20 giugno 2014

I fighiibuttana


Sono a Noto ed un leggero vento fa frusciare fra di loro le foglie degli ulivi. 
Dei cirri avanzano lentamente nel cielo azzurro come dei grossi pachidermi al pascolo.
Guardo la collina di fronte a me.
Qualche anno fa un incendio partito in un pomeriggio ventoso d'un giorno d'estate l'aveva infuocata per tutta la notte. Ricordo che rimasi sveglio timoroso che il vento potesse far avanzare le fiamme e rivoltarle contro la collina su cui ho costruito la casa.
Alle prime ore del mattino la furia incendiaria si placò e gli uomini della forestale che seguivano il fronte delle fiamme riuscirono ad averne la meglio.
L'origine di quell'orrendo spettacolo furono un padre ed un figlio che in piena estate si fecero venire l'ispirazione di bruciare delle erbacce. Furono perseguiti? Puniti per la loro dabbenaggine? No, non mi sembra.
Io onestamente li avrei messi in carcere con un processo per direttissima ... l'accusa? Imbecillità ambientalista. La stessa che lancerei a coloro che s'ostinano a buttare l'immondizia per strada, fuori del paese nelle strade di campagna. In questo caso sarebbe però imbecillità ambientalista aggravata da ottusità. Per coloro che si macchiano di tale colpa io sostituirei la cella con un cassonetto ... ecco, due anni in un cassonetto pieno d'immondizia maleodorante ... condizionale? Ma neanche per sogno!
Cosa fare allora di coloro che provocano degli incendi dolosi, i cosiddetti piromani?
Prima di tutto i li chiamerei fighiibuttana ... perché?
Perché in Sicilia, come nella maggior parte del meridione, l'offesa alla mamma è fra le più sentite (ho scritto anche un post sull'argomento, sic!). Quindi se dici a qualcuno "piromane", tenendo conto anche dell'origine greca del termine, può mistificare il termine e scambiarlo per una qualifica. Se chiami invece qualcuno fighiibuttana il messaggio risulta inequivocabile e nessuno compirebbe degli atti che una volta scoperti farebbero apparire palese il lavoro della propria madre!
Provate ad immaginarvi il titolo d'un giornale: "Piromani appiccano il fuoco in contrada Pincopallo e distruggono 100 ettari d'oliveto secolare"!
Come reagirebbero coloro che cercando dentro le pagine del quotidiano locale gli effetti della loro azione scellerata leggessero al posto di "piromane" l'appellativo "fighiibuttana"? Di sicuro proverebbero meno fierezza e rinuncerebbero alle loro azioni criminali poiché si sentirebbero meno lusingati dal nome che gli viene dato.
Oppure immaginate l'effetto che farebbe su un incendiario sentirsi apostrofato coll'insulto durante un telegiornale dove lo speaker, dopo aver parlato delle malefatte di certi tangentisti (ma non sono anche loro fighiibuttana, Dio che confusione!), annuncia il disastro ambientale provocato da un'azione dolosa!
Sì, penso proprio che il cambio dell'appellativo gioverebbe nella lotta contro gl'incendi. L'effetto sarebbe duplice perché ne beneficerebbe anche la disastrata economia regionale in quanto alla fine si avrebbero meno addetti della forestale per tutelare il patrimonio boschivo.
Poniamo però il caso che, in certe situazioni piuttosto ostiche, il cambio della definizione non sia d'aiuto a contenere il fenomeno e che ci siano ancora degli testardi poco curanti dell'onore materno, come combatterli?
Con la minaccia di una pena particolarmente severa. 
Quale? Il carcere a vita? Ma neanche per sogno!
Io proporrei qualcosa di speciale che non si trova neanche nei gironi danteschi! Per esempio, dopo averli legati a dei pali incrociati ad "X", li sottoporrei alla bruciatura del "pisellino". Certo, prima bisognerebbe denudarli ed esporli al pubblico ludibrio e poi ... poi usando dei cerini (esistono ancora?) accendere una fiammella sotto i maschili attributi (si presuppone che i criminali siano tutti maschi!) fino a che non si esaurisce il contenuto della scatola ... eh sì!
Ma Italo, queste cose non si facevano neanche nel Medioevo o durante la Santa Inquisizione!
Certo, non esistevano i cerini e neanche i maniaci incendiari!
E Beccaria, Beccaria dove lo metti?
Beccaria è di Milano ... che c'entra? ... nel Nord le cose diverse sono!

P.S.: dimenticavo ... dopo che le bruciature sono guarite si ricomincerebbe con una nuova scatola di cerini.