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giovedì 8 maggio 2014

Quando soffiava l'aria del continente - 1



Franco Pappalardo e Salvatore Lanzafame arrivarono alla stazione centrale di Milano con la Freccia del Sud. Il treno giunse con centottantatré minuti di ritardo. Ad attenderli vi era Domenico Giummo, cugino del Lanzafame. Dopo i baci e gli abbracci andarono tutti e tre nell'appartamento di tre stanze più servizi nei pressi di piazza Tricolore. A partire da quel giorno avrebbero convissuto.
Domenico, chiamato Mimmo, risiedeva a Milano già da diversi anni, dove frequentava  la Bocconi. I due nuovi arrivati sostituirono altri due studenti universitari che, terminati gli studi, erano tornati ai propri lidi.
Franco, chiamato Ciccio, e Salvatore, chiamato Turi, avrebbero iniziato quell'anno a frequentare l'ambrosiana facoltà di giurisprudenza. Erano divenuti compagni fraterni sui banchi di un liceo di Catania.
Anche se la città di Sant'Agata possiede una università di cui i suoi abitanti sono giustamente orgogliosi, poiché fondata nel 1434 da Alfonso d'Aragona, la città della Madonnina venne preferita dalle due matricole universitarie per l'indefinito fascino che emana la città meneghina.
Prima che questa decisione fosse ratificata dalle famiglie dei due ragazzi, delle vivaci discussioni animarono i rispettivi dopocena domestici.
- Lo so io perché ci vuole andare quello lì! - diceva a sua moglie il padre di Turi che era geometra - Per fare la bella vita con i miei soldi! Per correre dietro i fimmini come ha fatto tuo fratello che è stato mantenuto otto anni da tuo padre a Torino senza riuscire a prendere la fottuta laurea in ingegneria! -
- Ma se i migliori avvocati del Nord sono tutti meridionali ed hanno frequentato nelle università del sud, perché vuoi andare a Milano? - domandava il padre di Ciccio, funzionario del Banco di Sicilia.
Alla fine i due giovani la spuntarono.
Non fecero mai rimpiangere ai genitori la loro scelta poiché la condotta negli studi fu senza macchia e, dopo il primo anno, tornarono da Milano con un nutrito bottino di esami. I voti non erano alti, ma che importava! Anche negli anni successivi, con metodo e costanza, gli ostacoli universitari furono superati.
L'approdo a Milano, comunque, non fu facile per i due giovani provinciali.  Non amarono mai di essere catalogati, senza possibilità d'appello, come terroni. Il disappunto fu doppio.
Infatti, il meridionale in genere approda a Milano con un leggero senso d'inferiorità e quindi l'etichetta di terun, anche se inizialmente infastidisce, alla fine viene accettata.
Non sempre così avviene poiché alcuni catanesi sono così fieri da non sentirsi genericamente “meridionali” ma solo ed esclusivamente “catanesi”!
Catania si reputa più cosmopolitana di Palermo e figuriamoci rispetto al resto del meridione d’Italia!
E’ facile immaginarsi, dunque, la frustrazione dei due giovanotti quando, per la prima volta, furono chiamati terun ed accomunati agli altri meridionali.
Ma se l'accoglienza della metropoli lombarda l'indispettì, servì peraltro a concentrare i loro sforzi negli studi come se il buon profitto fosse sufficiente a prendersi una rivincita sulla città. Quindi, anche se inizialmente le votazioni degli esami non furono eccelse, pian piano riuscirono a progredire ed a divenire i migliori del corso. Il desiderio d'affermazione era maggiormente accentuato in Turi Lanzafame, il più fiero dei due. Infatti, Ciccio Pappalardo possedeva un carattere più mite e, pur avendo un accentuato desiderio di rivalsa nei confronti della città polentona, palesava una minor grinta del suo compagno. Era più melanconico di Turi e col pensiero tornava spesso a Catania, dove viveva anche Giovanna, la ragazza con cui amoreggiava epistolarmente.
Turi, invece, non avrebbe certamente potuto mantenere quel genere di relazioni. Era più esuberante, anzi, lo era molto!
I fimmini erano una grossa attrattiva, difficilmente riusciva a farne a meno, e poiché la sfida con Milano l’assorbiva talmente da impedirgli di perdere tempo corteggiando le ragazze, cercava d’arginare la sua incontinente sessualità come poteva. Il caso lo fece incontrare con una donna sola, non più giovane che, vittima della paura del trascorrere degli anni, se lo prese come amante. I loro convegni erano brevi e Turi, che regolarmente l'andava a trovare dopo cena, le concedeva solo l'abbraccio necessario per un rapido amplesso. La donna (si chiamava Anna) s'accontentava anche di così poco. Gli anni trascorsero veloci e la laurea fu sempre più vicina.
In una notte d'inizio ottobre, quando Milano ha già da tempo abbandonato l'estate e ancora non s’è del tutto uniformata al clima autunnale, i due amici passeggiavano per via Brera. In quello stesso giorno avevano superato il loro ultimo esame e con animo libero gironzolavano per la città.
- Stanotte non vai da Anna? -
- No, l'ho lasciata. Adesso voglio un altro genere di donne. - rispose l'amico.
- Che genere? -
- Più belle, più giovani. Con Anna è stata una lunga storia. Un rapporto incolore per entrambi! Adesso voglio scalare vette più alte! Quando vado a letto con Anna chiudo gli occhi e sogno di fare l'amore con una donna più bella. Come quelle signore che si vedono in centro. –
- E tu la liquidi così, senza pensare a lei? … alla sua solitudine? –
- Anna ha accettato questa rottura senza drammi. L’ha sempre saputo che sarebbe finita così! Fra poco saremo laureati e questa vita sacrificata non voglio farla più. Quando farò l'amore d'ora in poi terrò gli occhi ben aperti senza immaginarmi d'avere a fianco altre donne! -
Ciccio mise le mani in tasca, sospirò e non fece commenti. L'aria cominciava a raffreddarsi.
Proprio sullo slargo di fronte alla Pinacoteca uno striscione rosso tagliava la via. Su di esso risaltava in larghi caratteri gialli la scritta "I tesori della Magna Grecia".
- Dopo la laurea torno a Catania. - annunciò Ciccio con la voce priva di colore.
- Come? Ma sei pazzo? -
- No, sono stufo di questa città. -
- Stufo!? Proprio adesso che comincia il bello! Dopo la laurea, inizieremo a lavorare ed a godere un po' più questa città di polentoni. Potremo finalmente farci valere! -
- Cosa vuoi far vedere? Che noi terroni siamo migliori di chi? Di altri terroni? Milano è una città popolata da meridionali. Ti fai ancora influenzare da questo stupido regionalismo! -
- Ma cosa diavolo faresti a Catania? Entreresti in banca come tuo padre e poi? Aspetti di morire !? -
- Della mia realizzazione nel lavoro non me ne importa niente e tanto meno della carriera. E per che cosa? Per frequentare gente eternamente abbronzata e ben vestita che passeggia in via Montenapoleone o per avere un abbonamento ad un palco alla Scala? No, tante grazie! -
- Certo, tu preferisci passeggiare in via Etnea ed andare al teatro Massimo Bellini! -
- Turi, sei proprio una testa di minchia! Il problema per me è un altro: qui mi sento senza storia. Prendi noi due, per esempio, abbiamo smesso di parlare in dialetto, quasi ce ne vergogniamo! La gente qui perde le radici, vengono tranciate. Per poterti affermare a Milano devi essere senza passato. Se non lo fai rimani ghettizzato o solo un numero come tanti. Le persone che raggiungono il successo hanno perso la propria storia perché o non l'hanno mai avuta o l'hanno valuta dimenticare. Sono tanti arrinisciti[1]. –
- Adesso esageri. –
- Proprio per niente! Lo sai anche tu che ho ragione! Per me è un sacrificio troppo grande abbandonare le mie origini. Io, Milano l'ho capita. Mi è bastato già misurarmi con lei negli studi. Ricordi quando credevamo che il più ignorante dei milanesi avesse sempre qualcosa da insegnarci? Invece guarda: siamo i migliori del nostro corso e forse riusciremo a strappare anche una pubblicazione. Per me tutto ciò è già abbastanza. Milano, fra qualche settimana ti saluto! -
- Sì, bravo, vai! Vai a fare l'impiegato al Banco di Sicilia! - disse con sarcasmo Turi.
- E tu, fatti tante belle scopate con le tue donne sofisticate di via Montenapoleone! -rispose con altrettanta irrisione Ciccio.
Ed in effetti le cose andarono proprio così.
II Pappalardo entrò a lavorare in una banca catanese e dopo dieci anni era già il vicedirettore. Il Lanzafame, invece, riuscì ad entrare nella società milanese che conta, grazie soprattutto ai favori di cui godeva presso un noto principe del foro che ben presto lo nominò suo braccio destro.
Oltre che nelle sale dei tribunali, le sue migliori energie vennero profuse nei letti di tante avvenenti signore della buona borghesia. Tali prestazioni furono anch'esse d'aiuto alla sua ascesa.
Ma il consolidamento della posizione sociale Turi lo raggiunse con il matrimonio. Sposò un'alta ragazza bruna, figlia del suo mecenate ambrosiano.
Le nozze furono celebrate nella chiesa di San Satiro.
La moglie di Turi, il cui nome era Luisa, completò l'integrazione meneghina cambiando il nome del suo consorte.
- Quant'è brutto quel tuo nome! - gli disse una sera durante la luna di miele.
- Chiamami Salvatore allora! -
- Per carità! Oltre ad essere troppo cattolico è così terribilmente terrone! Qualè il tuo secondo nome? -
- Alberto. -
- Bene, così è molto meglio! Ti chiamerò Alberto. -
All'inizio non fu facile, ma lentamente il nostro avvocato si adeguò e per tutti divenne Alberto Lanzafame. 
Anche per le sue amanti.




[1] Arrinisciti= plurale di arriniscitu, riuscito, arricchito, chi da povero diventa ricco