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mercoledì 22 gennaio 2014

Le bestiole


Perché voleva morire?
Nicola guardò il sole tramontare ed abbandonare il gelido cielo di gennaio.
Chi lo stava spingendo a compiere quell'atto disperato erano due esseri che da sempre s'erano insediati dentro di sé: il coniglio ed il gatto.
Così raffigurava le due anime che coabitavano nel suo intimo e, essendo provviste della medesima forza, l'una non prevaricava sull'altra.
Il coniglio identificava la carità e la fratellanza, il gatto invece la sfrenata ambizione e la smisurata smania d’onori e potere. Nicola le chiamava le bestiole.
Avevano scorrazzato dentro di lui, a loro piacimento, nei quarant'anni della sua vita. Ogni tentativo di farle convivere era risultato difficile in quanto le due bestiole possedevano un’ugual forza e lo strattonavano verso direzioni contrapposte. 
Nicola, come un eroe mitologico, si sentiva dilaniato.
Ma non era tanto lo sforzo di resistenza a quelle energie contrarie che lo esasperava quanto la staticità conseguente che aveva caratterizzato la sua vita.
Quel tirare da una parte all'altra non provocava nessun movimento ma una costante immobilità. La perenne indecisione aveva contraddistinto la sua esistenza ed era divenuta proverbiale fra gli amici e i conoscenti. Nessuno riuscì a comprendere mai l'origine del suo immobilismo che era scambiato per abulia.
Ogni volta che doveva prendere una decisione, dentro di lui si scatenava la disputa delle due bestiole. Molti lo consideravano semplicemente un indolente.
In realtà Nicola amava la velocità, il vento che gli scompigliava i capelli e che l’obbligava a socchiudere gli occhi. Avrebbe amato sfrecciare come un motociclista fra le vicende della vita, fra differenti paesaggi, fra luoghi, città e paesi. Invece aveva sempre proceduto con estrema lentezza, anzi arrancato come uno zoppo privo di bastone. Col tempo l’insoddisfazione divenne opprimente.
Avrebbe volentieri reciso uno dei due cavi che lo tenevano legato alle bestiole per farsi tirare da una sola. Era impossibile, e lui lo sapeva.
Si accese una sigaretta e nella penombra della stanza cercò la poltrona su cui sedersi.
Ogni volta che aspirava, la punta della sigaretta s'incendiava e brillava d’un rosso vivo.
Soffiò fuori il fumo  e lo vide arrampicarsi nel vuoto della stanza in contorte spire.
Ne osservò il bagliore spegnersi sul fondo del portacenere.
Ascoltò il sordo rumore delle macchine che passavano nella via sottostante. Poi, si concentrò sul ticchettio del vecchio pendolo appeso alla parete.
Dal piano inferiore gli pervenne il lamento di una donna, di sicuro la moglie del dottor Paolone. Era morto quel giorno stesso, gliel'aveva riferito la portiera incontrata mentre rincasava:
- Povero dottor Paolone, così giovane! Un maledetto brutto tumore in pochissimo tempo se l'era portato via! Pensi, tutto a causa di un neo che s'era accidentalmente grattato! Prima un melanoma …poi il male s'è diffuso per tutto il corpo. Io continuo a non crederci! Un così bell'uomo! Così vitale!  Mai grattarsi i nei! –
Nicola sorrise nell'oscurità pensando alla baggianata dalla portiera. 
Grattarsi i nei!
Paolone era però una persona veramente allegra! Organizzava spesso feste a casa sua e Nicola molte volte s'era lagnato per il baccano. La casa in cui abitava aveva i muri spessi, ma stranamente, per un gioco di risonanze, gli schiamazzi provenienti dal soggiorno dei Paolone riuscivano a trapassarli. 
E non solo quelli! 
Una volta distinse senza alcuna possibilità di equivoco, l'ansimare ed i gemiti dei due coniugi perduti in un focoso amplesso.
Si alzò, accese la luce e cercò in un armadietto la bottiglia di grappa ed un bicchiere, poi la spense, preferendo restare al buio. A tentoni raggiunse di nuovo la poltrona. Cominciò a sorseggiare il liquore. Un altro ricordo emerse fra i mille che turbinavano nella sua mente. Lo ricacciò nel vortice insieme agli altri.
A che pro rammentare? Ogni avvenimento che aveva segnato la sua vita era sempre caratterizzato dalle due bestiole contrapposte. Per causa loro non era mai riuscito a concludere alcun progetto. L'opacità della sua vita l'aveva reso infelice.
Non era mai stato in grado a dimostrare il suo amore verso il prossimo poiché il gatto aveva sempre frenato ogni suo ardore, né aveva mai soddisfatto le sue ambizioni a causa del coniglio che gli aveva sempre vietato di prevaricare sugli altri.
Così, per colpa delle bestiole, s'era alienato l'amore della moglie e dei figli, l'affetto degli amici e dei conoscenti, ma anche la stima per se stesso.
- Che diamine! A quarantanni si può sempre ricominciare! - si era ripetuto molte volte in quei mesi, ma aveva sempre disatteso quel proponimento.
L'unica alternativa a quella piatta esistenza era affrancarsi da quei maledetti lacci.
Un giorno decise di andare da uno psicanalista. Il professionista lo prese in cura e stabilirono d'incontrarsi ogni mercoledì sera. Le sedute andarono avanti per diversi mesi.
Il dottor Parcella, cosi curiosamente si chiamava, era veramente in gamba tanto che Nicola cominciò ad avvertire i nodi di quei lacci allentarsi sempre di più.
Iniziò a sentirsi anche più leggero, libero ormai delle angosce che avevano caratterizzato fin a quel giorno la sua esistenza. Ma questo stato di pace interiore non lo condusse ad avere una vita più interessante. Infatti, la terapia mirava a fornirgli un po' di serenità, a rimuovere le cause che gli laceravano l'animo.
- Ma se rimarrò sciolto da entrambe le bestiole la mia vita rimarrà opaca come adesso. Tranquilla e serena ma assolutamente senza alcuno stimolo che la possa rendere interessante e viva. Sarò felice ma condurrò un’esistenza completamente scialba! Tanto vale essere inanimato come una pianta! Il mio analista deve aiutarmi a rimanere almeno con una delle due bestiole! -
- Mi spiace, ma ciò che lei chiede io non posso farlo. Travalica la mia etica professionale. - gli rispose con garbata determinazione il dottor Parcella - Il mio compito è di aiutarla a liberarsi dei suoi malesseri. Io l’aiuto ad individuarli ma per guarire da essi lo sforzo deve compierlo lei. Ed inoltre se cerca in me qualcuno che possa compiere la scelta al suo posto, penso che si sia ingannato. Io non posso decidere per lei se preferire l'amore e l'abnegazione o assecondare il desiderio di potere e d’affermazione. Non voglio e non posso assumermi questo tipo di onere. Spetta a lei decidere! L'unico obiettivo professionale che posso pormi è quello di aiutarla nel raggiungere un certo equilibrio interiore. -
Per Nicola l'equilibrio era sinonimo di staticità, ma era proprio ciò a cui lui non mirava! Ed inoltre gli era oltremodo difficile effettuare una scelta fra quale bestiola preferire. Abbandonò la psicanalisi.
Era condannato a vivere o con entrambe le bestiole o con nessuna. Lui, invece, desiderava continuare la sua esistenza in compagnia di almeno una delle due. Ma quale scegliere?
Il dilemma divenne ossessionante tanto d'annebbiargli la mente.
Dall'appartamento del piano di sotto gli giunse ancora il singhiozzo della moglie di Paolone.
Da un po’ di tempo aveva cominciato a meditare sul suicidio come possibile soluzione.
Ma come farlo?
Il modo più semplice era forse quello di gettarsi nel vuoto.
Si alzò dalla poltrona e raggiunse la porta del balcone.
L'aprì ed il freddo invernale lo raggelò.
Si sporse dal parapetto e guardò la via sottostante. Sette piani lo separavano dal freddo asfalto. S'immaginò l'orrido volo e l'impatto col terreno.
Rientrò nel suo appartamento, avrebbe escogitato qualcos'altro ma nessuna soluzione gli sembrò ottimale.
Si figurò impiccato, ma non si piacque appeso come un salame.
Pensò di ficcare la testa dentro il forno, poi, si rammentò che funzionava elettricamente.
Una manciata di pillole di sonnifero l'avrebbero aiutato. Le andò a cercare nel cassetto delle medicine. Trovò solo un flacone di valeriana con cinque compresse.
Si rammaricò di non aver mai posseduto una pistola.
Con una lama avrebbe potuto tagliarsi le vene dei polsi!  Ma tutto quel sangue!
Dal piano inferiore sentì arrivare ancora i lamenti della signora Paolone.
- Certo è una bella sfortuna per un uomo, così amante della vita, morire giovane a causa d’un neo! – pensò non senza ironia.
Stufo di quei lamenti s’alzò dalla poltrona e, sempre a tentoni, attraversò l'appartamento buio. Raggiunse il letto e vi si coricò. Da lì i rumori del piano inferiore quasi non arrivavano.
Al buio tentò di trovare una soluzione. Provò a meditare financo ad alta voce:
- Sarebbe di certo molto bello se all'uomo, una volta presa la decisione di andarsene da questo mondo, fosse offerta la possibilità d'attendere l'arrivo della morte con calma, familiarizzando con essa giorno dopo giorno, mese dopo mese. Si eviterebbero quei riti macabri, quella violenza su se stessi! -
Sentì con disappunto provenire ancora dall'appartamento del sesto piano delle voci sommesse e si rammentò che il dottor Paolone aveva pressappoco la sua età! Una idea gli attraversò la mente.
La mano destra scivolò sulla camicia e all'altezza della pancia slacciò un bottone, l'indice s'insinuò fra i due lembi di stoffa, trovò l'ombelico e sotto di esso un neo.
Nicola cominciò a grattarselo.