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martedì 29 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXVII



XXVII – … et Spiritus Sancti


Il clima d’agosto era tornato e con esso il caldo torrido. Neanche le brezze marine aiutavano a sopportare la canicola. Dentro Agosta i cristiani e le bestie boccheggiavano. Dai primi albori del giorno una coltre di vapori nebbiosi copriva tutta la contrada e sbiadiva il color ocra degli edifici della piazzaforte. L'ora dell'Angelo era ormai prossima e la foschia ancora non si era diradata.
Quando Cesare scese dalla sella il cavallo gliene fu grato e con indolenza cercò rifugio sotto un vecchio ulivo che, isolato, campeggiava nelle radure bruciate dal sole sbiadito.
Due giorni prima s'era celebrata la festa dell'Assunzione della Vergine Maria, il giorno più caldo dell'anno. In occasione di quella ricorrenza le donne, al tocco dell'Angelo, avevano versato fuori dai loro usci cati d'acqua allo scopo di rinfrescare le anime del purgatorio.
Cesare ricordò che, quando era bambino, quel rito gli procurava sempre una certa eccitazione. Piagnucolava finché sua madre non gli consentiva di lanciare dalla finestra del suo palazzetto un cato d'acqua… una volta con suo gran diletto bagnò persino un passante.
Sotto di lui si stendeva capo Santa Croce che s'incuneava in mezzo a un mare placido e immobile: pareva la superficie di uno specchio. In lontananza l'orizzonte era nascosto dalla foschia lattiginosa che la calura aveva liberato dalle acque marine.
Il giovane, osservando gli scogli frastagliati e neri, come carbonizzati dai raggi del sole, si rammentò dei suoi incontri con Teresa. Quegli anfratti erano stati il loro rifugio.
Si commiserò poiché pensò che quello fosse il periodo più disgraziato della sua giovane esistenza. Provava un profondo scoramento ed in esso aveva perso il suo innato ottimismo. L'amato zio gli era stato sottratto da una mano assassina mentre la donna, di cui da poco s'era innamorato, era stata infangata da una calunnia che l'aveva condotta nelle segrete del castello.
- Non è solo una calunnia. - gli aveva detto padre Alberto quando nascostamente era andato a reclamarne la libertà. -
- Dentro un sacchetto, che portava legato al petto, è stato trovato un dito. C'è chi dice che sia quello che fu sottratto al cadavere di fra Angelo! -
- Ma quella è una reliquia d’un sant’uomo! Come può un’indemoniata portare seco qualcosa che dimostra la sua affezione a fra Angelo? -
- Chi lo può sapere per quale scopo tenesse con sé quella reliquia? Le maiare riescono con le loro pratiche a trasformare ciò che è santo in indemoniato! Ma perché ti curi tanto di quella donna? Ti fece forse una fattura? -
- No, no. - disse Cesare che s'era già pentito d'aver chiesto un colloquio a quell'uomo dalla faccia avvizzita. – Sono molto amico del marito. Lo stimo moltissimo, anche se negli ultimi tempi ha frequentato compagnie poco sane. Lo vedo soffrire in modo indicibile poiché è molto innamorato della sua giovane moglie. Teme che le torture possano ucciderla o renderla storpia per tutta la vita. -
- Vai tranquillo e di pure a Diego 'u carritteri che sua moglie non sarà torturata poiché è in attesa di una creatura. La legge di Dio non permette che una donna gravida possa subire il supplizio. Rimarrà dentro le segrete fino a che il parto non avrà luogo. -
Un figlio, un figlio! Era sicuro: era stato concepito col suo seme! Forse proprio lì, fra quegli scogli! Teresa sarebbe stata madre. Doveva farla scappare dal castello e poi insieme sarebbero fuggiti lontano! Se suo zio fosse stato ancora vivo lo avrebbe certamente aiutato nell'impresa. Adesso però non aveva nessuno su cui contare… Neanche suo fratello, che certo non avrebbe compreso né tanto meno giustificato la sua affezione per una popolana!
All'improvviso una leggera brezza si levò procurando sollievo agli uomini ed alle bestie. Cesare la sentì asciugargli il sudore sulla schiena e lo distrasse dai suoi pensieri.
In lontananza, sulla sua sinistra, il giovane scorse lo scintillio d’un morione. Apparteneva a un piccolo soldato che insieme ad altri suoi commilitoni era stato lasciato di guardia allo strapiombo da cui s’era buttata la vecchia maiara. Nessuno poteva recuperarla o avvicinarsi al cadavere della poveretta.
Tutta quella storia sulla stregoneria aveva sconvolto la tranquilla vita della contrada, tanto da rendere secondarie altre vicende come la guerra con i francesi e l'assassinio di 'Gnazio. Da più di un anno e mezzo non si parlava di stregoneria ad Agosta. Che cosa aveva spinto padre Alberto a intentare un nuovo processo? Iana l'orbicella il suo mestiere di mammana e di maiara l'esercitava da svariati anni. Si diceva che anche alcune sorelle del monastero di Santa Caterina ne richiedessero i servigi! Tutti nella piazzaforte conoscevano le sue attività e da sempre erano state considerate innocue e quindi tollerate.
Adesso che la vecchia era morta perché continuare a sollevare clamore infierendo sulla povera gente?
Aveva sentito suo padre confidare a Cesco, prima che partisse per Leonforte, che secondo lui tutto quel trambusto serviva a celare qualche altra vicenda. Ma quale? Cesare non riuscì a intendere di più.
La brezza frattanto cominciò a diradare i vapori prodotti dal mare. L'aria si fece più nitida e il giovane riuscì a distinguere delle ombre delinearsi in quella foschia. Erano lontane dalla costa. Si materializzarono come se fossero il prodigio d’un mago. Guardò alla sua sinistra e notò che anche il soldato guardava attento in quella direzione.
Si trattava certamente di grosse imbarcazioni provenienti dal nord, ma non fu possibile discernere di più finché con le loro prue non perforarono la coltre nebbiosa.
Dei vascelli. Certo, erano proprio dei vascelli. Delle navi da guerra!
Non ne aveva mai viste così in gran numero.
Distinse una galera, poi una grossa e antiquata caracca, quindi una galeazza e in rapida successione tante altre. Le grosse imbarcazioni avanzavano lente. I remi di alcune, che con cadenza regolare accarezzavano la superficie del mare, sembravano le zampe di un grosso millepiedi galleggiante. Cesare ne contò alcune decine. Quando la foschia si diradò del tutto, mostrò quella che ormai si poteva definire una grande flotta.
Il giovane ristette muto per la sorpresa e per lo spettacolo.
Non aveva mai visto niente di simile e forse neanche il soldato, lasciato a fare la guardia allo strapiombo. No, non era un miraggio! Anche l'uomo d'arme sembrava rapito da ciò che gli mostravano i suoi occhi.
Cesare riprese a osservare con spirito più critico quelle imbarcazioni. Le navi scivolavano tranquille sul mare piatto.
Suo zio Peppe quand’era ragazzo s'era preso cura d’insegnargli a riconoscere gli stendardi di tutte le marine da lui conosciute.
Quelle erano bandiere...
- Francisi, sono francisi! Vengono per mettere a ferro e fuoco Agosta! - gridò il giovane.
- Allarmi, allarmi! - gli fece eco il soldato, che prese ad agitarsi come se fosse stato morso da una tarantola. L’allerta lanciata in quella landa desolata ben lontano da Agosta, non serviva a niente. Bisognava portare l’allarme alla piazzaforte!
Cesare cercò il suo cavallo, gli montò in groppa e, senza riguardo, gli piantò gli speroni nei fianchi.

Con gli stivali rossi poggiati sul davanzale della finestra il cagnotto Michele, mentre se ne stava seduto su una sedia in bilico sulle gambe posteriori, osservava il cielo sbiadito dai vapori estivi. Quasi cadde all'indietro quando si sentì domandare:
- Don Emanuele è qui? -
Si voltò e vide don Francesco Amodei. Quell'uomo non gli piaceva.
- È dentro la stanza della Regia Secrezia con padre Alberto.-
- Annunciami ugualmente. Devo parlargli! -
Mentre il servo informava don Emanuele della visita, il capitano di giustizia ristette pensieroso a guardare oltre il davanzale della finestra.
Non trascorse molto tempo e Michele lo introdusse nella stanza.
Don Francesco Amodei osservò padre Alberto.
In quel giorno di caldo afoso la faccia del domenicano sembrava ancora più incartapecorita e contrastava con il volto rubicondo e rotondo di don Emanuele Rincon d'Astorga che, anche se lustro per il sudore, sembrava simile a una mela rubizza. Michele, al contrario, aveva il solito viso inespressivo e rude da mercenario.
- La canicola di agosto… È quasi difficile respirare! Mi sento mancare l'aria, ho l'impressione di soffocare! - disse il capitano di giustizia.
- Sì. Sembra di morire in certi momenti! Quel che ci vuole è acqua e cedro: Michele, portacene una caraffa! - lo sgherro s'affrettò a uscire dalla stanza.
- Lascia la porta aperta così si muove un po’ l'aria! - gli ordinò il suo padrone.
- È tornato vostro figlio Cesco da Liunforti? -
- No, è partito solo da quattro giorni. Penso che tornerà non prima di dopodomani. È certo che vendicherò l'assassinio di mio fratello! -
- Conoscete già l'autore del delitto? -
- Ho qualche sospetto. Lo verificherò appena mio figlio Cesco sarà rientrato con la salma. Padre Alberto, mi raccomando a voi. Voglio per mio fratello una funzione funebre degna d'un Rincon d'Astorga! -
Il domenicano assentì con la testa.
- Chi uccise vostro fratello fu anche l'autore dell'assassinio di 'Gnazio. Sono due omicidi compiuti per offendere la corona spagnola! -
Padre Alberto rise beffardo:
- Il pecoraro fu ucciso da Iana l'orbicella per offrire la sua anima a Lucifero. -
Per tutta risposta don Francesco alzò le spalle e scrollò la testa con aria sconsolata.
- Come potete asserirlo? - chiese il Regio Secreto.
- 'Gnazio fu assassinato perché conosceva i nomi dei traditori o qualcosa che certamente mi avrebbe portato a loro. Inoltre, voi mi accennaste che vostro fratello era latore di una missiva al cancelliere del viceré in cui erano riportati i suoi sospetti su coloro che tramano contro la corona. Chi uccise don Giuseppe non volle che quella lettera giungesse a Palermo. -
- Anch'io ho sospettato ciò. -
- Se avete avuto la mia stessa intuizione perché non mi confidaste i vostri sospetti? -
- Perché non ho fiducia in nessuno. -
Il cagnotto Michele entrò nella stanza recando con sé un vassoio su cui erano poggiati tre bicchieri e una caraffa di terracotta imperlata di fresche goccioline.
- Ha provato a riflettere? Se non mi rivelate i vostri sospetti mettete in grave rischio la vostra vita. Chi ha ucciso due volte può farlo ancora. -
- Io sono un uomo prudente. Ho preso le mie precauzioni. Sono sempre contornato da gente e quando sono solo mi guarda le spalle il mio fido Michele. -
Lo sgherro osservò il suo padrone come un cane fedele e, con aria compiaciuta, versò la fresca bevanda nei bicchieri di terracotta smaltati con colori vivaci.
- Mio caro don Emanuele, voi vi fidate della persona sbagliata! - disse il capitano di giustizia osservando la spada di Michele.
- Di chi dovrei fidarmi? Di voi? … che avete fatto scappare un galantuomo come don Marcel de Boisset e infangato il nome dei Bellomo? -
Nessuno reagì a quella frase.
- È lui l'assassino… adesso ne sono certo! -
- Ma di chi parlate? -
- Del vostro sgherro. -
Trascorso qualche secondo padre Alberto disse:
- In nome di Dio! Lo volete capire? L'assassina è già stata scoperta! Don Francesco non avventuratevi in un'altra accusa sconclusionata! -
- Padre Alberto, per carità, lasciate in pace nostro Signore che ne fate un pessimo uso! -
- Irriverente blasfemo! - il domenicano sembrava non poter più contenere la sua indignazione, ma don Francesco non se ne curò.
- Michele è mancino? - disse il capitano di giustizia.
Don Emanuele assentì.
- Perché domandate ciò? -
- Chi uccise lo è. Vorrei controllare il cadavere di suo fratello per averne conferma. Non sarà facile poiché sarà già decomposto. Volevo attendere quell'esame prima di lanciare le mie accuse ma parlandovi mi sono reso conto che non potevo tergiversare oltre poiché voi mettete in pericolo la vostra vita.-
Michele rise beffardo.
- Conosco almeno una decina di persone in Agosta che agiscono di mano manca. Anche il governatore e lo stesso Cesare lo sono. Perché proprio io? -
Don Francesco restò sordo all'obiezione del cagnotto e di nuovo si rivolse a don Emanuele:
- Da quanto è al vostro servizio? -
- Da poco più di un anno. -
- Da dove vi risulta che provenga? -
- Da Acitrezza. Quando mi si presentò, aveva con sé una lettera di raccomandazione del barone Natale. Michele, mostrala a don Francesco. -
- No, non c'è alcun bisogno. Sono sicuro che è falsa. -
- Come potete asserirlo? -
- Me l’ha detto l'ispettore venuto ad Agosta qualche giorno addietro recando con sé la notizia della morte di vostro fratello. Vide il vostro servo alla sbarra degli imputati durante il processo che fu intentato dal principe di Lignì quasi un anno e mezzo addietro, al tempo della rivolta di Messina. Il suo vero nome è Nunzio Trovato e risulta essere membro della setta della Madonna della Lettera. -
- È vero tutto ciò? - chiese severo don Emanuele.
- Sì, è vero. Fuggii dalle prigioni. Sbagliai e ne sono pentito. Fui coinvolto in quella disgraziata faccenda per affezione al mio precedente padrone che, essendo membro della congrega della Madonna della Lettera, mi volle seco in quella dannata avventura. Ho dovuto crearmi una nuova identità! Chi mi avrebbe preso al proprio servizio? Io sono un servo fedele, lo sono sempre stato! La mia vera dannazione è di avere avuto un padrone che non era un galantuomo come voi, don Emanuele. - la voce dello sgherro era piagnucolosa.
- Anche se mi ha mentito, ciò non vuol dire che egli sia un assassino. - disse don Emanuele con voce incolore.
- Vi sono altre prove. Non ho bisogno di torturare, io, per scoprire i colpevoli dei misfatti! - il capitano di giustizia guardò il domenicano che, immerso nella sua ira, era sordo a qualsiasi provocazione - Chi uccise indossava i guanti neri. V'è un testimone che assistette all'uccisione di 'Gnazio, e asserisce che l'assassino avesse le mani scure. Questo indizio da principio mi fuorviò poiché avevo rivolto i miei sospetti addirittura su don Giuseppe, ma in quei giorni il poveretto era già partito per il suo ultimo viaggio. Non faccio il nome del testimone per proteggerlo. Ho visto già alcune volte Michele, o dovrei meglio dire Nunzio, calzare lunghi guanti neri e aderenti. -
- Don Francesco, con tutto il rispetto di un povero servo, quante altre persone hanno i guanti neri ad Agosta? I vostri sono solo indizi. – si difese il cagnotto.
- Forse per ciò che riguarda i guanti voi avete ragione. Avrei dovuto farlo subito ma mi lasciai fuorviare dal primo indizio. Al mio informatore non chiesi niente sul resto dell’abbigliamento. Solo adesso prima di recarmi a conferire con voi passai a trovarlo e gli chiesi di che colore erano gli stivali: rossi! -
- Don Emanuele, ma voi permettete che si facciano simili illazioni contro un vostro protetto e proprio a casa vostra? Come poté Michele uccidere 'Gnazio e al contempo vostro fratello Giuseppe che si trovava a Leonforte? - esclamò padre Alberto, furioso e vendicativo verso il capitano di giustizia.
Qualche istante trascorse nel più assoluto silenzio.
- In quei giorni Michele mi chiese licenza per andare a trovare suo padre morente. Fu lontano da Agosta per una settimana. - il viso del Regio Secreto era pallido e i suoi occhi fissavano il nel vuoto.
- Ebbe tutto il tempo per raggiungere don Giuseppe Ricon d’Astorga e compiere l'atto omicida. Lo incontrai il giorno del mio attentato. Come spronava quel povero cavallo! – incalzò don Francesco.
- Sono tutte falsità. Voi gli credete don Emanuele? - Nunzio Trovato guardò supplicante il suo padrone, che non proferì parola.
- V'è qualcos'altro di cui ancora non vi ho parlato. -
- Don Francesco, quale altra invenzione ci proponete? – disse sarcastico padre Alberto.
- Nessuna invenzione. Ho qualcosa di ben reale da mostrarvi. - il capitano di giustizia alzò il pugno chiuso - Questo era ben stretto nella mano di 'Gnazio quando ne esaminai il cadavere all'ospedale. -
Aprì la mano e lasciò cadere un fiocchetto rosso.
- Ho sempre ammirato gli stivali di cuoio rosso calzati dal vostro bravo. Parlando col mio informatore mi concentrai stupidamente sul particolare delle mani nere senza chiedergli dettagli sul colore dei stivali. Inoltre dei nastri li ornano a lato, particolare d’estrema importanza… Me ne sono accorto poc'anzi quando sono entrato nell'anticamera della Regia Secrezia. Se avete la compiacenza di ben osservare, vedrete che ne manca uno sullo stivale destro. Lo teneva ben stretto in pugno 'Gnazio che, cadendo e ormai morente, dovette strapparlo al suo assassino. Da quando lo trovai nel pugno del cadavere l'ho sempre portato in tasca con me. -
Nessuno parlò e tutti guardarono il nastro rosso accusatore. Sembrava che da un momento all'altro dovesse prendere vita.
L'incanto finì quando si udì l'inconfondibile suono di una spada sguainata. Sul viso di Nunzio Trovato era impresso il ghigno di chi è pronto a tutto.
- Che nessuno si muova o v'infilzo come tordi! -
Con la mano manca impugnava la spada, con la destra uno stiletto acuminato.
- Non riuscirai a uccidere tutti e tre con una sola stoccata! -
- E chi vi vuole uccidere! Mi basta immobilizzarvi e rendervi innocui per un po’ di tempo. Ormai ciò che dovevo fare l'ho fatto: si tratta d'attendere solo qualche ora o forse meno. Siete riuscito a scoprirmi, ma troppo tardi! -
- Attendere che cosa? - domandò padre Alberto, la cui paura rendeva ancora più mortale l’abituale pallore.
- L'arrivo de li francisi! Nunzio Trovato è una loro spia. – rispose con voce calma don Francesco.
- Bravo, bravo, caro don Francesco. Ma averlo capito adesso non ti serve a niente, perché ho portato a compimento la mia missione! -
- Quale? Quella d'uccidere i cristiani? -
- Certo, poiché potevano far fallire il complotto! —
- Complotto? Allora l'uffiziale de Boisset aveva ragione! Chi sono i congiurati? Li comprasti? - il volto di don Emanuele era paonazzo per l‘ira.
- Certo. E furono anche avidi! Mi sono sempre chiesto con quante onze avrei potuto comprarvi! Ma per fortuna di voi non ebbi bisogno. Avrei dovuto offrirvi tutto l’oro della chiesa madre di Messina! -
- Vastaso, carogna, traditore! - urlò il Regio Secreto buttandosi sul suo spadone appoggiato contro la parete.
Senza dire nulla e con gelida freddezza Nunzio Trovato allungò una stoccata e trafisse don Emanuele appena sotto la spalla. Il suo ex padrone s'accasciò con un gemito rovinando sul tavolino su cui era ancora poggiata la caraffa colma di acqua e cedro. Don Francesco tentò di soccorrerlo.
- Fermo! Altrimenti vi sbudello! ... Allontanatevi da quello spadone! -
Dalla ferita del Regio Secreto sgorgava copioso sangue.
- No, non morirà, non è mortale! Se avessi voluto avrei potuto trafiggergli il cuore! -
Si udì del trambusto provenire dalla camera antistante la Regia Secrezia. Nunzio s'appiattì contro la parete continuando a tenere la spada puntata al petto di don Francesco. Gli fece cenno di tacere. Di padre Alberto si curava poco. Il domenicano pareva impietrito dal terrore e i suoi occhi spalancati all'inverosimile fissavano don Emanuele che, steso a terra, si lamentava sommessamente.
- Padre, padre! Li francisi sono in arrivo! Ho visto i loro legni far rotta verso Agosta! - disse Cesare Rincon d'Astorga entrando come una furia dentro la stanza. Vedendo don Emanuele lordo di sangue e giacente sul pavimento s'arrestò sorpreso non s'avvedendosi di Nunzio Trovato che stava per offenderlo con lo stiletto.
Don Francesco approfittò di quel frangente per scagliarsi sul cospiratore messinese e gl'impedì di ferire il cadetto. Iniziò quindi a lottare con l'energumeno.
- Padre, ma cosa vi successe? - chiese il giovane con voce spaventata.
- È lui l'assassino! Ha appena ferito tuo padre! - gridò don Francesco.
A stento riuscì a contrastare la forza di Nunzio Trovato che, con gli occhi iniettati di sangue, tentava di trafiggerlo alla gola.
Cesare si rese finalmente conto dell'accadimento. Si riscosse e con le a due mani impugnò il pesante spadone del padre.
Menò un fendente contro quella furia omicida. Nunzio Trovato fu quasi decapitato e il suo sangue schizzò dappertutto insozzando il capitano di giustizia. Stramazzò quindi sul pavimento e i tremiti gli scossero il corpo finché la morte non se le portò via.
La vita, nel mentre, sembrò tornare nelle membra di padre Alberto. S'accostò alla finestra e cominciò a gridare.
- Soccorreteci, aiuto! Per l'amor di Dio, aiutateci! -
Don Francesco si levò ansimando e guardò il corpo inerte dell'assassino.
- Non doveva morire. Poteva ancora confessare chi erano gli altri traditori! –
Nonostante la tensione che ancora pervadeva quella stanza, a Cesare sembrò che il volto di padre Alberto tradisse una sensazione di sollievo... Proprio in quel momento si sentirono tuonare i cannoni di torre Avalo.[1]





[1] Lo Spirito, quando seppe che gli avvenimenti avrebbero seguito presto il loro corso, comprese che niente li avrebbe potuti modificare. Il destino della città doveva compiersi. Cercò quindi un luogo dominante, privilegiato per assistere a ciò che da lì a poco sarebbe avvenuto. Chiese allo Spirito di Capo Grotta Longa se potesse ospitarlo. Volle mettersi da parte poiché non gli era permesso disturbare. Accarezzandosi la barba osservò gli uomini e le bestie fare la loro storia.  Gli Spiriti non intervengono mai, lasciano fare.