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giovedì 1 maggio 2014

Agosta - Capitolo XXIX



XXIX - Gioacchino

Gioacchino avanzava lungo i polverosi e ampi tornanti che portavano a Mililli. Ormai il giorno stava morendo e la luminescenza del tramonto rischiarava ancora il cielo. Salendo su per il poggio il cavallo rivide in lontananza il mare e la baia di Agosta. La piazzaforte, con i suoi muri color ocra, sembrava giacere placida e imperturbabile fra le due baie come se niente di nuovo fosse accaduto. 
La flotta francese, ormai padrona, occupava l'intero porto di ponente ed i navigli galleggiavano tranquilli. La battaglia del giorno precedente sembrava non fosse mai avvenuta.
Il cane Sozzo trottava scodinzolando accanto al suo gigantesco amico e si chiedeva quali pensieri l’avessero assorbito durante tutto quel viaggio. Infatti Gioacchino, come concentrato su un’idea fissa, aveva trainato il carretto mostrando una vigoria ed una baldanza ancor più accentuate del solito, tanto che in più occasioni Diego aveva dovuto tirare le redini.
Lo precedeva la cavalla Saetta, che dondolava i suoi slanciati e al contempo ben torniti fianchi.
Proprio una bella puledra! Ah, se avesse potuto!
Lo intimidiva, però, con quell'aria altera di destriere nobile cavalcato solo da uomini importanti! Lui trasportava solo poveracci…
- Ma cosa può interessare chi ci cavalca? - pensò il cavallo, che non accettava discriminazioni all'interno delle razze equine.
Guardò sconsolato quella coda che veniva dimenata con noncuranza e quel posteriore così... così...
Scrollò la testa possente e osservò Agosta in mezzo al mare. Gli ultimi raggi del sole l'avevano colorata di ruggine.
- Ci torneremo mai? - domandò Diego al capitano di giustizia che lo precedeva. A fianco al barrocciaio sedeva sul carretto la moglie Teresa.
Don Francesco Amodei arrestò la marcia di Saetta e attese che il carro arrivasse al suo fianco.
- Voi due è meglio che da Agosta rimaniate per un po’ ben lontani! Tu ti sei messo a fare il contrabbandiere e tua moglie la strega! Con o senza francisi è molto meglio cambiare aria! -
- Non è vero, non sono una strega! È una menzogna messa in giro da chi mi vuol male! - replicòTeresa, che ricevette dal marito una gomitata.
- Zitta, sfacciata! – le sibilò contro fra i denti.
- Qui li francisi, comunque non dovrebbero arrivarci! Gli spagnoli hanno ben presidiato questa parte di territorio! Procedere più a meridione per loro comporterebbe un'impresa molto perigliosa. Prima d’avanzare ulteriormente dovranno consolidare le loro posizioni. Trascorrerà del tempo! -
- La roba, la roba ormai è tutta persa. Tanti anni di sacrifici… ! Il vigneto… ! Fra un anno avrei dovuto fare la prima vendemmia d’uva calabrese! -
- Il vigneto si può ripiantare. -
- Don Francesco, io sono ormai vecchio, quanto tempo Domine Iddio mi darà? -
Il capitano di giustizia guardò prima Diego e poi sua moglie.
- A Mililli ho un piccolo podere coltivato a grano. Ne ho un altro a Sortino con ulivi e mandorli. Grazie a Domine Iddio sono riuscito a salvare anche il mio gregge. Vivremo con ciò che mi daranno le mie terre e i prodotti delle pecore. Voi mi farete da servi. Però questa volta non vi darò alcun terreno in affitto. –
Il carrettiere non credette alle sue orecchie e, seppur in precario equilibrio, cercò d'afferrare la mano di don Francesco Amodei per baciarla. Il capitano si scostò.
- Andiamo, andiamo! Altrimenti rallentiamo l'andatura di quelli che ci seguono. -
Guardò dietro di sé ed osservò la fila di profughi agostani in cerca d’asilo. In lontananza vide il suo gregge condotto dal giovane Itano e dal solerte cane Romolo. Il pastore, per mezzo di un lungo bastone, controllava che le bestie avanzassero ordinate senza disperdersi. Fra le pecore s'intravvedevano anche i musi appuntiti delle amate caprette di Teresa. Il capitano di giustizia, rassicurato, guidò Saetta in testa a quel mesto ed eterogeneo corteo di uomini e bestie.
Teresa prese a fischiettare sommessamente mentre pensava a ciò che il futuro le avrebbe riservato. Fare la serva a un nobile come don Francesco Amodei era una soluzione che le sembrava piovuta dal cielo! Ne era sicura: San Domenico non poteva averla abbandonata! Lo avrebbe ringraziato appena avesse avuto l'occasione d’entrare nella chiesa madre di Mililli. Ma ne avrebbe trovato un’uguale a quella che aveva lasciato ad Agosta?
Lo domandò a Diego. Il marito gli rispose con un cenno d'assenso del capo.
La giovane donna fischiava per esorcizzare quegli ultimi giorni che erano trascorsi impietosi. Le era sembrato che tutto dovesse crollarle addosso e che nessun rimedio sarebbe mai occorso per salvarla. L'arresto di Diego, l'accusa di stregoneria, la prigionia e la minaccia della tortura, l'invasione dei francesi. Un incubo senza risveglio! Ma alla fine l'angelo era arrivato inaspettato e l'aveva aiutata a fuggire da quel brutto sogno. Di quel nobile essere portava in grembo il frutto. E, malgrado le traversie, quello era il più bel dono che la vita le avesse mai offerto.
Una volta nata la creatura, il padre l'avrebbe considerata degna di riguardo o sarebbe stato un bastardello come tanti?
Cesare era un uomo d'onore, lei lo sentiva, e non avrebbe abbandonato un figlio anche se nato da una villana. Eppoi glielo aveva gridato dietro: saprò come trovarti!
E sua nonna? Ancora non conosceva lo stato di salute di quella povera vecchia! Da quando era stata condotta nelle segrete aveva perso ogni contatto con lei. Mentre fuggiva dal castello e correndo si dirigeva dietro il convento del Carmine, era passata accanto al quartiere della nonna. Le sembrò che non fosse stato toccato dai proietti francesi. Sì, certo, doveva essere ancora viva!. L'avrebbe portata con sé quando sarebbe fuggita con Cesare.
Si accarezzò il grembo e sospirò. Diego osservò con la coda dell'occhio la mano di Teresa e si sentì colmo di commozione. Sua moglie gli avrebbe finalmente dato un erede! Aveva perso la terra e tutte le sue robe ma il carro e il cavallo gli erano rimasti. In più il suo piccolo tesoro era riuscito a portarselo via nella fuga, quasi quattrocento tarì! Aveva danaro sufficiente per coprire un'altra cavalla con Gioacchino. Tutti quei viaggi fatti per conto di mastro Lamare gli avevano fruttato tanto da fargli quasi raddoppiare il capitale, e per grazia di Domine Iddio il capitano non aveva sequestrato tutti quei danari!
Tutto sommato, non poteva lamentarsi più di tanto. C'era gente che aveva perduto quasi tutto con l'arrivo dei francesi! Ci si poteva ritenere fortunati se ancora s’era in vita. Dopo la conquista bande di marinai cisalpini si erano avventurati nell'entroterra a caccia di vettovagliamento. Il fondaco di mastro Lamare era stato saccheggiato e il giovane figlio era stato ucciso senza pietà poiché aveva tentato di difendere un sacco di farina. Era giunta anche notizia che delle donne erano state violate. Temendo rappresaglie i francesi l'esodo d’una parte della popolazione era cominciato il giorno dopo, quando il governatore e tutte le milizie spagnole erano state caricate su delle felughe e con un salvacondotto inviate a Milazzo. Solamente gli agostani che avevano perso i beni e le abitazioni avevano preferito abbandonare la piazzaforte recandosi a Mililli. Alcuni con la fuga volevano sottrarsi alle eventuali rappresaglie in cui di sicuro sarebbero incorsi o ai pericoli generati dalla precarietà degli equilibri bellici.
In quei frangenti divenire servo d’un galantuomo come il capitano di giustizia era un'ottima opportunità. Quella prospettiva procurava a Diego una diffusa tranquillità riguardo il futuro della sua famiglia. Si ripromise anche di non farsi più coinvolgere in progetti avventati. Domine Iddio l'aveva protetto, non doveva mai più forzare la volontà del Destino!
Don Francesco Amodei, a capo di quella colonna di disperati, cavalcava sconsolato. Distratto, osservava fra le orecchie di Saetta la strada scorrere sotto la cavalla ma i suoi pensieri erano rivolti ai fogli gialli che aveva visto volare nel cielo fra i fumi e la polvere dei muri crollati, colpiti dai proietti francesi.
Ripensò agli avvenimenti del giorno prima. 

Dopo che la spia Nunzio Trovato era stata smascherata e uccisa era cominciato il pandemonio. La gente, richiamata dalle grida isteriche di padre Alberto, si era accalcata nella stanza della Regia Secrezia. A. quel trambusto si aggiunse il rumore sordo dei cannoni e delle colubrine di torre Avalo: sembrava d'essere in un girone infernale. Gli astanti, con gli occhi sbarrati, guardavano smarriti nel vuoto.
- Ma cosa sta succedendo? -
- Li francisi, stanno arrivando li francisi! -
- Perché tutto quel sangue? -
- Bombardano Torre Avalo! -
- Chi ha ferito il Regio Secreto? -
- Li francisi stanno entrando nella marina di ponente! -
Il capitano di giustizia aveva lasciato quella stanza ed era corso al caricatoio. Lì giunto vide le navi avanzare e avvicinarsi ai forti Garzia e Vittoria. Sentì le grida degli equipaggi francesi. Le due fortificazioni sembravano deserte. Un colpo di colubrina, esploso da una galeazza, diede l'avvio al bombardamento contro i forti in mezzo alla baia. In breve il cielo si riempì di boati e di bianche nuvole e l'aria s'intrise dell'odore della polvere nera. Sembrò d'assistere a un grandioso spettacolo in onore di qualche santo patrono.
Quell’illusione s'infranse ben presto, quando le palle dei cannoni francesi cominciarono a sbriciolare gli spalti dei due piccoli fortilizi.
Un galeone cominciò a indirizzare i suoi proietti contro il castello. Gli spagnoli provarono a rispondere e una delle loro palle cadde corta, nel mare, giusto una decina di metri dal caricatoio. Con un tonfo sordo s'alzò una piccola colonna d'acqua.
- Presto scansiamoci, ché questo è luogo periglioso! – esortò don Francesco facendo allontanare tutti gli spettatori.
Le navi che erano più prossime al convento dei domenicani, fra cui un’alta caracca, gettarono le ancore e cominciarono a far tuonare i loro cannoni contro la cittadella.
Come un ossesso, scontrandosi con gente terrorizzata che senza meta correva per le strette vie, il capitano di giustizia si diresse verso il suo palazzetto. Stentò a riconoscerlo poiché era stato fatto centro di almeno quattro palle francesi. Il primo piano che si affacciava sulla baia della marina di ponente era stato sventrato. La stanza in cui conservava i suoi manoscritti e i suoi libri era senza mura e nuda, come una vergine violata, s'offriva alla vista di chiunque.
Li vide, infine, i gialli fogli dei suoi manoscritti, come aquiloni festanti giocare con la brezza. Roteavano gioiosi nell'aria sporcata dal fumo e dalla polvere, proprio come i monelli quando liberi da ogni controllo ruzzolano nel fango.
Sentì la forza mancargli nelle gambe e prostrato s'accasciò su se stesso. Aveva perso il bene più prezioso. La sua opera ancora abbozzata, ma costruita con metodica passione, era dispersa al vento. I suoi libri segreti, che gli avevano procurato tante private suggestioni, distrutti. Per difendere quei fogli aveva lasciato che Iana l’orbicella fosse torturata. Aveva sacrificato una vita per niente. Un senso di rabbia e d’ingiustizia lo pervase. S’era umiliato di fronte a fra Alberto e aveva soggiaciuto al suo ricatto per quei fogli che si libravano nell’aria.
- Anna, Dio mio, Anna! Perché? -
L’evento bellico aveva liberato ciò che aveva tenuto celato per anni nella stanza dello scrittoio e adesso il suo pensiero, che lui non era riuscito a organizzare per iscritto, paradossalmente vagava libero nell’aria polverosa.
Raccolse un foglio bruciacchiato e semicoperto dalle pietre. Era una pagina del libro undicesimo delle Confessioni di Sant'Agostino.
- Che faccio, Anna? –
Ebbe un pensiero terribile, lo stesso che gli attraversò la mente quando la sua sposa lo lasciò. Un pensiero che era contrario ai suoi principi, al suo credo. Un pensiero di profonda sfiducia nei confronti della vita. Ma si trattò solo di qualche istante.
Come un’apparizione, dal portale semidistrutto del suo palazzetto uscì spaventata e fremente la cavalla Saetta, che vedendo il suo padrone s’arrestò guardandolo impaurita per tutti quei fragori. Don Francesco s’avvicinò a lei e l'accarezzò sul collo per calmarla. Fra le macerie riuscì a trovare una sella.
Forse, Anna voleva che lui partisse e che ricominciasse con nuove energie.
Sì, era meglio andare via! Voleva che i suoi occhi non vedessero più quello scempio.

Mentre saliva lungo la strada che portava a Mililli, la visione dei suoi fogli dispersi nel cielo gli tornò in mente assillante. Con una smorfia sorrise, pensando che comunque non sarebbe mai riuscito a far leggere a nessuno ciò che aveva scritto. Eppure avrebbe tanto desiderato che almeno un uomo, lassù in Germania, avesse potuto, attraverso la sua scrittura, conoscere qualcosa del suo pensiero!
Forse, se avesse avuto il coraggio d'imbarcarsi su un galeone diretto ad Amburgo, sarebbe riuscito a rintracciare lo stampatore Enrico Kunraht e quindi l'anonimo autore del Tractatus Theologicus-Politicus. Forse, se...
Col pensiero s’indirizzò alla sua amata Anna.
- È meglio che siano volati via nel cielo! A cosa sarebbero serviti chiusi dentro un cassetto? - chiese ironico, e aggiunse - Non tutti i mali vengono per nuocere. -
- Anna, una cosa l’ho compresa: il pensiero tenuto nascosto è uno scialo. – S’immaginò lo sguardo perplesso di sua moglie interrogarlo.
- Il pensiero va espresso perché è energia divina. Non si può renderla vana poiché si va contro il volere di Dio... riprenderò a scrivere con l’intento di palesare il mio pensiero e di non più celarlo agli altri uomini. Questa volta non mi disperderò fra gl’indugi! –
Provò contentezza, perché alla fine aveva ritrovato la motivazione perduta.
Percepì la presenza della sua amata sposa e sentirla accanto l’entusiasmò e senza avvedersene stimolò i fianchi di Saetta con gli speroni. La cavalla, più per la sorpresa che per eseguire il comando del padrone, scattò in avanti, ma con prontezza don Francesco tirò le redini.

Dietro di loro, il cavallo di Diego 'u carritteri scrollò la testa e sonoramente sbuffò.
Il barrocciaio domandò preoccupato:
- Ohé, ohé! Che sei già stanco? Sei diventato troppo vecchio o sei ammalato? -
Gioacchino, infastidito, scosse di nuovo il poderoso cranio e continuò a fissare la coda dondolante di Saetta e quel suo tergo così... così...

Frattanto, il vetusto e saggio Spirito d’Agosta li osservò allontanarsi. Sapeva che sarebbero tornati: quasi tutti, prima o poi, tornano da quelle parti.