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sabato 8 marzo 2014

Zio Joe



In quegli anni non si chiamava Iran ma Persia e noi abitavamo a Khorramshahr, porto sullo Shatt-al-Arab alla confluenza del Karun, non lontana dal golfo Arabico. Di fronte a noi, sull'altra sponda c'era il confine con l'Iraq.
Ricordo che una volta fra le palme, minacciosi apparvero dei carri armati.
Io raggiunsi la mia famiglia del 1967 ... giusto per le vacanze estive.
Feci un viaggio lungo che durò più di ventiquattro ore: Roma, Atene, Beiruth, Teheran, Abadan.
Per la prima volta andavo lontano dalla Sicilia, da Augusta in un mondo lontano e troppo diverso da quello che avevo lasciato.Quando tornai ero diverso.
Frequentava casa mia un certo zio Joe. Non so se ho mai conosciuto il suo vero nome ma penso che si chiamasse Giuseppe, sennò quale correlazione con Joe?
Era specializzato nelle trasmissioni e lavorava presso le piattaforme dell'Eni nel golfo persico. Mio padre, geologo, aveva firmato un contratto triennale che prevedeva il trasferimento in quei luoghi, al margine del deserto, di tutta la famiglia. Io, poiché non esistevano scuole medie  a Khorramshahr rimasi ad Augusta. Raggiungevo i miei in estate.
Molti tecnici erano in missione ed alternavano dei periodi trascorsi sulla piattaforma con altri sulla terraferma. Casa mia era il ricettacolo di coloro che approdavano a Khorramshahr per qualche giorno di riposo prima di tornare in mezzo al mare. I miei genitori invitavano volentieri a pranzo od a cena gl'italiani senza famiglia, era come fare un viaggio di ritorno a casa.
Mia madre era una cuoca eccezionale ed offriva dei pranzi luculliani.
Mio padre offriva della buona musica. Aveva comprato in Kuwait un grosso magnetofono con grandi bobine che immagazzinavano centinaia di metri di opere sinfoniche e melodrammatiche.
Noi bambini offrivamo la cagnara che quegli uomini erano abituati ad avere nelle loro case italiane.
L'ospite più amato era per l'appunto zio Joe. Vestiva come Fidel Castro e come lui portava una barba grigia. Doveva essere emiliano o giù di lì. Aveva una voce da baritono ma quando beveva cantava di tutto anche "Nessun dorma" della Turandot.
Coccolava mia sorella e giocava con mio fratello mettendosi per terra e facendosi cavalcare come se fosse un asinello. Era grande e grosso poiché ricordo che era più alto mio padre che da giovane superava un metro ed ottanta!
A me raccontava storie di guerra. Aveva partecipato alla seconda guerra mondiale ed era sopravvissuto alla ritirata dalla Russia. Il palmo della mano era attraversato da una lunga cicatrice, ricordo d'una baionetta di soldato russo. L'aveva afferrata per schivarla.
- ... ed il soldato russo? -
- Morto. - disse senza darmi altri dettagli.
Non mi raccontava episodi cruenti ma solo la sofferenza di chi ha vissuto quell'esperienza. Marce forzate, fame, paura, povera gente violentata, offesa, umiliata.
Sì ... beveva ma diceva che teneva bene l'alcool.
Un giorno mio padre mi fece un regalo e chiese a zio Joe se poteva portarmi con lui a Isfahan, la più affascinate città di quel magnifico paese.
Viaggiammo su un aereo bimotore. Non volavamo alti. Sotto di noi il deserto costellato di pozzi che bruciavano il gas, allora considerato poco redditizio per lo sfruttamento. Sembrava un paesaggio affascinante e demoniaco allo stesso tempo. I fumi salivano e si disperdevano nel cielo in nere spirali opache. Dentro l'aereo l'atmosfera non era meno irreale. Faceva caldo e non poteva essere altrimenti poiché si volava sopra l'inferno. Un gruppo di texani, evidentemente anche loro dipendenti di qualche compagnia petrolifera, vociava e beveva whisky. Alcuni s'erano messi a torso nudo ... ricordo uno che calzava sulla testa un cappello di cow-boy.
Isfahan era bellissima e soprattutto non si soffocava come a Khorramshahr dove certe volte nel pomeriggio si toccavano i 50 gradi all'ombra!
La mia mente conserva poche immagini: una immensa moschea con una cupola turchese ed un lungo ponte su un largo fiume. Ciò che porto dentro di me è la sensazione che vivevo un'avventura fantastica e che non sarei mai riuscito a raccontare ai miei compagni di classe tanto era lontana dalla loro immaginazione.
Nel giardino dell'albergo, gestito da un tedesco che parlava anche italiano con lo stesso forte accento che veniva dato nei film ai soldati delle SS, c'era un orso bruno. Magnifico e chiuso in una gabbia.
M'era stato detto di non avvicinarmi ma io disubbidii e mi misi a giocare con lui attraverso le sbarre. Per un po' i rapporti fra me e l'animale furono cordiali, poi dovetti fare qualcosa che lo indispose perché cominciò a ruggire ed a divenire aggressivo. Si resse in piedi e cominciò a percuotere con le zampe anteriori le sbarre.
Scappai ma finii fra la braccia del direttore dell'albergo che dopo avermi ben bene strattonato ed apostrofato con un "cattivo pampino!" mi riconsegnò a zio Joe che se ne stava beatamente bevendo un whisky e parlottando con uno dei texani che aveva viaggiato con noi.
- Adesso, tu non ti muovi più e resti attaccato a me. - mi disse con un sguardo che avrebbe fatto paura a Cassius Clay.
Come un'ombra lo seguii per tutto il giorno.
Dopo cenato in una saletta del cinema proiettarono un film in bianco e nero in inglese. Zio Joe andò ad assistere alla proiezione e quindi anche io. Non capii niente perché il mio inglese era meno che elementare. L'unica cosa che restò indelebilmente impressa nella mia mente fu una canzone di Ray Charles, Hit the road Jack. Il ritmo era irresistibile ma io memorizzai delle parole che non avevano niente a che fare col testo originale: Hello Joe, I don't come back no more, no more, no more, no more (quello reale corretto è Hit the road Jack and don't you come back no more, no more, no more, no more ma io lo scoprii molti anni dopo in età già adulta e con una comprensione dell'inglese nettamente migliore).
Cominciai a sbadigliare e chiesi al mio angelo custode di poter andare a letto. Il permesso mi fu accordato.
In camera mi misi a leggere un libro ma presto m'addormentai.
Fui destato dall'arrivo di zio Joe.
Era ubriaco.
Si coricò vestito sul letto. Io ero girato di fianco e gli davo le spalle.
- Italo, la guerra è brutta ... che tu ed i miei figli non la conosciate mai! - disse.
Fece un rutto.
- Tua madre è molto bella ... credo ... credo d'essere innamorato di lei ... e ciò non è bene! -
Ben presto si mise a russare.
La luce era rimasta accesa nella stanza ed io mi sentivo confuso e cercai conforto in Ray Charles, sussurando: Hello Joe, I don't come back, no more, no more, no more, no more ...


P.S.: per chi ha avuto la pazienza d'arrivare fino in fondo al racconto ....