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mercoledì 30 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXVIII



XXVIII – La Guerra d’Olanda


Al grido "li francisi, li francisi" l'intera popolazione di Agosta si riversò sulle strade in preda al panico. I monelli, a bande, correvano verso le zone della piazzaforte da cui era meglio possibile rimirare quella nutrita flotta. Le madri disperate li cercavano, e le loro urla riuscivano a sovrastare anche il rombo dei cannoni.
Intanto torre Avalo, costruzione fortificata a guardia dell'ingresso della baia di ponente, era stata attaccata con determinazione da alcune galere che la sottoposero ad un massiccio bombardamento. A poppa della prima linea dei navigli attaccanti scivolarono fuori, come animali predatori, diverse galeazze e la vecchia caracca ammiraglia. Fecero rotta al centro della baia pronte a porre sotto cannoneggiamento i forti Garzia e Vittoria, due solitarie, piccole ed inefficienti fortificazioni destinate ben presto a capitolare.
Comandava quella spedizione Louis-Victor de Rochechouart duca de Mortemart e de Vivonne, da poco nominato Maresciallo di Francia. Il nobiluomo, tormentandosi con le dita la punta dei baffi, assisteva sopra il castello dell’imponente caracca allo svolgersi dell'attacco.
Il suo attendente gli aveva procurato una comoda sedia su cui s'agitava come se si trovasse sul coperchio d’una pignatta colma d'acqua bollente. Con un fazzoletto si tergeva il sudore che gl’imperlava la fronte e il collo. La brezza marina, mentre erano in navigazione, aveva stemperato la calura estiva ma adesso che erano ormeggiati il caldo l’opprimeva nuovamente. Quel maledetto caldo lo sfiancava!
Gli era stato assicurato che la resistenza di torre Avalo sarebbe stata solo formale e invece ancora non si riusciva a espugnarla. In ogni caso era meglio rompere gl’indugi ed evitare qualsiasi rischio. Quella torre poteva procurare seri problemi!
Domandò che fosse convocato Anne-Hilarion de Cotentin, conte di Tourville. Dopo meno di un quarto d'ora l'uomo d'arme si presentò al Maresciallo con un profondo inchino. De Vivonne squadrò quella figura massiccia dal volto dominato da un prominente naso e dalla bocca carnosa. Una bianca cicatrice, ricordo della spedizione di Candia, gli attraversava il sopracciglio sinistro.
Il comandande della flotta indicò la torre bassa e rotonda avvolta dal fumo bianco delle salve di cannone ed ordinò:
- Je veux voir le pavillon blanc arborer sur la tour Avalo. – poi, rivolgendosi al suo attendente - Un verre d'eau! Cette ile me fera mourir de soif! -

Don Emanuele Rincon d'Astorga era stato trasportato nel suo palazzetto. Suo figlio gli era accanto.
- Per carità di Dio! Chiedi a quelle donne di smettere di piangere che ancora morto non sono! La ferita è superficiale, mi ha fatto perdere solo molto sangue. Devo stare a riposo! -
Cesare pregò sua madre, la cognata e la serva d'allontanarsi o almeno di non far sentire i loro lamenti, poiché la ferita non era preoccupante. Un servo lo avvertì che la Porta Nuova era stata chiusa dai soldati e che non si poteva né entrare né uscire da Agosta.
Ritornò al capezzale del padre.
- Padre, devo però trovare la maniera per portarvi via di qui insieme a mia madre. Fra poco li francisi cominceranno a bombardare la piazzaforte e Agosta non sarà più un luogo sicuro. Voi non avete visto con quante navi sono arrivati! Quei maledetti sono proprio intenzionati a volerla conquistare! -
- L'avrebbero conquistata lo stesso anche se fossero venuti con una sola feluga, caro figliuolo! -
- E come avrebbero potuto, con i cannoni di torre Avalo, dei forti Garzia e Vittoria, del castello? -
- Comprando gli spagnoli, come in effetti hanno fatto! -
- Perché tutte queste navi, allora? -
- Per apparire forti e potenti agli occhi dei siciliani. E per intimidire tutti i paesi vicini. In questo momento tutti gli abitanti di Mililli stanno osservando l'attacco. La notizia dell’arrivo di questa flotta imponente farà il giro della Sicilia. -
- Padre, ma chi fu pagato? Anche il governatore? -
- Non lo so con certezza, forse anche lui. Già l'uffiziale de Boisset mi aveva messo sull'avviso, ma la conferma e le prove definitive l'abbiamo avute poc'anzi da quella spia vastasa di Michele che per conto dei messinesi pagò gli spagnoli. -
- Quel maledetto uccise anche zu Peppe! Ne sono sicuro. -
- Lo vendicasti, figliuolo. -
Cesare fece un cenno d'assenso con la testa, poi si recò presso la finestra per osservare cosa stava accadendo nella baia di ponente.
Le navi avevano ormai invaso la rada ed alcune stavano gettando l'ancora. Le galere che erano più prossime ai forti Garzia e Vittoria cominciarono a cannoneggiarli. Il frastuono rimbombava nelle strade della piazzaforte.
Come eccitate in un giorno di festa, le rondini presero a sfrecciare nel cielo e i loro garriti si frammischiavano con i sordi rombi dei cannoni.
Proprio di fronte al convento dei domenicani presero la fonda le galere più grosse e la caracca ammiraglia. Trascorse un po’ e, dopo complicate manovre, le navi mostrarono le loro alte muraglie. I boccaporti si aprirono e si distinsero i neri e orribili orifizi dei cannoni. La prima salve esplose terrificante e i proietti caddero fra le abitazioni sollevando polvere e terrore. Quando si diradarono i fumi di quelle prime bordate, grida atterrite s‘udirono dappertutto. Il silenzio tornò quando le bocche di fuoco francesi ripresero a cannoneggiare.
Cesare gridò:
- Padre, dobbiamo rifugiarci nel castello. Quelli ci uccidono tutti!  -

Il Maresciallo de Vivonne si schermò gli occhi con la mano per proteggersi dal sole. Ogni qual volta le batterie tuonavano l'attempata caracca subiva un contraccolpo che la faceva dolcemente dondolare come la culla d’un bambino. A folate, l'odore di cordite insieme a denso fumo saliva dalle muraglie, invadendo la coperta e il castello di poppa. Quell'odore l’eccitava.
- La longue-vue. -
L'attendente si premurò di porgergli il cannocchiale. Lo puntò sulle scialuppe d'assalto affidate al comando di de Teurville.
Pensò che ben avesse fatto a portarsi con sé quell'uomo il cui coraggio e perizia nelle battaglie erano fuori discussione.
Gli era doppiamente utile poiché poteva utilizzarlo per risolvergli le imprese più rischiose e al contempo per mantenere buoni rapporti con Colbert. Il conte era, infatti, un protetto del primo ministro a cui inviava con regolarità dei rapporti sull'andamento della spedizione in Sicilia.
Ma quando sarebbe tramontato quel sole infuocato?
Ormai diverse scialuppe erano approdate sugli scogli attorno a torre Avalo e i marinai avanzavano strisciando per evitare i proietti degli archibugi. Furono lanciate delle granate contro le feritoie.
De Vivonne si disse che qualsiasi azione condotta da de Teurville, se avesse ottenuto buoni risultati, gli avrebbe procurato lustro, altrimenti la responsabilità di un fallimento sarebbe stata attribuita al suo battagliero comandante. Che diamine! Per divenire Maresciallo di Francia bisogna pur esser capaci di fare questi calcoli!
Puntò il cannocchiale sulla sua sinistra per meglio controllare come procedeva la presa dei due piccoli forti in mezzo al mare. Il vice ammiraglio Duquesne aveva fatto un buon lavoro, in mezzo al fumo le bandiere bianche già sventolavano dalle roccaforti.
De Vivonne riuscì a distinguere i volti sudati e sporchi degli sconfitti. Non avevano combattuto molto… del resto era tutto previsto! Il vice ammiraglio aveva ordito una congiura e parecchi comandanti nemici erano stati pagati. Il denaro avrebbe dovuto indurli a essere meno aggressivi. Da più di un anno il piano era stato approntato… un buon elemento quel Duquesne… avrebbe potuto fare maggiore carriera, peccato che fosse protestante!
Invece presso la torre Avalo ancora si combatteva. La faccenda cominciava a divenire preoccupante. Il comandante della guarnigione nemica aveva avuto dei ripensamenti nonostante le onze ricevute?
- Ma feleuche! -
La feluga del Maresciallo fu accostata alla caracca.
Mentre scendeva le alte murate della vetusta nave ammiraglia, De Vivonne si chiese quando gli avrebbero inviato il nuovo galeone promessogli da Colbert in persona.
- Maudite epaule! - esclamò per il dolore che gli procurava la spalla offesa ben tre anni prima da una palla d'archibugio mentre guadava il Reno sul suo cavallo Jean le Blanc.
Salì a bordo della veloce feluga e ordinò d'approssimarsi all'ostinata torre. Voleva vedere meglio ciò che vi accadeva. Quella resistenza lo contrariò, poiché era partito da Messina con la convinzione che la presa di Agosta sarebbe stata poco più che un viaggio di piacere. Il futuro gli avrebbe riservato seri problemi quando si sarebbe dovuto cimentare con la presa di Catania e di Siracusa, molto più agguerrite e meglio fortificate di quella piccola piazzaforte.
Ma avrebbe dovuto conquistare anche quelle città? Da Parigi il denaro per proseguire quella campagna affluiva sempre meno, inoltre ancora non aveva compreso quanto davvero Colbert e il sovrano credessero in quella spedizione siciliana. Era un diversivo o il vero obiettivo dell'espansione francese? Qualcosa gli diceva che la Francia fosse in Sicilia solo per far un dispetto alla Spagna…
Quel pensiero lo incupì ancor di più. Meglio non compromettersi con azioni guerresche troppo audaci e portare avanti una politica prudente senza prendere in carico rischi eccessivi!
Finalmente dall'asta che sovrastava la torre fu issata la bandiera bianca. Guardò soddisfatto la guarnigione uscire con le mani alzate dalla fortificazione. Si compiacque quando osservò i soldati nemici salire a calci e spintoni sopra le scialuppe.
- Cessez de cannoner! Preparez le débarquement! -
Che maledetto caldo in questa polverosa isola!

L'intera popolazione di Agosta s'era riversata fuori dalle case e s'accalcava lungo la strada mastra che conduceva alla Porta Nuova, l'unica via d‘uscita dalla piazzaforte.
- Presto, presto fuggiamo prima dell'arrivo de li francisi! - era il grido più ricorrente.
Non solo le cannonate terrorizzavano tutta quella gente ma anche la voce, sempre più confermata, sulle abitudini della soldataglia francese che violava le donne e sopprimeva le creature.
Facevano parte di quell’accozzaglia sia i nobili che i borghesi, gli artigiani, i servi e pure i villani che avevano avuto la ventura di recarsi nella piazzaforte in quel giorno disgraziato.
Cesare Rincon d'Astorga reggeva il padre assieme a un vecchio servo fedele. Li seguivano, con delle bisacce colme di masserizie raccolte in fretta e furia, la madre e la cognata accompagnate da due serve della casa. La nobile famiglia aveva deciso di lasciare il palazzetto quando un proietto francese esplose con gran fragore nel cortiglio interno uccidendo due cavalli che erano fuggiti dalle stalle per lo spavento procurato dalle esplosioni.
La folla era così fitta che era impossibile avanzare con celerità, inoltre la ferita del Regio Secreto aveva ripreso a sanguinare copiosamente. Si diressero verso il castello per rifugiarsi dentro le sue mura.
Il drappello stava per attraversare il ponte levatoio quando i due pesanti portali dell'ingresso cominciarono a chiudersi.
- Fermi, che dobbiamo entrare. Siamo i Rincon d'Astorga! -
Nessuno all'interno del castello sembrò dar retta a quel grido. Cesare affidò il padre all'anziano servo e corse dentro la piazzadarmi prima che le pesanti porte fossero del tutto chiuse. Sguainò la spada e la puntò dritta al collo di uno dei soldati che insieme ad altri era in procinto di spingere i pesanti portali.
- Aprite subito, se non volete che sgozzi come un maiale il vostro compagno! - la responsabilità di mettere in salvo la propria famiglia fece nascere in lui un’aggressività che non credeva di possedere.
Il soldato, pallido come un cencio, balbettando provò a dire:
- Don Cesare, non mi uccidete! Ricevemmo l'ordine di chiudere il castello e di non far entrare chicchessia! -
- Chi vi ordinò ciò? -
- Il castellano: don Pedro Gomez de Arce. -
- Chiamatelo! Gli parlerò! -
Subito uno dei soldati, addetto al portone, corse all'interno del castello e scomparve in uno degli ingressi che s'affacciavano sul cortile. Non trascorse molto e ne uscì seguito da don Pedro accompagnato da quattro soldati armati di alabarde. Cesare abbassò la punta della sua lama dalla gola del soldato solo quando il castellano, con la sua gorgiera poco inamidata, s'approssimò a lui.
- Ci faccia entrare. -
- Impossibile! I civili non possono essere introdotti dentro il castello, ostacolerebbero la difesa! Siete in troppi! - il castellano indicò la folla che seguendo la nobile famiglia aveva ritenuto opportuno rifugiarsi anch'essa dentro il castello.
Cesare si voltò sorpreso nel vedere tutto quel seguito.
- Fate entrare almeno mio padre e mia madre. Mio padre è ferito. Lui è il Regio Secreto e barone e... -
- Non dargli troppa importanza, figliuolo, i Rincon d'Astorga entrano dove vogliono. Non pregano! - don Emanuele, pallido e ansimante, appoggiandosi al servo s'era affiancato al figlio. La prostrazione fisica non aveva ancora raffreddato la sua arroganza.
Il castellano s'infiammò e, rosso per la rabbia e per l'umiliazione repressa durante tanti mesi di silenzio e tradimenti coniugali, con voce strozzata gridò:
- Non è vero che ai Rincon d'Astorga è permessa ogni cosa! Arrestateli! – subito le guardie al seguito di don Pedro, minacciandoli con la punta delle alabarde, spinsero il Regio Secreto e suo figlio contro una parete.
Un boato improvviso scosse le spesse mura del castello terrorizzando i presenti. Una violenta pioggia di pietre, calcinacci e pezzi di legno ricadde dal cielo dopo essersi levata dalla santa barbara.
Le polveri erano esplose e non si seppe mai se per opera d’una palla di cannone francese o per mano di traditore[1]. Una nube densa avvolse gli astanti e  molti si gettarono al suolo. Anche i francesi, che erano in procinto di sbarcare nei pressi del caricatoio, furono impressionati dal fragore di quel boato. A quel terribile scoppio seguì un silenzio di morte accompagnato dopo non molto dai lamenti e dalle grida strazianti dei feriti.
Cesare guardò con orrore l'ombra gemente che uscì barcollando dalla fitta nube. Era senza un braccio e aveva parte del viso orrendamente sfigurato.
- Presto, andiamo nelle segrete. Lì saremo più protetti. - gli suggerì il padre.
Il giovane cercò la madre, la cognata, le serve e le esortò a seguirlo.
- Fermo! Dove credi d’andare? - il castellano, coperto di polvere e bianco come se fosse uscito da un molino, l’affrontò puntandogli al petto un’acuminata alabarda.
L'istinto suggerì a Cesare Rincon d‘Astorga come reagire. Con il braccio destro scansò l'arma di don Pedro e con mossa fulminea affondò la sua spada contro il rivale. Lo colpì in pieno petto: la lama gli spaccò il cuore. Il castellano cadde riverso e il giovane gli osservò il viso.
Gli occhi guardavano il cielo e la bocca aperta sembrava in procinto di gridare per la sorpresa.
- Presto, presto! - lo esortò il padre scuotendogli il braccio.
La famiglia del Regio Secreto trovò l'ingresso delle prigioni e seguita da un codazzo di gente terrorizzata vi si rifugiò.
Dentro i prigionieri, tutti inquisiti da padre Alberto, gridavano come ossessi. S'intravvedevano le dita delle loro mani aggrappate alle grate delle celle. Erano per lo più donne.
Qualcuno trovò le chiavi e quelle disgraziate furono liberate, più per metter fine alle grida atterrite che per pietà nei loro confronti.
Fra di esse, scapigliata e sporca, vi era Teresa 'a Saracina.
Cesare l'afferrò per un braccio. Si guardarono, e i loro occhi espressero tutto ciò che in quel momento non potevano esternare. Cesare sentì il cuore battergli forte, mentre il terrore che in quelle giornate aveva pervaso l’animo di Teresa si trasformò in gioia esterrefatta e l'emozione fu così forte che le parve di perdere le forze. Qualche lacrima le colò dagli occhi solcandole le guance sporche. Con il dorso della mano se le asciugò subito, temendo che qualcuno le notasse. In verità, in quel frangente ognuno era occupato a pensare a se stesso e poco si curava degli altri.
- Devo scappare da qui! Questa è una buona occasione! Mi vogliono torturare come se fossi una maiara. -
- È pericoloso per via delle le cannonate de li francisi! Ti accompagno fuori dal castello. -
Insieme percorsero lo stretto corridoio che menava alle segrete e uscirono nella piazzadarmi, quindi corsero fin sopra il ponte levatoio.
- Li francisi! Sono sbarcati e stanno venendo al castello! Hanno già occupato Porta Nuova. Non si può scappare da Agosta! - una voce gridò dagli spalti - Il ponte, levate il ponte! -
Cesare s'arrestò.
- I miei genitori! Non posso lasciarli qui da soli! Mio padre è ferito. Vai, scappa tu! Non andare verso marina di ponente, là ci sono li francisi! Vai a marina di levante. Se fai presto, li puoi evitare! -
Teresa esitò.
- Saprò come trovarti. Scappa, scappa, che quelli sono peggio dei demoni! Vai sotto al Carmine, trova qualsiasi cosa che galleggi e raggiungi la terra ferma dove ci sono le saline. Là ancora li francisi non ci sono arrivati! -
La giovane donna corse via e si voltò solo poco prima di addentrarsi nell'abitato.
Cesare sentì i legni del ponte cigolare. Lo stavano sollevando. S'affrettò a rientrare dentro il castello. Don Pedro, con la camicia tutta intrisa di sangue, giaceva ancora nello stesso luogo in cui era stato ucciso. Il suo volto non aveva perso l'espressione di stupore.
Il giovane salì sugli spalti. 
Agosta era stranamente silenziosa e dalle case della cittadella ormai spopolata salivano colonne di fumo che una leggera brezza cercava di disperdere in quel cielo di agosto tinto d’un azzurro sbiadito. Anche le navi dei francesi, che numerose popolavano la rada, sembravano immobili come se qualcosa di sovrannaturale se ne fosse impossessato.
Provò a respirare profondamente e dentro i polmoni l'aria gli bruciò. Quei giorni erano stati crudeli. Aveva vissuto emozioni che l'avevano strappato dal suo mondo di sogni. Ciò che provava era un incolmabile senso di vuoto poiché tutti quegli avvenimenti avevano avuto il potere d'inaridirgli l'animo, privandolo di ogni fonte di entusiasmo.
Ritrovare Teresa era stato l'unico attimo della giornata che aveva risvegliato in lui un'emozione gioiosa. Ma quell'incontro era stato troppo fugace per permettergli di goderne. Il suo desiderio più grande in quel momento era di vedere la donna in salvo. Allora avrebbe ripreso a sognare.
- Li francisi, eccoli! - gridò un soldato accanto a lui, indicando un punto fra le case sulla destra del castello.
Cesare invece guardò in direzione della marina di levante. Dopo un po’ riuscì a individuare una capigliatura lunga e corvina avanzare fra gli arbusti secchi che, in gran quantità, ricoprivano il terreno sottostante il convento del Carmine. La vide giungere presso la riva. Era senza dubbio la figura magra e snella di Teresa.
La giovane si guardò attorno e trovò, abbandonata sulla sabbia, una grossa asse di legno. Con fatica la trascinò sulla rena della spiaggia e riuscì a trasportarla in acqua. Tutte le imbarcazioni che erano ormeggiate di solito in quel tratto di costa erano già state utilizzate da altri fuggitivi. L'asse comunque galleggiava sufficientemente bene, tanto da sostenere il peso d’un corpo. La giovane, aggrappandosi a essa, cominciò a nuotare allontanandosi dalla riva.
Cesare provò un'immensa felicità, tanto da sentirsi commosso.
Alzò il viso al cielo e ringraziò Iddio. Solo allora si ricordò che in quel giorno aveva ucciso due uomini. Pensò che non era stato poi così difficile.






[1] Lo Spirito mi ha riferito, in verità, che si trattò d’un attentato in quanto Michele il cagnotto (alias Nunzio Trovato) prezzolò l’artificere che aveva sostituito Antonio Prixia da lui ucciso nel capito VII (l’avevate certamente capito!). Le fonti storiche non forniscono un’attribuzione certa e io, che dispongo di fonti privilegiate, non ho voluto prendere posizione in merito nel testo del romanzo.

martedì 29 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXVII



XXVII – … et Spiritus Sancti


Il clima d’agosto era tornato e con esso il caldo torrido. Neanche le brezze marine aiutavano a sopportare la canicola. Dentro Agosta i cristiani e le bestie boccheggiavano. Dai primi albori del giorno una coltre di vapori nebbiosi copriva tutta la contrada e sbiadiva il color ocra degli edifici della piazzaforte. L'ora dell'Angelo era ormai prossima e la foschia ancora non si era diradata.
Quando Cesare scese dalla sella il cavallo gliene fu grato e con indolenza cercò rifugio sotto un vecchio ulivo che, isolato, campeggiava nelle radure bruciate dal sole sbiadito.
Due giorni prima s'era celebrata la festa dell'Assunzione della Vergine Maria, il giorno più caldo dell'anno. In occasione di quella ricorrenza le donne, al tocco dell'Angelo, avevano versato fuori dai loro usci cati d'acqua allo scopo di rinfrescare le anime del purgatorio.
Cesare ricordò che, quando era bambino, quel rito gli procurava sempre una certa eccitazione. Piagnucolava finché sua madre non gli consentiva di lanciare dalla finestra del suo palazzetto un cato d'acqua… una volta con suo gran diletto bagnò persino un passante.
Sotto di lui si stendeva capo Santa Croce che s'incuneava in mezzo a un mare placido e immobile: pareva la superficie di uno specchio. In lontananza l'orizzonte era nascosto dalla foschia lattiginosa che la calura aveva liberato dalle acque marine.
Il giovane, osservando gli scogli frastagliati e neri, come carbonizzati dai raggi del sole, si rammentò dei suoi incontri con Teresa. Quegli anfratti erano stati il loro rifugio.
Si commiserò poiché pensò che quello fosse il periodo più disgraziato della sua giovane esistenza. Provava un profondo scoramento ed in esso aveva perso il suo innato ottimismo. L'amato zio gli era stato sottratto da una mano assassina mentre la donna, di cui da poco s'era innamorato, era stata infangata da una calunnia che l'aveva condotta nelle segrete del castello.
- Non è solo una calunnia. - gli aveva detto padre Alberto quando nascostamente era andato a reclamarne la libertà. -
- Dentro un sacchetto, che portava legato al petto, è stato trovato un dito. C'è chi dice che sia quello che fu sottratto al cadavere di fra Angelo! -
- Ma quella è una reliquia d’un sant’uomo! Come può un’indemoniata portare seco qualcosa che dimostra la sua affezione a fra Angelo? -
- Chi lo può sapere per quale scopo tenesse con sé quella reliquia? Le maiare riescono con le loro pratiche a trasformare ciò che è santo in indemoniato! Ma perché ti curi tanto di quella donna? Ti fece forse una fattura? -
- No, no. - disse Cesare che s'era già pentito d'aver chiesto un colloquio a quell'uomo dalla faccia avvizzita. – Sono molto amico del marito. Lo stimo moltissimo, anche se negli ultimi tempi ha frequentato compagnie poco sane. Lo vedo soffrire in modo indicibile poiché è molto innamorato della sua giovane moglie. Teme che le torture possano ucciderla o renderla storpia per tutta la vita. -
- Vai tranquillo e di pure a Diego 'u carritteri che sua moglie non sarà torturata poiché è in attesa di una creatura. La legge di Dio non permette che una donna gravida possa subire il supplizio. Rimarrà dentro le segrete fino a che il parto non avrà luogo. -
Un figlio, un figlio! Era sicuro: era stato concepito col suo seme! Forse proprio lì, fra quegli scogli! Teresa sarebbe stata madre. Doveva farla scappare dal castello e poi insieme sarebbero fuggiti lontano! Se suo zio fosse stato ancora vivo lo avrebbe certamente aiutato nell'impresa. Adesso però non aveva nessuno su cui contare… Neanche suo fratello, che certo non avrebbe compreso né tanto meno giustificato la sua affezione per una popolana!
All'improvviso una leggera brezza si levò procurando sollievo agli uomini ed alle bestie. Cesare la sentì asciugargli il sudore sulla schiena e lo distrasse dai suoi pensieri.
In lontananza, sulla sua sinistra, il giovane scorse lo scintillio d’un morione. Apparteneva a un piccolo soldato che insieme ad altri suoi commilitoni era stato lasciato di guardia allo strapiombo da cui s’era buttata la vecchia maiara. Nessuno poteva recuperarla o avvicinarsi al cadavere della poveretta.
Tutta quella storia sulla stregoneria aveva sconvolto la tranquilla vita della contrada, tanto da rendere secondarie altre vicende come la guerra con i francesi e l'assassinio di 'Gnazio. Da più di un anno e mezzo non si parlava di stregoneria ad Agosta. Che cosa aveva spinto padre Alberto a intentare un nuovo processo? Iana l'orbicella il suo mestiere di mammana e di maiara l'esercitava da svariati anni. Si diceva che anche alcune sorelle del monastero di Santa Caterina ne richiedessero i servigi! Tutti nella piazzaforte conoscevano le sue attività e da sempre erano state considerate innocue e quindi tollerate.
Adesso che la vecchia era morta perché continuare a sollevare clamore infierendo sulla povera gente?
Aveva sentito suo padre confidare a Cesco, prima che partisse per Leonforte, che secondo lui tutto quel trambusto serviva a celare qualche altra vicenda. Ma quale? Cesare non riuscì a intendere di più.
La brezza frattanto cominciò a diradare i vapori prodotti dal mare. L'aria si fece più nitida e il giovane riuscì a distinguere delle ombre delinearsi in quella foschia. Erano lontane dalla costa. Si materializzarono come se fossero il prodigio d’un mago. Guardò alla sua sinistra e notò che anche il soldato guardava attento in quella direzione.
Si trattava certamente di grosse imbarcazioni provenienti dal nord, ma non fu possibile discernere di più finché con le loro prue non perforarono la coltre nebbiosa.
Dei vascelli. Certo, erano proprio dei vascelli. Delle navi da guerra!
Non ne aveva mai viste così in gran numero.
Distinse una galera, poi una grossa e antiquata caracca, quindi una galeazza e in rapida successione tante altre. Le grosse imbarcazioni avanzavano lente. I remi di alcune, che con cadenza regolare accarezzavano la superficie del mare, sembravano le zampe di un grosso millepiedi galleggiante. Cesare ne contò alcune decine. Quando la foschia si diradò del tutto, mostrò quella che ormai si poteva definire una grande flotta.
Il giovane ristette muto per la sorpresa e per lo spettacolo.
Non aveva mai visto niente di simile e forse neanche il soldato, lasciato a fare la guardia allo strapiombo. No, non era un miraggio! Anche l'uomo d'arme sembrava rapito da ciò che gli mostravano i suoi occhi.
Cesare riprese a osservare con spirito più critico quelle imbarcazioni. Le navi scivolavano tranquille sul mare piatto.
Suo zio Peppe quand’era ragazzo s'era preso cura d’insegnargli a riconoscere gli stendardi di tutte le marine da lui conosciute.
Quelle erano bandiere...
- Francisi, sono francisi! Vengono per mettere a ferro e fuoco Agosta! - gridò il giovane.
- Allarmi, allarmi! - gli fece eco il soldato, che prese ad agitarsi come se fosse stato morso da una tarantola. L’allerta lanciata in quella landa desolata ben lontano da Agosta, non serviva a niente. Bisognava portare l’allarme alla piazzaforte!
Cesare cercò il suo cavallo, gli montò in groppa e, senza riguardo, gli piantò gli speroni nei fianchi.

Con gli stivali rossi poggiati sul davanzale della finestra il cagnotto Michele, mentre se ne stava seduto su una sedia in bilico sulle gambe posteriori, osservava il cielo sbiadito dai vapori estivi. Quasi cadde all'indietro quando si sentì domandare:
- Don Emanuele è qui? -
Si voltò e vide don Francesco Amodei. Quell'uomo non gli piaceva.
- È dentro la stanza della Regia Secrezia con padre Alberto.-
- Annunciami ugualmente. Devo parlargli! -
Mentre il servo informava don Emanuele della visita, il capitano di giustizia ristette pensieroso a guardare oltre il davanzale della finestra.
Non trascorse molto tempo e Michele lo introdusse nella stanza.
Don Francesco Amodei osservò padre Alberto.
In quel giorno di caldo afoso la faccia del domenicano sembrava ancora più incartapecorita e contrastava con il volto rubicondo e rotondo di don Emanuele Rincon d'Astorga che, anche se lustro per il sudore, sembrava simile a una mela rubizza. Michele, al contrario, aveva il solito viso inespressivo e rude da mercenario.
- La canicola di agosto… È quasi difficile respirare! Mi sento mancare l'aria, ho l'impressione di soffocare! - disse il capitano di giustizia.
- Sì. Sembra di morire in certi momenti! Quel che ci vuole è acqua e cedro: Michele, portacene una caraffa! - lo sgherro s'affrettò a uscire dalla stanza.
- Lascia la porta aperta così si muove un po’ l'aria! - gli ordinò il suo padrone.
- È tornato vostro figlio Cesco da Liunforti? -
- No, è partito solo da quattro giorni. Penso che tornerà non prima di dopodomani. È certo che vendicherò l'assassinio di mio fratello! -
- Conoscete già l'autore del delitto? -
- Ho qualche sospetto. Lo verificherò appena mio figlio Cesco sarà rientrato con la salma. Padre Alberto, mi raccomando a voi. Voglio per mio fratello una funzione funebre degna d'un Rincon d'Astorga! -
Il domenicano assentì con la testa.
- Chi uccise vostro fratello fu anche l'autore dell'assassinio di 'Gnazio. Sono due omicidi compiuti per offendere la corona spagnola! -
Padre Alberto rise beffardo:
- Il pecoraro fu ucciso da Iana l'orbicella per offrire la sua anima a Lucifero. -
Per tutta risposta don Francesco alzò le spalle e scrollò la testa con aria sconsolata.
- Come potete asserirlo? - chiese il Regio Secreto.
- 'Gnazio fu assassinato perché conosceva i nomi dei traditori o qualcosa che certamente mi avrebbe portato a loro. Inoltre, voi mi accennaste che vostro fratello era latore di una missiva al cancelliere del viceré in cui erano riportati i suoi sospetti su coloro che tramano contro la corona. Chi uccise don Giuseppe non volle che quella lettera giungesse a Palermo. -
- Anch'io ho sospettato ciò. -
- Se avete avuto la mia stessa intuizione perché non mi confidaste i vostri sospetti? -
- Perché non ho fiducia in nessuno. -
Il cagnotto Michele entrò nella stanza recando con sé un vassoio su cui erano poggiati tre bicchieri e una caraffa di terracotta imperlata di fresche goccioline.
- Ha provato a riflettere? Se non mi rivelate i vostri sospetti mettete in grave rischio la vostra vita. Chi ha ucciso due volte può farlo ancora. -
- Io sono un uomo prudente. Ho preso le mie precauzioni. Sono sempre contornato da gente e quando sono solo mi guarda le spalle il mio fido Michele. -
Lo sgherro osservò il suo padrone come un cane fedele e, con aria compiaciuta, versò la fresca bevanda nei bicchieri di terracotta smaltati con colori vivaci.
- Mio caro don Emanuele, voi vi fidate della persona sbagliata! - disse il capitano di giustizia osservando la spada di Michele.
- Di chi dovrei fidarmi? Di voi? … che avete fatto scappare un galantuomo come don Marcel de Boisset e infangato il nome dei Bellomo? -
Nessuno reagì a quella frase.
- È lui l'assassino… adesso ne sono certo! -
- Ma di chi parlate? -
- Del vostro sgherro. -
Trascorso qualche secondo padre Alberto disse:
- In nome di Dio! Lo volete capire? L'assassina è già stata scoperta! Don Francesco non avventuratevi in un'altra accusa sconclusionata! -
- Padre Alberto, per carità, lasciate in pace nostro Signore che ne fate un pessimo uso! -
- Irriverente blasfemo! - il domenicano sembrava non poter più contenere la sua indignazione, ma don Francesco non se ne curò.
- Michele è mancino? - disse il capitano di giustizia.
Don Emanuele assentì.
- Perché domandate ciò? -
- Chi uccise lo è. Vorrei controllare il cadavere di suo fratello per averne conferma. Non sarà facile poiché sarà già decomposto. Volevo attendere quell'esame prima di lanciare le mie accuse ma parlandovi mi sono reso conto che non potevo tergiversare oltre poiché voi mettete in pericolo la vostra vita.-
Michele rise beffardo.
- Conosco almeno una decina di persone in Agosta che agiscono di mano manca. Anche il governatore e lo stesso Cesare lo sono. Perché proprio io? -
Don Francesco restò sordo all'obiezione del cagnotto e di nuovo si rivolse a don Emanuele:
- Da quanto è al vostro servizio? -
- Da poco più di un anno. -
- Da dove vi risulta che provenga? -
- Da Acitrezza. Quando mi si presentò, aveva con sé una lettera di raccomandazione del barone Natale. Michele, mostrala a don Francesco. -
- No, non c'è alcun bisogno. Sono sicuro che è falsa. -
- Come potete asserirlo? -
- Me l’ha detto l'ispettore venuto ad Agosta qualche giorno addietro recando con sé la notizia della morte di vostro fratello. Vide il vostro servo alla sbarra degli imputati durante il processo che fu intentato dal principe di Lignì quasi un anno e mezzo addietro, al tempo della rivolta di Messina. Il suo vero nome è Nunzio Trovato e risulta essere membro della setta della Madonna della Lettera. -
- È vero tutto ciò? - chiese severo don Emanuele.
- Sì, è vero. Fuggii dalle prigioni. Sbagliai e ne sono pentito. Fui coinvolto in quella disgraziata faccenda per affezione al mio precedente padrone che, essendo membro della congrega della Madonna della Lettera, mi volle seco in quella dannata avventura. Ho dovuto crearmi una nuova identità! Chi mi avrebbe preso al proprio servizio? Io sono un servo fedele, lo sono sempre stato! La mia vera dannazione è di avere avuto un padrone che non era un galantuomo come voi, don Emanuele. - la voce dello sgherro era piagnucolosa.
- Anche se mi ha mentito, ciò non vuol dire che egli sia un assassino. - disse don Emanuele con voce incolore.
- Vi sono altre prove. Non ho bisogno di torturare, io, per scoprire i colpevoli dei misfatti! - il capitano di giustizia guardò il domenicano che, immerso nella sua ira, era sordo a qualsiasi provocazione - Chi uccise indossava i guanti neri. V'è un testimone che assistette all'uccisione di 'Gnazio, e asserisce che l'assassino avesse le mani scure. Questo indizio da principio mi fuorviò poiché avevo rivolto i miei sospetti addirittura su don Giuseppe, ma in quei giorni il poveretto era già partito per il suo ultimo viaggio. Non faccio il nome del testimone per proteggerlo. Ho visto già alcune volte Michele, o dovrei meglio dire Nunzio, calzare lunghi guanti neri e aderenti. -
- Don Francesco, con tutto il rispetto di un povero servo, quante altre persone hanno i guanti neri ad Agosta? I vostri sono solo indizi. – si difese il cagnotto.
- Forse per ciò che riguarda i guanti voi avete ragione. Avrei dovuto farlo subito ma mi lasciai fuorviare dal primo indizio. Al mio informatore non chiesi niente sul resto dell’abbigliamento. Solo adesso prima di recarmi a conferire con voi passai a trovarlo e gli chiesi di che colore erano gli stivali: rossi! -
- Don Emanuele, ma voi permettete che si facciano simili illazioni contro un vostro protetto e proprio a casa vostra? Come poté Michele uccidere 'Gnazio e al contempo vostro fratello Giuseppe che si trovava a Leonforte? - esclamò padre Alberto, furioso e vendicativo verso il capitano di giustizia.
Qualche istante trascorse nel più assoluto silenzio.
- In quei giorni Michele mi chiese licenza per andare a trovare suo padre morente. Fu lontano da Agosta per una settimana. - il viso del Regio Secreto era pallido e i suoi occhi fissavano il nel vuoto.
- Ebbe tutto il tempo per raggiungere don Giuseppe Ricon d’Astorga e compiere l'atto omicida. Lo incontrai il giorno del mio attentato. Come spronava quel povero cavallo! – incalzò don Francesco.
- Sono tutte falsità. Voi gli credete don Emanuele? - Nunzio Trovato guardò supplicante il suo padrone, che non proferì parola.
- V'è qualcos'altro di cui ancora non vi ho parlato. -
- Don Francesco, quale altra invenzione ci proponete? – disse sarcastico padre Alberto.
- Nessuna invenzione. Ho qualcosa di ben reale da mostrarvi. - il capitano di giustizia alzò il pugno chiuso - Questo era ben stretto nella mano di 'Gnazio quando ne esaminai il cadavere all'ospedale. -
Aprì la mano e lasciò cadere un fiocchetto rosso.
- Ho sempre ammirato gli stivali di cuoio rosso calzati dal vostro bravo. Parlando col mio informatore mi concentrai stupidamente sul particolare delle mani nere senza chiedergli dettagli sul colore dei stivali. Inoltre dei nastri li ornano a lato, particolare d’estrema importanza… Me ne sono accorto poc'anzi quando sono entrato nell'anticamera della Regia Secrezia. Se avete la compiacenza di ben osservare, vedrete che ne manca uno sullo stivale destro. Lo teneva ben stretto in pugno 'Gnazio che, cadendo e ormai morente, dovette strapparlo al suo assassino. Da quando lo trovai nel pugno del cadavere l'ho sempre portato in tasca con me. -
Nessuno parlò e tutti guardarono il nastro rosso accusatore. Sembrava che da un momento all'altro dovesse prendere vita.
L'incanto finì quando si udì l'inconfondibile suono di una spada sguainata. Sul viso di Nunzio Trovato era impresso il ghigno di chi è pronto a tutto.
- Che nessuno si muova o v'infilzo come tordi! -
Con la mano manca impugnava la spada, con la destra uno stiletto acuminato.
- Non riuscirai a uccidere tutti e tre con una sola stoccata! -
- E chi vi vuole uccidere! Mi basta immobilizzarvi e rendervi innocui per un po’ di tempo. Ormai ciò che dovevo fare l'ho fatto: si tratta d'attendere solo qualche ora o forse meno. Siete riuscito a scoprirmi, ma troppo tardi! -
- Attendere che cosa? - domandò padre Alberto, la cui paura rendeva ancora più mortale l’abituale pallore.
- L'arrivo de li francisi! Nunzio Trovato è una loro spia. – rispose con voce calma don Francesco.
- Bravo, bravo, caro don Francesco. Ma averlo capito adesso non ti serve a niente, perché ho portato a compimento la mia missione! -
- Quale? Quella d'uccidere i cristiani? -
- Certo, poiché potevano far fallire il complotto! —
- Complotto? Allora l'uffiziale de Boisset aveva ragione! Chi sono i congiurati? Li comprasti? - il volto di don Emanuele era paonazzo per l‘ira.
- Certo. E furono anche avidi! Mi sono sempre chiesto con quante onze avrei potuto comprarvi! Ma per fortuna di voi non ebbi bisogno. Avrei dovuto offrirvi tutto l’oro della chiesa madre di Messina! -
- Vastaso, carogna, traditore! - urlò il Regio Secreto buttandosi sul suo spadone appoggiato contro la parete.
Senza dire nulla e con gelida freddezza Nunzio Trovato allungò una stoccata e trafisse don Emanuele appena sotto la spalla. Il suo ex padrone s'accasciò con un gemito rovinando sul tavolino su cui era ancora poggiata la caraffa colma di acqua e cedro. Don Francesco tentò di soccorrerlo.
- Fermo! Altrimenti vi sbudello! ... Allontanatevi da quello spadone! -
Dalla ferita del Regio Secreto sgorgava copioso sangue.
- No, non morirà, non è mortale! Se avessi voluto avrei potuto trafiggergli il cuore! -
Si udì del trambusto provenire dalla camera antistante la Regia Secrezia. Nunzio s'appiattì contro la parete continuando a tenere la spada puntata al petto di don Francesco. Gli fece cenno di tacere. Di padre Alberto si curava poco. Il domenicano pareva impietrito dal terrore e i suoi occhi spalancati all'inverosimile fissavano don Emanuele che, steso a terra, si lamentava sommessamente.
- Padre, padre! Li francisi sono in arrivo! Ho visto i loro legni far rotta verso Agosta! - disse Cesare Rincon d'Astorga entrando come una furia dentro la stanza. Vedendo don Emanuele lordo di sangue e giacente sul pavimento s'arrestò sorpreso non s'avvedendosi di Nunzio Trovato che stava per offenderlo con lo stiletto.
Don Francesco approfittò di quel frangente per scagliarsi sul cospiratore messinese e gl'impedì di ferire il cadetto. Iniziò quindi a lottare con l'energumeno.
- Padre, ma cosa vi successe? - chiese il giovane con voce spaventata.
- È lui l'assassino! Ha appena ferito tuo padre! - gridò don Francesco.
A stento riuscì a contrastare la forza di Nunzio Trovato che, con gli occhi iniettati di sangue, tentava di trafiggerlo alla gola.
Cesare si rese finalmente conto dell'accadimento. Si riscosse e con le a due mani impugnò il pesante spadone del padre.
Menò un fendente contro quella furia omicida. Nunzio Trovato fu quasi decapitato e il suo sangue schizzò dappertutto insozzando il capitano di giustizia. Stramazzò quindi sul pavimento e i tremiti gli scossero il corpo finché la morte non se le portò via.
La vita, nel mentre, sembrò tornare nelle membra di padre Alberto. S'accostò alla finestra e cominciò a gridare.
- Soccorreteci, aiuto! Per l'amor di Dio, aiutateci! -
Don Francesco si levò ansimando e guardò il corpo inerte dell'assassino.
- Non doveva morire. Poteva ancora confessare chi erano gli altri traditori! –
Nonostante la tensione che ancora pervadeva quella stanza, a Cesare sembrò che il volto di padre Alberto tradisse una sensazione di sollievo... Proprio in quel momento si sentirono tuonare i cannoni di torre Avalo.[1]





[1] Lo Spirito, quando seppe che gli avvenimenti avrebbero seguito presto il loro corso, comprese che niente li avrebbe potuti modificare. Il destino della città doveva compiersi. Cercò quindi un luogo dominante, privilegiato per assistere a ciò che da lì a poco sarebbe avvenuto. Chiese allo Spirito di Capo Grotta Longa se potesse ospitarlo. Volle mettersi da parte poiché non gli era permesso disturbare. Accarezzandosi la barba osservò gli uomini e le bestie fare la loro storia.  Gli Spiriti non intervengono mai, lasciano fare.

lunedì 28 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXVI



XXVI - … et Filii …


La luce del sole, ormai allo zenit, era abbacinante. Il vento di ponente aveva sgombrato il cielo dalle nuvolaglie e dalle leggere foschie estive. Per le vie d’Agosta bianchi turbini di polvere, come silenziosi fantasmi, s’inseguivano frusciando.
Era il dieci di agosto, tre giorni dopo l'anniversario della morte di San Domenico, e sembrava che si fosse già a settembre inoltrato.
- Che tempo pazzo! - pensò il Regio Secreto, guardando il mare increspato da piccole ondine provocate dal vento.
- Micheleee! -
Dalle finestre della Casa del Popolo era possibile osservare il caricatoio. Una feluga amalfitana stava imbarcando sale e gli uomini di fatica, curvi sotto il peso, attraversando una malferma passerella, trasportavano sulle spalle delle capienti gerle.
Lo sgherro di Emanuele Rincon D'Astorga apparve dietro le sue spalle silenzioso come un felino. Il Regio Secreto percepì un certo odorino.
- Me l’hai fatta arrostire la sasizza di Filadelfo Malacuia? –
- Certo, Vostra Eccillenza. – rispose il cagnotto ponendo sotto il naso del suo padrone un piatto colmo di caddozzi di sasizza.
- Ce l’hai detto che ci volevo un po’ più di finocchietto? –
- Certo, Vostra Eccillenza. –
Don Emanuele prese un caddozzo e lo addentò socchiudendo gli occhi. L’espressione del suo viso mostrò un sommo piacere.
- Minciula, ‘sta sasizza buona veramente è! ... ‘sto carnizzeri sa fare il suo travaglio! –
Michele sorrise.
- Allora lo proponete per la nomina di console? –
- Che sei diventato pazzo?! - esclamò il Regio Secreto prendendo un altro pezzo di sasizza. A bocca piena, masticando, aggiunse – Se lo facciamo console si monta la testa e quando ci da ancora le sasizze? ... bisogna tenerlo sulla corda per mesi, per anni ... fargli sentire che è vicino alla meta e, quando pensa d’averla raggiunta, gliela s’allontana di nuovo. Ah Michele, quante cose devi ancora imparare! ... vieni, prenditi pure tu un caddozzo. –
- Certo, Vostra Eccillenza, ma prima vi volevo dare questa lettera appena arrivata. Il latore è il Regio Secreto di Liunforti. –
- Liunforti? ... mica lo conosco il Regio Secreto di Liunforti! Aprimela tu, Michele, che io mi mangio un altro caddozzo. –
Il cagnotto ruppe i rossi sigilli e scorse il contenuto della missiva.
- Vostra Eccillenza, forse è meglio che la leggiate voi medesimo. – Michele porse il foglio al suo padrone, che lo prese solo dopo essersi ciucciato le dita.
- Minciula! ... Signore Santissimo! –
Scostò il piatto e guardò con disgusto le sasizze.
- Cerca i miei figli e falli venire da me. Devo parlare con loro.-
Occorse più di un'ora prima che i due giovani giungessero al cospetto del padre.
- Lo zu Peppe è morto. È stato ritrovato ucciso in un fondaco nei pressi di Liunforti. La gola gli tagliarono nottetempo mentre si riposava del viaggio. -
Cesare guardò il padre senza proferire parola, come fosse un essere proveniente da un altro mondo. Suo fratello Cesco chiese, con il volto stravolto per la rabbia:
- Chi fu, padre? -
- Un malacristiano che lo derubò di tutti i suoi averi. -
- Quando successe? -
- Neanche una settimana dopo la sua partenza da Agosta. Sono trascorsi quasi due mesi. Ricevetti la trista novella stamattina quando don Francesco Amodei venne a trovarmi con un uffiziale del viceregno in ispezione in queste terre. Gli era stato riferito della morte di un negro a Liunforti che nessuno conosceva. Il locale capitano di giustizia riportò su un foglio la scarificazione con lo stemma di famiglia che zu Peppe s’era fatto sul petto all’altezza del cuore. L'ispettore se lo fece consegnare poiché sapeva che il Regio Secreto di Agosta aveva un fratello negro. Eccolo! - don Emanuele gettò sul tavolo uno spiegazzato foglio con sopra un disegno che riproduceva lo stemma di famiglia.
Cesare provò un tonfo dentro di sé, come se il cuore gli fosse caduto in un pozzo profondo. Le gambe gli mancarono ed ebbe bisogno di cercare una sedia. Fu grato allo sgherro Michele che premurosamente gliene porse una.
- Com'è possibile che non si sappia chi l'abbia ucciso? Nessuno ha sospetti? Che cosa dice il capitano di giustizia di Liunforti? - Cesco era più adirato per l'affronto ricevuto che dispiaciuto per la morte dello zio.
- Niente, poiché non sa niente. Se v'è stato un testimone al delitto non lo sapremo mai perché la gente di quei luoghi ama occuparsi solo delle proprie faccende. L'unica cosa che c'è nota è che nel giorno del suo arrivo nel fondaco vostro zio fu raggiunto da una persona a lui conosciuta.-
- E quest'ultimo deve essere l'assassino. Zu Peppe era sopravvissuto alla schiavitù e alle galere, come poté farsi sorprendere come uno sprovveduto ? -
- Con la vecchiaia si perde l'attenzione che si ha da giovani e si diventa più fatalisti. - disse don Emanuele, sentendosi all'improvviso anch'egli anziano.
- Padre, perché lo mandaste a Palermo? Per un vecchio è rischioso fare un viaggio del genere! - Cesare aveva le lacrime agli occhi mentre parlava e la sua voce sembrava quella di un ragazzetto.
- Tuo zio era ancora di costituzione forte e robusta. Non gareggiava con te quando andavate a remare? Non avevo nessuno di fiducia a cui affidare l'incarico che gli diedi. Con i tempi che corrono le voci in circolazione sono innumerevoli e ogni gentiluomo arriva a sospettare gli altri di tradimento e di favoreggiare le armi francesi. Il mio fratellastro aveva l'incarico di consegnare una mia missiva al cancelliere del viceré. In essa riaffermavo la mia fedeltà alla corona spagnola e segnalavo i miei sospetti. -
- Quali sospetti, padre? -
- Se ad Agosta ci sono dei traditori, non sono da ricercarsi fra la gente del luogo che sempre sarà fedelissima alla Spagna, ma fra gli stessi spagnoli. -
- Gli spagnoli! E chi sono? - chiesero Cesco e lo sgherro Michele quasi all’unisono. Cesare non ascoltava più il padre e guardava fisso il vuoto.
- Di sicuro il comandante della Torre Avalo. Non ho la medesima certezza per quanto riguarda il governatore don Vincente e il castellano don Pedro. -
- Come potete saperlo? - chiese il primogenito con curiosità.
- Me lo disse il capitano Marcel de Boisset che di cose secrete ne conosce assai! -
- E al capitano di giustizia non riferiste niente? – domandò Michele con fare ossequioso.
- A chi? A quel babbaleo che già con quegli arresti di danni ne combinò tanti! Che se li scopra lui da solo i traditori! Il suo travaglio è quello dello sbirro! Che lo faccia come si conviene! Io m’occupo della mia famiglia! -
- Padre, avreste dovuto dare a noi figli quell'incarico, non a nostro zio! - si lagnò Cesare.
- Era troppo pericoloso e inoltre era necessaria la vostra presenza qui ad Agosta. Cesco doveva seguire gli affari di famiglia e tu dovevi partire con il capitano de Boisset per aggregarti all'ordine gerosolimitano. - quel ricordo fece sfuggire un'imprecazione dalle labbra del Regio Secreto all'indirizzo di don Francesco Amodei - Quella bestia oltre ad avermi fatto perdere lucrosi traffici mi fece svanire la possibilità di collocare il mio cadetto nell'ordine equestre! –
- Perché non s’imbarcò su una feluga per Palermo? –
- Perché credevo che arrivarci via terra fosse più sicuro. Con tutti questi naviri nemici e i pirati algerini pagati dal re di Francia? ... Maledizione! -
- La lettera, barone Astorga, è stata trovata? - chiese Michele.
- No, niente... di tutto fu depredato. Se non fosse stato per l’incisione che s’era fatto in onore di nostro padre che l’aveva adottato non avremmo mai avuto notizia del suo assassinio! Poveretto, mi ricordo quando si fece scarificare... Quanto soffrì! Era una maniera per mostrare la sua riconoscenza a vostro nonno. -
- Che ragione aveva un brigante per rubare una lettera? Chi ha ucciso il vostro fratellastro desiderava che la vostra missiva non giungesse a Palermo. -
- Sì, forse sì. Forse... adesso, però, bisogna recuperare il corpo di mio fratello. Cesco andrai a Liunforti con mastro Lamundezza, gli farai costruire una cassa com'è dovuto a un Rincon d'Astorga e insieme tornerete con tuo zio. Faremo una grande cerimonia nella chiesa madre e lo seppelliremo accanto a tuo nonno Diego. Poi penseremo a come vendicarci! -
- Padre, date a me questa incombenza, voglio rendere l'ultimo servigio a zu Peppe. - chiese Cesare prostrato per il dolore.
- Non è possibile, questa è opera di primogenito! -
Il Regio Secreto mosse la sua mole e raccolse il pesante spadone appoggiato contro la parete.
- Andiamo a casa ad annunciare la triste novella alle donne. Ci chiuderemo in lutto. Vostro zio era un negro dal carattere un po’ particolare ma vostro nonno l'aveva reso un Rincon d'Astorga, che diamine! - e precedendo tutti uscì dalla stanza con passo da condottiero.
Il quartetto lasciò la casa del Popolo e si diresse verso il quartiere del convento di Santa Caterina, dove faceva bella mostra di sé il palazzetto a due piani dei Rincon d'Astorga.
Don Francesco Amodei, che in compagnia dell'uffiziale mandato in ispezione passeggiava per le strade della piazzaforte, li vide attraversare una strada mentre parlavano concitatamente. L'ispettore era un suo buon conoscente e proveniva da una nobile famiglia di Randazzo.
- Ma io quello lo conosco, il suo volto mi è familiare… Ma non ricordo dove lo vidi. - disse l'ispettore indicando uno dei membri del quartetto.

Nel meriggio di quello stesso giorno ventoso un lento corteo risaliva il poggio chiamato, con una certa enfasi, monte Sant'Elena. La processione si snodava lungo i fianchi del basso promontorio seguendo una sassosa trazzera che i villani del podere del barone Martelli, coltivato ad ulivi ed a mandorli, erano soliti utlizzare. Quel tratturo serviva anche da collegamento via terra fra la tonnara di capo Santa Croce e la piazzaforte di Agosta.
Un carro era in testa a quella gente e su di esso, in piedi, dondolavano come passeggeri su una nave in tempesta padre Alberto, la vecchia maiara Iana l'orbicella e i due compari incappucciati. Li seguivano un nutrito drappello d'armati, di gente di paese e di villani sfaccendati.
Il vento, che per tutta la giornata aveva continuato a soffiare da ponente, con una folata strappò quasi il nero cappuccio ai due aguzzini. La vecchia aveva l'aria attonita e si guardava attorno smarrita come se non fosse in grado di riconoscere quei luoghi. Il suo unico occhio vedente faceva trasparire la follia che il terrore delle torture gli aveva instillato.
Padre Alberto leggeva un breviario e le sue sottili labbra mormoravano parole incomprensibili. Gli armati avanzavano svogliati e fra essi Juanito si domandava quando sarebbe terminata quella storia.
Le fronde degli ulivi s'agitavano scomposte, tormentate dal vento che pareva divertirsi con esse. Il fruscio di quei rami fronzuti non riuscì a coprire il latrato dei cani che, eccitati per il passaggio di tutta quella gente, a intervalli abbaiavano con veemenza. Dai casolari dei villici i monelli giunsero a frotte per curiosare, attirati da quell'assembramento così difficile da vedere in quelle contrade. I più grandi reggevano in braccio i più piccoli che, nudi dalla cintola in giù, osservavano spaventati il corteo. Ma quando in tutte le contrade si sparse la voce che quella mesta processione era guidata dal padre priore dei domenicani e dalla maiara, le madri trattennero i loro figli e impaurite si segnarono il petto con la croce.
Il carro giunse fin in cima al poggio, percorse il pianoro degli ulivi e quando la trazzera cominciava la discesa verso la tonnara padre Alberto toccò le spalle del barrocciaio che tirò le redini.
- Dove? - domandò asciutto alla vecchia.
Iana l'orbicella con un gesto del capo, poiché qualsiasi movimento delle braccia le procurava forti dolori, indicò di dirigersi sulla sinistra. Il corteo riprese la marcia su un tratturo che, dopo aver attraversato la campagna, si mise a costeggiare un dirupo. Sotto di esso si estendeva una bianca scogliera quasi inaccessibile da terra. Ben presto gli alberi furono sostituiti da rocce e da arbusti arsi dal sole. Alcune colonie di spinosi fichi d'india erano gli unici ospiti di quelle terre che a ridosso del mare s’offrivano alla salsedine e ai venti.
Solo un carrubo cresceva solitario e le sue radici lo tenevano ostinatamente avvinto al suolo mentre le cime fronzute e il tronco, tormentato dalle decennali intemperie, sporgevano sullo strapiombo. Presso d’esso s'arrestò il corteo.
Il quartetto scese dal carro. Gli uomini d'arme circondarono il carrubo mentre il seguito di sfaccendati e di curiosi si fermò a distanza rispettosa, non riuscendo ancora a comprendere il motivo per cui il religioso, la maiara e i due compari incappucciati si fossero recati fin là.
Juanito, che era il più prossimo al dirupo, guardò giù e rimase affascinato dallo spettacolo che offriva la rientranza della costa su cui s'affacciava l'albero. Sembrava avesse voluto crescere proprio lì per poter godere di quella vista. Le rocce, corrose dal mare, friabili e bianche come la pasta del pane prima d'essere infornato, sembravano cadere con lentezza secolare su se stesse. L'acqua della baia possedeva infinite varietà di colori che, partendo dal candido biancore degli scogli e attraversando innumerevoli sfumature di verde, virava fino al blu profondo e misterioso dell'orizzonte.
Tutto appariva selvaggio in quel luogo ospitale solo alle fiere e agli uccelli rapaci.
- Sebastiana Pantanico fu Maria dove seppellisti le creature offerte al demonio? - domandò padre Alberto, il cui viso rimaneva inespressivo come sempre. Solo i suoi occhi emettevano lampi terribili.
La vecchia non rispose. Inebetita guardò il vuoto con il suo occhio velato di follia. Alzò la testa rasata e annusò l'aria come una fiera.
Padre Alberto, spazientito, sentì montare la rabbia dentro di sé poiché cominciò a sospettare d’essere stato menato per il naso. Inesorabile ripeté la domanda.
Iana l'orbicella indicò con una mossa della testa la base del contorto carrubo.
Il priore, con aria più sollevata, ordinò agli incappucciati di scavare attorno all'albero. Poco si curò della discordanza tra il luogo indicato durante le dichiarazioni estirpate nel corso del violento interrogatorio e quello in cui erano stati condotti. Nella confessione si parlava di due ulivi e mentre lì si trovavano al cospetto d’un secolare carrubo.
Trascorse quasi un'ora e i due compari, sudati e affannati, guardarono sconsolati il religioso.
- Sebastiana Pantanico fu Maria dove seppellisti le creature offerte al demonio? -
- Ve lo mostro io. - disse la donna con voce rauca.
Con le braccia penzolanti lungo i fianchi s'avvicinò al carrubo. Percorse correndo solo gli ultimi passi, poi si lasciò andare nel vuoto senza un grido, senza un gemito.
Gli astanti si sporsero dal burrone e con orrore la videro precipitare inerte. La morte sopraggiunse al primo impatto del suo povero cranio contro la roccia.
Dei coraggiosi trovarono la strada per scendere in quel dirupo. Rinvennero il corpo inanimato.
Quando risalirono sul poggio, giurarono che la suicida aveva entrambi gli occhi spalancati. L'occhio bianco, che da viva le aveva dato un aspetto sinistro, era tornato normale.
Da quel giorno e per sempre quel luogo fu chiamato Femmina Morta.
- Che le sue membra maledette siano spolpate dai gabbiani! Quel corpo deve rimanere in fondo al dirupo come monito ed esempio a chi vorrà inoltrarsi lungo la strada del demonio! Lucifero s'è voluto portar via la sua anima. Poco male! Il Signore Dio nostro ci ha dato modo di conoscere le altre sciagurate adepte della vecchia. Adesso dovremo pensare anche a quelle disgraziate. - disse padre Alberto risalendo sul carro.