Translate

domenica 11 maggio 2014

Il naso (omaggio a Gogol) - 1


Come l'uccello rapace che scruta il terreno alla ricerca d'una preda così io esploravo allo specchio la pelle del mio viso appena rasato. 
L'osservazione partiva da sotto la basetta destra, scendeva lungo la guancia, percorreva la mandibola, indugiava sul collo, si soffermava sul pomo d'adamo e risaliva lungo la guancia sinistra. Una cura particolare la concedevo al mento, mentre l'esplorazione dietro la mandibola, sotto le orecchie, veniva lasciata al tatto. Non mi volevo mal sbarbato e se non sottoponevo la mia pelle ad una visita accurata vivevo per tutta la giornata nell'imbecille terrore d'avere isolette di pili ispidi sparse sul mio viso. 
Inoltre, per evitare che l'epidermide non rimanesse irritata dal lavoro del rasoio, mi umettavo con dopobarba costosi.
Quella mattina prestai attenzione solo alla faccia ma anche al resto della persona poiché m'ero abbigliato con particolare cura (in verità non meno del solito!). Sarei rimasto l'intera giornata in ufficio impegnato per lavoro e avrei riguadagnato il mio appartamento giusto in tempo per cenare ed accogliere i miei amici invitati a trascorrere la serata.
La camicia azzurrina, con le punte del colletto assicurate a due botticini bianchi, era stirata perfettamente, la giacca attentamente spazzolata, la cravatta regimental ben annodata, i pantaloni con le pieghe impeccabili e le scarpe lucide, senza un'ombra di polvere.
Quella sera avrei mostrato il mio nuovo appartamento in ordine, pulito. Sia il mio abbigliamento che la luminosa mansarda in via dei Fiori Chiari da poco acquistata dovevano apparire ben curati.
Tutto a posto, dunque! No, non tutto. Il mio naso! Lì piantato in mezzo alla faccia con la sua forma irriverente sembrava beffarmi.
Lo specchio rifletteva l'immagine d'un manichino ben abbigliato ed addobbato in una vetrina di un negozio di lusso.
Incentrai l'attenzione solo ed esclusivamente sul mio sgraziato naso!
Malgrado gli anni trascorsi assieme (la mia intera vita!), che avrebbero dovuto favorire l'assuefazione e quindi, infine, la convivenza, intrattengo con lui un rapporto conflittuale. Come si può litigare col proprio naso?! Soprattutto quando si ha a che fare con uno come il mio, così dissacrante e beffardo.
La visione di me stesso mi mise di malumore. All'improvviso provai una stanchezza profonda.
Non comprendevo quello stato d'animo.
Avevo raggiunto le mete che tanto contraddistinguono un giovane di sicuro successo: la bella casa, un interessante lavoro invidiato da amici e colleghi, l'ingresso presso i salotti che contano, le giuste frequentazioni. Ma cosa potevo desiderare di più? Ero stimato da amici e conoscenti! Perché mi stavo creando dei rino-complessi che avvilivano la mia vanità ed il mio ego? Mi sarei fatto operare e l'avrei cambiato. 
All’improvviso, avvertii una fitta al ventre come una stilettata.
Doveva essere il minestrone di legumi mangiato la sera prima in quel ristorante. Ma poteva anche essere un colpo d'aria! Andai in cucina ed aiutato da un bicchiere d'acqua ingoiai la pillola che sapevo  efficace per quel tipo d'inconvenienti!
Indossai il mio impermeabile e dopo aver impugnato la borsa di pelle, uscii dall'appartamento.
Salito in macchina attesi qualche minuto prima d'immettermi nel traffico poiché ebbi cura di far riscaldare il motore. Era una rossa cabriolet, con hard top, di marca tedesca, per persone dal gusto raffinato.
Pensai a quante volte nella mia vita sarei salito in macchina per recarmi in ufficio. Supponendo che mi sarei ritirato in pensione a sessantacinque anni, per altri trentatré ancora avrei seguito lo stesso cerimoniale mattutino. In un anno ci sono cinquantadue settimane, delle quali lavorative, togliendo ferie e feste comandate, all'incirca ne rimangono quarantasei. In ufficio si va per cinque giorni alla settimana. Quarantasei per cinque per trentatré: settemilacinquecentonovanta volte!
M'aspettavo una cifra molto più alta!
A metà di viale Isonzo mi ritrovai imbottigliato nel traffico. 
Per gioco cominciai a curiosare dentro le altre autovetture.
Il guidatore dell'utilitaria alla mia destra aveva il viso congestionato dalla rabbia. Alla sinistra vi era una bella macchina di lusso con dentro una signora dal collo botticelliano e con un'aria distinta, da vera nobildonna!  La donna ostentava una bionda e vaporosa chioma.
Una vera regina dallo sguardo nobile e distaccato!
Di nuovo la fitta al ventre si fece sentire, ma questa volta non acuta e fastidiosa come in precedenza. Quel mio disturbo non mi aveva abbandonato.
All'improvviso l'automobile davanti a me avanzò lasciando libero un ampio varco.
Più concentrato sul leggero dolore che sul movimento della colonna, non ebbi la prontezza d'occupare lo spazio lasciato libero e ciò provocò  un piccolo dramma. Infatti, il guidatore di destra che già da tempo teneva il motore su di giri tentò di far scattare la sua utilitaria, ma inutilmente poiché a lui si opposero i massicci paraurti della regale macchina che scivolando davanti a me s'insediò sull'asfalto che doveva essere mio. Indispettito, fissai la cotonata chioma della conquistatrice.
Il povero guidatore, con il sangue in sovrappressione, sembrava sull'orlo di un collasso. Lo vidi appoggiare le mani sul clacson e, tendendo le braccia, premere con forza. Il suono straziò l'aria e, dopo ripetuti tentativi, si smorzò col guaito di un cucciolo contro la regale indifferenza.
L'uomo cominciò ad agitarsi ed a gesticolare come un forsennato, sobbalzando sul sedile. Vista l'inutilità d'ogni sforzo d’attirare l’attenzione della donna giraffa, rivolse a me la sua pantomima.
Alzai le braccia in segno di resa e feci un sorriso di scusa per troncare ogni assurda e ridicola discussione mimata. Il mio arrendevole atteggiamento fu mal interpretato dall'arrabbiato conducente che, smise di gesticolare ma, col viso ancor più congestionato, mi rivolse l'ultimo muto insulto che compresi ma ignorai.
II resto della giornata trascorse velocemente ed io m'immersi nel lavoro tanto da saltare il pranzo.
Abbandonai l'ufficio quando il traffico del rientro era già da un po' esaurito. I locali ormai erano vuoti ed io salutai la donna delle pulizie. Il suo sguardo, carico di gratitudine, m'accompagnò fin dentro l'ascensore. Per causa mia, ormai da svariati mesi, doveva ritardare la fine del suo lavoro e quella sera anticipavo di un po' il mio abituale rientro a casa.
Quando giunsi nel mio appartamento, lo trovai perfettamente in ordine e dentro il microonde la cena da riscaldare. 
Concluso il vorace pasto m'abbandonai sulla sedia. Ripensai a ciò che dovevo fare e mi convinsi che era sufficiente attendere l'arrivo degli invitati. Le bevande erano già nel frigorifero ed il gelato pure. Forse avrei dovuto ripulirmi e rinfrescarmi almeno lavandomi il viso. Mi tolsi la giacca, l'appesi alla spalliera della sedia, disfeci il nodo della cravatta e l'appesi sulla maniglia della porta di cucina.
Lo schiaffo freddo dell'acqua sulla faccia m'aiutò ad uscire dal torpore del dopocena.
Rimasi chinato a guardare l'acqua del rubinetto scomparire, con un mulinello, nello scarico. Ruotai la manopola fino ad arrestare flusso di quell'acqua e mi sollevai per asciugarmi il viso gocciolante. Quando levai la salvietta dalla faccia osservai il mio naso riflesso sullo specchio. Sembrava dileggiarmi esattamente come aveva fatto quella stessa mattina. 
Ma per quale motivo era così beffardo?
Avevo lavorato alacremente, con grinta e decisione. Forse non era soddisfatto della vita che conducevo? Era la spia dei veri sentimenti? Lo guardai con rassegnazione. Ritornai in cucina, mi riannodai la cravatta specchiandomi sul vetro della finestra evitando di guardare più sopra del collo, e rindossai la giacca.
M'ero dimenticato dei miei dolori di pancia ed essi si riacutizzarono. Avrei dovuto prendere altre pillole durante la giornata o almeno moderarmi nel cenare!
Trovai il flaconcino con le pillole miracolose, ne presi una che inghiottii senza l'aiuto dell'acqua. Anche se in ritardo forse sarei riuscito a lenire quel fastidioso malessere.
Mi sedetti sul divano e dissimulai la mia apprensione sfogliando una rivista, ma ero ben vigile che la fitta non si manifestasse.
Finalmente gl'invitati arrivarono divisi in due gruppi ... (to be continued).