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venerdì 31 gennaio 2014

The holes in Aleppo - 3


La battaglia durò solo un'ora e si domandarono perché i governativi avessero sospeso il fuoco.
Solo Jaffar, un marocchino che sognava la primavera araba per il suo paese, fu ferito di striscio alla testa. Era stato colpito da un pezzo di calcinaccio schizzato da un muro colpito da una granata.
Sanaa, la moglie del comandante, prontamente lo medicò.
Era l'unica donna presente in quella postazione.
Le bombe lanciate dagli aerei di Bashar Al Assad le avevano ucciso i figli e lei aveva deciso di seguire il marito. Combatteva con lui ed era diventata una temibile cecchina. Occupava sempre l'ultimo piano degli immobili. La chiamavano la Signora dei quartieri alti.
Ahmad si meravigliò di vederla fra gli altri combattenti, era molto riservata.
Da una settimana erano fermi lì. Il colonnello aveva ordinato che dovevano difendere quel crocicchio ed era quello che facevano. Fino a quando non arrivavano i carri armati tutto andava bene.
La polvere sollevata dalle granate ancora non s'era depositata e vagava nell'aria mischiandosi alla leggera foschia mattutina.
- Volevano capire quanti siamo e come siamo armati. Ecco perché hanno provocato questo finto attacco. Fra poco ci manderanno i carri ... Ahmad! -
Il ragazzo arrivò strascicando i piedi. Aveva le orecchie che gli fischiavano poiché non lontano, da dove s'era rintanato con Mohamed ed Abdel, era esplosa una granata. I calcinacci erano ricaduti su di loro ed istintivamente ognuno aveva controllato di non essere ferito.
- Sì, comandante. -
- Vai dal colonnello e digli che ci aspettiamo un attacco. -
Le comunicazioni erano assicurate da staffette. I ribelli erano diffidenti a causa delle intercettazioni sugli apparati elettronici.
Il comandante era un bravo uomo, fervente credente. Lui, come la moglie, non avrebbe toccato un arma se quella guerra non gli avesse portato via i figli. Prima della guerra aveva insegnato matematica al liceo americano di Homs.  Era severo con i suoi uomini nella giusta misura e crudele col nemico come era necessario essere. Ahmad, a differenza del suo amico, lo stimava.
- Dove vai? - gli chiese Abdel.
- Dal colonnello.-
- Stai attento ai cecchini. - gli disse preoccupato, gli faceva da fratello maggiore.
- Non ti preoccupare, passo dai buchi.-
I "buchi" erano i passaggi aperti a colpi di mazza fra una casa e l'altra. Sfondando i muri si i ribelli s'erano procurati delle aperture che permettevano d'avere dei percorsi al riparo dei cecchini.
Ahmad s'infilò in un casa e passando dal "buco" entrò in quella a fianco e poi in un altra ancora.
Quante abitazioni! Sembrava di penetrare e d'uscire nelle vite degli altri. Le stanze che attraversava erano abitate fino a qualche mese prima da famiglie. Adesso erano vuote ma al contempo piene di fantasmi. La guerra aveva violato quei luoghi, li aveva sporcati ma non era riuscita a togliere del tutto l'atmosfera d'intimità della vita familiare. Ahmad sapeva che gli oggetti, i mobili abbandonati dai proprietari in fuga avevano accompagnato l'esistenza degli abitanti ed erano rimasti ancora impregnati della loro vitalità. Il giovane sentì la vita e provò una forte nostalgia. Gli mancava la sua casa. Quel sentimento ormai s'era insediato nel suo animo da diverse settimane.
Non l'aveva confessato neanche ad Abdel.
S'arrestò dentro un salotto dalle poltrone in pelle. Si sedette ed estrasse dalla tasca della giacca la foto ricevuta il giorno prima. Sua sorella ed Angelina Jolie.
Se fosse rimasto a Ruwaished! Anche lui avrebbe... era stanco. Chiuse gli occhi voleva sognare ... solo qualche secondo ... forse qualche minuto.
Si ridestò di soprassalto e senza neanche guardare l'orologio si gettò dentro il "buco".
Gli ci vollero quindici minuti prima di raggiungere il comando del colonnello. Riferì il messaggio affidatogli.
- Dì al tuo comandante che arriviamo a dargli man forte.- assicurò l'ufficiale di grado superiore.
Riprese la strada del ritorno.
Dopo non molto, mentre attraversava il salotto d'una casa borghese, udì il crepitare delle armi automatiche.
Poi, riconobbe l'inconfondibile rumore delle pale rotatorie. I governativi attaccavano dall'aria con gli elicotteri Mi25.
Li sentì passare nel cielo diverse volte avvicendandosi negli attacchi. Dopo un po' s'allontanarono.
Non passò molto ed fu assordato dal ruggito degli aerei che volavano a bassa quota. Erano dei Mig.
Le bombe arrivarono dopo qualche secondo ed il loro fragore s'accompagnò alle onde d'impatto. Ahmad si buttò sotto un pesante tavolo.
La postazione occupata dai suoi compagni era stata duramente attaccata ed i governativi avevano voluto non correre rischi preferendo lanciare un attacco aereo per sfiancare ogni resistenza.
Aveva dormito, non sapeva quanto ma aveva dormito forse il tempo che gli mancava per essere con loro.
Non era con i suoi compagni.
Forse al crocicchio avevano bisogno di lui.
Forse Angelina Jolie l'aveva salvato.



giovedì 30 gennaio 2014

Star Wars in Aleppo - 2



- Smettila di scoreggiare. Fai un sacco di rumore ... sono sicuro che ti hanno sentito dall'altra parte della strada! - bisbigliò indispettito Ahmad.
- Se le faccio rumorose, non puzzano. Ti rispetto! - si giustificò Mohamed.
- Mi rispetti? ... puzzano lo stesso! -
- Almeno nascondo l'odore dei cadaveri. -
- Preferisco loro che le tue scoregge ... i morti non fanno rumore! -
Parlavano per tenersi svegli.
Le ore del primo mattino, lo sapevano, erano quelle in cui partivano gli attacchi.
Ahmad aveva raggiunto i ribelli da un anno, un anno di guerra. Voleva vedere cosa fosse, ebbene la sua curiosità era stata soddisfatta ed adesso?
Guardò le lancette fosforescenti. Erano le cinque e mezza.
Quell'orologio era stato il suo bottino di guerra, il primo. Apparteneva ad un ufficiale governativo.
Il comandante gli chiese d'eseguire la condanna a morte. Il prigioniero era inginocchiato e piegato su se stesso. Le mani legate dietro la schiena e gli occhi bendati. Pregava e ripeteva Allah Akbar (Allah è il più grande: nota del traduttore).
Ahmad s'avvicinò e pose la bocca del kalashnikof dietro la nuca del condannato. Tirò il grilletto e lo sparo rimbombò nella stanza.L'ufficiale s'accasciò su se stesso come un pupazzo.
Il comandante alzò il braccio di Ahmad e gridò Allah Akbar. Tutti gridarono Allah Akbar.
Era la prima volta che sparava ad un essere umano da così poca distanza. Non era così difficile. Non così spaventoso come temeva. Un uomo è vivo, poi è morto ... come togliere l'energia ad una macchina.
Aveva compiuto diciotto anni solo da qualche settimana.
Il cielo cominciava a schiarirsi ... ben presto l'alba.
Dalla palazzina che fungeva da loro quartiere generale s'intese qualche fruscio.
Era certamente qualcuno che si svegliava.
Ahmad osservò Mohamed sdraiato accanto a lui.
- Ieri ho ricevuto una lettera di mia sorella. Mi ha mandato una fotografia, lei è con Angelina Jolie. -
Mohammed lo guardò con meraviglia.
- Tua sorella vive negli Stati Uniti? -
- No, è Angiolina Jolie che è venuta da noi, a Ruwaished, in Giordania. Ha visitato i rifugiati della guerra. -
- Che fortuna! ... -
Ahmad sapeva che il suo giovane compagno d'armi oltre ad essere un appassionato di hamburger era anche un fanatico di film americani. Era un profondo conoscitore della saga "Star Wars" e capace di citare a memoria delle parti intere del copione!
Il comandante cominciò a pregare. Lo sentirono distintamente.
In fondo, qualcun altro doveva aver cominciato anche lui a recitare il Fajr (prima preghiera del mattino; nota dell'autore). Certamente un soldato governativo.
Il comandante era un vero praticante ma non imponeva a nessuno dei suoi soldati di fare come lui.
Un giorno Abdel commentò: certo lui prega e noi lavoriamo ... se lo facessimo anche noi, chi combatterebbe?
Tutti preghiamo chiedendo la misericordia d'Allah, ma poi ci uccidiamo come cani. Di chi dovrebbe aver misericordia Dio? Si chiese Ahmad.
Dietro di loro gli occupanti della palazzina cominciarono ad uscire ed a recarsi in quella di fronte che fungeva da latrina.
- Quando ci vengono a rilevare, mi fai vedere un po' di Star Wars? ... sai, quando c'è la battaglia? -
- Quale? In Star Wars ci sono sempre battaglie? -
Mohamed portava sempre con sé i suoi cd.
- Non lo so ... dove c'è anche la corsa con le macchine volanti ... -
- Ah sì, è il quarto film ... Episode I ... -
Non passò molto tempo che Abdel spuntò dietro di loro.
- Che ci fai tu qui? Non riposi? Hai montato la guardia notturna! - chiese stupito Ahmad.
- Vengo a rilevarvi. Quel figlio d'una cagna, Farid il tunisino, m'ha denunciato al comandante perché non ho svegliato Mohamed. Per punizione mi hanno fatto saltare un turno di riposo. -
Il giovane compaesano non finì quasi di terminare la sua frase che una granata esplose oltre le loro spalle colpendo la palazzina trasformata in latrina. Abdel si buttò per terra accanto a Mohamed.
Un'altra esplosione ed un'altra ancora.
Ahmad cominciò a sparare mirando un punto lontano, in fondo alla strada, appena distinguibile nell'incerta luce dell'alba.
In poco tempo fu l'inferno.




mercoledì 29 gennaio 2014

Cloudy weather in Aleppo - 1


- Sono Abdel! Sveglia, tocca a te fare l'ultimo turno di guardia. -
Ahmad tentò di dargli un calcio da dentro il suo sacco a pelo.
- Ho sonno ... - si lamentò.
- ... ed io non ho sonno? Sono le quattro. Svegliati che se ci sente il comandante ci manda a raccogliere i cadaveri. -
- Va bene, va bene ... -
Lo sbadiglio di Ahmad  avrebbe fatto invidia ad un ippopotamo. Si stiracchiò puntando i pugni verso il soffitto.
Abdel guardò il suo camerata.
Il giovane aveva il viso sporcato da una peluria che ostinatamente lasciava crescere per dissimulare un'età adulta che ancora non aveva.
- Adesso il sacco lo lasci a me ... -
- Certo così te lo ritrovi già caldo. Odio fare l'ultimo turno di guardia ... ti svegli prima e poi lavori come gli altri. - protestò Ahmad.
- Quante storie! ... prendi con te anche l'RPG (lanciarazzi; nota dell'autore). L'ho lasciato giù vicino alla porta d'entrata. -
Svogliatamente, dopo essere uscito dal suo caldo bozzolo, il giovane lasciò la stanza e scese le scale piene ancora di calcinacci.
Avevano lasciato Ruwaished (centro nella regione desertica della Giordania; nota dell'autore) in otto ed il più grande aveva ventidue anni.  Erano partiti, alcuni di nascosto dalle loro famiglie, ma nessuno aveva un'idea precisa a cosa andavano incontro. Erano cresciuti in mezzo alla guerra pur rimanendone lontani. Tutta la gioventù locale ricordava i numerosi giornalisti che nel duemilatré avevano invaso il loro paese portando delle diavolerie che facevano vedere in tutto il mondo la guerra nella vicina Iraq.
- Puttana infedele! - esclamava il nonno di Ahmed quando vedeva camminare di fronte casa loro la bionda giornalista che vestiva come gli uomini.
Loro, i giovani invece, nutrirono sempre la curiosità di conoscere cosa ci fosse oltre quei campi in cui, fin dai tempi dei romani, si cercava d'utilizzare al meglio l'acqua del uadi (torrente che si forma nelle zone desertiche a seguito delle rare piogge; nota dell'autore).
Dovevano attraversare il deserto se volevano conoscere altre realtà che non fossero quelle di Ruwaished.
Sembrava che solo la guerra poteva strapparli da quella vita e che il mondo s'accorgesse di loro attraverso essa. Gli eventi bellici avevano fatto riscoprire quelle terre antiche e dure che altrimenti avrebbero continuato ad essere ignorate. Pensarono che, se volevano essere protagonisti di episodi epici, dovevano divenire guerrieri e per questo partirono.  I loro animi furono facile preda dei reclutatori.
Erano otto ... ma dopo qualche mese rimasero solo loro due, Abdel e Ahmad.
Il primo a cadere fu Amir. Uno sniper (cecchino; nda) lo centrò in piena pancia. Bashir, un diciannovenne già baffuto, corse per portare soccorso e fu fulminato con un colpo alla testa. Dietro un muro i sei amici restarono a guardare Amir morire nel dolore, dissanguato. Piangevano e si disperavano chiedendo la misericordia di Allah. Capirono che le loro preghiere erano state esaudite solo quando il loro amico smise di lamentarsi. Finalmente di notte, incespicando nel buio, recuperarono i due corpi.
Ahmad uscì dall'edificio ma poi vi rientrò per cercare l'RPG. Lo trovò appoggiato contro il muro.
Raggiunse la sua postazione.
Il buio regnava assoluto.
Trovò Farid. Gli stava puntando il kalashnikov contro.
- Sei scemo? Sono io, Ahmad -
- Scemo tu! Mi hai fatto prendere uno spavento! Fatti riconoscere prima d'arrivare! -
Farid era un tunisino, un veterano. Arrivò in Siria come una rondine subito dopo che la Primavera Araba aveva cambiato il suo paese. Pensava di recarsi in tutti i paesi del medio oriente per essere testimone di un movimento che avrebbe migliorato il mondo. Invece dopo essersi posato in terra siriana non era più riuscito a spiccare il volo. Gli diedero un kalashnikov ed il peso dell'arma lo appesantì così tanto da impedirgli di librarsi nell'aria alla ricerca di altri lidi desiderosi di libertà.
- Scusa, ero soprappensiero. -
- Te lo do io il sovrappensiero! Parlo col comandante e ti mando a cercare i cadaveri. -
La raccolta dei cadaveri era il lavoro più penoso che si potesse fare. Si era sotto il tiro degli sniper ed anche in inverno i cadaveri puzzavano. Ahmad l'aveva fatto un paio di volte ed il ricordo non gli piaceva. Aveva raccolto il corpicino d'una bimba il cui volto era rimasto tranciato da una scheggia di mortaio. L'occhio solitario della morticina lo fissava sbarrato come per interrogarlo del perché di quell'orrore. La pena fu ancora più grande quando la consegnò ai suoi genitori.
- Scusa, scusa ...ancora.-
- Va bene, va bene ... sai se Abdel ha svegliato Mohamed? -
- No ... non lo so. - era quasi convinto che il suo amico non l'avesse fatto, aveva dimostrato troppa voglia di mettersi dentro il sacco a pelo.
- Ma siete tutti scemi voi in Giordania? Il sole del deserto vi cuoce il cervello? -
Farid lasciò la postazione borbottando.
Ahmad si sdraiò e puntò la sua arma contro il buio facendola appena sporgere dal buco del muro che lo proteggeva.
Il giorno prima aveva ricevuto una lettera della sorella con una fotografia di lei ed Angiolina Jolie in visita nel campo profughi di Raweished nel mese di dicembre. Avrebbe voluto guardare l'istantanea ma non poteva, qualsiasi luce avrebbe attirato gli sniper in agguato. Sua sorella con una diva di Holliwood!
Dall'immobile trasformato in gruviera che era il loro rifugio provenne il suono d'un parlottio concitato.
Certamente Farid stava discutendo con Abdel.
Per quanto litigassero sottovoce, il silenzio era così assoluto che le loro voci rimbombavano nella notte. Una nuova voce s'aggiunse alle prime due. Avevano svegliato il comandante.
Nella giornata avrebbero avuto del nervosismo supplementare.
Mohamed non tardò ad arrivare. Anche nell'oscurità Ahmad distinse l'aria assonnata del suo camerata. Era un ragazzone che malgrado la penuria dei viveri conservava un aspetto florido. Amava gli hamburger e quando era a Damasco, sua città natale, ne mangiava almeno due al giorno. Ad Aleppo l'unico locale che li vendeva era nella zona controllata dai governativi.
Abdel prendeva in giro Mohamed perché diceva che combatteva per poter finalmente mangiare degli hamburger oltre la linea nemica.
Il giovane siriano si sdraiò sulla pancia accanto a Ahmad.
Dopo un po' disse:
- Chissà che tempo farà oggi ad Aleppo? -


martedì 28 gennaio 2014

Screensaver


Sono seduto in una terrasse d'un bar che s'affaccia sul Trocadero. 
Di fronte, il grande traliccio della Tour Eiffel.
E' una giornata fredda ma con sole. Delle alte stufe a forma di fungo scaldano gli avventori, per lo più turisti.
Il rumore dei pneumatici sul pavé si confonde col brusio della gente.
Ancora due mesi e poi la primavera, penso.
L'anno scorso, nello stesso periodo, il lavoro mi aveva portato a Buenos Aires. Per gli argentini era la fine dell'estate ed io non avrei più voluto ripartire. Adoro Buenos Aires. Ci ho soggiornato, non molto, solo qualche giorno in tutta la mia vita, il ricordo che mi porto appresso è però molto gradevole.
Se potessi vorrei andarci a vivere! Dove? Che ne so, nel Barrio Palermo Viejo, giusto per non perdere le mie origini isolane. E' una città piena di fantasmi, come piace a me. La sento.
- Ciao Italo, finalmente! Da quanto tempo! -
- Ciao Pasquale, che bello vederti! - lo stavo aspettando, c'eravamo dati appuntamento.
Ci baciamo e quindi riveliamo le nostre origini venendo riconosciuti senza appello alcuno come italiani meridionali.
Quel saluto affettuoso ha dovuto far fugare ogni residuo dubbio anche fra coloro che ritenevano le nostre origini svedesi.
Ci sediamo.
- Non sei cambiato per niente. - ci diciamo.
Non è vero.
Lui è ingrassato, ha meno capelli. Quelli che sopravvivono si sono anche ingrigiti. L'aria del buontempone gli è rimasta, però!
Anch'io sono ingrassato, ho la pappagorgia e sono decisamente brizzolato. Dentro? Sono stanco, disincantato.
Cominciamo a parlottare, a ricordare i vecchi tempi.
Il solito cameriere scorbutico viene a prendere le ordinazioni.
- Ma che è? T'ha morso la tarantola? - domanda Pasquale con forte accento all'indirizzo dell'uomo di fronte a noi. Lui naturalmente non capisce.
Quando il cameriere s'allontana, ridiamo.
Il mio amico, vecchio collega, è barese. Un pugliese ed un siciliano, è tutto dire!
I rapporti sono sempre stati buoni ed anche cordiali ma non abbastanza da far fugare l'atavica diffidenza che esiste fra i siciliani e gli altri meridionali dello stivale.
Non lo so perché, ma è così. Noi siciliani restiamo diffidenti nei confronti dei calabresi, napoletani e pugliesi. Di fondo noi li consideriamo poco affidabili. Perché? Onestamente non lo so ma ho il sospetto che tale atteggiamento sia imputabile alla ingiustificata e deprecabile superbia di noi siculi. Ne sono conscio.
C'informiamo sullo stato di salute dei figli e della loro evoluzione.
- Ma tu non ti sei risposato? Stavi con una con due zinne così! - mi chiede all'improvviso. Evidentemente i pettorali della mia ex-compagna devono averlo impressionato. Se lei lo sapesse ne trarrebbe grande soddisfazione, anche perché s'era sottoposta ad una operazione per produrre quell'effetto sugli uomini.
- Non, quella è una storia lontana, finita. Adesso sono solo ed ho deciso di restare tale. Sto bene così! -
- Ma non mi sarai divenuto finocchio? - ride battendomi la mano sul braccio - Eh sì, tu sei una persona seria! Se fossi io al posto tuo ... qui libero ... a Parigi! -
Sì, è proprio lui, Pasquale.
Mentre lui parla lo guardo e mi chiedo se devo raccontare un piccolo fatto che risale ad almeno ad una quindicina d'anni fa.
... ... ...
Lavoravamo insieme io e Pasquale, a Milano nella stessa società, nello stesso immobile. Io, come sempre, m'occupavo di finanza, lui dell'attività commerciale.
Un giorno, per ragioni che riguardavano il nostro ambito professionale, mi recai nel suo ufficio per parlargli.
La segretaria, che in generale, faceva barriera era assente.
Bussai. Nessuno rispose. Entrai e trovai l'ufficio vuoto.
L'unica cosa che dava l'impressione d'essere in vita era lo schermo del computer. Dentro di esso, come i tentacoli fluorescenti d'una medusa, delle linee continuavano a generarsi ed a roteare aggrovigliandosi ... sono le immagini che appaiono quando il computer è inutilizzato. Screensaver, si chiamano.
Certe volte agisco senza troppo riflettere e lo feci anche quella volta.
Come ipnotizzato m'avvicinai alla scrivania e cominciai ad usare il mouse e la tastiera.
Dopo aver eseguito la mia azione uscii.
L'indomani incontrai Pasquale che parlava in corridoio col responsabile dell'informatica:
- Voi non sapete cosa m'è successo ieri! Sono arrivato in ufficio col dottor Severini, uno dei miei più importanti clienti. Dovevamo discutere d'una grossa ordinazione. Quando sono andato alla mia scrivania per mostrargli l'andamento degli ordini sullo schermo ... non ho fatto in tempo a toccare il mouse che è apparsa una donna! Il suo viso era in primo piano e stava facendo un bocchino ad un tizio con un coso gigantesco! Ma che figura di merda! -
La mia capacità di dissimulazione raggiunse l'eccellenza perché assunsi l'aria stupita. Risi solo quando l'informatico, che aveva origini partenopee, disse:
- Ma dottò, è sicuro che prima non era andato su un sito porno e se l'era dimenticato? -
... ... ...
No, non glielo racconto. Meglio di no.
Voglio che continui a conservare la mia immagine di siciliano austero.


lunedì 27 gennaio 2014

Una difficile integrazione



E' la prima domenica in cui la Francia è ufficialmente senza la première Dame (la prima signora; nota del traduttore).
- ... e chi se ne frega? - penso io guardando dalla finestra i francesi che trascinano la loro sporta con ruote al mercato domenicale.
Sul tavolo vibra il cellulare.
- Pronto, ciao Tesoro. -
- Ciao, papà. Che fai? - mia figlia è la sola che mi pone tale domanda. In generale, i suoi fratelli sono meno interessati.
- Niente, guardo fuori dalla finestra ... m'annoio. -
- Ed il tempo? Com'è? -
- Parigino. Cielo coperto con la minaccia di pioggia. -
- Papà ... -
- Sì? -
- Hollande ha cacciato Valérie. -
- Che delusione, figlia! -
- Credevo che non te ne importasse niente. -
- In effetti è così solo che ... tutto questo mi fa riflettere e mi fa pensare che sulla questione della donna in effetti si recitano delle commedie. -
- Non ti capisco. -
- Quale re ripudiò ben sei di donne? -
- Cos'è un quiz? ... ebbene lo so! Enrico VIII re d'Inghilterra. Ma stiamo parlando della Francia e per di più d'un presidente e non d'un re. -
- Fa lo stesso! La morale corrente gli ha permesso di comportarsi come il re d'Inghilterra. -
- C'è una piccola differenza ... Enrico VIII se poteva le decapitava. - mia figlia è ben informata.
- Dettagli ... i costumi sono differenti ... la vita umana non aveva lo stesso valore d'adesso! -
- Papà, non ti sembra d'esagerare con i tuoi paralleli storici! -
- Sei peggio d'una suocera! ... scherzo ... esagero per amore del paradosso ... mi conosci, no? Ma quello che mi fa rivoltare è che noi viviamo in un'era dove si parla tanto della donna e della sua posizione nella società. Celebriamo la donna manager, la donna politico, la donna ministro. In Italia Renzi sta facendo una legge elettorale che impone una percentuale di donne pari al quarantacinque percento ... perché no cinquanta o sessanta? Sta facendo degli accordi con un uomo che considera le donne come degli animali buone solo per la copulazione. In Francia si fanno campagne per imporre delle donne nei consigli d'amministrazione ... eppoi le si sbatte in prima pagina come concubine quando non servono più! Ma invece di mettere in piedi tutti questi slogan che inneggiano al rispetto per la donna sulla base di leggi e di regolamenti non si potrebbe iniziare a smettere di fare della pubblicità con le immagini di donne prodotto? Non si potrebbe iniziare fin dalla tenera età a fare gli stessi regali ai bambini ed alle bambine? Non si potrebbe vestirli nella stessa maniera? Piuttosto di ricordare  con insistenza la diversità attraverso l'abbigliamento? Non si potrebbe cominciare a mettere in carcere i clienti delle prostitute piuttosto che le prostitute? Non si potrebbe cominciare ad insegnare agli uomini a piangere piuttosto di dire: smettila di fare la femminuccia? Non si potrebbe ... -
- Papà sei un talebano del femminismo! -
- Forse, ma non sopporto quando in un problema si comincia ad attaccare l'effetto e non la causa. Soprattutto se si vuol far credere in ciò che si dice. Chi parla non lo pensa veramente e ciò mi disgusta. Alla parola non segue la pratica nella vita di tutti i giorni. -
- E tu ci credi? -
- Io credo che una donna deve restare donna ed un uomo restare uomo. Non credo che si possa mischiare tutto per avere dei donni e delle uome! -
Mia figlia ride.
- Io credo che l'unica cosa su cui seriamente ci si debba concentrare è l'educazione al rispetto di tutti gli esseri umani con o senza ovaie! Il resto verrà da sé ... quindi per rivenire al nostro Hollande ... che lui faccia il socialista progressista e che imponga le donne nella vita pubblica e poi ripudi come ha fatto Enrico VIII ... mi sembra talmente contraddittorio da risultare insopportabile! -
- Quindi tu sei a favore di Valérie? - mia figlia tenta di trovare una sintesi alla mia filippica.
- Ma neanche per sogno! L'ex première Dame de France è una che era a suo aggio fino a quando era lei che poteva vantarsi d'essere la vincitrice nella competizione per conquistare il cuore del futuro presidente. Adesso che è perdente sono sicuro che darà il peggio di se stessa. La biasimo tanto quanto il suo compagno presidenziale ... comunque adesso sono preso da altre preoccupazioni. -
- Quali papà? - chiede mia figlia con una punta d'apprensione.
- Sto meditando seriamente di comprarmi una sporta per far la spesa come si usa qui in Francia. Vivo da dieci anni in questo paese ed ancora non mi sono veramente integrato ... bisogna che faccia un atto di modestia ed abbandoni la mia italica superbia culturale! -
La mia terzogenita ride di gusto.
- ... allora la prossima volta che verrò in Francia ti vedrò con la baguette sotto il braccio et la casquette sulla testa! -
Questa volta sono io che rido.


domenica 26 gennaio 2014

Gli occhi dell'ingegnere


- Il mondo è diviso in due: c'è chi fa e c'è chi non fa! - mi disse guardandomi negli occhi l'ingegnere.
Era vicino alla pensione ed un giorno, quando ero un giovane manager, mi rivolsi a lui in cerca di consiglio.
Il mio dilemma era semplice e s'è riproposto parecchie volte nella mia vita: faccio o non faccio?
Dovevo accettare un incarico che avrebbe comportato rischi e grane oppure continuare a tenere la posizione lasciando che l'inerzia mi conducesse verso una tranquilla e placida carriera?
Nessuno mi spingeva nell'impresa, tutto dipendeva da me e dalla mia motivazione di farmi avanti.
Sorrisi a quell'uomo dagli occhi dolci ma al contempo severi. Occhi di chi aveva vissuto ed aveva visto abbastanza per potersi dire una persona d'esperienza.
- Hai poco più dell'età di mio figlio ... è strano ai figli è difficile parlare ... è più facile con degli estranei. -
- Devo chiamarla papà? - scherzai.
- ... non so se il tuo vero padre ne sarebbe contento. Porrebbe delle domande a tua madre. -
Ridemmo.
- Vedi. - proseguì- Nella vita avviene sempre la stessa cosa: viviamo dentro la società che nutre delle aspettative verso di noi. Il più delle volte noi agiamo perché cerchiamo la riconoscenza dei nostri simili. E' nella nostra natura. Il bambino compie certi atti perché riceve un bacio od una carezza dalla mamma. In seguito viene sostituita da altri e le figure "materne" si moltiplicano fino a quando è tutta la società che prende il posto della madre. -
- Ma io non cerco il riconoscimento della società ... io temo di non essere in grado di far fronte alla nuova missione! -
- E' una diversa faccia del problema ma, in fondo, è lo stesso! Cos'è che tu temi? Di lanciarti in qualcosa in cui nessuno ti sollecita d'avventurarti ed alla fine d'arrivare a non farcela. Cosa rischi? Di cominciare un'impresa su cui non hai ricevuto alcuna spinta esterna poiché il motore è solo dentro di te. Se dovessi fallire coloro che ti stanno attorno ti biasimeranno e soprattutto potrebbero dirti: l'avevo detto che non ce l'avrebbe fatta! Riceveresti non solo un mancato riconoscimento ma anche uno sberleffo! -
- Sì, appunto ... ma chi me la farebbe fare? -
- Ecco questa è la giusta domanda! Quella che tutti si pongono ... ma chi me la fa fare? La risposta? Non la conosco te la devi trovare dentro di te ... io non ti posso essere d'alcun aiuto. -
Sì, i suoi occhi avevano uno sguardo dolce ed al contempo severo. Mi lasciava solo.
- Vedi Italo, qualsiasi sia la tua scelta sarà la scelta giusta. - mi disse vedendo in me un'espressione delusa -
Su questa terra non è possibile essere tutti intraprendenti e lanciati in imprese di cambiamento. Se così fosse il mondo non andrebbe avanti poiché saremmo tutti indaffarati a volerlo reinventare. Quindi ci sono quelli che fanno, nel senso che spinti dal loro sacro fuoco si lanciano in azioni innovative e rischiose, ed altri che non fanno ma eseguono. Perché il mondo giri ci vogliono entrambi e questa è una sua legge vecchia che è sempre esistita! -
 - Come il corpo ... un cervello, le braccia, le gambe ... lo diceva Menenio Agrippa. -
- Più o meno ... in realtà lui parlava della pancia che dava nutrimento alle braccia. Imbrogliò i Plebei col suo apologo così smisero di far sciopero sul Monte Sacro. Io non dico la stessa cosa ... non parlo di oligarchie che comandano ma di uomini che inventano e creano e tracciano la strada del progresso. Se tutti ci mettessimo a farlo, sai che casino? -
- Bene, allora che faccio? ... mi lancio nella grande impresa o lascio stare? - gli chiesi guardandolo ancora dritto negli occhi.
- Fai quello che meglio credi e sappi che se decidi di non fare, va bene lo stesso ... t'accontenterai d'essere una persona per bene ... e già quella non è un'impresa facile!-
La decisione la presi e mi lanciai nell'impresa. Alla fine non ricevetti onori.
Adesso, che ho quasi la stessa età dell'ingegnere, se un giovane mi chiede consiglio, dico: fai, crea movimento, lanciati nell'impresa! Se fallisci, non importa hai comunque tentato, non avrai rimorsi ma ... resta sempre una brava persona.


Nota bene: lo stesso anziano ingegnere un giorno mi chiese: lo sai qual'è, per un uomo, l'organo sessuale più usato a partire da una certa età? ... non saprei! risposi ... sono gli occhi! mi disse ... Sono passati più di due decenni ma sorrido ancora ricordandomi del suo sguardo.

sabato 25 gennaio 2014

Un, due, un, due ... passooo!


Appartengo ad una di quelle generazioni che subì il servizio militare obbligatorio.
Come molti giovani cercai d'evitarlo e mi misi anche a lavorare nella speranza d'essere scartato ma alla fine fui risucchiato dalla macchina amministrativa.
Come molti giovani trascorsi un anno, o poco più, dentro le caserme.
Ero già laureato ed assistente di Storia Contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano ma ciò non m'esonerò dal marciare, come recluta, sotto il sole cocente di agosto dentro una caserma di Salerno. Fuori da quelle mura il resto dell'Italia era in vacanza. Noi ci sentivamo tutti delle vittime d'un destino ingiusto ed immeritato.
Un mio compagno di camerata si chiamava Bovolenta. Non ricordo il nome.
Faceva il casaro non lontano da Parma, era immenso e con delle braccia grosse quanto le mie cosce. Con un pugno avrebbe steso un toro. Ci accordammo senza troppo discutere sulla sistemazione nella cuccetta. Lui avrebbe occupato il letto inferiore. La decisione soddisfò entrambi poiché Bovolenta non avrebbe trascinato il suo immenso corpo su e giù ed io non avrei provato la sgradevole sensazione d'avere quella grossa massa di muscoli e di grasso sopra di me.
Nella camerata io ero il più vecchio, avevo venticinque anni e venivo da una realtà in cui già ero chiamato "professore". Farmi gridare degli ordini da caporali diciannovenni mi metteva a disaggio, ma in breve tempo mi abituai. I sottotenenti, tutti della mia età, giocavano a fare i capi ma non si prendevano molto sul serio, tranne uno, un cretino di Messina.
Dopo il giuramento di fedeltà alla Repubblica ci mandarono a San Giorgio a Cremano. Mi sembrò una strana coincidenza perché mi ricordai di mio padre che soggiornò nella stessa caserma quando, durante la guerra, scappò da Roma per sfuggire ai rastrellamenti.
- Guarda che bello, il cielo con tutte queste stelle! - mi disse Bovolenta una notte mentre eravamo di guardia ad una polveriera nei dintorni di Napoli.
Eravamo sdraiati sopra un carrarmato. I pesanti fucili Garand sopra il petto e le nostre teste sugli elmetti.
- Sì, è bello! Toglie il fiato! -
- Con una notte così, meglio qui che in camerata. -
- Hai ragione ... posso chiederti una cosa? -
- Certo. - disse voltandosi verso di me.
- Perché non fai mai le libere uscite? -
- Perché se esco dalla caserma non torno più. -
- Ma come fai? ... cambiare aria fa bene. Si diventa tristi ... -
- Io divento triste fuori dalla camerata, lontano dal mio paese ... guarda. -
Dal portafoglio estrasse una foto sgualcita che mi mostrò.
Una ragazzotta rubiconda, con la pelle chiara, bionda e con le trecce mi sorrideva. Sembrava la versione femminile di Bovolenta appena uscita da Tristano ed Isotta di Wagner.
- Tua sorella? -
- Ma che scherzi? - e mi diede una botta col braccio che quasi mi fece cascare dal carrarmato - E' la mia ragazza, Angela. Ci sposeremo. -
- Che lavoro vorrai fare una volta uscito di qui? -
- Che domande? Il casaro, farò il parmigiano. E tu? -
- Io farò il reporter ... andrò in giro a conoscere il mondo ed a scrivere storie sugli uomini.-
- Verrai anche a Parma? Vedrai come si fa il formaggio ... io ho imparato da mio padre e lui da mio nonno. Per noi il parmigiano è tutto. -
Me l'immaginai con le sue enormi braccia rimestare il latte cagliato e sollevare delle forme enormi di reggiano. Per Bovolenta tutto era chiaro nella vita.
Si nasceva, si studiava quello che era necessario, s'imparava l'arte del casaro e poi si faceva parmigiano fino a quando si poteva. Nel frattempo ci si sposava e si concepivano i figlioli con Angela. Loro avrebbero seguito lo stesso percorso del padre, del nonno e del bisnonno e così via verso l'infinito come ... come quel cielo stellato.
- Italo, quanta gente fa l'amore in questo momento? -
- Tanta, tanta ... non ci pensare ... io torno al mio posto, prima che passi la ronda. -
Passammo ancora due mesi insieme parlando di Angela, del parmigiano e dei miei progetti per oscurare Hemingway.
Un giorno ci caricarono su un camion per le destinazioni finali. Io andavo a San Giorgio a Cremano in Friuli e lui in Sardegna, a Sassari.
- Imparerai a fare il pecorino. - gli dissi salutandolo.
Lui piangeva come un bambino e si strofinava gli occhi.
- Smettila, sei grande e grosso ... se ti vedesse Angela! - gli dissi.
- Verrai a Parma? ... magari potrai scrivere qualcosa sui casari. -
Sono trascorsi più di trent'anni, Bovolenta.
Vorrei tanto incontrarti ancora e ricordarti di quel cielo puntellato di stelle e di speranze.
Spero che tu abbia fatto il casaro e tanti figlioli con Angela.
No, io non sono diventato reporter ...ma ogni volta che mangio del parmigiano reggiano mi chiedo se l'hai fatto tu.


venerdì 24 gennaio 2014

Viva Claudio



- Ciao papà. Come va? -
- Bene, e tu? -
Mio figlio deve sentire una tonalità distratta nella mia voce.
- Ti disturbo? - mi chiede.
- No, stavo scorrendo velocemente un articolo su Claudio Abbado. Interessante. Una bella personalità, un uomo discreto. -
- Parli del direttore d'orchestra? -
- Sì, proprio di lui. -
- Vuoi che ci sentiamo al telefono più tardi? -
- No, no ... va bene adesso. Io l'ho conosciuto Claudio Abbado. -
- Ah sì, e quando? -
- Tanti anni fa. Ero più piccolo di te. Dovevano essere gli ultimi anni del liceo. Anzi no, era proprio l'ultimo.-
- Andasti a sentire un suo concerto? -
- No, ci giocai a pallone. -
- Ah sì? Giocavi a pallone? -
- Sì, cosa c'è di strano? Come tutti. Ma non ero molto bravo ... mi mettevano o in difesa o a fare il portiere. In quest'ultimo ruolo non ero male. Paravo bene ed i miei compagni mi dicevano che avevo "la posizione" come Sarti. Io penso che ero un po' incosciente perché mi buttavo sempre sui piedi degli avversari rischiando che mi prendessero per il pallone. -
- Chissà com'eri da giovane? - mi domanda.
- Io non mi sento diverso ... forse ero più allegro. -
- Ed Abbado, allora ... come andò? -
- Giocava bene ... doveva avere un po' più di quarant'anni all'epoca e noi ragazzi eravamo sempre timorosi. Nessuno lo marcava con decisione, in più lui era robusto e forte. Era mio avversario. Ce l'avevo sempre davanti a me in attesa del pallone. Gli parai tutti i tiri. La mia squadra perdette ma non fu lui a farci i goal. -
- Com'era possibile che tu giocassi con Abbado? Lui doveva essere molto più grande di te. -
- A lui piaceva giocare e non riuscendo a raccogliere abbastanza amici per fare delle partite rastrellava dei giovani ... fu un mio compagno di classe che mi portò ... un certo Marco. Lui conosceva uno dei giocatori della squadra del Maestro. -
- Papà, lo sai che in genere sono le schiappe che si mettono in porta?-
- Sì, ma anche la schiappa bisogna saperla fare bene, con professionalità. Sai di gente che m'ha trattato da schiappa nella vita ne ho avuta tanta ... eppure ...! -
- Papà, stavo scherzando! -
- ... sarà! - gioco col suo senso di colpa. Poi aggiungo - Comunque Abbado ha incrociato ancora la mia vita. -
- Ah sì? ... e quando? -
- Quando lavoravo in banca. Ci rimasi per otto mesi. Non resistetti di più. La banca era francese ed aveva la sede in piazzetta Bossi. -
- Gli hanno fatto una piazza? -
- A chi? -
- Ad Umberto Bossi. -
- Ma per carità! Ancora quello lì nessuno lo conosceva ... non so perché si chiami cosi'? Forse a ricordo d'un decorato di guerra. In ogni caso, ogni volta che andavo in bagno il pomeriggio sentivo suonare un piano. "Chi è?" chiesi. "Abbado, abita due piani sopra la banca" mi risposero ... non sono sicuro che fosse lui, ma mi piace pensarlo. Quando andavo a fare pipì ci restavo delle mezzorate intere! Sognavo e mi dicevo che avevo la vita davanti. -
- Chissà com'era contento il tuo capo! -
- Certo, che lo era! La schiappa di tuo padre era uno sveglio e si faceva ben apprezzare! -
- Eppoi ... -
- Eppoi, lasciai la banca nell'illusione che fuori il mondo fosse meno grigio. Forse sì, però ... -
- Però? -
- ... non ho più trovato nessuno che con la musica mi tenesse compagnia durante le ore di lavoro. Lui, o chi per lui, non lo sapeva ma stava suonando per me! -


giovedì 23 gennaio 2014

Who ya gonna call?



- Ti rendi conto che io non ne voglio sapere un bel niente d'andare a quel funerale! - mi dice mio padre alterato.
- Papà, non è un funerale ma la messa del decennale della morte del tuo amico Arturo. -
- Ma chi te l'ha detto che era mio amico? -
- La sua vedova. -
- Ma tu, come fai a conoscerla? - lo sento veramente inquieto.
- Mi ha rintracciato leggendo i miei post su internet. -
- Io tuoi ... che? -
- I miei post, papà ... dei pezzi che scrivo su internet. -
- A che servono? -
- ... la gente ... li legge ... non sono in molti. Scrivo di tutto ... di più ... -
- La tua mania di fare lo scrittore! Non t'è passata, ancora? Saresti un morto di fame adesso se non ti fossi messo a lavorare seriamente! - difficile dargli torto.
- Come vedi quelle son diavolerie. - prosegue - ... anche la vedova di quello lì t'ha rintracciato! Ma sa che sei un Persegani? -
- Certo che lo sa? C'è scritto sul mio b... - m'arresto perché poi dovrei spiegargli cos'è un "blog" - Sulla mia scheda, papà. -
- Tutti schedati siete, neanche Orwell avrebbe potuto immaginarlo! ... sa anche che sei mio figlio? -
- Certo, gliel'ho detto! -
- Ma chi t'ha autorizzato! -
- Papà, ma perché tutta questa agitazione? -
- Perché ... quello lì ... quello lì è stato il più grande rompicoglioni menagramo che abbia mai incontrato nella mia vita! -
- Chi? Arturo? -
- Per carità ... stai zitto! Non nominarlo! - grida quasi.
Penso che chiamerò mio fratello per dirgli d'andare a trovare nostro padre ... questa agitazione mi sembra insolita e non giustificata.
- Ok papà ... ma non ti sembra d'esagerare? Stai bene? -
- Certo, che sto bene ... almeno fino ad adesso! -
- Ma cosa mi dici? -
- Tu non puoi capire ... quello lì lo conosco da quando eravamo ragazzetti. Sua madre e tua nonna erano molto amiche e quindi ci facevano incontrare. Già da bambino era appiccicaticcio, mi mangiava i miei mostaccioli. Insieme fummo figli della lupa, balilla ed avanguardisti. La cicatrice che ho sul braccio me la procurò lui pulendo la baionetta. Era pure maldestro! Nel quarantatré scappammo da Roma con altri ragazzi per fuggire dai rastrellamenti dei tedeschi. Eravamo in trenta. Fummo intercettati da una pattuglia che ci prese a fucilate. I due giovani che erano accanto a quello lì furono beccati dalle pallottole. Volevamo attraversare le linee ed andare a Napoli. Ci separammo in più gruppi ed io con un espediente riuscii a far parte di uno senza quello lì. Passarono dei mesi e me lo ritrovai in una caserma a San Giorgio a Cremano. Tutti i suoi compagni di fuga erano stati uccisi, chi saltando sulle mine, chi ucciso dai tedeschi ed altri dal fuoco amico. Solo lui s'era salvato. La sera stessa quando lo incontrai fui arrestato dai MP americani perché mi scambiarono per un borsanerista. Tornato a Roma m'iscrissi ad Ingegneria ed anche lui ... non riuscivo a fare un esame, malgrado che studiassi come un matto venivo sempre cacciato. Quello lì no ... riusciva sempre a superare con buoni voti. Lasciai Ingegneria e m'iscrissi a Geologia ... terminai i miei studi con successo. -
Mio padre che m'ha sciorinato tutto senza quasi fare pause, prende fiato.
- Finalmente vi separaste immagino a causa del lavoro. -
- Magari fosse stato! Macché entrò nella stessa mia società! Lui era specialista delle piattaforme petrolifere, poiché era ingegnere meccanico! Io facevo dell'esplorazione e quando indicavo dove fare un pozzo si trovava solo dell'acqua calda! -
- Adesso, anche quella sarebbe apprezzata! - osservo.
- Finché un giorno ... lo mandarono in Congo Belga insieme ad altri geologi. Anch'io dovevo andare ma all'ultimo momento restai in Italia per occuparmi di tuo nonno, che era malato. Insomma tutti i componenti della missione furono massacrati dai rivoltosi ... -
- ... tranne quello lì. -
- Si', tranne quello lì ... per questo piuttosto di trovarmelo ancora nei piedi chiesi d'essere trasferito ed andammo in Iran ... e poi negli altri paesi arabi. -
- E se lui t'avesse raggiunto? -
- Avrei cambiato società ... sarei andato a lavorare con gli americani. Ma così non è stato ... quando è morto ho tirato un sospiro di sollievo ... sembrerebbe che quando è esplosa la bomba in Piazza Fontana, lui fosse appena uscito dalla banca! -
- Stupefacente ... !-
- Adesso capisci perché non voglio andare alla sua messa? ... non voglio che il suo fantasma s'attacchi ancora a me. Magari mi ritroverò il suo spirito fra non molto nell'aldilà ma prima d'allora voglio starmene tranquillo ... quindi evita di restare in contatto con la vedova di quello lì ... lascia che si dimentichi. -
- Spiriti, fantasmi ... tu avresti bisogno dei Cacciatori di Fantasmi! -
- Sì, fai lo spiritoso tu! Non sai di cosa parli! -


mercoledì 22 gennaio 2014

Le bestiole


Perché voleva morire?
Nicola guardò il sole tramontare ed abbandonare il gelido cielo di gennaio.
Chi lo stava spingendo a compiere quell'atto disperato erano due esseri che da sempre s'erano insediati dentro di sé: il coniglio ed il gatto.
Così raffigurava le due anime che coabitavano nel suo intimo e, essendo provviste della medesima forza, l'una non prevaricava sull'altra.
Il coniglio identificava la carità e la fratellanza, il gatto invece la sfrenata ambizione e la smisurata smania d’onori e potere. Nicola le chiamava le bestiole.
Avevano scorrazzato dentro di lui, a loro piacimento, nei quarant'anni della sua vita. Ogni tentativo di farle convivere era risultato difficile in quanto le due bestiole possedevano un’ugual forza e lo strattonavano verso direzioni contrapposte. 
Nicola, come un eroe mitologico, si sentiva dilaniato.
Ma non era tanto lo sforzo di resistenza a quelle energie contrarie che lo esasperava quanto la staticità conseguente che aveva caratterizzato la sua vita.
Quel tirare da una parte all'altra non provocava nessun movimento ma una costante immobilità. La perenne indecisione aveva contraddistinto la sua esistenza ed era divenuta proverbiale fra gli amici e i conoscenti. Nessuno riuscì a comprendere mai l'origine del suo immobilismo che era scambiato per abulia.
Ogni volta che doveva prendere una decisione, dentro di lui si scatenava la disputa delle due bestiole. Molti lo consideravano semplicemente un indolente.
In realtà Nicola amava la velocità, il vento che gli scompigliava i capelli e che l’obbligava a socchiudere gli occhi. Avrebbe amato sfrecciare come un motociclista fra le vicende della vita, fra differenti paesaggi, fra luoghi, città e paesi. Invece aveva sempre proceduto con estrema lentezza, anzi arrancato come uno zoppo privo di bastone. Col tempo l’insoddisfazione divenne opprimente.
Avrebbe volentieri reciso uno dei due cavi che lo tenevano legato alle bestiole per farsi tirare da una sola. Era impossibile, e lui lo sapeva.
Si accese una sigaretta e nella penombra della stanza cercò la poltrona su cui sedersi.
Ogni volta che aspirava, la punta della sigaretta s'incendiava e brillava d’un rosso vivo.
Soffiò fuori il fumo  e lo vide arrampicarsi nel vuoto della stanza in contorte spire.
Ne osservò il bagliore spegnersi sul fondo del portacenere.
Ascoltò il sordo rumore delle macchine che passavano nella via sottostante. Poi, si concentrò sul ticchettio del vecchio pendolo appeso alla parete.
Dal piano inferiore gli pervenne il lamento di una donna, di sicuro la moglie del dottor Paolone. Era morto quel giorno stesso, gliel'aveva riferito la portiera incontrata mentre rincasava:
- Povero dottor Paolone, così giovane! Un maledetto brutto tumore in pochissimo tempo se l'era portato via! Pensi, tutto a causa di un neo che s'era accidentalmente grattato! Prima un melanoma …poi il male s'è diffuso per tutto il corpo. Io continuo a non crederci! Un così bell'uomo! Così vitale!  Mai grattarsi i nei! –
Nicola sorrise nell'oscurità pensando alla baggianata dalla portiera. 
Grattarsi i nei!
Paolone era però una persona veramente allegra! Organizzava spesso feste a casa sua e Nicola molte volte s'era lagnato per il baccano. La casa in cui abitava aveva i muri spessi, ma stranamente, per un gioco di risonanze, gli schiamazzi provenienti dal soggiorno dei Paolone riuscivano a trapassarli. 
E non solo quelli! 
Una volta distinse senza alcuna possibilità di equivoco, l'ansimare ed i gemiti dei due coniugi perduti in un focoso amplesso.
Si alzò, accese la luce e cercò in un armadietto la bottiglia di grappa ed un bicchiere, poi la spense, preferendo restare al buio. A tentoni raggiunse di nuovo la poltrona. Cominciò a sorseggiare il liquore. Un altro ricordo emerse fra i mille che turbinavano nella sua mente. Lo ricacciò nel vortice insieme agli altri.
A che pro rammentare? Ogni avvenimento che aveva segnato la sua vita era sempre caratterizzato dalle due bestiole contrapposte. Per causa loro non era mai riuscito a concludere alcun progetto. L'opacità della sua vita l'aveva reso infelice.
Non era mai stato in grado a dimostrare il suo amore verso il prossimo poiché il gatto aveva sempre frenato ogni suo ardore, né aveva mai soddisfatto le sue ambizioni a causa del coniglio che gli aveva sempre vietato di prevaricare sugli altri.
Così, per colpa delle bestiole, s'era alienato l'amore della moglie e dei figli, l'affetto degli amici e dei conoscenti, ma anche la stima per se stesso.
- Che diamine! A quarantanni si può sempre ricominciare! - si era ripetuto molte volte in quei mesi, ma aveva sempre disatteso quel proponimento.
L'unica alternativa a quella piatta esistenza era affrancarsi da quei maledetti lacci.
Un giorno decise di andare da uno psicanalista. Il professionista lo prese in cura e stabilirono d'incontrarsi ogni mercoledì sera. Le sedute andarono avanti per diversi mesi.
Il dottor Parcella, cosi curiosamente si chiamava, era veramente in gamba tanto che Nicola cominciò ad avvertire i nodi di quei lacci allentarsi sempre di più.
Iniziò a sentirsi anche più leggero, libero ormai delle angosce che avevano caratterizzato fin a quel giorno la sua esistenza. Ma questo stato di pace interiore non lo condusse ad avere una vita più interessante. Infatti, la terapia mirava a fornirgli un po' di serenità, a rimuovere le cause che gli laceravano l'animo.
- Ma se rimarrò sciolto da entrambe le bestiole la mia vita rimarrà opaca come adesso. Tranquilla e serena ma assolutamente senza alcuno stimolo che la possa rendere interessante e viva. Sarò felice ma condurrò un’esistenza completamente scialba! Tanto vale essere inanimato come una pianta! Il mio analista deve aiutarmi a rimanere almeno con una delle due bestiole! -
- Mi spiace, ma ciò che lei chiede io non posso farlo. Travalica la mia etica professionale. - gli rispose con garbata determinazione il dottor Parcella - Il mio compito è di aiutarla a liberarsi dei suoi malesseri. Io l’aiuto ad individuarli ma per guarire da essi lo sforzo deve compierlo lei. Ed inoltre se cerca in me qualcuno che possa compiere la scelta al suo posto, penso che si sia ingannato. Io non posso decidere per lei se preferire l'amore e l'abnegazione o assecondare il desiderio di potere e d’affermazione. Non voglio e non posso assumermi questo tipo di onere. Spetta a lei decidere! L'unico obiettivo professionale che posso pormi è quello di aiutarla nel raggiungere un certo equilibrio interiore. -
Per Nicola l'equilibrio era sinonimo di staticità, ma era proprio ciò a cui lui non mirava! Ed inoltre gli era oltremodo difficile effettuare una scelta fra quale bestiola preferire. Abbandonò la psicanalisi.
Era condannato a vivere o con entrambe le bestiole o con nessuna. Lui, invece, desiderava continuare la sua esistenza in compagnia di almeno una delle due. Ma quale scegliere?
Il dilemma divenne ossessionante tanto d'annebbiargli la mente.
Dall'appartamento del piano di sotto gli giunse ancora il singhiozzo della moglie di Paolone.
Da un po’ di tempo aveva cominciato a meditare sul suicidio come possibile soluzione.
Ma come farlo?
Il modo più semplice era forse quello di gettarsi nel vuoto.
Si alzò dalla poltrona e raggiunse la porta del balcone.
L'aprì ed il freddo invernale lo raggelò.
Si sporse dal parapetto e guardò la via sottostante. Sette piani lo separavano dal freddo asfalto. S'immaginò l'orrido volo e l'impatto col terreno.
Rientrò nel suo appartamento, avrebbe escogitato qualcos'altro ma nessuna soluzione gli sembrò ottimale.
Si figurò impiccato, ma non si piacque appeso come un salame.
Pensò di ficcare la testa dentro il forno, poi, si rammentò che funzionava elettricamente.
Una manciata di pillole di sonnifero l'avrebbero aiutato. Le andò a cercare nel cassetto delle medicine. Trovò solo un flacone di valeriana con cinque compresse.
Si rammaricò di non aver mai posseduto una pistola.
Con una lama avrebbe potuto tagliarsi le vene dei polsi!  Ma tutto quel sangue!
Dal piano inferiore sentì arrivare ancora i lamenti della signora Paolone.
- Certo è una bella sfortuna per un uomo, così amante della vita, morire giovane a causa d’un neo! – pensò non senza ironia.
Stufo di quei lamenti s’alzò dalla poltrona e, sempre a tentoni, attraversò l'appartamento buio. Raggiunse il letto e vi si coricò. Da lì i rumori del piano inferiore quasi non arrivavano.
Al buio tentò di trovare una soluzione. Provò a meditare financo ad alta voce:
- Sarebbe di certo molto bello se all'uomo, una volta presa la decisione di andarsene da questo mondo, fosse offerta la possibilità d'attendere l'arrivo della morte con calma, familiarizzando con essa giorno dopo giorno, mese dopo mese. Si eviterebbero quei riti macabri, quella violenza su se stessi! -
Sentì con disappunto provenire ancora dall'appartamento del sesto piano delle voci sommesse e si rammentò che il dottor Paolone aveva pressappoco la sua età! Una idea gli attraversò la mente.
La mano destra scivolò sulla camicia e all'altezza della pancia slacciò un bottone, l'indice s'insinuò fra i due lembi di stoffa, trovò l'ombelico e sotto di esso un neo.
Nicola cominciò a grattarselo.

martedì 21 gennaio 2014

Pippo come Hollande e (forse) Obama


- Sicuro come il Catania. -
Mi ricordo di questa espressione che usavamo quando eravamo ragazzi in Sicilia.
- Allora siamo apposto! - esclamo.
- Certo, tranquillo puoi stare! - mi ribadisce Pippo.
- Mi stai babbiando (prendendo in giro; nota del traduttore) ... se mi dici che devo considerare sicura la tua promessa come la vittoria della squadra di calcio del Catania, vuol dire che non mi devo fidare! -
- Ma che vuoi che ti dica? ... che non m'incontro più con la polacca di trentacinque anni? -
- No, non sono affari miei ... vorrei che non vi facciate male con Carmela, siete amici miei! Questa è la promessa! -
- Con Cammela, non ci si può non fare male! ... lei vuole che la lasci. Sai come la chiama? -
- Chi? ... la tua amante? -
- Non cominciamo ad offendere! -
- Ma che stai dicendo? Chi offende? -
- Tu. La chiami amante ... come le buttane! -
- Ma un'amante non è una buttana ... ma che stai dicendo? -
- Ah no ... beh, allora chiamala col suo nome ... Agata. -
- Vedi che c'è una connessione con Catania (Sant'Agata è la patrona della città etnea; nota dell'autore)! Beh, come la chiama Carmela? -
- La polacchetta! -
- Come la scarpa. Beh, credevo peggio ... conoscendo Carmela! Ma allora, tu sei veramente innamorato? -
- Cacetto (certo; ndt)  ... ho sessantatré anni ... dove la trovo un'altra così bella femmina? -
- Capisco la logica ... ma tu pensi che lei stia con te per amore? Sai, queste donne vengono da paesi difficili e fuggono la fame.- mentre dico ciò mi mordo la lingua perché mi ripeto che non sono affari miei.
- E a te pare che io sono fissa (fesso; ndt) ... ma a me, chi mi ni futte (cosa me ne fotte; facile da tradurre!)? Quanto mi resta da vivere? ... -
Non rispondo ... una tipica crisi di Peter Pan a sessantatré anni! Si vede che la vita media si sta allungando!
- Scusa se mi sono permesso di parlartene ... lo faccio solo per amicizia ... adesso, mi ritiro in buon ordine perché non voglio essere invasivo. -
- No, non sei 'vasivo ... vuol dire azziccusu (impertinente; ndt)? -
- Sì. -
- Assai più azziccusi sono la gente del paese. Anche se non mi domandano niente lo fanno lo stesso colle taliate (con gli sguardi; ndt)! Ma anche io li talio e con gli occhi gli dico: andate a fare in culo! Glielo dico in italiano, così capiscono meglio! Ecco cosa gli dico! -
- Bravo, fai bene Pippo! - deve essere terribile vivere quella vicenda per entrambi i coniugi in un paese della profonda Sicilia.
- Eppoi, dimmi ... ma in Francia ... il presidente non se ne va anche lui in giro in motorino per andare a trovare la sua ... amante? -
- Sì, certo ... si vocifera che anche Obama ... -
- Ed io sono più fissa di loro? ... comunque certuni mi danno anche certe taliate d'invidia! -
- Ah sì ... e tu cosa gli rispondi con lo sguardo? -
- C'è chi può e c'è chi non può! Io può! -

Nota bene: la frase conclusiva del dialogo con Pippo è stata presa in prestito da un aneddoto che riguarda il cav. Massimino, defunto e compianto presidente della squadra di calcio del Catania, che utilizzò la suddetta frase per rispondere alla domanda di un giornalista a proposito della sua ascesa sociale.








lunedì 20 gennaio 2014

Zio Gigi


Leggo un vecchio giornale seduto sulla poltrona del soggiorno
Li accumulo e l'impilo, poi li smaltisco leggendoli nel tempo libero.
Ma la mia velocità di scorrerli non è pari a quella della raccolta. Quindi la pila cresce ed il mio rimorso di non essere abbastanza rapido anche.
Sono alle prese con un articolo che s'incentra sulle crisi politiche e che stanno scuotendo l'Africa ed in particolar il Centrafrica. La situazione è tragica ed i rischi che si possa creare una escalation di violenza dopo le dimissioni del presidente Djotodia sono alti. Il Centrafrica, ve lo ricordate? Bokassa, i diamanti, le partite di caccia del dittatore e Giscard d'Estaing? Bene, proprio quel paese lì!
La Francia non molla ... soprattutto la sua vocazione colonialista.
Hollande dice: siamo là per motivi umanitari!
Questi motivi hanno parecchi nomi fra i quali Uranio.
Malgrado l'interesse che nutro per l'argomento, sento le palpebre pesanti. Devo resistere al sonno.
Abbasso il giornale.
Davanti a me c'è zio Gigi, mio zio materno.
- Questa poi? Che ci fai qui? - chiedo esterrefatto.
- Niente, passavo di qui e mi sono detto: vado a trovarlo. -
- Ma che bella sorpresa! Quanto tempo! -
- Quasi ventitré anni. Da ventitré anni che sono morto. -
L'osservo. Sempre un bell'uomo! Un figo, si direbbe oggi.
Alto un metro e novanta, magro, la pelle olivastra, gli occhi d'un azzurro intenso, i capelli neri come la pece e tirati all'indietro. Un Robert Taylor nostrano, con i lineamenti più delicati.
Attirava le donne come il miele con le api.
Aveva la voce suadente ed al contempo profonda. Mia madre l'adorava. In effetti i due fratelli si volevano molto bene.
Per noi nipoti zio Gigi è una leggenda, soprattutto per me e mio fratello. Non solo per la sua fama di seduttore che comunque restava discreta, ma per la sua maniera d'ironizzare sulla vita. Per irriderla.
- Ti trovo giovane. - dico.
- E' così che vivo nei tuoi ricordi. -
- Capisco. -
- Tua moglie come sta? -
- Sono separato, zio. Da dieci anni.-
- Peccato, era una brava ragazza. -
Sorrido.
- Beh, adesso non è più una ragazza ma è sempre una brava donna! -
- Hai qualcuno? -
- Avevo ... -
- Sei solo. Un uomo solo è triste. Io non sono mai rimasto mai solo. In qualunque parte del mondo fossi. -
Sì, lo confermo.
Zio Gigi era ingegnere civile e prima di mettersi a fare l'imprenditore in Zambia, aveva girato il mondo con imprese che facevano grandi lavori. Che fosse in un posto sperduto nello Yemen o in mezzo al deserto libico trovava c'era sempre una donna a coccolarlo!
- Non ho tempo per corteggiare le donne ... troppo complicato, eppoi incomincio ad essere attempato. -
- Ma chi ti ha detto che devi corteggiare le donne? Devi solo individuare quella che è interessata a te e fare in modo d'attirarla.-
Sorrido.
- Facile per te! Non ce n'è una che non ti apprezzasse! -
- Storie! Devi sviluppare delle tecniche di riconoscimento. Ce ne sono diverse. -
- Ok, fammi un corso ... sembri il mio amico Giovanni. -
- Ah bene, hai un amico esperto ... chiedigli allora cosa vuol dire quando una donna seduta con le gambe accavallate ne ondeggia una? -
- Me lo posso immaginare ... ma glielo chiederò. -
Ho troppo sonno. Strofino gli occhi con le dita, come fanno i bambini.
Quando li riapro di fronte a me zio Gigi non c'è più.
Sì, ho sognato ... devo essermi appisolato.
Spengo l'abat-jour, resto al buio e lascio che il giornale mi scivoli dalle gambe.
Chissà che coppia avrebbero fatto Giovanni e zio Gigi?

domenica 19 gennaio 2014

Butterfly


- Vedi Jean-Luc, io non ci capisco proprio una beata fava (la traduzione in italiano è molto più colorita; nota del traduttore)! -
Il mio collaboratore mi guarda stupito.
- Che cosa non capisci? -
- Il nostro futuro. -
- Mio eminente capo, puoi tu vedere e quindi capire il futuro? -
- Una volta, sì! -
- ??? -
- Una volta avevo molte certezze, mi sembrava che il mondo e l'economia funzionasse come una macchina: schiaccia quel pulsante là, aziona quella leva, premi sul pedale ... e così via. Allora il problema era comprendere quando e come attivare i meccanismi ... c'era chi era più o meno abile a scovarli e quindi s'avvantaggiava sugli altri. Aumentavi i prezzi, riducevi i costi, miglioravi il servizio, investivi a destra, vendevi a sinistra, durante i cicli di crisi riducevi le quantità, abbassavi l'offerta tensionando ancora la domanda ... ed il gioco era fatto! I mercati erano più regionali e gli effetti delle azioni si limitavano solo sul tuo territorio ... adesso non sai più quello che devi fare perché c'è sempre qualcosa che ti sfugge, che avviene nell'altra estremità del globo e vanifica le tue azioni. -
- Tutto ciò per un grande economista come te dovrebbe essere un gioco! -
Guardo Jean-Luc.
- Sappi che, anche se sono più vecchio di te di almeno venticinque anni, la forza per darti un pugno sul tuo grugno d'allievo di Grand Ecole la trovo. -
- Scusa, non volevo ... -
- Sto scherzando ... fai bene a sfottermi ... e poi nella vita non bisogna mai prendersi sul serio. Comunque, è vero ... quando cerco di riflettere su cosa si deve fare nel prossimo futuro mi sento un po' perduto. Non so cosa consigliare ai grandi capi. Forse bisognerebbe essere un po' più coraggiosi e fidarsi del proprio istinto ed andare avanti in una direzione anche se si naviga a vista, nella nebbia. -
- Ho voglia di un caffè. Vuoi che te ne porti uno? -
- , why not? -
Guardo fuori. Oltre la vetrata un altro grattacielo sta crescendo a la Défense.
La nebbia, le tempeste ... sì, gli eventi atmosferici m'aiutano a comprendere l'economia dei giorni nostri. Chi si ricorda dell'effetto della farfalla usato nella meteorologia per introdurre la teoria del caos?
Basta il battito d'ali d'una farfalla in un determinato angolo del mondo per scatenare una tempesta in un altro. L'ipotesi alla base di questo paradosso è che il leggerissimo spostamento d'aria provocato dall'insetto può amplificarsi a dismisura a distanza di centinaia di chilometri tanto da provocare un evento meteorologico dirompente.
Alla fine del 2008, ricordo che partecipai ad uno dei comitati esecutivi della mia società. Il responsabile delle vendite nel Nord America commentava la caduta drammatica dei profitti a causa della crisi registrata negli Stati Uniti e dovuta della bolla finanziaria dei subprimes (a partire della fine del 2007 molte istituzioni finanziarie americane cominciarono a fallire a causa dei facili prestiti dati nel mercato immobiliare. Un anomalo effetto domino, all'interno del sistema economico americano, fece sì che tutta la nazione ne fu duramente colpita. Nota dell'autore).
Mi ricordo che posi la domanda:
- Ma questo crisi non può trasferirsi anche in Europa? -
Quel signore, che nel frattempo è andato in pensione portandosi appresso una buonuscita reale, guardandomi dal di sopra dei suoi occhiali, mi rispose:
- Non so quanto tu sia ferrato in geografia, ma fra l'America e l'Europa esiste un oceano! -
Quella frase risuonò all'interno della sala di riunione come: stai zitto, cretino!
Beh, il resto della storia è conosciuta!
Jean-Luc torna col caffè.
- Ti vedo ancora pensieroso. - mi dice porgendomi la tazza.
- Sto meditando di darmi all'entomologia ... so che posso essere scambiato per sadico ... ma deve essere eccitante infilzare le farfalle con uno spillo! -


sabato 18 gennaio 2014

I temporeggiatori



- Tu sai chi era Quinto Fabio Massimo Verrucoso?-
- No. Forse uno pieno di verruche? - risponde il mio secondogenito divertito.
- Ma che dici? ... Oddio, non lo so ... mi metti dei dubbi? ... uffa, la vuoi smettere di prenderti gioco di tuo padre? -
- ... non mi prendo gioco di te e che uno che si chiama Verrucoso me l'immagino pieno di verruche. -
- Non hai torto neanche tu!-
- Chi era, papà? - riprende mio figlio.
Sento dei rumori provenire dall'altro capo del filo.
- Dove sei? -
- All'università, faccio una pausa. -
- Ah ok ... insomma era un console romano. -
- Un po' me l'immaginavo. Chi si chiamerebbe adesso Quinto Fabio Massimo?  E che fece? -
- Quello che sta facendo Letta ... temporeggia! -
- ... e come finì? -
- Lo cacciarono perché il popolo romano si stancò della sua politica. Temporeggiò nei confronti d'Annibale che razziava tutta la penisola. Non fu ascoltato e l'esercito romano attaccò i cartaginesi a Canne, nelle Puglie. La Roma repubblicana subì la più cocente delle sue sconfitte. -
- Quindi ebbe ragione. -
- Sì e no, perché fu un oppositore anche della corrente che voleva portare la guerra in terra cartaginese. In effetti fu la strategia di Scipione, che alla fine si rivelò vincente. -
- Quindi Letta è come il Verrucoso? - evidentemente il particolare della verruca deve aver colpito l'immaginario di mio figlio.
- Non so, è certo che in questo momento sta scegliendo l'inazione nella speranza che un deus ex machina (espressione presa in prestito dal latino per indicare il compiersi d'un avvenimento che sblocca una situazione stagnante; nota dell'autore) si compia. -
- Che cosa si deve compiere secondo te? -
- Non lo so, figlio ... non sono dentro la testa di Letta.Comunque per lui non è facile appena si muove c'è qualcuno che lo bastona: Renzi, Berlusconi e Alfano ... a proposito, hai notato che sembra un hamster con pochi capelli?  -
Sono contento quando faccio ridere i miei figli.
- Non mi piacciono i temporeggiatori, papà. Mi danno l'aria di persone combattute fra la paura ed l'attesa dell'errore dell'altro. -
- In effetti, non sono molto popolari ... anche io non li amo particolarmente ... anche se ce n'è uno che mi è simpatico. -
- Chi, papà? -
- Il generale Kutuzov che alla fine ebbe la meglio su Napoleone. Attraverso la sua inazione fece perdere tempo al grande Corso che dovette abbandonare la Russia per sottrarsi al gelido inverno. La disastrosa ritirata dalla Russia della Grande Armée può in parte spiegare la sconfitta a Lipsia della Francia il cui esercito, troppo indebolito, non resistette al nemico. -
- Perché ti piace? Perché ha sconfitto Napoleone? ... lo so che tu non lo ami tanto. -
- No, non solo per questo ma perché me l'ha reso simpatico Tolstoj in Guerra e Pace. Se ti capita, leggilo ... è uno dei più bei romanzi che sia mai stato scritto.-
- Lo farò ... ma io la tattica del temporeggiatore la uso solo quando gioco a briscola. -
- Per questo mi batti, allora! -
- Tu sei troppo irruento, papà. -
Ha ragione.
- Tanti baci, figlio. Buona lezione.-
- Tanti baci, papà. -

P.S. Sono andato a controllare su Wikipedia ... sì, sembrerebbe che Quinto Fabio Massimo avesse una grossa verruca sul labbro!


venerdì 17 gennaio 2014

L'importanza di chiamarsi Persegani


Tutto sommato non mi dovrei lamentare della Francia.
Le poche volte in cui la gente osa lanciarsi nella pronunzia del mio cognome lo fa diligentemente e l'errore a cui non possono rinunziare è il posizionamento dell'accento che immancabilmente fanno cadere sulla i. Quindi oltre le Alpi io mi chiamo Perseganì , Italò Perseganì
Difficile scrivere con la tastiera francese che non contempla l'accento sulla "i" e sulla "o". Devo sempre ricorrere a strani maneggi quando devo accentare queste due vocali. Meglio avrei fatto se avessi chiesto per il mio computer d'ufficio una tastiera italiana come il mio collega Xavier che ne chiese una spagnola, anche se lui è catalano.
Sto divagando.
Quando arrivai in Francia pensai che i problemi col mio cognome sarebbero stati più importanti perché, quando stipulai il contratto di fornitura con Edf (Enel francese), Orange (corrisponde alla Tim italiana) e le Poste, per un arcano motivo il mio cognome si trasformò in Persegnani. Infatti nella mia cassetta delle lettere io appaio con una "n" tra la "g" e la "a". Mi domando ancora come sia stato possibile. Forse ero raffreddato quando, insediandomi nel mio appartamento, pronunciai il mio cognome?
Una cosa è certa: il postino è perspicace poiché tutto ciò che mi giunge intestato con la corretta grafia sa che deve imbucarlo presso Monsieur Persegnani. Forse pensa che la gente s'ostina a scrivere in maniera errata il mio cognome?
Fare queste dissertazioni può sembrare banale ma io ho la profonda convinzione che le storpiature di cui il mio nome di famiglia è stato oggetto, devono aver condizionato la mia crescita procurando fors'anche delle turbe che hanno influenzano lungamente la mia vita. Mi domando se a causa di esse ho maturato delle crisi d'identità e dei miei sindromi d'insicurezza. Difficile da dire.
Tutto cominciò all'asilo.
Mi misero dalle Orsoline, sicuri che il mio debutto nella vita sociale avrebbe avuto un buon inizio posizionandomi sui solidi binari d'una scuola cattolica.
Invece non fu così perché al primo appello la suora disse:
- Persicani. -
Coll'espressione angelica che solo un bambino di quattro anni  e mezzo può avere, corressi:
- Mi chiamo, Persegani. -
- Qua c'è scritto Persicani. -
Me ne dimenticai, preso com'ero dall'euforia d'essere in mezzo a tanti altri bambini.
I giorni trascorsero ed ogni giorno al nome Persicani io alzavo la mano non curandomi di quell'errore.
Fino a quando un giorno ...
- Ma tu hai perso dei cani? - mi disse un bulletto di sei anni.
- No. - risposi un po' spaesato.
- Italo perse li cani ... Italo perse li cani ... -
Tutta la combriccola che ci attorniava scoppiò a ridere ed io mi sentii umiliato.
Quando tornai a casa piansi e raccontai tutto a mia nonna materna (vivevo con lei poiché i miei genitori erano eternamente girovaghi. Mio padre è geologo) che l'indomani parlò con la suora.
L'equivoco fu risolto ed io tornai ad essere Persegani, ma il danno ormai era fatto e la canzonatura continuò.
Italo perse li cani ... Italo perse li cani ...
Resistetti diversi mesi fino a quando mi rifiutai d'andare all'asilo.
La dura ostinazione non fu scalfita fino a quando qualcuno in famiglia pensò che dovevo cambiare cognome. Da un giorno all'altro io divenni Italo Cuoco poiché adottai quello materno.
Quando tornai all'asilo, all'appello sollevai il braccio come se fossi stato un gladiatore reduce dallo scontro finale.
Vissi felice per diversi anni, fino a quando ritornai a vivere con i miei genitori.
Bruscamente tornai ancora ad essere Persegani.
Non fu facile all'inizio, ma lentamente mi abituai anche perché crescendo i miei coetanei persero il piacere di storpiare il mio cognome.
Ciononostante la mia vita ha continuato ad essere costellata di storpiature occasionali che, in alcuni casi, hanno messo in evidenza la creatività delle persone che ho incontrato.
Il panorama è vasto.
Si può, partire da  Pizzicani che a sua volta è diventato Pizzicagnolo (lo considero una delle massime evoluzioni acrobatiche della storpiatura), passare da Pescecani (banale) che s'è tramutato in Piscicani e tornare a Persecani che ci  riporta vicino alla prima storpiatura storica. Quest'ultima possiede una variante siciliana in Pessicani.
Devo dire inoltre che la mia ostinazione nel voler far pronunciare bene il mio cognome mi portò a specificare, in una certa fase della mia vita, che in esso non compare nessuna "c" ma bensì una "g". Quindi presentandomi precisavo sempre : con la "g".
Effettivamente la strategia portò i suoi frutti perché per diverso tempo le statistiche mostrarono un netto miglioramento ed io potei fregiarmi finalmente del nome della mia famiglia senza timore alcuno.
Purtroppo chi mi privò dell'illusione che il periodo delle deformazioni era finito furono due carabinieri che, riportando le mie generalità su un verbale, scrissero Persegani Collagi attribuendomi un doppio cognome.
D'allora lascio che la gente si sfoghi col mio nome di famiglia, permettendo che lo violentino a loro piacimento. Non faccio più caso allo scempio di cui è oggetto ... deve essere il suo destino.
Prima di terminare però devo citare una iperbole della deformazione che produsse Pellicano e due creativi, uno francese ed uno italiano, che passeranno alla Storia per Perd Ses Gants (si pronuncia Persegan ed in francese vuol dire: perde i suoi guanti) e Sega Perni (anagramma di Persegani).
Ed adesso?
Come ho scritto all'inizio, qui in Francia la gente fa attenzione e, a parte l'accento, cerca di pronunciare bene il mio cognome che comunque rimane ostico. Quindi per rendere la vita più semplice agli altri mi presento sempre come Italo.
Cosa c'è di male? ... ho il vezzo dei grandi della storia che firmavano e si facevano chiamare solo col nome proprio: Cesare, Augusto, Alessandro, Napoleone, Aristotele ... ... ... sì, pensandoci bene, a quasi cinquantotto anni, devo ammettere d'aver perso finalmente tutti i miei sindromi d'insicurezza infantile!





giovedì 16 gennaio 2014

"La dolce vita" in Paris




Ho invitato Giovanni a cenare nel ristorante di Bruno in rue Tholozé, 26.
- Mi raccomando devi superare te stesso e devi mostrare cosa è capace di fare un palermitano tanto da umiliare un catanese! - dico al telefono al padrone di "Tentazioni".
- Non ti preoccupare ... lo annichilisco! -
- Ok, conto su di te! -
Siamo seduti nel piccolo locale.
Davanti a me Giovanni sorseggia un Campari con l'aria d'un cane bastonato.
Daniele, che aiuta Bruno nella conduzione del locale, ci porta un piattone con quattro bruschette coperte da pezzetti di pomodoro.
- Da bere? - domanda.
- Una bottiglia di Nero d'Avola ... quello buono ... non quello per i francesi!-
Daniele sorride e non accoglie la mia provocazione.
- Volete un antipasto? -
- Meglio se ci porti solo una bella caponatina. -
- ... e per il piatto principale? -
- A quello ci pensa tuo padre!- e gli schiaccio l'occhio.
Lascio che Daniele abbandoni il tavolo.
- Dai, che stasera ti faccio mangiare bene! ... con tutte quelle orge mi sei diventato pelle e ossa! - dico a Giovanni.
- Non ho fame! -
- Ma smettila di fare delle scene da adolescente alla tua età ... vedrai che tornerà ... Jacqueline tornerà. -
- Non, lo so ... almeno sapessi perché se n'è andata? -
- Forse le francesi non amano più gl'italiani! - dico ciò indicando me e lui.
E' chiaro che faccio riferimento anche alla mia recente rottura con Veronique.
- Sì, ma fra me e te c'è una bella differenza! Tu non eri innamorato, io lo sono ancora ... -
- Beh, tu hai un bel modo d'essere innamorato ... te la scambiavi con altri uomini! -
- Ma che c'entra ... tu sei retrogrado! -
- Sì, vabbè ... retrogrado! -
Rimaniamo in silenzio.
Non riesco a trovare un argomento per parlare e per distrarre il mio amico.
La porta del piccolo locale si spalanca lasciando entrare un po' del gelo notturno ed un'anziana coppia. Lui è calvo con una corona di capelli bianchi immacolati che gl'incornicia la nuca. Lei doveva essere una gran bella donna, i tratti mostrano ancora una beltà che resiste al tempo.
Bruno, avvertito da Daniele, esce dal cucinino ed accoglie i nuovi avventori facendoli accomodare nel tavolo giusto dietro me.
Giovanni prende per il braccio Daniele che gli passa accanto.
- Chi è? - gli chiede, riprendendo all'improvviso interesse per la vita.
- Anouk Aimée. - bisbiglia il giovane indicando la fotografia autografata che riprende l'attrice con Fellini. Giovanni alza la testa e guarda l'immagine incorniciata. Poi indirizza lo sguardo sopra la mia spalla in direzione dell'anziana signora.
Rimane in silenzio ma vedo che dietro gli occhi i suoi neuroni stanno vorticando.
- Giovanni ... - provo a dirgli.
Lui si alza e deciso sorpassa il nostro tavolo arrestandosi di fronte a quello della attrice.
Con fare cerimonioso porge la mano e si mette in una posizione che ricorda quella d'un militare di fronte al suo superiore.
- Bonsoir Madame .-
Anouk Aimée alza lo sguardo prima un po' perplessa, poi gli sorride.
- Bonsoir Monsieur. -
- Lasci che mi presento: Giovanni Moncada di Scordia.- quando il mio amico mette in vetrina il cognome completo evocando le discendenze nobiliari, vuol dire che il momento è solenne.
L'anziana signora gli porge la mano e lui la ghermisce baciandola con profondo rispetto, poi si mette in ginocchio.
- Signora, non può immaginare cosa lei rappresenta per me ... -
Tutti gli astanti del locale impietriscono. Bruno osserva la scena al disopra dei suoi occhiali da presbite, Daniele ha la bocca aperta mentre tiene ben stretto un piatto di portata, gli altri avventori sono girati a guardare la scena. Anche il lavapiatti s'è affacciato dalla cucina.
- ... lei è la donna che ha reso infelice la mia vita. In ogni donna che ho incontrato ho cercato Anouk Aimée senza mai trovarla. Lei non sa quanto ho odiato Marcello Mastroianni ... avrei voluto essere al suo posto e vivere dei suoi abbracci non per un istante ma per sempre! Ero ancora bambino e già sognavo di lei. Adesso finalmente sono di fronte alla donna che è stata padrona del mio cuore per tutta la vita e posso parlarle ... mi sembra impossibile! - le bacia più volte la mano.
Silenzio.
- Merci Giovanni, alzatevi adesso ... la ringrazio. - dice la donna.
Poi, inaspettatamente, con la mano libera gli accarezza la guancia.
- Lei è di sicuro meglio di Marcello. -
Qualcuno applaude seguito subito da tutti noi.
- Bravo Giovanni! - grido, adoro quel pagliaccio!
- Bravo! - ripetono gli altri.
Alzo lo sguardo e noto che fuori dal locale dei passanti si sono fermati ad osservare la scena.
Jacqueline ormai è lontana, tanto lontana!
Viva la vita!