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venerdì 2 maggio 2014

Agosta - Epilogo



Epilogo


AGOSTA rimase sotto il governo dei francesi fino al marzo del 1678. Durante i quasi due anni e mezzo di occupazione la piccola piazzaforte divenne nota al mondo intero per una battaglia navale combattuta non lontano dalle sue coste il 22 aprile 1676. Lo scontro avvenne fra la flotta batava-spagnola comandata dall'ammiraglio Ruyter e quella francese al comando dell'ammiraglio Duquesne. Fu un confronto cruento e feroce che procurò gravi perdite a entrambi i contendenti, ma non consegnò alla storia né vinti né vincitori. Dopo l'evento bellico, per quasi una settimana, gli agostani raccolsero lungo le loro coste, orrendamente mutilati, i corpi dei marinai morti.
In conseguenza delle ferite riportate durante la battaglia l'ammiraglio Ruyter morì a Siracusa il 29 aprile del 1676. Fu compianto anche dai suoi nemici, in quanto considerato il più valoroso combattente dei mari di quel tempo. Era stato l’artefice della spedizione batava a Londra.
Prima d’abbandonare la piazzaforte i francesi fecero saltare la polveriera di torre Avalo e misero a sacco la cittadella, lasciando qualche ricordo nel ventre di alcune giovani agostane.

DON EMANUELE RINCON D'ASTORGA morì nel 1678, poco dopo il ritorno delle truppe spagnole nella piazzaforte. Non si riprese mai del tutto dalla ferita che gli procurò il suo sgherro il giorno dello sbarco dei francesi.
Suo nipote Emanuele, figlio di Cesco, fu uno dei compositori più illustri del diciottesimo secolo.

DON CESARE RINCON D'ASTORGA scelse la carriera ecclesiastica e divenne sacerdote. Alcuni cronisti dell'epoca sostengono che il figlio cadetto del Regio Secreto uccise il castellano con una schioppettata. Non tutti sono d'accordo con questa versione.

DON VINCENTE BOSCH Y CENTELLES, come sostenuto da alcune fonti storiche, restò in Sicilia ancora tre anni e risiedette a Palermo. Quando tornò in Spagna, si recò a Madrid dove visse come gentiluomo di corte fino a quando la morte non se lo portò via. La sua conoscenza dell'italiano rimase sempre molto limitata. Non fu ritenuto responsabile della caduta di Agosta.
Fu, invece, processato e condannato per alto tradimento il comandante di torre Avalo che perse la testa a Milazzo il 5 settembre 1676. L’unico vero strenuo difensore della piazzaforte!

PADRE ALBERTO fu inviato, nonostante la non giovane età, come missionario in estremo oriente, per rinfoltire la schiera dei predicatori domenicani decimati dai martirii. Le sue tracce si persero proprio lungo quel faticoso e pericoloso viaggio. Qualcuno dice che non arrivò mai Cina poiché morì impalato in Anatolia.

DON FRANCESCO AMODEI, alcune testimonianze sostengono che durante l'occupazione francese risiedette a Mililli e rientrò ad Agosta solo dopo che la piazzaforte tornò a essere spagnola. Durante quel periodo cercò d’organizzare fra i milillesi una milizia che potesse svolgere azioni di guerriglia contro gli occupanti. Il solo risultato che riuscì a ottenere fu una razzia nelle campagne agostane ben lontano dalle schioppettate dei francesi. Quando tornò ad Agosta riprese a esercitare il suo vecchio travaglio di capitano di giustizia e rimase sempre convinto sostenitore dei diritti della corona spagnola.
Portò avanti il suo progetto e riprese a scrivere i suoi pensieri ma non s’impegnò mai seriamente a esternarli, disattendendo il proposito fatto durante la fuga da Agosta. Nessuno dei suoi scritti è giunto fino a noi e quindi nessuno sa quale fossero le meditazioni su cui si sarebbe dovuta basare la sua opera.

TERESA 'A SARACINA partorì cinque figli di cui solo tre superarono il terzo anno d'età. Nessuno fu concepito con il seme di Diego. Dell'ultimo nato le malelingue dissero che fosse figlio di don Francesco Amodei. Ma lo Spirito e io non ci crediamo poiché sappiamo che donna Anna era molto gelosa anche da morta e che il capitano di giustizia temeva ch’ella indispettita svanisse dai suoi pensieri. Cesare Rincon d'Astorga dimenticò presto ‘a Saracina.

DON ALESSANDRO BELLOMO, anima inquieta, errò per tutta l'Europa per quasi dieci anni vivendo d'espedienti, finché si rassegnò a fare il commerciante. Era l'unico mestiere in cui dimostrò d’avere una certa dimestichezza. Si stabilì a Marsiglia dove condusse un'esistenza dignitosa e riuscì a celare la sua indole. Spesso ricorse all'amore mercenario dei marinai di passaggio. Quando seppe del tremendo terremoto, che nel 1693 scosse e sconquassò l'intera Val di Noto, desiderò ritornare a Siracusa. Morì di colera ad Amalfi nel bel mezzo del viaggio che, quasi sessantenne, avrebbe dovuto fargli rivedere la sua amata Sicilia.

FILADELFO MALACUIA, il carnizzeri, mantenne l’abitudine di lavarsi con l’argilla ogni giorno in attesa d’essere nominato console ed entrare nel Senato. Non riuscì nel suo intento ma in compenso s’arricchì rifornendo di carne (la cui origine rimane dubbia) le truppe occupanti francesi. Morì tragicamente, incornato da un un torello infuriato che aveva cercato – emulo del gesto del suo avo – di tramortire con un pugno fra le corna. Per chi ancora non fosse riuscito a individuarlo: fu lui l’autore dell’attentato a don Francesco Amodei.

GIOACCHINO riuscì a coprire Saetta in una notte di luna piena. J