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lunedì 28 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXVI



XXVI - … et Filii …


La luce del sole, ormai allo zenit, era abbacinante. Il vento di ponente aveva sgombrato il cielo dalle nuvolaglie e dalle leggere foschie estive. Per le vie d’Agosta bianchi turbini di polvere, come silenziosi fantasmi, s’inseguivano frusciando.
Era il dieci di agosto, tre giorni dopo l'anniversario della morte di San Domenico, e sembrava che si fosse già a settembre inoltrato.
- Che tempo pazzo! - pensò il Regio Secreto, guardando il mare increspato da piccole ondine provocate dal vento.
- Micheleee! -
Dalle finestre della Casa del Popolo era possibile osservare il caricatoio. Una feluga amalfitana stava imbarcando sale e gli uomini di fatica, curvi sotto il peso, attraversando una malferma passerella, trasportavano sulle spalle delle capienti gerle.
Lo sgherro di Emanuele Rincon D'Astorga apparve dietro le sue spalle silenzioso come un felino. Il Regio Secreto percepì un certo odorino.
- Me l’hai fatta arrostire la sasizza di Filadelfo Malacuia? –
- Certo, Vostra Eccillenza. – rispose il cagnotto ponendo sotto il naso del suo padrone un piatto colmo di caddozzi di sasizza.
- Ce l’hai detto che ci volevo un po’ più di finocchietto? –
- Certo, Vostra Eccillenza. –
Don Emanuele prese un caddozzo e lo addentò socchiudendo gli occhi. L’espressione del suo viso mostrò un sommo piacere.
- Minciula, ‘sta sasizza buona veramente è! ... ‘sto carnizzeri sa fare il suo travaglio! –
Michele sorrise.
- Allora lo proponete per la nomina di console? –
- Che sei diventato pazzo?! - esclamò il Regio Secreto prendendo un altro pezzo di sasizza. A bocca piena, masticando, aggiunse – Se lo facciamo console si monta la testa e quando ci da ancora le sasizze? ... bisogna tenerlo sulla corda per mesi, per anni ... fargli sentire che è vicino alla meta e, quando pensa d’averla raggiunta, gliela s’allontana di nuovo. Ah Michele, quante cose devi ancora imparare! ... vieni, prenditi pure tu un caddozzo. –
- Certo, Vostra Eccillenza, ma prima vi volevo dare questa lettera appena arrivata. Il latore è il Regio Secreto di Liunforti. –
- Liunforti? ... mica lo conosco il Regio Secreto di Liunforti! Aprimela tu, Michele, che io mi mangio un altro caddozzo. –
Il cagnotto ruppe i rossi sigilli e scorse il contenuto della missiva.
- Vostra Eccillenza, forse è meglio che la leggiate voi medesimo. – Michele porse il foglio al suo padrone, che lo prese solo dopo essersi ciucciato le dita.
- Minciula! ... Signore Santissimo! –
Scostò il piatto e guardò con disgusto le sasizze.
- Cerca i miei figli e falli venire da me. Devo parlare con loro.-
Occorse più di un'ora prima che i due giovani giungessero al cospetto del padre.
- Lo zu Peppe è morto. È stato ritrovato ucciso in un fondaco nei pressi di Liunforti. La gola gli tagliarono nottetempo mentre si riposava del viaggio. -
Cesare guardò il padre senza proferire parola, come fosse un essere proveniente da un altro mondo. Suo fratello Cesco chiese, con il volto stravolto per la rabbia:
- Chi fu, padre? -
- Un malacristiano che lo derubò di tutti i suoi averi. -
- Quando successe? -
- Neanche una settimana dopo la sua partenza da Agosta. Sono trascorsi quasi due mesi. Ricevetti la trista novella stamattina quando don Francesco Amodei venne a trovarmi con un uffiziale del viceregno in ispezione in queste terre. Gli era stato riferito della morte di un negro a Liunforti che nessuno conosceva. Il locale capitano di giustizia riportò su un foglio la scarificazione con lo stemma di famiglia che zu Peppe s’era fatto sul petto all’altezza del cuore. L'ispettore se lo fece consegnare poiché sapeva che il Regio Secreto di Agosta aveva un fratello negro. Eccolo! - don Emanuele gettò sul tavolo uno spiegazzato foglio con sopra un disegno che riproduceva lo stemma di famiglia.
Cesare provò un tonfo dentro di sé, come se il cuore gli fosse caduto in un pozzo profondo. Le gambe gli mancarono ed ebbe bisogno di cercare una sedia. Fu grato allo sgherro Michele che premurosamente gliene porse una.
- Com'è possibile che non si sappia chi l'abbia ucciso? Nessuno ha sospetti? Che cosa dice il capitano di giustizia di Liunforti? - Cesco era più adirato per l'affronto ricevuto che dispiaciuto per la morte dello zio.
- Niente, poiché non sa niente. Se v'è stato un testimone al delitto non lo sapremo mai perché la gente di quei luoghi ama occuparsi solo delle proprie faccende. L'unica cosa che c'è nota è che nel giorno del suo arrivo nel fondaco vostro zio fu raggiunto da una persona a lui conosciuta.-
- E quest'ultimo deve essere l'assassino. Zu Peppe era sopravvissuto alla schiavitù e alle galere, come poté farsi sorprendere come uno sprovveduto ? -
- Con la vecchiaia si perde l'attenzione che si ha da giovani e si diventa più fatalisti. - disse don Emanuele, sentendosi all'improvviso anch'egli anziano.
- Padre, perché lo mandaste a Palermo? Per un vecchio è rischioso fare un viaggio del genere! - Cesare aveva le lacrime agli occhi mentre parlava e la sua voce sembrava quella di un ragazzetto.
- Tuo zio era ancora di costituzione forte e robusta. Non gareggiava con te quando andavate a remare? Non avevo nessuno di fiducia a cui affidare l'incarico che gli diedi. Con i tempi che corrono le voci in circolazione sono innumerevoli e ogni gentiluomo arriva a sospettare gli altri di tradimento e di favoreggiare le armi francesi. Il mio fratellastro aveva l'incarico di consegnare una mia missiva al cancelliere del viceré. In essa riaffermavo la mia fedeltà alla corona spagnola e segnalavo i miei sospetti. -
- Quali sospetti, padre? -
- Se ad Agosta ci sono dei traditori, non sono da ricercarsi fra la gente del luogo che sempre sarà fedelissima alla Spagna, ma fra gli stessi spagnoli. -
- Gli spagnoli! E chi sono? - chiesero Cesco e lo sgherro Michele quasi all’unisono. Cesare non ascoltava più il padre e guardava fisso il vuoto.
- Di sicuro il comandante della Torre Avalo. Non ho la medesima certezza per quanto riguarda il governatore don Vincente e il castellano don Pedro. -
- Come potete saperlo? - chiese il primogenito con curiosità.
- Me lo disse il capitano Marcel de Boisset che di cose secrete ne conosce assai! -
- E al capitano di giustizia non riferiste niente? – domandò Michele con fare ossequioso.
- A chi? A quel babbaleo che già con quegli arresti di danni ne combinò tanti! Che se li scopra lui da solo i traditori! Il suo travaglio è quello dello sbirro! Che lo faccia come si conviene! Io m’occupo della mia famiglia! -
- Padre, avreste dovuto dare a noi figli quell'incarico, non a nostro zio! - si lagnò Cesare.
- Era troppo pericoloso e inoltre era necessaria la vostra presenza qui ad Agosta. Cesco doveva seguire gli affari di famiglia e tu dovevi partire con il capitano de Boisset per aggregarti all'ordine gerosolimitano. - quel ricordo fece sfuggire un'imprecazione dalle labbra del Regio Secreto all'indirizzo di don Francesco Amodei - Quella bestia oltre ad avermi fatto perdere lucrosi traffici mi fece svanire la possibilità di collocare il mio cadetto nell'ordine equestre! –
- Perché non s’imbarcò su una feluga per Palermo? –
- Perché credevo che arrivarci via terra fosse più sicuro. Con tutti questi naviri nemici e i pirati algerini pagati dal re di Francia? ... Maledizione! -
- La lettera, barone Astorga, è stata trovata? - chiese Michele.
- No, niente... di tutto fu depredato. Se non fosse stato per l’incisione che s’era fatto in onore di nostro padre che l’aveva adottato non avremmo mai avuto notizia del suo assassinio! Poveretto, mi ricordo quando si fece scarificare... Quanto soffrì! Era una maniera per mostrare la sua riconoscenza a vostro nonno. -
- Che ragione aveva un brigante per rubare una lettera? Chi ha ucciso il vostro fratellastro desiderava che la vostra missiva non giungesse a Palermo. -
- Sì, forse sì. Forse... adesso, però, bisogna recuperare il corpo di mio fratello. Cesco andrai a Liunforti con mastro Lamundezza, gli farai costruire una cassa com'è dovuto a un Rincon d'Astorga e insieme tornerete con tuo zio. Faremo una grande cerimonia nella chiesa madre e lo seppelliremo accanto a tuo nonno Diego. Poi penseremo a come vendicarci! -
- Padre, date a me questa incombenza, voglio rendere l'ultimo servigio a zu Peppe. - chiese Cesare prostrato per il dolore.
- Non è possibile, questa è opera di primogenito! -
Il Regio Secreto mosse la sua mole e raccolse il pesante spadone appoggiato contro la parete.
- Andiamo a casa ad annunciare la triste novella alle donne. Ci chiuderemo in lutto. Vostro zio era un negro dal carattere un po’ particolare ma vostro nonno l'aveva reso un Rincon d'Astorga, che diamine! - e precedendo tutti uscì dalla stanza con passo da condottiero.
Il quartetto lasciò la casa del Popolo e si diresse verso il quartiere del convento di Santa Caterina, dove faceva bella mostra di sé il palazzetto a due piani dei Rincon d'Astorga.
Don Francesco Amodei, che in compagnia dell'uffiziale mandato in ispezione passeggiava per le strade della piazzaforte, li vide attraversare una strada mentre parlavano concitatamente. L'ispettore era un suo buon conoscente e proveniva da una nobile famiglia di Randazzo.
- Ma io quello lo conosco, il suo volto mi è familiare… Ma non ricordo dove lo vidi. - disse l'ispettore indicando uno dei membri del quartetto.

Nel meriggio di quello stesso giorno ventoso un lento corteo risaliva il poggio chiamato, con una certa enfasi, monte Sant'Elena. La processione si snodava lungo i fianchi del basso promontorio seguendo una sassosa trazzera che i villani del podere del barone Martelli, coltivato ad ulivi ed a mandorli, erano soliti utlizzare. Quel tratturo serviva anche da collegamento via terra fra la tonnara di capo Santa Croce e la piazzaforte di Agosta.
Un carro era in testa a quella gente e su di esso, in piedi, dondolavano come passeggeri su una nave in tempesta padre Alberto, la vecchia maiara Iana l'orbicella e i due compari incappucciati. Li seguivano un nutrito drappello d'armati, di gente di paese e di villani sfaccendati.
Il vento, che per tutta la giornata aveva continuato a soffiare da ponente, con una folata strappò quasi il nero cappuccio ai due aguzzini. La vecchia aveva l'aria attonita e si guardava attorno smarrita come se non fosse in grado di riconoscere quei luoghi. Il suo unico occhio vedente faceva trasparire la follia che il terrore delle torture gli aveva instillato.
Padre Alberto leggeva un breviario e le sue sottili labbra mormoravano parole incomprensibili. Gli armati avanzavano svogliati e fra essi Juanito si domandava quando sarebbe terminata quella storia.
Le fronde degli ulivi s'agitavano scomposte, tormentate dal vento che pareva divertirsi con esse. Il fruscio di quei rami fronzuti non riuscì a coprire il latrato dei cani che, eccitati per il passaggio di tutta quella gente, a intervalli abbaiavano con veemenza. Dai casolari dei villici i monelli giunsero a frotte per curiosare, attirati da quell'assembramento così difficile da vedere in quelle contrade. I più grandi reggevano in braccio i più piccoli che, nudi dalla cintola in giù, osservavano spaventati il corteo. Ma quando in tutte le contrade si sparse la voce che quella mesta processione era guidata dal padre priore dei domenicani e dalla maiara, le madri trattennero i loro figli e impaurite si segnarono il petto con la croce.
Il carro giunse fin in cima al poggio, percorse il pianoro degli ulivi e quando la trazzera cominciava la discesa verso la tonnara padre Alberto toccò le spalle del barrocciaio che tirò le redini.
- Dove? - domandò asciutto alla vecchia.
Iana l'orbicella con un gesto del capo, poiché qualsiasi movimento delle braccia le procurava forti dolori, indicò di dirigersi sulla sinistra. Il corteo riprese la marcia su un tratturo che, dopo aver attraversato la campagna, si mise a costeggiare un dirupo. Sotto di esso si estendeva una bianca scogliera quasi inaccessibile da terra. Ben presto gli alberi furono sostituiti da rocce e da arbusti arsi dal sole. Alcune colonie di spinosi fichi d'india erano gli unici ospiti di quelle terre che a ridosso del mare s’offrivano alla salsedine e ai venti.
Solo un carrubo cresceva solitario e le sue radici lo tenevano ostinatamente avvinto al suolo mentre le cime fronzute e il tronco, tormentato dalle decennali intemperie, sporgevano sullo strapiombo. Presso d’esso s'arrestò il corteo.
Il quartetto scese dal carro. Gli uomini d'arme circondarono il carrubo mentre il seguito di sfaccendati e di curiosi si fermò a distanza rispettosa, non riuscendo ancora a comprendere il motivo per cui il religioso, la maiara e i due compari incappucciati si fossero recati fin là.
Juanito, che era il più prossimo al dirupo, guardò giù e rimase affascinato dallo spettacolo che offriva la rientranza della costa su cui s'affacciava l'albero. Sembrava avesse voluto crescere proprio lì per poter godere di quella vista. Le rocce, corrose dal mare, friabili e bianche come la pasta del pane prima d'essere infornato, sembravano cadere con lentezza secolare su se stesse. L'acqua della baia possedeva infinite varietà di colori che, partendo dal candido biancore degli scogli e attraversando innumerevoli sfumature di verde, virava fino al blu profondo e misterioso dell'orizzonte.
Tutto appariva selvaggio in quel luogo ospitale solo alle fiere e agli uccelli rapaci.
- Sebastiana Pantanico fu Maria dove seppellisti le creature offerte al demonio? - domandò padre Alberto, il cui viso rimaneva inespressivo come sempre. Solo i suoi occhi emettevano lampi terribili.
La vecchia non rispose. Inebetita guardò il vuoto con il suo occhio velato di follia. Alzò la testa rasata e annusò l'aria come una fiera.
Padre Alberto, spazientito, sentì montare la rabbia dentro di sé poiché cominciò a sospettare d’essere stato menato per il naso. Inesorabile ripeté la domanda.
Iana l'orbicella indicò con una mossa della testa la base del contorto carrubo.
Il priore, con aria più sollevata, ordinò agli incappucciati di scavare attorno all'albero. Poco si curò della discordanza tra il luogo indicato durante le dichiarazioni estirpate nel corso del violento interrogatorio e quello in cui erano stati condotti. Nella confessione si parlava di due ulivi e mentre lì si trovavano al cospetto d’un secolare carrubo.
Trascorse quasi un'ora e i due compari, sudati e affannati, guardarono sconsolati il religioso.
- Sebastiana Pantanico fu Maria dove seppellisti le creature offerte al demonio? -
- Ve lo mostro io. - disse la donna con voce rauca.
Con le braccia penzolanti lungo i fianchi s'avvicinò al carrubo. Percorse correndo solo gli ultimi passi, poi si lasciò andare nel vuoto senza un grido, senza un gemito.
Gli astanti si sporsero dal burrone e con orrore la videro precipitare inerte. La morte sopraggiunse al primo impatto del suo povero cranio contro la roccia.
Dei coraggiosi trovarono la strada per scendere in quel dirupo. Rinvennero il corpo inanimato.
Quando risalirono sul poggio, giurarono che la suicida aveva entrambi gli occhi spalancati. L'occhio bianco, che da viva le aveva dato un aspetto sinistro, era tornato normale.
Da quel giorno e per sempre quel luogo fu chiamato Femmina Morta.
- Che le sue membra maledette siano spolpate dai gabbiani! Quel corpo deve rimanere in fondo al dirupo come monito ed esempio a chi vorrà inoltrarsi lungo la strada del demonio! Lucifero s'è voluto portar via la sua anima. Poco male! Il Signore Dio nostro ci ha dato modo di conoscere le altre sciagurate adepte della vecchia. Adesso dovremo pensare anche a quelle disgraziate. - disse padre Alberto risalendo sul carro.