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martedì 27 maggio 2014

Il voto dell'emigrato


Suresnes non è lontana da Asnieres.
E' sulla stessa sponda della Senna, un po' più a sud.

Circa una settimana fa ho ricevuto un'avviso della Posta che mi comunica il passaggio del postino. Poiché sono assente per la buona parte della giornata la "raccomandata" non è stata recapitata e quindi devo recarmi a ritirarla.
Stamattina, sabato, ci sono andato all'apertura degli uffici non senza qualche apprensione ... ho sempre paura che dentro una raccomandata ci sia sempre qualcosa di sgradevole ... beh, ne ho ben ragione ... l'ultima volta c'era una multa per aver pagato in ritardo le imposte!
Quando mi reco alla Posta lo faccio di buon'ora nella speranza di non trovare coda ma puntualmente incontro coloro che la pensano come me! 
Ci alziamo tutti per evitare di fare la fila e quindi ci ritroviamo tutti in coda! Chi se la passa meglio sono coloro che se la prendono con calma: arrivando dopo i paranoici e non trovano nessuno davanti gli sportelli.
Quindi anche stamattina ho fatto la coda.
Alla fine l'impiegato mi da la busta.
"Consolato d'Italia".
Che diavolo può essere?
Ah, certo le votazioni, il parlamento europeo. Sto ritirando la scheda con una settimana di ritardo.
Si vota oggi a Suresnes.
All'estero gl'italiani votano tra venerdì e sabato, in anticipo rispetto ai loro connazionali residenti in patria.

Per fortuna che ho il GPS in macchina sennò col cacchio che avrei trovato il seggio! 
Il posto è molto bello, quasi in cima ad una collina che domina Parigi. Si vede anche distintamente la Tour Eiffel. Come al solito si tratta d'una scuola.
Certo che bisogna aver veramente voglia di votare per venire fino a qui!
Beh, ci sono!
Sgattoiolo nel cortile della scuola e seguo le frecce che indicano il percorso da seguire: le indicazioni sono scritte nelle due lingue.
Entro in una palestra. Inequivocabilmente delle facce d'italiani, che bello! Sono in Italia senza aver avuto la necessità di prendere l'aereo!
Su una parete le liste elettorali col nome dei candidati. Perfetti sconosciuti. Certo, naturalmente tutti italiani.! Ho una forma d'idiosincrasia nei confronti dei candidati politici che si presentano nelle liste per i residenti all'estero. Anzi, non li sopporto proprio!
In genere si ricordano di te e ti scovano qualche giorno prima dell'elezione e ti riempiono la cassetta della posta di loro volantini dove ti raccontano chi sono e che cosa faranno per tutelare i diritti dei connazionali all'estero. Finite le elezioni scompaiono e si manifestano ancora in quelle successive, e così via ...! Ma che c... caspita volete? Un voto? Il mio? Perché dovrei darvelo?
Perché votare è un dovere ... e bravo tu!
Con questa storia m'avete fregato in diverse elezioni quand'ero giovane.
Io penso che il vero dovere è l'impegno del signor/a politico/a che dovrebbe veramente battersi per i suoi elettori e non ricordarsi di loro solo quando si ricercano dei voti! Ma il loro vero fine è quello d'occupare un posto in parlamento e beccarsi un buon stipendio, il comportamento talmente smaccato che diventa sfrontato! Col cavolo che avrebbero la stessa remunerazione se lavorassero seriamente!
No, non faccio del populismo ma non sopporto che mi si parli dei miei doveri quando chi li ricorda non adempie i propri.
- Devo votare dei candidati italiani? - chiedo con aria falsamente stupita ad una signora a cui affido la mia scheda elettorale e la mia carta d'identità.
- Certo, quelli i cui nomi sono affissi nella bacheca. -
- Ma sono tutti italiani! -
- Certo che sono tutti italiani. -
- Ma non siamo in Francia? Io sono cittadino europeo. -
Mi mostra la mia carta d'identità.
- Ma lei è soprattutto italiano. -
- No, io sono soprattutto europeo e vorrei votare per il parlamento europeo candidati che non siano italiani.  -
- Più italiano di lei non c'è nessuno! Si chiama anche Italo, non Euro! -
Sembra divertita ma io insisto.
- Vivo in Francia da dieci anni, perché non voto candidati francesi? -
- Beh, senta se non vuole votare, non voti ... che vuole che le dica io? -
L'ho un po' spazientita.
- Lei niente, ma se continuiamo a restare italiani, francesi, tedeschi, spagnoli o che so io, quando cominceremo a sentirci europei? -
Mi guarda ... e poi mi sorride.
- Allora, vuole votare o no? -
- Sì, voto, voto ... ma non sarebbe meglio eliminare dal calendario tutte le feste delle vittorie di una nazione europea sull'altra ... in più quelli che hanno fatto le guerre sono sempre di meno. Mi trovi qualcuno che ha fatto la Grande Guerra? Io non ho niente contro gli austriaci ... perché non facciamo una bella festa della Pace? -
- ... e qui c'avemo de novo gl'ippies: pis, lav end fridom! - dice un signore dalle chiare origini romane anche lui venuto a votare.
La signora sempre sorridendo mi porge la scheda e la matita.

venerdì 23 maggio 2014

One day ... in Seul



Al riparo, attraverso la finestra che dà sulla via sottostante, osservo una pozzanghera.
Riceve le gocce di pioggia dal cielo dai colori cangianti che alternativamente passano dall'azzurro intenso al grigio cupo. In lontananza avanza della nuvolaglia carica di grandine.
Sono seduto davanti al mio tavolo del soggiorno, stordito ancora per il cambio di più fusi orari asiatici in quattro giorni.
Un viaggio di routine ... beh, incominciano a pesarmi!
Mi lascio ipnotizzare dai cerchi concentrici delle gocce che cascano sul laghetto in mezzo al marciapiede.
E' domenica mattina ... domani parto per la direzione opposta: Stati Uniti.
Il mio corpo ha imparato a difendersi da tutti questi cambiamenti orari. So che non bisogna resistere ai colpi di sonno quando arrivano durante i trasferimenti, i voli o le soste nei lounge degli aeroporti. Certe volte bastano cinque minuti e ci si riprende dal torpore. Certo, quando i colpi di sonno arrivano durante le riunioni bisogna tener duro. La gente parla ed ha lavorato per preparare le presentazioni, non è bello addormentarsi davanti a tutti!
Il battesimo del fuoco lo ebbi in occasione d'una missione a Seul, sedici anni fa. Facevo parte della squadra che doveva negoziare la costituzione di una Joint Venture fra la mia società ed un riccone locale dal pelo sullo stomaco lungo dalla Terra fino alla galassia di Andromeda. Non dormii durante il volo di dodici ore fra Francoforte e Seul. Quando arrivammo a destinazione un autista ci attendeva. Giusto un'ora per docciarsi e radersi e subito in sala di riunione. Avete mai trattato un'operazione finanziaria con dei coreani?
Come definirla? Surreale? ... vi mettono in uno stanzone con una pletora di altri coreani che occupano la maggior parte del tavolo di riunione. Ben presto venite sommersi da bigliettini di visita e d'inchini. Poi, si mettono a parlare fra di loro. V'ignorano per due ore mentre il loro capo li cazzia tutti ... dopo, lo stesso fa una proposta in inglese (il signore col pelo sullo stomaco lungo anni luce ha studiato ad Harvard). Poiché la richiesta è improponibile voi rispondete di no ... e si ricomincia con i cazziatoni in coreano. Alla fine della giornata dopo aver assistito a tutte quelle performace da Full Metal Jacket, il tipo vi fa la stessa domanda voi rispondete ancora una volta no e lui alla fine vi propone d'andare a mangiare. Siete stanco per ventiquattro ore passate senza dormire e cercate di sottrarvi all'invito.
Per me non fu possibile.
Il mio capo missione mi guardò con sguardo assassino: non puoi rifiutarti, imbecille!
Accettai anche perché scoprii che ero la star della serata poiché l'uomo con lo stomaco peloso (e sergente maggiore nei film di Kubrick) mi volle avere a fianco durante la cena per comunicare la sua insofferenza nei riguardi dei miei colleghi francesi. Io ne fui lusingato. Ah, la vanità è sempre cattiva consigliera!
Cenai con accanto il cazziatore con lo stomaco peloso il quale continuava a versarmi del liquore nel mio bicchierino asserendo che l'usanza locale voleva che lo bevessi tutto d'un colpo. Non vi dico in che stato ero alla fine della cena!
Dopo, i coreani vollero che li seguissimo in una birreria dove ciascuno si fece un boccalone di birra ed alla fine ... alla fine ci portarono in un bordello! Per la star della serata (cioè io) era pronta una peripatetica stile coreano che parlava italiano! In un bordello a Seul!
Ci crederete voi?
Le chiesi dove aveva appreso l'italico idioma e lei mi rispose che aveva frequentato per quattro anni la facoltà di medicina a Bologna.
Ci crederete voi?
Io no, però l'italiano un po' lo parlava ed io alla fine, attraverso lei, riuscii a fuggire eludendo il controllo dei coreani che finalmente, piuttosto di curarsi del sottoscritto, erano concentrati ad ubriacarsi ed ad intrattenersi con qualche signorina che di coreano aveva proprio niente. Io feci un sacco di complimenti alla mia studentessa di medicina comparando la sua parlata a quella di Sofia Loren che, in quell'occasione, spacciai per bolognese. La supplicai, quindi, di trovarmi un taxi e di dare le istruzioni all'autista per riaccompagnarmi in albergo. Prima di salire dentro la macchina, le diedi una carezza e lei mi sorrise. Mi parve di cogliere un'espressione triste nei suoi occhi ma forse mi lasciai suggestionare dai fumi dell'alcol e dalla stanchezza del fuso orario.
Inutile ricordare la cronaca degli altri quattro giorni trascorsi a Seul: fu la stessa del primo giorno senza bordello, però!
Guardo ancora la pozzanghera che adesso non riceve più nessuna goccia e sembra uno stagno in miniatura.
Sono passati sedici anni ed io mi ricordo ancora di lei, della mia salvatrice ... che strana che è la vita!

P.S.: Potete non credermi, ma quando i miei figli mi mostrarono su Youtube PSY  l'anno scorso, credetti di riconoscere il riccone col pelo sullo stomaco:



giovedì 22 maggio 2014

Sayonara, Italo San


- Attento alla testa. Italo San -
Mi dice il direttore dello stabilimento.
Mi chino per entrare nel buco aperto sulla parete.
Malgrado che esegua la manovra con attenzione ci sbatto contro, per fortuna sono protetto dal casco.
Entro nel forno svuotato, è come infilarsi dentro la pancia vuota d'un piccolo vulcano. Al posto della lava c'era del vetro fuso.
Fa effettivamente impressione entrare in quell'antro dove le temperature hanno superato gli 1200 gradi. Il capo ingegnere, un francese alto e dinoccolato, mi indica le pareti di refrattario consunte dopo 10 anni d'uso continuo di quel forno.
- Dove erano stati acquistati i refrattari? - chiedo.
- In Francia. -
Domanda cretina. Dove vuoi che vada acquistare i refrattari una società d'un conglomerato francese che anche li fabbrica?
Sono sempre a disagio quando visito delle strutture industriali, la mia incompetenza tecnica mi rende molto maldestro ed ho il timore di non mostrare a quelle persone, che passano la propria vita a far funzionare gl'impianti, mai abbastanza rispettoso interesse per il loro lavoro. Lo so, i miei nonni, tutti e due ingegneri, devono rivoltarsi nella tomba ogni volta!
- Oggi pomeriggio la squadra di demolizione comincerà lo smantellamento dei refrattari. Abbiamo aspettato che tu arrivassi prima di cominciare. - mi dice Tanguy in francese.
Gl'indirizzo un sorriso di ringraziamento ma mi rendo conto che sono obbligato a parlargli perché colla maschera e gli occhiali di sicurezza sfido chiunque a comunicare  utilizzando l'espressione del viso.
- Grazie. Apprezzo molto ... mi sento in imbarazzo quando ricevo certe attenzioni, lo sai. - ci conosciamo da più di tre lustri. I nostri primogeniti portano lo stesso nome. Lui però è più giovane di me d'almeno dieci anni.
- Una fotografia, Italo San? -
- ... e famoce 'sta fotografia! -  malgrado il mio italiano corrotto dal romanesco, tutti capiscono ed io vado in fondo all'antro e mi metto in posa.
Gli altri mi seguono.
Il direttore di stabilimento scatta due foto per essere sicuro che la visita sia immortalata.
Ma chi ci riconoscerà mai?
- Arigatò - dico mostrando tutta la mia contentezza col tono della voce.
... ... ...
La giornata è finita, il programma della visita è stato intenso. Gl'incontri sono stati numerosi. Quattro giorni di tour de force. Torno in Europa. Spero di dormire in aereo.
Mentre la macchina mi porta verso l'aeroporto guardo sfilare dal finestrino la campagna giapponese: tante casette di contadini modeste ma pulite ed ordinate. 
Attorno ad esse dei piccoli appezzamenti di terreno coltivati e sfruttati fino all'ultimo centimetro giungono al bordo della strada a scorrimento veloce. Molti contadini percorrono le loro proprietà con un trattore che lascia dietro di sé una striscia di plastica nera. Da essa, ad intervalli regolari, fuoriescono delle piantine. Ma come caspita fanno? Certamente una diavoleria giapponese.
Vorrei chiedere cosa piantano. Ma non ho il coraggio: Tanguy ed il suo direttore finanziario Tomomi Hagiwara mi stanno parlando del mercato giapponese e della sua evoluzione nei prossimi tre anni. Mi vogliono convincere a sostenerli nel loro progetto d'un nuovo investimento.
- Fatemi una relazione, la studierò e poi ne parlerò con i grandi capi. - dico.
Sembrano soddisfatti.
Non sono sicuro che la loro proposta passerà, a Parigi sono restii ad investire in questo momento in Giappone.
In lontananza sovrastando le case dei contadini, vedo avvicinarsi la silhouette della gigantesca statua del Buddha di Ushiku. Si staglia con la sua nera ombra contro il cielo che comincia a colorarsi d'arancione.
E' il quarto viaggio in Giappone in vita mia. L'unica volta che potei apprezzare il breve soggiorno fu quando tutti i ciliegi nelle strade di Tokio erano fioriti. Ricordo che mi svegliavo presto per prolungare il più possibile il percorso fra l'albergo e l'ufficio.
E' strano ... qui i fantasmi, quelli veri, sono discreti, non si fanno sentire. Forse sono troppo occidentale per essere di loro gradimento.
Penso a mio figlio che, sapendo del mio viaggio in Giappone, mi disse: beato tu che vai a mangiare della vera cucina nipponica!
Non avrò mai il coraggio di dirgli che a pranzo m'hanno offerto dei tramezzini!
Ormai è quasi buio e l'aeroporto non deve essere lontano.


mercoledì 21 maggio 2014

Ho Chi Minh City


- Ma lei ha qualche ricordo della guerra? -
- Quale guerra? - mi domanda di rimando Nguyen Zhu senza neanche voltarsi.
E' venuto ad accogliere in albergo Christophe e me, adesso ci accompagna negli uffici della società dove avremo la prima business review (relazione sull'andamento degli affari: nota del traduttore) della giornata. Siamo in macchina e Nguyen occupa il posto accanto all'autista.
Siamo circondati da motorini e da motociclette.
Già, quale guerra?
- Quella con gli americani. -
- Non molto ... ero piccolo, allora. -
Sento che non ne vuole parlare ... certo, ma perché faccio certe domande?
Forse perché penso ai racconti che mi ha fatto in ufficio Mai, una delle superstiti delle Boat People ed adesso segretaria vicina alla pensione. Approdò in Francia negli anni 80 dopo un lungo esodo.
Da due giorni sono nel sud-est asiatico. Sento dei fantasmi che m'inseguono, che vorrebbero parlare ma io non capisco ... altre lingue, altre culture.
Vorrei ascoltare le loro storie, vorrei tanto ...
Stamattina mi sono svegliato in anticipo ed ho sbagliato fuso orario. Mi sono preparato con calma. Ho controllato se nella notte avevo ricevuto dei messaggi dall'Europa ed ho inviato dei saluti ai miei figli.
Prima d'andare a fare colazione ho dato uno sguardo dall'ampia vetrata della camera del mio albergo alla città che si estende sotto i miei piedi. Gli alti edifici crescono come alberi d'alto fusto in una foresta di mangrovie.
Sono andato a fare colazione nel salone, era gremito da turisti francesi. In attesa che mi portassero il caffè ho sfogliato il giornale locale in lingua inglese.
"Dien bien Phu la battaglia che cambiò il mondo" dichiara con orgoglio il titolo della prima pagina ricordando l'evento storico.
Sessant'anni fa furono cacciati i francesi ma dopo due anni arrivarono gli americani!
Tutti sanno come finì. Cazzuti, questi vietnamiti!
No, non penso che altri giornali al mondo abbiano dato la stessa enfasi alla ricorrenza!
La giornata scorre velocemente fra presentazioni e visite alla fabbrica.
Il tempo è deliziosamente caldo umido a me non da fastidio lo preferisco a quello che troverò a Parigi dove piove e fa freddo. In lontananza un temporale tropicale sembra voler restare a rispettosa distanza e non volersi avvicinare. 
La sera, ci ritroviamo tutti al solito ristorante (è la terza volta che vengo nella ex-Saigon. Mi portano sempre nello stesso locale dall'arredamento tardo-coloniale. Ah, la nostalgia!). Tutti chi? Sette uomini e Theresa, unica donna ammessa alla cena e responsabile marketing del Vieth-Nam.
Almeno mi hanno risparmiato il ristorante italiano.
Tavola rotonda. Ci si affida a Peter e Theresa per il menù, mentre Julien, raffinato avvocato, s'occupa della scelta del vino.
Rappresentiamo cinque differenti paesi: Christophe, Rodolphe (responsabile del Vieth-Nam) e Julien, Francia; Theresa e Nguyen, Vieth-Nam; Ricardo (capo di tutti tranne di Julien e di me), Spagna; Peter, Cina; Italo, Sicilia (ops, Italia!).
Da quale parte della Sicilia tu provieni? -
- Dalla provincia di Siracusa. -
- Ah, bella! Ci sono andato quindici anni fa.-
T'è piaciuta? -
- Sì, un po' trascurata. -
- Come tutta l'Italia ... potessimo avere la stessa cura che voi avete della Francia! -
- La Spagna è molto più bella dell'Italia! - s'intromette Ricardo.
Tutti lo guardiamo per comprendere se si tratta d'una spiritosa provocazione o d'un discorso più serio.
Purtroppo si tratta d'una vera rivendicazione.
Dio bono!
Ricardo tira fuori tutta la fierezza dell'hidalgo spagnolo e Julien tenta di difendere lo Stivale e mi guarda. Io, che m'annoio tremendamente quando mi si vuole coinvolgere in discussioni imbecilli, taglio corto:
- Io me ne frego di quello che dice Ricardo, tanto sono siciliano! -
Solo i vietnamiti non ridono.
- La Sicilia è un'isola che appartiene all'Italia. -
I due continuano a guardarci senza capire di cosa parliamo.
- Avete visto il film "il Padrino"? ... ecco quelli sono i siciliani! -
- Mafiosi? - chiede con un sorriso timido Therese.
Tutti ridono ... ma che minchia, quando si smetterà d'associare la Sicilia con la mafia?
Lascio il ristorante dopo aver ben mangiato. Salgo su una macchina dai vetri oscurati. Mentre ci dirigiamo all'aeroporto guardo le case dell'ex-Saigon scorrere attraverso il finestrino. Sono sempre circondato da centinaia di scooter.
Le immagini di decine di film e di vecchi reportage s'affollano nella mia mente. Sembra che facciano parte della fantasia e che non siano mai appartenute ad alcuna realtà. Eppure ... eppure i fantasmi che inseguono la mia macchina nera malamente mi dicono che tutto ciò è avvenuto. I vivi preferiscono dimenticare le sofferenze del passato proprio come fa  Nguyen Zhu.
Le guerre sono così: chi perde ricorda i propri morti, chi vince tende a celebrare le vittorie per lenire il ricordo delle sofferenze ... ma alla fine si tratta sempre di qualcosa di sporco.


martedì 20 maggio 2014

Paese che vai, olio che trovi


- Caspita, sono proprio piccoli questi indonesiani! –
Mi mordo la lingua dopo aver parlato. Guardo i miei compagni di viaggio: non sono mica molto più alti!
Christophe mi sorride comprendendo il mio imbarazzo. Michel Chan come tutti gli orientali resta inespressivo.
Siamo all'aeroporto internazionale di Kuala Lampur. Dobbiamo recarci per una visita lampo a Jacarta. Una riunione di mezza giornata in un hotel vicino all'aeroporto. Poi rotta a Singapore con scalo finale a Ho Chi Minh City.
Tutti questi fusi orari! Alla fine della settimana sarò stanco morto, dopo il Vieth Nam ci sarà Tokio! Cristo, ho quasi sessant'anni mica sono un ragazzino!
L’imbarco non dovrebbe tardare. I viaggiatori che affollano la sala di fronte al gate sembrano per la maggior parte degli immigrati che hanno lasciato la campagna. La Malesia è ricca, più dell’Indonesia. Questi lavoratori tornano a casa.
Penso a Mark, lui viene dallo Sri Lanka. Lavora presso di noi, in Sicilia ed è arrivato in Italia dieci anni fa. Su una barca piena di disperati come lui. Due mesi di viaggio su mezzi di fortuna pagando le mafie dei paesi che attraversava. 
Adesso,tutto quello che guadagna è destinato al suo villaggio dove crescono i suoi due bambini. Non gliene frega niente di stabilirsi in Italia, lui vuole morire sulla sua isola. Faceva il pescatore prima ed anche lui vuole tornare a casa.
- Dove vive la tua famiglia? – chiedo a Michel Chan.
- A Kuala Lampur. –
Lui è responsabile del sud-est asiatico. E' cinese.
- Perché non a Giacarta? –
- Il costo della vita è più alto e poi è una città caotica. Il traffico è pauroso. Kuala Lampur ha molte più infrastrutture, è meglio organizzata. –
- Bambini? –
- Due. –
Mi guardo in giro. Christophe ed io siamo gli unici occidentali. Mi sento bene in mezzo agli indonesiani. Le donne che portano tutte un fazzoletto attorno alla testa, unico segno della loro religione d’appartenenza. Parlottano fra di loro in maniera discreta ma continua e producono un brusio di sottofondo come quello delle api operose di ritorno all'alveare. Sono pieni di dignità e quasi tutti in coppia, mi danno l’impressione di persone umilmente tenaci. Si legge la gaiezza nei loro occhi.
- I Malesi hanno cominciato prima a costruire ed ad impegnarsi per attrezzare il loro paese. – mi dice Christophe – Fra i due paesi c’è una generazione di differenza. –
- … ed i tuoi bambini vanno in una scuola cinese. – chiedo a Michel Chan.
- No, internazionale. Però fanno due ore di mandarino alla settimana. A noi non piace il metodo d’insegnamento cinese. –
- Perché? –
- Troppo severo, troppo competitivo. –
- Alla cinese. – aggiunge Cristophe. Lui è responsabile finanziario di tutta l’Asia - Come credi che la Cina sia riuscita a forzare le tappe per creare la sua economia? Adesso hanno bisogno di creare una classe media, una classe dirigente che s’imponga sul piano mondiale. In tre generazioni si è passati dal contadino al manager. Quante generazioni ci sono volute nei paesi occidentali? –
Guardo il francese dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri, nato e cresciuto a Aix-en-Provence. Prima che me lo dicesse credevo che fosse originario della Loira.
- … eh tu, da quanto tempo vivi a Shanghai? -
- Ormai due anni … prima ero in Corea, a Seul … il sistema scolastico coreano è ancora più severo. Gli studenti, fin dalle elementari, studiano sempre. Cominciano la mattina e finiscono la notte. Dopo la scuola normale, vanno in quella privata … li massacrano di nozionismo! –
- Ah sì, ed io che credevo che il paese principe del nozionismo fosse la Francia! –
- Ah no, no … ti posso giurare che il nostro insegnamento è rose e fiori (espressione che non esiste in inglese ma il traduttore si lancia in libertà interpretative) rispetto a questi paesi! –
- Caspiterina! – sono veramente impressionato.
- … ma c’è un problema in tutto questo! –
Lo guardo nascondendo l’apprensione che è nata in me pensando all'educazione impartita ai miei figli … certamente meno dura e sicuramente scevra da ogni stress … insomma all'italiana. I figli so' pezzi 'e core!
- Quale problema? –
- L’assoluta mancanza di fantasia. Questa educazione uccide qualsiasi capacità creativa. –
Mi rilasso … c’è ancora qualche chance per gl’italiani, allora!
Una hostess dalla vocina tutta zuccherata annuncia l’imbarco … prima quelli della classe business e noi, tre signori con trolley e cravatta, lasciamo i nostri posti.
Mi siedo accanto al finestrino.
I passeggeri entrano in fila indiana fra le due serie di sedili, tutto procede con ordine e disciplina. L’aereo si riempie ben presto.
Poco prima che le porte si chiudano fa il suo ingresso un imponente signore con una camicia multicolore di seta, un po’ pacchiana. Prende posto di fronte a me. Deve essere un riccone importante perché è seguito da due uomini mingherlini con cravatta che gli parlano continuamente e con rispetto. Lui non sembra neanche ascoltarli. Sulla mano destra porta un anello carico di pietre preziose e tanto grosso da sembrare un tirapugni. Prima di sedersi il grassone mi fissa ed io lui. Ha uno sguardo volgare ed arrogante.
Sì, avrai tanti soldi ma sembri un grosso porco!
Decolliamo ed io osservo la terra allontanarsi sempre di più. Sotto chilometri e chilometri quadrati di palme per la produzione d’olio, lo stesso che adesso è considerato nocivo dall'industria agro-alimentare occidentale.
Penso ai miei ulivi in Sicilia.
Another oil, another country



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lunedì 19 maggio 2014

C'era una volta ... in Sicilia (forse una favola?) - 5



Nei giorni che seguirono, spirò lo scirocco. Il vento africano, invece di soffocare l'ardore del giovane magistrato, lo riaccese proprio come se soffiasse sulla brace. 
Il sostituto si rinchiuse nel suo ufficio e s'immerse nel lavoro. Eseguì molte telefonate, anche all'estero, e ricevette documentazioni e rapporti provenienti da Palermo, da Roma e dall'Interpol. Fece anche dei viaggi: si recò spesso a Palermo e ne fece diversi a Roma. Motivò le trasferte con esigenze private e li eseguì usufruendo di giorni di ferie in modo da non dover fornire alcuna giustificazione a nessuno dei suoi superiori. Chi soffrì maggiormente di questo periodo febbrile e d'intensa attività fu l'appuntato Petralia che vide drasticamente sospendere le gite in barca infrasettimanali.
In un giorno di fine settembre, cogliendolo alla sprovvista dietro alle spalle mentre era intento ad eseguire un complicato cruciverba, il magistrato gli gridò con tono divertito:
- Allora ce la facciamo un giro in barca o no? -
La chiglia fendeva la superficie del mare. Petralia, alla barra, governava la piccola barca. Guardava preoccupato il suo superiore che, seduto a cavalcioni sulla prua, gli volgeva le spalle. Dalla loro ultima gita il dottor Cascitta sembrava essere diventato un'altra persona: serio, irritabile e scontroso.
Il giovane guardava l'orizzonte ed era immerso nei suoi pensieri.
- Sarà stanco, forse! Speriamo che l'immersione gli ridia un po' di buon umore. - pensò l'agente.
Il Cascitta chiese a Petralia:
- Ma cosa si dice in paese di Domenico Melino? -
- Poco. Qui ne parlano tutti bene. Dicono che sia un benefattore, un galantuomo. Era molto amico del suo predecessore, il dottor Alfonsi. Cenavano spesso assieme all'Oasi.-
- Hai controllato che l'aria delle bombole sia di quella buona? -
- Certo ero presente mentre gliela caricavano! -
Il giovane funzionario guardò con aria indagatrice il poliziotto e poi tacque.
Non ci volle molto e la barca raggiunse la secca, meta abituale delle loro escursioni.
Petralia aiutò Cascitta nella vestizione, poi quando il sostituto era già immerso nell'acqua, gli passò la torcia. Il subacqueo con una capovolta puntò deciso verso le profondità marine. L'agente l'osservò inabissarsi fino a quando la nera sagoma non si confuse nel blu del mare. Dalle profondità per un po' pervennero ad intervalli regolari le bolle d'aria. Il palloncino rosso di segnalazione a cui era collegato il magistrato s'allontanò lentamente dalla barca.
Petralia armeggiò intorno alla lenza per prepararla alla pesca.
Vide in lontananza un gozzo rosso ed azzurro avvicinarsi.

L'acqua, all'inizio limpida, s'andava intorbidendo progressivamente mentre Michele Cascitta s'avvicinava al fondo. Dovette pinnneggiare parecchio prima di trovare i riferimenti che lo aiutassero a trovare l'ingresso della grotta marina. Non senza provare una certa ansia ed  aiutato dalla potente luce della torcia percorse i meandri di quell'antro
Quando passò davanti alla tana della murena Ianuzza si guardò bene dal verificare se l'inquilina l'abitasse.
Era ormai prossimo allo slargo in cui si era svolto quel fantastico incontro.
- Ora finalmente saprò se era stata un'allucinazione! - pensò con una certa trepidazione.
- Ciao! Ormai disperavamo di poter ricevere una tua nuova visita! -
La cernia Adelina con il suo muso ingrugnito galleggiava placida in mezzo alla grotta. A poca distanza seminascosta in un anfratto stazionava l’arnica Ianuzza che, con i suoi occhi terribili, osservava il giovane funzionario.
- Il mare mosso mi ha impedito di fare immersioni. Non lo sapete che per noi umani è rischioso provare a sfidare il mare agitato?! – rispose il magistrato con una bugia, non avrebbe mai immaginando di fornire delle giustificazioni ad una cernia.
- Ma quale mare agitato! Non ho mai visto le acque così calme come in queste ultime settimane! Devi aver avuto qualche altra cosa che t'ha interessato più di noi lassù, nel tuo mondo in superficie. Non devi mica giustificarti! - asserì la cernia con una punta di risentimento – Certo, per voi umani il mare mosso è estremamente pericoloso! Ne ho visti io di annegati! Avete sempre l'aria stupita come se morire nell'acqua sia l'ultima cosa che voi vi possiate aspettare! Ianuzza, non hai avuto anche tu la medesima impressione? -
L'amica murena rispose con il linguaggio dei pesci, agitando la coda.
- Ma voi non avete una seconda uscita di fuga? - domandò incuriosito Cascitta.
- Certo che ce l'abbiamo una uscita di fuga: guarda dietro di me. - la grossa cernia si scostò lasciando intravvedere un largo buco. Era la via d'uscita nel caso che l’attacco provenisse dall'entrata principale.
- Noi cernie, ed anche le murene, siamo delle buone predatrici, quindi conosciamo i modi più efficaci per catturare le nostre prede, ma sappiamo anche proteggerci dai nostri nemici. -
- A proposito di predatori - l'interruppe il Cascitta - ho conosciuto il subacqueo che tanto vi spaventa: quello con tre dita! -
- Ah certo, Tredita ... hai sentito Ianuzza? -
La murena dimenò la coda.
- In questi giorni ho lavorato parecchio e sono arrivato a scoprire su di lui cose importantissime ... -
- E' malvagio anche in superficie? - domande la cernia.
- Sì, ed anche dei peggiori. Ho scoperto che è un mafioso! -
- Cosa vuol dire mafioso? - domandò Adelina
- Appartenere ad un gruppo di uomini malvagi ed assassini! -
- Bene! Allora devi stare attento! Devi trovarti una tana sicura in cui nasconderti, con uscite di sicurezza, proprio come questa! -
- Ma io non devo e non posso nascondermi, sono un magistrato. Devo catturare i malvagi. Sono loro le mie prede! -
- Cosa aspetti allora? Perché non ci togli dalle pinne Tredita?! - propose la cernia, mentre la murena continuava a dimenare la coda.
- Da noi non è così semplice come negli abissi! ... -
Il Cascitta provò a spiegare quali erano i principi che regolano la vita fra gli uomini.
Al termine l'uomo chiese:
- Allora, avete capito? -
La murena non dimenò la coda.
- No, non abbiamo capito molto! - rispose indispettita la cernia - Forse è meglio che tu provi a riprendere l'argomento la prossima volta quando tornerai a trovarci. Una cosa io e Ianuzza l'abbiamo capita: voi uomini siete cosi complicati! -
- Beh, sì … è vero!  Certe volte me lo dico anch’io! -
- C'è poco da fidarsi di voi uomini. Fate tanta confusione! Per noi pesci tutto è molto più semplice: conosciamo i nostri nemici e li combattiamo. Se sono più forti di noi, sappiamo che dobbiamo fuggire. Ognuno sa chi sono le prede e chi sono i predatori, chi può predare e da chi può essere predato. ... Voi umani combattete fra di voi  e non si capisce chi siano le prede ed i predatori! -
Dietro la maschera il sostituto sorrise alla cernia saccente.
- Ho scoperto che il signor Tredita proviene dal Venezuela … un paese lontano. In quelle terre egli è proprietario d'immense ricchezze che la sua famiglia ha accumulato trafficando con la droga. La polizia venezuelana m’ha confermato ogni cosa! -
- Cos'è la droga? -
- E' un veleno che è usato per uccidere migliaia di persone! -
- Ma cos'è venuto a fare in Sicilia? Vuole avvelenare altra gente qui? -
- Sta aprendo un nuovo canale per utilizzare la Sicilia come scalo intermedio della droga che dovrà affluire nel nord dell'Europa … altre terre lontane dal mare freddo … gli è stata assegnata questa come zona di operazioni in quanto è ritenuta neutrale da tutte le famiglie mafiose dell'isola che concordemente partecipano a questo nuovo traffico. Ma adesso insieme ad altri colleghi di Palermo  … una città non molto lontana da qui … stiamo tendendo una rete da cui non potrà scappare, vi rimarrà impigliato proprio come un pesce! -
- Uhm, similitudine infelice! Che complica la tua storia! - commentò la cernia - Ma perché hai dovuto ricorrere ai tuoi colleghi di Palermo? -
- Perché sospetto che quelli locali, attraverso sotterranei collegamenti, lo proteggono e quindi di loro non mi fido! -
- Fai bene ad essere così diffidente! Fra di voi non è mai il caso di fidarsi! -
- Ma toglimi una curiosità: perché hai lasciato che io ti avvicinassi? -
- Perché qualcosa dentro di me, una specie d'istinto, mi ha suggerito che tu sei un uomo buono. Anche per me è stata la prima volta e devo dire che sono contenta d'aver fatto la tua conoscenza... Sssst, sento dei rumori! Deve essere un altro subacqueo! Anzi, forse sono più d'uno! -
Il Cascitta arrestò il respiro per non essere disturbato dal ribollio dell'erogatore e fece in tempo ad udire dei rumori lontani attutiti che s'interruppero poco dopo.
Trascorse qualche istante e due nere e minacciose figure umane apparvero nell'antro. Una di esse, la più massiccia, nella mano destra aveva solo tre dita. Per evitare di farsi annunciare dal rumore degli erogatori se n'erano privati insieme alle bombole. Stavano nuotando in apnea.
La cernia e la murena fuggirono dall'uscita secondaria.
- Presto, scappa con noi! Seguici! Questi sono venuti per uccidere! -
Ma il giovane preso alla sprovvista fu incapace di reagire se non quando i due subacquei erano ormai prossimi. Tentò di sgusciare dall'uscita secondaria, ma le bombole che portava sulla schiena gli furono d'impaccio. I due sicari lesti come due squali l'affiancarono e l'afferrarono per le braccia.
Qualcuno aveva tradito, qualcuno aveva parlato.
Fu spinto contro la volta rosa dell'antro e sbatté il capo con violenza. Provò un dolore acuto e lancinante. Tentò anche di reagire dibattendosi, ma fu inutile. Le mani dei due assalitori gli serrarono le braccia come delle morse e, poggiando i piedi sul fondo, lo spinsero contro la volta con ancora maggior violenza.
II sostituto svenne e Iaffio Tredita gli strappò dalla bocca l'erogatore. La sensazione si soffocamento fece rinvenire il giovane ma, implacabili i due assassini lo spinsero con violenza contro la roccia ed egli perse nuovamente i sensi e, dopo una breve agonia, la vita.
I due sicari abbandonarono quel luogo e pinneggiando tornarono da dove erano venuti. Trascorse qualche istante ed il rumore dei loro erogatori prese nuovamente ad echeggiare nei meandri marini.
Dopo qualche secondo il suono asmatico s'attenuò per poi spegnersi completamente nelle profondità.
Qualcuno da Palermo aveva diffuso la notizia che il dottor Cascitta stava svolgendo accurate indagini su di lui giungendo financo a prendere contatto con autorità venezuelane.
I movimenti convulsi e la breve lotta avevano sollevato dal fondale parecchia sabbia che aveva intorbidito l'acqua. Lentamente quella nebbia si diradò.
La torcia del magistrato giaceva abbandonata sul fondo ed il suo fascio di luce illuminava la volta dell'antro. Il giovane sembrava un manichino sospeso nel vuoto.
La breve colluttazione gli aveva fatto perdere la cintura con i piombi ed il suo corpo senza vita. Aveva le gambe divaricate e le braccia aperte come in attesa di un abbraccio, il viso, con gli occhi socchiusi e parzialmente coperto dalla maschera, mostrava stupore.
Così lo trovarono Adelina e Ianuzza al loro ritorno nell'antro.
- Che ti avevo detto? … era lui la vera preda! – disse la cernia senza nascondere la propria amarezza.
Un’orata, loro vicina di tana, vide scomparire le due amiche nel blu di quelle profondità.
Di loro non s’ebbero più notizie e neanche del sostituto e dell'appuntato Petralia.

No, non è una favola da raccontare ai bambini per farli addormentare.

domenica 18 maggio 2014

C'era una volta ... in Sicilia (forse una favola?) - 4



- Antipasto di mare, spaghetti alla pescatora, calamari fritti con insalata, vino bianco ghiacciato ed al resto ci penserò dopo. – disse al cameriere con la faccia di piteco.
Mentre sorseggiava del vino attendendo d’essere servito, un uomo s’avvicinò al suo tavolo. Aveva già passato da un pezzo i sessant'anni, ma non dimostrava la sua età: sembrava più giovane di almeno una decina d'anni. Era alto, aveva spalle larghe, la faccia abbronzata ed i capelli grigi. Indossava una camicia bianca a maniche corte ed i pantaloni cachi erano tenuti su da due larghe bretelle. Camminava zoppicando e s'aiutava appoggiandosi su un nodoso bastone: era Domenico Melino detto anche Mimmu u sciancatu.
- Quale onore, dottore! Da quando è arrivato in paese è la prima volta che degna della sua presenza il mio locale. Posso farle compagnia? -
Cascitta sorridendo acconsentì ed invitò a sedere il notabile che ben presto cominciò a parlare dei più svariati argomenti non dando alcun segno di volersi arrestare.
Il sostituto divertito lo ascoltò in silenzio mentre continuava a cenare. Ditanto in tanto annuiava.
Più per interrompere quel fiume di parole che per effettiva curiosità riuscì a chiedergli:
- Cosa l'è successo alla gamba? -
- La guerra. - rispose u sciancatu lieto che, ancora una volta, gli fosse offerta l’occasione per raccontare una vicenda di cui si sentiva particolarmente fiero - La guerra. I tedeschi. Mio padre era guardiano del faro, quello poco distante dal paese, sa dov'è? Bene, io allora era picciotto … un bel picciotto. Nel quarantatré, poco prima che vi fosse lo sbarco degli anglo americani, i tedeschi misero dei soldati di guardia al faro. Io vivevo con la mia famiglia in una casetta vicina. Spesso andavo a trovare i tedeschi che mi rifornivano di sigarette. Una sera un soldato mi mise la mano fra le gambe. Era un porco aricchiuni ed io gli detti un pugno. Lui s'arrabbiò e mi minacciò con la pistola. Lottammo ed io l'uccisi. Scappai e mentre correvo, mi spararono dietro. Mi presero alla gamba. Io riuscii, però a nascondermi ed a non farmi arrestare. Mio padre fu imprigionato perché non volle rivelare il mio nascondiglio. Morì in Germania. Tutto accadde per colpa di un maledetto pederasta! Un puppo! -
La storia raccontata dal notabile era contenuta nel dossier del sostituto.
Dopo la guerra fu istruito un processo sull'accaduto e Domenico Melino ne uscì quasi come un eroe. Riuscì persino a sfruttare così bene quella vicenda da spacciarla, nelle sue campagne elettorali, come antesignana della lotta di Liberazione! La decenza fortunatamente gl'impedì di presentare richieste per ottenere onorificenze.
- Allora dottore, l'è piaciuta la cena?
- Complimenti! La cucina del suo locale non ha niente da invidiare ai ristoranti segnalati dalle guide più rinomate! -
- La ringrazio. S'intende che la cena è offerta dalla casa. - disse Melino afferrando con atteggiamento amichevole un braccio del Cascitta e guardandolo negli occhi.
- Non se ne parla nemmeno! Io pago come tutti gli altri clienti! -
- Ma non mi faccia questo torto! Lei è un cliente di tutto rispetto! Almeno la prima volta! -
- Insisto! Signor Melino, lei non vuole che venga ancora a trovarla nel suo locale? -
- Ma ci mancherebbe...! -
- Bene, allora mi faccia pagare! - 
- Come preferisce!... - disse con tono arrendevole Mimmo u sciancatu che poi aggiunse - Oh, guardi chi arriva, dottore! Un mio caro amico! Iaffio Santoro. Un bravo giovane, suo padre risiede in Venezuela. Me lo mandò perché voleva fargli conoscere la sua terra d'origine: la Sicilia. Ormai è da due anni che è qui e non se ne vuole più andare. E' rimasto affezionato alla nostra bella isola! -
Dalla porta che immetteva nella veranda del ristorante era apparso un giovane gigante bruno con le guance tormentate dai butteri. Senza ricevere alcun invito, il giovane prese posto al loro tavolo.
Il sostituto notò che al giovane mancavano due dita della mano destra: il mignolo e l'anulare.
- Lei, per caso, è pescatore subacqueo? - 
- Sì, il migliore. - rispose il Melino - Quando torna dalla pesca facciamo certi pranzi! Un giorno inviteremo anche il dottore, non è vero Iaffio? -
- Sì, certamente. Mi scusi, dottor Cascitta, ma come ha fatto a capire che sono subacqueo? - domandò Iaffio che non riusciva a nascondere l'accento spagnolo.
Il magistrato tardò a rispondere.
- Mi è stato detto. - rispose secco il funzionario.
- Iaffio, non fare domande stupide. Il sostituto fa il suo mestiere: deve raccogliere notizie. Avrà i suoi informatori. - disse Domenico Melino e poi, di nuovo rivolgendosi al giovane funzionario - Guardi la mano destra di Iaffio, è senza due dita. Gliel'ha staccato con un morso una grossa murena. -
Il sostituto tracannò un bicchiere colmo di vino ghiacciato.
Per provare che non stava sognando, si pizzicò la coscia.
Intanto Mimmo u sciancatu riprese a parlare.
- Questo è un paese tranquillo. La sua circoscrizione è la più quieta di tutta la Sicilia. Se ne renderà conto anche lei. Non riscontrerà alcuna forma di delinquenza. Qui siamo tutti delle persone tranquille, lavoratori ed ognuno pensa ai casi suoi. Col tempo saprà apprezzare quest'angolo dell'isola ed i suoi abitanti. Tutti i suoi predecessori trasferiti ad altri incarichi hanno sempre rimpianto il loro soggiorno qui. Se ha bisogno di qualche consiglio, d’un aiuto, venga a trovarmi. Troverà in me una persona amica. Le presenterò un po' di gente del paese su cui lei potrà riporre la sua incondizionata fiducia. Vedrà: fra noi lei si troverà bene e ci saprà apprezzare. -
Il sostituto ascoltava senza mostrare alcuna emozione mentre, di tanto in tanto, lanciava occhiate alla mano di Iaffio priva delle due dita.
- Inoltre, sa cosa penso, dottore? Che i giovani come lei, sicuramente intelligenti e meritevoli, vanno aiutati. Il primo compito di noi politici è mettere in luce gli uomini onesti, leali e fedeli servitori dello stato. Certo, bisogna che lei faccia carriera! Lo sa meglio di me che è necessario crearsi delle maniglie per tirarsi su... Eh sì, questo è il mondo! Io nel mio piccolo, potrei offrirle tutto l'appoggio necessario perché vedo che lei è una persona come si deve, proprio come il suo collega che l'ha preceduto. Ha saputo quale incarico di prestigio ha ricevuto? ... beh, io conosco molto bene il suo superiore, il dottor Passanisi ed il procuratore generale. So che hanno per lei la più alta stima. -
Michele Cascitta ben intese le profferte d'amicizia e di collaborazione anche se fin allora s'era mostrato un ascoltatore quasi distratto.
Fu forse a causa del vino che perse il controllo di sé.
- Mi spiace, signor Melino! Crede d'impressionarmi con le sue conoscenze? Devo deluderla poiché delle sue amicizie in seno alla magistratura sono poco interessato … non sono qua per fare una villeggiatura ma per adempiere i doveri di magistrato. Anzi, su un argomento desidero essere molto categorico: amici non ne voglio … meglio, se ne avrò, preferisco scegliermeli da solo senza accettare offerte! -
Irritato, s'alzò da tavola e nell'impeto fece cadere una posata sul pavimento. Si diresse verso l'interno del locale e lasciò la veranda.
Ormai l'ultimo chiarore della giornata era da tempo svanito e l'ambiente era illuminato da lampadine che, nascoste in piccole nasse, pendevano dalla tettoia di canne.
- Ma quello è matto! - disse Iaffio.
- No, è solo ubriaco! - rispose Melino guardando un punto lontano nella notte - Se fosse matto bisognerebbe tenerlo a bada. Potrebbe combinare dei pasticci... E' giovane, ha ancora in testa l'aria del continente. Ma col tempo lo scirocco gliela porterà via. –
- Alla fine, il conto non l’ha neanche pagato. –
Una coppia di giovanotti fece il suo ingresso nella veranda e s'accomodò ad un tavolo.
- Per me, quello di destra è un puppo! - disse il notabile.
Iaffio, battendo sul tavolo la mano orfana di due dita, rise. (to be continued)

sabato 17 maggio 2014

C'era una volta ... in Sicilia (forse una favola?) - 3


Il subacqueo scorse una lunga fessura nella la bassa parete rocciosa che si delineò di fronte a lui. 
La curiosità lo spinse ad esplorarla e pinneggiando si diresse verso il nero antro. Avvicinandosi scoprì che era più largo di quanto potesse apparire.
Con circospezione s'infilò dentro.
Impugnò la potente torcia che fino ad allora gli pendeva dal braccio. Il fascio di luce attraversò l'antro e colpì il soffitto. Era ricoperto da una folta colonia di piccoli coralli di un colore rosso marcio. Il fondale era sabbioso e percorso da una serie di graziose piccole dune.
Quella grotta era inaspettatamente grande e le pareti rosa, impreziosite da ricci e stelle marine, confluivano in una gola la cui oscurità era impenetrabile anche al potente fascio di luce. 
Si lasciò rapire dal fascino di quelle tenebre. 
Riuscì ad insinuarsi a malapena a causa della bombola che ingombrava i movimenti nello spazio angusto. La gola era lunga quasi cinque metri e mentre l'attraversava notò su una parete un pertugio largo almeno trenta centimetri. Vi cacciò dentro la torcia per far luce.
Le fauci orrendamente spalancate d’una murena lo fecero sobbalzare e terrorizzato istintivamente tirò indietro la torcia. Ma il serpente marino con un guizzo s'avventò su di lui e per impedire di riceverne il morso frappose a quell'attacco la macchina fotografica. Il mostro gliela strappò via.
Il panico, invece di farlo indietreggiare, lo spinse a scappare in avanti verso uno slargo. Ansimante cercò di recuperare la calma.
Se non trovava un'altra via di uscita sarebbe stato obbligato a passare davanti alla tana dell’orripilante murena. Esplorò quel luogo con un fascio di luce.
Un’enorme cernia bruna, dal brutto muso, lo fissava tranquillamente con la stessa aria di una placida mucca ruminante su un prato.
Quella visione così improvvisa fece ancor di più aumentare i battiti del cuore.
- Ma dove sono capitato? - si domandò cercando di contenere la terribile ansia che lo attanagliava. Guardò meglio il placido bestione - Perché non scappa? Cristo, peserà almeno cinquanta chili! -
- Sessantuno chili e mezzo. - precisò una voce femminile. Cascitta si guardò attorno e fece scorrere lungo le pareti dell'antro il fascio di luce alla ricerca d’una presenza umana.
- Di chi è questa voce? - si domandò.
- Mia. - gli rispose qualcuno.
Pensò d'essere ubriaco e che la miscela d'aria che respirava gli stava provocando delle allucinazioni. Fece ancora roteare il fascio di luce nell'antro. In quel posto non v'era nessuno, solo la cernia.
- Ma non è possibile! - pensò il subacqueo.
- Ѐ possibile. Ѐ possibile, si chiama telepatia. -
Lo stupore quasi stordì il giovane. Mille pensieri gli attraversarono la mente vorticosamente. Puntò il fascio di luce contro la cernia, l'unico essere presente insieme con lui in quell'antro.
- Sei confuso, eh? Posso anche comprenderlo. Non tutti i giorni è facile incontrare un pesce parlante. – disse la voce.
Il sostituto aspirò dell’aria dall'erogatore quasi per cercare in esso del conforto dallo spavento. Si convinse che qualcosa nell'aria caricata nelle bombole gli provocava l'allucinazione e pensò che fosse più prudente lasciare quel luogo prima che le conseguenze dell’immersione potessero divenire nefaste.
- No, l'aria che respiri è buona e tu non hai nessuna allucinazione. Come vedi io leggo i tuoi pensieri come tu puoi leggere i miei. -
Il Cascitta esaminò  il grosso pesce che lo continuava a guardare placidamente mentre muoveva le pinne laterali. Poi, facendosi coraggio e superando la diffidenza che provava per quell'assurda situazione, provò a rivolgere il proprio pensiero alla cernia.
- Ma com'è possibile che noi due riusciamo a comunicare? -
- Non lo so. - rispose il pesce senza dimostrare molto interesse al problema - Comunque, se vuoi, possiamo presentarci, io mi chiamo Adelina e tu? -
Il giovane subacqueo si sentì ridicolo.
- Io sono Michele... Ma tu non hai paura di me? Perché non scappi? -
- Perché sono vecchia, perché non hai il fucile e perché nella mano destra hai tutte e cinque le dita. –
- E con ciò?  -
- Al più sanguinario subacqueo di questo mare gli mancano due dita nella mano destra. Uccide per il piacere di farlo. E' un essere brutale. Tutti i pesci dei dintorni sono terrorizzati da lui. –
- Ah d’accordo! … e perché ha solo tre dita? –
Ma che caspita stava facendo? Parlava con una cernia?
- Due gliele ha strappate con un morso la mia migliore amica, guardiana e vicina di tana, Ianuzza la murena. Immagino che tu l'abbia incontrata poco fa visto il modo con cui ti sei precipitato qua dentro! Come hai fatto a non essere morso da lei? -
- Gli ho dato in pasto la mia macchina fotografica. -
- Sei stato fortunato poiché in genere non sbaglia quando attacca. Che stia invecchiando anche lei ?! -
- Con me non c'e bisogno d'attaccare. Io non m'immergo per uccidere. -
- Lo so, lo leggo nella tua mente. Anzi adesso chiamo Ianuzza e le dico di restituirti ciò che ti appartiene poiché tu sei un amico! -
La murena, serpeggiando nell'acqua, fece il suo ingresso nell'antro. Le sue fauci stringevano ancora la macchina fotografica.
La cernia riuscì a convincere l’arnica murena che il subacqueo era inoffensivo. Il sostituto riebbe il suo amato apparecchio segnato dagli acuminati denti del pesce. Superata ormai l'incredulità, provò a scattare qualche fotografia alle due amiche che scambiando con loro qualche frase. Poi, sgusciò via volendo lasciare quel luogo al più presto.
- Che maleducato! Neanche saluta! - disse Adelina.
Una volta riemerso e risalito sulla barca, il giovane si guardò bene dal riferire l'accaduto al suo accompagnatore.
- Petralia, ma dove hai fatto caricare l'aria delle bombole? -
- Dal solito ricaricatore. C'era qualcosa che non andava? Perché? L'aria non era buona?-
- No, era buona. Buonissima. Sembrava aria di montagna! Digli che la prossima volta faccia più attenzione. - mentre così diceva Michele notò le tacche lasciate dai denti della murena sulla sua macchina fotografica.
Il cielo era tinto d'arancione dai raggi del sole che tramontava dietro dei neri scogli. Il Cascitta ripensò alla cernia.
- Vienimi a trovare quando passi da questi fondali! - 
Quella notte il magistrato dormì pochissimo.
Quando si fece stampare le fotografie, controllò più volte le immagini e solo quelle scattate nell'antro erano tutte nere.
- Troppa poca Luce. – gli disse il commesso del negozio fotografico. Ma lui era sicuro che il flash s’era attivato. (to be continued)