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giovedì 6 marzo 2014

Gigi Ballista


Tutti in famiglia dicevano che da giovane era un bell'uomo.
Io mi ricordo ch'era un signore alto, naturalmente elegante anche se un po' corpulento. Aveva delle bellissime mani grandi.
Era cugino di mia madre e quindi per me un lontano parente.
Quando lo conobbi appena adolescente lo chiamai zio Gigi, ma lui mi disse:
- Smettila di fare il mona e chiamami Gigi! - aveva una voce potente ed al contempo roca, difficilmente riusciva a nascondere il suo accento veneto.
Apparteneva al ramo Ballista della mia famiglia che è originario di Legnago. Certo il cognome adesso fa sorridere ma le origini sembrano essere nobili.
Faceva l'attore più per caso che per vocazione.
Non aveva voluto studiare, ma era colto e raffinato. Visse sempre in contatto col bel mondo, coccolato e vezzeggiato. Era un uomo divertente e spiritoso. Ma per indole era poco avvezzo al lavoro. Fare l'attore era la sola attività che gli si confacesse. Era il classico personaggio de la Dolce Vita di Fellini. Non era un caso che vivesse a Roma in zona Trastevere.
Gigi Ballista era anche omosessuale.
Beh, allora? Direste voi, ma negli anni sessanta non era facile esserlo né dichiararlo!
Ma lui se ne fregava, anzi raccontava delle storielle sull'argomento che facevano ridere tutti.
Solo mia nonna ufficialmente disapprovava ma una volta l'avevo sorpresa ridere sotto i baffi.
Si riprese subito perché disse:
- Basta Gigi! Sei un bestion a raccontar 'ste cose ai putei! -
Il rimprovero della matriarca ci fece ridere ancora di più.
Era diventato omosessuale per caso.
Secondo un suo racconto attraversò il Rubicone durante la seconda guerra mondiale quando entrò nella Resistenza. La sua fu una guerra particolare e non penso che imbracciò mai un arma. Conosceva bene l'inglese e quindi fu messo a fare da collegamento con gli alleati. Per vicende di cui non fu mai fornita una spiegazione chiara si ritrovò in un castello in val d'Aosta con un manipolo d'ufficiali inglesi, per buona parte omosessuali. Dovendo occupare il tempo nelle lunghe giornate di macchia si mise a praticare l'amore fra uomini. Dopo quell'esperienza pensò ch'era meglio proseguire su quel versante abbandonando quello fin allora battuto e dove, sembrerebbe secondo le leggende familiari, avesse una certa reputazione fra il pubblico femminile.
Insomma Gigi era un anticonformista, raffinato.
Prima della guerra, quando era già un giovanotto mostrò la sua avversione al fascismo. Anche in quell'occasione lo fece a modo suo.
Ogni volta che Starace (segretario del partito fascista finito appeso a Piazzale Loreto assieme a Mussolini; nota dell'autore) o qualche altro gerarca fascista si recava a Padova, Gigi si vestiva come Chamberlain (primo ministro inglese; nda) e si sedeva al caffé Pedrocchi. Fu arrestato  e rilasciato parecchie volte fino a quando la locale sezione, prima ancora che a Padova arrivasse un importante personalità del regime, lo prelevava e l'obbligava bere dell'olio di ricino.
Insomma anche nei momenti più tragici della storia dell'Italia lui riuscì a prendere la vita come una commedia, esattamente come nei film in cui appariva.
Ero quasi in procinto di finire i miei studi universitari quando, per raccogliere del materiale che doveva servire alla mia tesi, gli chiesi ospitalità a Roma. Rimasi presso di lui per due settimane.  Dormivo su un canapè. Mi svegliavo la mattina presto per andare in biblioteca. Evitavo di fare il minimo rumore, perché non volevo che si svegliasse. La sera rientravo sempre dopo le nove. Lo trovavo che si preparava per uscire, parlavamo un po', poi mi salutava.
Un domestico, un familio come lo chiamava Gigi, s'occupava di tenere in ordine la sua piccola mansarda. Secondo me gli faceva anche d'amante occasionale. Quel personaggio non mi piaceva.
L'appartamento sembrava ammobiliato da D'Annunzio tanto prevaleva il gusto decadente.
Una sera, poiché non aveva impegni, restammo a parlare a lungo e mi portò a cenare in un ristorante a fianco alla sua abitazione. Ricordo ancora che mangiai una delle più buone pasta alla Puttanesca della mia vita. Forse avevo tanta fame.
In quell'occasione mi parlò dei personaggi che frequentava facendone cadere l'alone che li ricoprivano.
Mi parlò anche dei piselli (non dei legumi!) e mi disse che era curioso di conoscere quello dei giapponesi. Una volta ne occhieggiò uno in un vespasiano d'un autogrill dell'autostrada e rimase colpito di quanto fosse piccolo ed aggraziato come quello d'un puteo!
Ma ciò che rese memorabile quella sera fu la rivelazione a proposito del pisello più grande che aveva mai visto nella sua vita: era quello di Kamir Bedi! Distrusse in una serata l'immagine che avevo di Sandokan ed indirettamente di Salgari!
Prima di partire gli regalai una bottiglia di Chivas invecchiato 12 anni. Era il massimo che le mie povere finanze potevano permettermi.
- Non fare il mona come me nella vita ... fai dei figli, anche se rompono i coglioni! -
Gigi è morto qualche mese dopo, quando ero a Parigi per il mio primo lavoro.
Seppi che al suo funerale non ci andò quasi nessuno.
Dopo qualche mese, tornato in Italia, quasi in peregrinazione tornai a Trastevere.
Bussai all'uscio. Volevo sapere come erano stati gli ultimi suo giorni, volevo commemorarlo. Andare a fare una preghiera sulla sua tomba.
Mi venne ad aprire il familio.
- Ormai, questa è casa mia. - mi disse.
Mi chiuse la porta in faccia senza che avessi il tempo di proferire la benché minima parola.
Avevo ragione ad avere antipatia per quel figuro.
No, non so dove hanno tumulato Gigi.