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sabato 25 gennaio 2014

Un, due, un, due ... passooo!


Appartengo ad una di quelle generazioni che subì il servizio militare obbligatorio.
Come molti giovani cercai d'evitarlo e mi misi anche a lavorare nella speranza d'essere scartato ma alla fine fui risucchiato dalla macchina amministrativa.
Come molti giovani trascorsi un anno, o poco più, dentro le caserme.
Ero già laureato ed assistente di Storia Contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano ma ciò non m'esonerò dal marciare, come recluta, sotto il sole cocente di agosto dentro una caserma di Salerno. Fuori da quelle mura il resto dell'Italia era in vacanza. Noi ci sentivamo tutti delle vittime d'un destino ingiusto ed immeritato.
Un mio compagno di camerata si chiamava Bovolenta. Non ricordo il nome.
Faceva il casaro non lontano da Parma, era immenso e con delle braccia grosse quanto le mie cosce. Con un pugno avrebbe steso un toro. Ci accordammo senza troppo discutere sulla sistemazione nella cuccetta. Lui avrebbe occupato il letto inferiore. La decisione soddisfò entrambi poiché Bovolenta non avrebbe trascinato il suo immenso corpo su e giù ed io non avrei provato la sgradevole sensazione d'avere quella grossa massa di muscoli e di grasso sopra di me.
Nella camerata io ero il più vecchio, avevo venticinque anni e venivo da una realtà in cui già ero chiamato "professore". Farmi gridare degli ordini da caporali diciannovenni mi metteva a disaggio, ma in breve tempo mi abituai. I sottotenenti, tutti della mia età, giocavano a fare i capi ma non si prendevano molto sul serio, tranne uno, un cretino di Messina.
Dopo il giuramento di fedeltà alla Repubblica ci mandarono a San Giorgio a Cremano. Mi sembrò una strana coincidenza perché mi ricordai di mio padre che soggiornò nella stessa caserma quando, durante la guerra, scappò da Roma per sfuggire ai rastrellamenti.
- Guarda che bello, il cielo con tutte queste stelle! - mi disse Bovolenta una notte mentre eravamo di guardia ad una polveriera nei dintorni di Napoli.
Eravamo sdraiati sopra un carrarmato. I pesanti fucili Garand sopra il petto e le nostre teste sugli elmetti.
- Sì, è bello! Toglie il fiato! -
- Con una notte così, meglio qui che in camerata. -
- Hai ragione ... posso chiederti una cosa? -
- Certo. - disse voltandosi verso di me.
- Perché non fai mai le libere uscite? -
- Perché se esco dalla caserma non torno più. -
- Ma come fai? ... cambiare aria fa bene. Si diventa tristi ... -
- Io divento triste fuori dalla camerata, lontano dal mio paese ... guarda. -
Dal portafoglio estrasse una foto sgualcita che mi mostrò.
Una ragazzotta rubiconda, con la pelle chiara, bionda e con le trecce mi sorrideva. Sembrava la versione femminile di Bovolenta appena uscita da Tristano ed Isotta di Wagner.
- Tua sorella? -
- Ma che scherzi? - e mi diede una botta col braccio che quasi mi fece cascare dal carrarmato - E' la mia ragazza, Angela. Ci sposeremo. -
- Che lavoro vorrai fare una volta uscito di qui? -
- Che domande? Il casaro, farò il parmigiano. E tu? -
- Io farò il reporter ... andrò in giro a conoscere il mondo ed a scrivere storie sugli uomini.-
- Verrai anche a Parma? Vedrai come si fa il formaggio ... io ho imparato da mio padre e lui da mio nonno. Per noi il parmigiano è tutto. -
Me l'immaginai con le sue enormi braccia rimestare il latte cagliato e sollevare delle forme enormi di reggiano. Per Bovolenta tutto era chiaro nella vita.
Si nasceva, si studiava quello che era necessario, s'imparava l'arte del casaro e poi si faceva parmigiano fino a quando si poteva. Nel frattempo ci si sposava e si concepivano i figlioli con Angela. Loro avrebbero seguito lo stesso percorso del padre, del nonno e del bisnonno e così via verso l'infinito come ... come quel cielo stellato.
- Italo, quanta gente fa l'amore in questo momento? -
- Tanta, tanta ... non ci pensare ... io torno al mio posto, prima che passi la ronda. -
Passammo ancora due mesi insieme parlando di Angela, del parmigiano e dei miei progetti per oscurare Hemingway.
Un giorno ci caricarono su un camion per le destinazioni finali. Io andavo a San Giorgio a Cremano in Friuli e lui in Sardegna, a Sassari.
- Imparerai a fare il pecorino. - gli dissi salutandolo.
Lui piangeva come un bambino e si strofinava gli occhi.
- Smettila, sei grande e grosso ... se ti vedesse Angela! - gli dissi.
- Verrai a Parma? ... magari potrai scrivere qualcosa sui casari. -
Sono trascorsi più di trent'anni, Bovolenta.
Vorrei tanto incontrarti ancora e ricordarti di quel cielo puntellato di stelle e di speranze.
Spero che tu abbia fatto il casaro e tanti figlioli con Angela.
No, io non sono diventato reporter ...ma ogni volta che mangio del parmigiano reggiano mi chiedo se l'hai fatto tu.