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martedì 31 dicembre 2013

Storie Rusticane



- Ciao Italo, come va ? – mi dice rispondendo alla mia chiamata. Evidente ha letto il mio nome sullo schermo del cellulare.
- Ciao Carmela. Bene … e tu? – che altra domanda avrei potuto fare?
- Hai già parlato con Pippo? Ti ha già dato le novità? – Carmela è una donna intelligente.
- Sì, mi ha raccontato tutto. –
Silenzio.
- Proprio tutto? – insiste lei
- Beh, non saprei … penso. –
- Ti ha detto della polacca di trentacinque anni? –
Pippo ne ha sessantaquattro. Chi l’avrebbe mai pensato?
- No, non me l’ha detto. –
- L’avevamo presa per fare le pulizie nelle case dei nostri clienti. –
Carmela e Pippo, associano alla loro attività di piccoli proprietari terrieri anche quella di manutentori delle case del circondario.
Che ci fa una polacca in Sicilia? Parto da lontano.
Per dei fenomeni che possono risultare curiosi ed a prima vista incomprensibili, in una regione il cui tasso di disoccupazione fra i più alti d’Italia e che è terra d'origine del Movimento dei Forconi, la manodopera proviene dai paesi freddi.  I locali, pur non avendo un fisso lavoro, riescono a sbarcare il lunario attraverso i sussidi alla disoccupazione e gl’ingaggi stagionali offerti dalla Forestale (più di ventiduemila occupati in una Sicilia che s’accende di fuochi ogni estate; nota dell’autore). 
La provincia di Siracusa è sempre più colonizzata da rumeni e polacchi che sono disposti a lavorare anche per un misero salario pagato in nero. 
Le nordiche risvegliano sopiti ardori e gli amori fra siciliani e le bionde dagli occhi di ghiaccio cominciano ad essere sempre più frequenti.
Quasi un’epidemia, agli occhi delle donne locali.
- Quella buttana (puttana. In siciliano questo termine sostituisce la dura “p” alla più dolce “b”, vai a capire perché! Nota del traduttore)! – riprende a dire Carmela - … e quello scimunito non capisce che quella vuole i soldi! –
Ieri Pippo mi aveva dato la sua verità, ben diversa da quella di sua moglie.
- L’ho servito per quarantanni e guarda cosa mi combina? Ma si crede Berlusconi? – aggiunge.
Un pensiero malizioso m’attraversa la mente: almeno smetterà di votarlo!
- Dove abiti, adesso? – chiedo.
- In paese, con le mie figlie. –
- E lei? –
- Chi? La buttana? –
- Uhm, sì lei, l’altra. –
- In Polonia, nel suo paese di buttane! Io e la mia figlia maggiore le abbiamo dato delle legnate! –
- Come? Stai parlando sul serio? –
- Sì, le abbiamo dato corpa (l’abbiamo picchiata; ndt). –
- Carmela! –
- ‘sta buttana! –
Dio Santo! Ecco, questa è la vecchia Sicilia … tanto vecchia, quella che non mi piace.
Una canzone, una vecchia canzone di De Andrè … triste, come mi sento io in questo momento. Il testo racconta una vicenda con una conclusione meno violenta … ma De Andrè era genovese non siciliano!





lunedì 30 dicembre 2013

Le novità di Pippo


- Ciao Italo, come va ? –
- Ciao Pippo, come i vecchi. – rispondo al telefono facendogli il verso.
- Che fa? Mi stai scherzando? Ma se sei ancora un picciotto! –
- Sì, un picciotto! Forse, una volta! Ho un male alla schiena! –
- Il mal di schiena è un disturbo di picciotto! Vuol dire che fotti molto! –
Fotto molto? … e che dovrebbe dire il mio amico Giovanni? Dovrebbe andare in giro in carrozzella! Cambio discorso.
- Sono qui a Noto e ci parliamo per telefono! Quando ci vediamo? –
- Presto, prima che riparti per Parigi. Adesso ho da fare? Ho qualche pobblema (problema; nota del traduttore)! –
- Niente di grave, spero. –
- Io e Cammela (Carmela; nota del traduttore) ci siamo spattuti (separati; ndt). –
- Ma che mi dici? … la coppia di ferro? –
- Sì, di ferro arruggiato (arrugginito; ndt)! –
- Ma com’è successo? – sono veramente incredulo.
- E’ successo … io ero stufo di tutte queste femmine! –
Pippo ha avuto tre figlie da Carmela.
- Non capisco. Ce l’hai anche con le tue figlie? –
- Cacetto (certamente; ndt)! I fimmini (le donne; ndt) tutte mafiose sono! La vera mafia è quella delle donne qui in Sicilia. Mafia non è fimmina? –
- Vuoi dire che il termine mafia è di genere femminile? –
- Cacetto! … adesso finalmente singolo (dall’inglese single; ndt) sono. –
- E dove vivi adesso? –
- Qui in campagna. Cammela, con le sue figlie in paese. –
Le figlie sono anche di Pippo ma usando l’aggettivo possessivo sue è come se le avesse ripudiate.
- Ed adesso cosa fai? –
- Niente, un po’ di pace. Posso fare quello che voglio. –
- Ma da quanto tempo tu stai con Carmela? –
- Da quarant’anni. –
- Sono tanti. –
- Cacetto. Ma adesso sono singolo e me ne sto con i miei scecchi (asini; ndt), i cavaddi (cavalli; ndt) e i cani. Il silenzio della campagna e senza u vuciari (il vociare; ndt) delle fimmine … blablabla … blablabla …! –
-Pippo. Io sono amico anche di Carmela. Volevo farle un saluto. –
- Salutala quanto vuoi, però mi devi fare un piacere. -
- Dimmi Pippo. –
- Non ci devi dire una palora (parola; ndt) di quello che ti ho detto. Lascia che sia lei a cuntartelo (raccontartelo; ndt) per prima. –
- Va bene, Pippo. Farò come vuoi … devo dirti che mi dispiace che voi soffriate. –
- Io non soffro, mai stato così bene! Ciao, ci sentiamo. –
- Ciao, Pippo. –
Conosco bene Carmela, non sarà una telefonata semplice.

domenica 29 dicembre 2013

Selinunte


Ancora ansimante per lo sforzo d'essersi liberata del suo bozzolo, la cavolaia confusa fra le sterpi godeva del caldo sole di giugno. Le ali, cominciando ad asciugarsi, fremevano al minimo movimento d’aria. Provò a spiccare un lieve volo che la portò su uno stelo un po' più alto.
Insicura tentò di raggiungere un sasso liscio che giaceva nei pressi di un cardo, ma un refolo di vento deviò il volo ed atterrò malamente vicino ad un ruvido carrubo.
Volare non era così facile e I'illusione di librarsi nell'aria senza fatica svanì nella mente della povera cavolaia. Eseguì dei tentativi ancora maldestri ma poi aiutata da un venticello d'indole gentile riuscì ad alzarsi. L'entusiasmo fu così forte che volle superare finanche l'alto carrubo e per la prima volta nella sua breve vita osservò il mondo dall'alto. Che spettacolo!
Esausta, per queste prime esperienze, si posò delicatamente sull'acuminate e robuste foglie d’un agave.
Hans Brunner vide il delicato insetto posato sul soggetto del suo disegno. Sarebbe stato bello ritrarlo ma avrebbe reso la sua opera troppo leziosa.
Il biondo giovanotto sedeva cavalcioni su una colonna dorica abbattuta da un terremoto sul finire del milleseicento. Chino su un foglio di carta vergata, recuperata in un buio negozietto di Palermo, tracciava con mano sicura i lanceiformi profili dell'agave immersa in un ondeggiante e folto tappeto di erba ingiallita dal sole estivo. Più in là, le rovine d’un tempio greco e l'azzurra striscia del mare completavano lo scenario offerto dal formidabile paesaggio colorato dalla vivida luce del pomeriggio morente.
Hans aveva imparato a disegnare ad Hannover, sua città natale. Aveva interrotto gli studi nel '39, come gran parte della gioventù tedesca.
Provò un certo intorpidimento alla gamba sinistra che, da quando era stata ferita sul fronte africano, gli dava parecchi problemi. Aiutandosi con le mani si alzò in piedi e dopo aver raccolto le sue cose si trasferì su un altro masso alla base di una gigantesca e solida colonna che, nei secoli, aveva dimostrato d'essere più resistente ai terremoti.
Si sedette ed appoggiando la schiena al rudere tirò fuori dalla sua giberna un libro che amava particolarmente: Italienische Reise di Goethe. Lo soppesò, accarezzò la verde copertina consunta e dopo aver dato un avido sguardo al paesaggio tutt'intorno, lo aprì proprio dove aveva riposto la fotografia della sua famiglia che fungeva da segnalibro. Quel volume l'aveva ricevuto nel pacco speditogli dalla madre quando dalle coste tunisine il suo battaglione fu trasferito in Sicilia.
I suoi camerati maledivano quel paese: troppo caldo, troppo povero e popolato da gente diffidente. Hans invece ne era affascinato e forse questa malìa proveniva dal libro che aveva letto per la prima volta nella fredda Hannover.
Come poteva Goethe aver trascurato Selinunte nel suo viaggio in Sicilia?
Era passato a pochi chilometri da lì, a Castelvetrano. Se avesse ritardato anche di un giorno il cammino verso Girgenti avrebbe guadagnato una visione in più in quel suo dotto vagabondare.
Un vento inopportuno disturbò la lettura e sollevò alcuni lembi delle pagine. Nella sua recente memoria riaffiorarono delle immagini vide proiettati sui fogli stampati.

Il viaggio di trasferimento da Messina a Palermo ormai era quasi concluso, i soldati nonostante la stanchezza trovarono la forza di cantare: nella capitale siciliana avrebbero riposato in comode brande. Poi, rinfrancati, si sarebbero dedicati alla ricerca d'un po' d’amore mercenario. Si diceva che ce ne fosse in abbondanza. In quei mesi la povertà aveva spinto molte donne ad intraprendere il mestiere.
La colonna di camionette percorreva una strada alberata e qualche spettatore timoroso ai margini della carreggiata osservava il corteo di mezzi grigioverdi. Trasportavano soldati veterani che parevano si recassero ad una scampagnata.
Nel cielo un riflesso argenteo si trasformò in un aereo assassino. S'avventò sulla colonna e con terribile fragore seminò i suoi proiettili.
I soldati, abbandonati i mezzi, si sparpagliarono nella campagna circostante.
Dopo quel primo passaggio attesero il ritorno della macchina della morte. L'apparecchio, forse a corto di carburante, non tornò.
Sollecitati dalle urla di comando i militari ripresero il loro posto sulle camionette. Quella micidiale sventagliata aveva messo fuori uso un mezzo, ucciso un veterano sorpreso nel sonno e causato qualche ferimento. La colonna si ricompose e sussultando riprese la marcia. Molti avevano perduto il desiderio di cantare.
Hans si affacciò dal suo mezzo per scrutare il cielo.
Più avanti intravide un forma indistinta ai margini della strada. Approssimandosi comprese che era un corpo umano. Quello d'un bambino.
Qualche intoppo fece arrestare ancora la colonna. La camionetta di Hans si trovò all'altezza del corpicino privo di vita. Lo guardò dall'alto. Era riverso sulla schiena. Le gambe nude erano leggermente divaricate. Una larga ferita rossa faceva scempio del suo petto minuto. Le braccia sollevate affiancavano la testa riccioluta. Forse aveva appena quattro anni. Un piccolo monello.
Il bambino sembrava fissare con gli occhi scuri un punto del cielo infinito e la bocca aperta pareva che dovesse emettere un suono di eterno stupore.
Hans guardò quel viso ed ogni pensiero riuscì improponibile di fronte allo scempio. Aveva visto tanti uomini morti dilaniati da bombe, sventrati da proiettili ed a quelle macabre scene aveva quasi fatto l'abitudine.
Ma mai un bambino.
Lo fissò con uno sguardo stupefatto. Non voleva credere a quello che i suoi occhi gli proponevano. Un leggero alito di vento s'infilò fra i riccioli neri del bambino e giocò con essi come se volesse rinfondergli la vita. Ogni tentativo fu inutile. Il venticello se ne andò ed i riccioli rimasero definitivamente inanimati.
- Gran brutto spettacolo! - disse il camerata che gli sedeva a fianco e nel tono di quel commento Hans avvertì un senso d'ineluttabilità.
La colonna riprese lentamente la marcia.

Attraverso le rovine del tempio che si erge molto prossimo alla spiaggia, Hans vide il sole spegnersi fra le onde del mare. Il cielo all'orizzonte si colorò di strisce di fuoco che si spensero stemperandosi nel pallido celeste serale. La fresca brezza marina risalì la spiaggia e s'incuneò nell'entroterra rinfrescando il suolo. A Selinunte stava morendo un giorno mentre nasceva nel soldato una commozione che sgorgava dai suoi più profondi recessi. Capì d'esser un’infinitesima particella di qualcosa d'immenso.
Dopo quasi quattro anni di guerra pensò di nuovo a Dio e gli chiese perdono. Perdono per la violenza dell'uomo, per tutto ciò che esso distrugge, annienta. Per la sua stupidità.
Attese l'apparire del cielo stellato e mentre gli astri benevoli l'osservavano s'addormentò fra le vestigia vecchie di più di duemila anni.

Nella piana di Catania, il venticinque settembre del mllenovecentoquarantatré un proiettile sparato da un fucile inglese spezzò il cuore ad Hans Brunner di anni ventitré nato ad Hannover. Mentre cadeva colpito, dalla sua giberna scivolarono fuori un libro dalla verde copertina ed un rotolo di carta vergata.

Nessuno lo sa ma, guardando il cielo stellato disteso fra le colonne dei templi di Selinunte, aveva giurato a se stesso di non uccidere più.

sabato 28 dicembre 2013

Il taglio all'umberta e Yulia Tymoshenko


M’aggiro fra gli alberi del mio terreno in Sicilia. La terra umida rilascia la pioggia caduta in questi ultimi giorni. Il tepore dei raggi invernali crea i vapori che si condensano in una leggera foschia pomeridiana.
I campi stanno rendendo al cielo l’acqua non necessaria.
Gli ulivi sono stati munnati  (potati; nota del traduttore) ed hanno l’aria che avevo quando da ragazzino tornavo dal barbiere.
… … … …
Era il periodo in cui i Beatles facevano conoscere al mondo intero, quindi anche a Gela, la moda dei capelli lunghi. Io ero un ragazzetto che frequentava la quinta elementare ed alcuni mie compagni di classe vantavano delle zazzere ribelli prendendo spunto dai loro fratelli più grandi. Io non ne avevo in quanto sono il primogenito anche fra i miei cugini. Quindi se volevo portare i capelli lunghi, dovevo lottare da solo.
- Italo, vai a tagliarti i capelli! –
- Papà, li voglio far crescere come i miei compagni di classe! –
- Sembrano dei ragazzi di strada così combinati! Eppoi sono portatori di pidocchi! – interveniva mia nonna a cui rimproveravo di non farsi mai gli affari suoi – Un uomo deve portare la fronte scoperta, alta … così come quella degli uomini intelligenti! –
E per mostrarmelo mi metteva davanti lo specchio e mi tirava su i capelli in corrispondenza dell’attaccatura dello scalpo e poiché ho la fronte bassa spingeva ancora più su!
- Ahi, nonna! – facevo dopo un po’.
- Dovresti farlo ogni giorno – diceva lei – così diventi intelligente! –
Il suo consiglio m’aiutò a perorare la mia causa. Da piccolo non ero intelligente ma furbo sì!
- Se mi faccio crescere i capelli e li pettino all'indietro, potrò tirali di più e la mia fronte sarà più alta e quindi diventerò un genio! –
- Va bene, comunque dal barbiere ci devi andare in ogni caso per farti dare una sistematina. – insistette mio padre – Digli che ti faccia il taglio all’Umberta. –
Così feci, cadendo nel tranello. Solo quando divenni adulto capii  che il colpevole era Umberto II di Savoia che si faceva tosare con la macchinetta.
In ogni caso quell'imbroglio paterno m’obbligò per diversi giorni ad andare a scuola con un berretto per nascondere i capelli a spazzola e per non farmi irridere dai miei compagni.
Gliene volli a mio padre e forse, malgrado i decenni trascorsi, ancora un po’ adesso.
… … … …
Cammino ed annuso l’aria con fare un po’ della bestia che riconosce l’odore della sua tana e si sente nel suo rifugio, lontana da altre fiere che la possono attaccare.
Dentro la mia tasca il telefono vibra.
Lo estraggo, leggo sul visore il nome di chi mi chiama … ah bene, si pensa al diavolo e …
- Ciao papà, come va? –
- Sei già in Sicilia? –
- Sì papà… con l’aereo si fa presto! –
- Eh beh, certo … ma perché non m’hai chiamato per avvertirmi che eri arrivato? –
Rimproverami di tanto in tanto lo fa sentire padre.
- L’avrei fatto stasera, papà. Il viaggio non è poi così lungo! –
- Italo. –
- Sì, papà. –
- Ma … me lo hai portato il vino che mi piace tanto? –
Vorrei ben vedere che non gli piaccia! Costa più di 25 euro a bottiglia!
- Certo papà, te l’ho messo dentro la dispensa! –
- Sai, domani vengono i miei amici e vorrei stappare una bottiglia per festeggiare  la liberazione della Yulia Tymoshenko. –
- Chi? –
- L’ex primo ministro ucraino … sai quella che avevano messo in prigione? –
- Papà è ancora in prigione … ! –
- Ah sì? … peccato, una così bella donna!  Beh, brinderemo lo stesso! –
Papà …  papà …
- E cosa direte, allora a Laura Boldrini? –
- Ah già, è vero … beh, stapperemo una bottiglia anche per lei! –
Che il Signore vi benedica!

venerdì 27 dicembre 2013

The Black Swan Event


Sono seduto in attesa d'imbarcarmi sul volo per Catania.
Finalmente qualche giorno nella mia terra, lontano da una realtà che mi ha adottato ed in cui, in maniera più o meno irrequieta, vivo in attesa d'una fuga che non arriverà mai!
Forse per mancanza di coraggio.
L'importante, mi dico, è esserne coscienti.
Osservo, non lontano da me, un'anziana coppia in attesa dell'imbarco. Devono salire sul mio stesso volo.
Sembrano arrivare da una iconografia della Sicilia di cinquant'anni fa quando gli uomini calzavano sul capo la coppola e le donne vestivano in nero per celebrare dei lutti che dovevano durare dieci anni cadauno. In pratica portavano il doglio che durava tutta la vita.
Le ricordo bene. Anche in estate durante i giorni di canicola, indossavano calze nere e camicette che coprivano rigorosamente le braccia.
Associate a quelle immagini ve ne sono altre.
Per esempio le porte delle case dei più umili del paese tappezzate da cartoncini funerari ingialliti dal tempo. Sopra vi era scritto: per il mio caro fratello, per il mio amato padre, per la mia affezionata figlia, per la mia adorata madre ... quasi che fossero dei trofei!
Sembrava che la malasorte d'avere dei morti in famiglia fosse un vanto, come se si fosse alla ricerca del compatimento degli altri.
A quell'epoca una delle diatribe generazionali che vivacizzavano le discussioni nei ginecei erano la durata del "nero". Un anno, sei mesi o meno ancora?
Le ortodosse oltranziste, per lo più le anziane, predicavano il lutto portato per dei lustri o finanche per dei decenni e qualificavano come donnacce coloro che facevano meno. Chi invece raccomandava dei periodi più corti tacciava le avversarie come retrograde ed ostili al progresso. Tutte comunque, indistintamente, erano favorevoli a portare il lutto per un certo tempo.
Lasciai la Sicilia ancora giovane e persi quella fase della controversia che ha consentito il definitivo abbandono del lutto in "nero". Forse la disputa è finita semplicemente perché le oltranziste sono morte. Adesso è meno frequente che le donne esteriorizzino il dolore coprendosi di nero. Ed è meglio così.
Guardo ancora la vecchia in attesa dell'imbarco e sorrido. La sua presenza mi ha proiettato indietro nel tempo facendo riemergere ricordi che non pensavo ancora d'avere.
Basta niente per viaggiare nel tempo! ... si è molto più veloci della velocità della luce. Quando nascerà il fisico che sia capace di racchiudere in una formula la velocità della mente!
Guardo dentro la mia borsa da viaggio ed estraggo un giornale economico britannico. Dentro c'è un articolo uscito diversi giorni fa che parla d'uno scenario economico catastrofico che s'ipotizza possa investire la Francia a partire dall'anno prossimo. La causa di quegli eventi nefasti è riconducibile alla politica attendista di Hollande.
In effetti il pezzo si rifà ad una teoria elaborata nel 2007 da un signore libanese di nome Nassim Nicholas Taleb: la "Black Swan Event" (l'evento del cigno nero; nota del traduttore).
Una specie di teoria sulla "sfiga".
Si definisce un evento catastrofico (sfigato) quando è possibile effettuare tre osservazioni: che si tratti di un accadimento speciale, fuori dalle normali aspettative poiché ha pochi casi similari manifestati nel passato; che il suo impatto sia estremo e sconvolgente; che a posteriori sia definito spiegabile e prevedibile. Insomma se un fatto rispetta tre condizioni  come la rarità, l'estremo "impatto" e la retrospettiva prevedibilità si tratta di un evento del Cigno Nero.
Perché del Cigno Nero?
... eppoi m'accusano di scrivere dei post troppo lunghi?
Perché si fa riferimento alla credenza, consolidata per secoli, che non fosse possibile neanche ipotizzare l'esistenza d'un cigno dalle penne nere. Ma un esploratore olandese ne scoprì uno in Australia nel diciassettesimo secolo stravolgendo tutte le teorie sui cigni.
Cosa può essere classificato un evento del Cigno Nero? L'attacco alle Torre Gemelle, la prima guerra mondiale, lo tsunami del 2011 ed il disastro di Fukushima ... e così via.
Tutti accadimenti che se qualcuno li avesse evocati in anticipo sarebbe stato tacciato d'essere menagramo o portatore di sfiga.
Per esempio, come reagirebbe la popolazione campana che abita sulle pendici del Vesuvio se gli si dicesse che le loro case sono destinate ad essere distrutte? Come minimo accuserebbero chi li previene che è portatore di malocchio.
Chiamano il mio volo.
Mi alzo e mi metto in coda dietro all'anziana coppia che sembra uscita dalla "Cavalleria Rusticana".
Non so quante centinaia ore di volo ho alle mie spalle ma salire su un aereo mi dà sempre una certa apprensione.
Spero tanto che oggi il Cigno Nero continui a nuotare ancora sul suo laghetto e che non decida di spiegare le ali per librarsi nel cielo.





giovedì 26 dicembre 2013

Billo


Buon Natale a tutti.
E' mattino presto e seguo Billo, il cane di mio padre, nella sua passeggiata d'inizio giornata.
La strada è deserta o quasi. La gente vuole poltrire ancora sotto le coperte. E' Natale che diamine!
... ... ... ...
Il mio bioritmo non deve molto tener conto delle feste natalizie.
Alle sei di mattina spalancai i miei occhi come se fossero stati aperti da un meccanismo a molla. Tentai di chiuderli e, con un disperato gesto di resistenza, d'infilare la testa sotto il cuscino. Ma la sensazione del tempo che passa ed il piacere di poter occupare la sala del bagno prima di chiunque altro ebbero il sopravvento a qualunque pigrizia festiva.
Fuori faceva ancora buio ed ebbi l'impressione  che quel risveglio mi avrebbe fatto prendere un vantaggio nei confronti del resto dell'umanità.
Attraversai il corridoio evitando di fare il minimo rumore.
- Chi è? - domandò mio padre mentre passavo davanti alla sua camera. Lascia sempre la porta aperta.
- Sono io, Italo. Dormi, papà. -
- Cosa fai sveglio a quest'ora? -
- Papà, sono abituato io. Mi sveglio sempre presto. -
- Va bene. Porta fuori il cane, allora. -
Billo, un bassotto tedesco dall'alito sempre pestifero, fuoriuscì dalla stanza da letto ed cominciò a trotterellarmi attorno.
- Buono, buono ... - bisbigliai.
Ma il cane improvvisamente eccitato cominciò ad abbaiare.
- Porco Giuda! Adesso svegli tutti! -
- Stai zitto, cretino d'un cane! - tuonò mio padre dal buio della sua camera.
Il cane, evidentemente abituato a ricevere degli ordini così perentori, si calmò immediatamente.
Continuò a trotterellarmi attorno tutto eccitato rischiando di farmi inciampare. Per fortuna, nella penombra, scorsi nel corridoio la palla di gomma, la raccolsi e la lanciai. Billo partì all'inseguimento ed io m'infilai nella sala da bagno.
Rimase dietro la porta per tutto il tempo che dedicai a me stesso. Lo sentivo annusare di tanto in tanto sotto la porta come se volesse controllare la mia presenza.
Quando uscii me lo trovai di fronte e cominciò la sua danza su quattro zampe.
Accennò ad abbaiare ma prima che fosse in grado di sconquassare la calma del primo del mattino gli dissi:
- Stai zitto, cretino! -
Evidentemente l'espediente funzionò perché Billo non emise alcun suono pur continuando la sua coreografica esibizione.
- Hai portato fuori il cane? - mi chiese mio padre mentre passavo davanti alla sua camera da letto.
- No papà, sono appena uscito dal bagno.-
- Va bene, però portalo fuori. -
- Certo, papà. -
... ... ... ...
Gradualmente le deboli luci dell'alba s'impongono sull'oscurità. La luce resta però fredda e livida. Un pioggerellina sottile e dispettosa amplifica la sensazione di freddo che arriva fino alle ossa.
Billo mi trascina in un parco non  lontano. Tutte le sue energie festaiole per celebrare l'inizio di una nuova giornata adesso sono dirottate in un intenso sforzo olfattivo e nessun albero o pneumatico viene risparmiato.
Qualche zampillo qua e la ... fino ad arrivare alla destinazione finale dove la più importante testimonianza del suo passaggio deve essere ancora depositata.
Entriamo dentro un largo recinto. Sciolgo Billo dal suo guinzaglio e lo lascio cercare l'angolo che più gli aggrada.
Un signore ben stretto nel suo giaccone e con un berretto di lana calato sugli occhi mi s'avvicina. Deve essere il padrone del cane che in questo momento annusa il sedere di Billo.
- Lei è figlio del signore anziano padrone del bassotto? -
- Sì, certo. -
- Buon Natale. Incontro spesso suo padre ... i nostri cani sono amici. -
- Buon Natale. -
Non ho molta voglia di parlare, lo sconosciuto invece sì.
- Speriamo che il 2013 sia migliore del 2014! -
- Speriamo. -
- Ha sentito di quella nave che deve scaricare in un porto italiano le armi chimiche siriane? -
Ma dove vuole parare questo qui?
Mi fa pensare a coloro che si svegliano la mattina con un pensiero e devono comunicarlo prima possibile a qualcuno. Tenuto conto dell'ora e dell'impossibilità d'avere un dialogo col cane io devo essere il primo essere umano che lo sconosciuto incontra in questa mattina di Natale.
- Sì, ho sentito. Ma non resteranno molto sul suolo italiano poiché saranno imbarcate successivamente su una nave americana che le distruggerà. - rispondo contrastando la mia svogliatezza.
- Ma non potrebbero portar via anche un po' di quella merda che si trova nella Terra dei Fuochi?-
Strano nome, quasi poetico per identificare una zona colpita da una tragedia ambientale. Personalmente evoca in me paesaggi mitici, lontani dove collocare forse un'avventura salgariana ... ed invece!
Lo sconosciuto ha pensieri più prosaici.
- Anzi, già che ci sono ci dovrebbero portar via anche i napoletani. Così smaltiamo anche quelli! -
Anche gli stronzi hanno un Natale!



mercoledì 25 dicembre 2013

Il coniglio di giada ed i cretini


Siamo tutti in attesa della prima abbuffata natalizia.
Il primo round, quello in cui si tenta di resistere.
Lo so che risulterò sconfitto e che alla fine di questo periodo festivo sarò messo al tappeto con due-tre chili di più. Ma un combattimento è un combattimento e non bisogna arrendersi senza prima non aver almeno tentato di combattere ...anche di fronte alla golosità.
La mia perenne lotta contro il peso mi ricordano i commenti sarcastici che mi faceva il mio amico Deepack quando mi ricordava il suo paese e la fame di larghi strati del suo popolo. Allora l'India non era ancora emergente ma solo in via di sviluppo, penso comunque che le cose non siano cambiate molto.
Intorno a me, seduti in circolo nelle poltrone e nel divano del soggiorno, ci sono i miei figli, qualche nipote e mio padre, il patriarca.
In angolo qualcuno dentro la televisione parla e commenta delle notizie. Il suono è quasi al minimo e si percepisce solo una voce di fondo. Dalla cucina provengono i rumori di stoviglie e di pentole. Mia sorella sovrintende il lavoro del fratello, della cognata e della mia ex-moglie.
Qualcuno, fra i più giovani, con la testa reclinata in avanti, è intento a guardare il riquadro del telefonino.
- Ma la volete smettere di giocare con quei cosi!- dice spazientito mio padre.
Gli internet-dipendenti alzano la testa con un sorriso che non sa d'imbarazzo ma quasi d'accondiscendenza.
- Il nonno, ha ragione. Mettete via i vostri ... cosi. - aggiungo io in sostegno del patriarca.
- Siete dei cafoni! E' Natale, siamo tutti insieme e si parla! - c'è da dire che mio padre è abituato ad andare dritto al cuore del problema .
- Ma nonno, ancora si deve andare a tavola eppoi qui nessuno parla! - tenta una protesta la più giovane degli astanti.
- Allora, vai aiutare in cucina ... piuttosto di star qui a far nulla, cretina! -
In famiglia non c'è nessuno che si sia meritato meno d'un centinaio di volte nella vita quell'epiteto.
Simulando un finto broncio mia nipote si alza, io so che non andrà in cucina ma in una delle camere da letto continuando a messaggiare col suo coso.
- Papà, sono già in metà di mille in cucina ... porterà solo più confusione. - intervengo.
- Che allora stia qua ... ma che riponga il suo coso! -
Mia nipote torna a sedersi, questa volta il suo broncio è sincero.
- Nonno, possiamo andare a prendere i regali? - azzarda qualcuno.
- No. I regali si aprono dopo cena, poco prima della mezzanotte. -
Silenzio.
- Avete sentito che adesso i cinesi sono andati sulla luna? - azzardo io.
- E' la seconda volta. - precisa mia figlia.
- No, è la prima volta che fanno un atterraggio morbido. Nella missione precedente i cinesi fecero schiantare il loro velivolo sul suolo lunare. - precisa il mio secondogenito.
- I cinesi sono andati sulla Luna? ... ma nessuno me l'ha detto! - dice il nonno.
- Papà, l'hanno detto anche alla televisione. Hanno inviato un veicolo senza equipaggio e si chiama Coniglio di Giada. - preciso.
- Io non ascolto più i notiziari, mi sembrano tutti dei cretini in questo momento ... tutti gli esseri umani mi sembrano dei cretini! -
- Sì, cretini e cafoni! - dice il mio primogenito scimmiottando il nonno.
Ridiamo tutti, compreso mio padre che poi dice:
- ... sei proprio un cretino! -
- Figurati se si lasciava perdere l'occasione per dirtelo!- esclama il mio secondogenito.
Sì, ridiamo di nuovo.
- Che bello sentirvi così allegri! ...la mamma sarebbe stata così felice di vedervi così! - esordisce mia sorella uscendo dalla cucina e rientrandovi subito.
L'allegria si stempera ed al suo posto s'insedia la melancolia.
- ... quella cretina di tua sorella! - dice a mezza labbra mio padre, ma tutti lo sentono. Poi, comincia a fissare lo schermo della televisione e si lascia ipnotizzare dalle immagini.
I giovani, dopo un po', estraggono dalle tasche i loro cosi ed io comincio a controllare se qualche improbabile pazzo m'ha inviato degli e-mail di lavoro sul mio Blackberry.
Solo dopo venti minuti mia sorella annuncia:
- A tavola, è pronto! -

martedì 24 dicembre 2013

Gli Hobbit


Sono solo nella sala riunioni. 
I miei colleghi sono stati più veloci di me, hanno raccolto le loro carte e sono usciti. Io, invece, ho appositamente rallentato i miei gesti, volevo restare solo.
La stanza si trova nel penultimo piano della sede centrale della società.
A questa altezza, in periodo invernale, è possibile riceve gli ultimi raggi del tardo pomeriggio. Oggi la giornata è stata soleggiata e spesso, durante la riunione, mi sono distratto guardando il cielo azzurro e macchiato da qualche livida nuvola.
Guardo attraverso la finestra. Questa settimana è quella di Natale e ci sarà poca gente in giro. Il quartiere della Défénse sarà quasi vuoto.
Nei giorni che seguono non ho impegni di lavoro pesanti … va bene così … viva il Natale! Via dalla pazza folla!
Prendo una sedia e la dispongo di  fronte alla finestra attraverso cui la luce entra più copiosa. Mi siedo e socchiudo gli occhi per difendermi dai raggi accecanti del sole.
- Ti stai abbronzando? – qualcuno chiede.
Mi giro svogliatamente.
- Ah, Jean-Luc sei tu? – chiedo riconoscendo il mio giovane collaboratore.
- Sì, son io … e chi altro? Credevi che fosse Frederic de Robobat (il presidente; nota dell’autore)? Mi vai bene come capo non voglio che ti licenzino, almeno fino a quando non sarò pronto ad occupare il tuo posto. –
- Certo, quand les poules auront les dents (quando le galline avranno i denti, ma in italiano rende meglio: campa cavallo che l’erba cresce. Nota del traduttore)!  In ogni caso non penso che il presidente possa licenziarmi solo perché mi sorprende seduto davanti alla finestra dopo una riunione … lo conosco da quando era uno dei tanti direttori generali, abbiamo la stessa età! –
Sorridiamo entrambi.
- Com'è andata la riunione? Ho visto tutti rientrare tranne te … credevo che ti avessero spolpato vivo e sono venuto a controllare. – Jean-Luc è un caro ragazzo, ho l’impressione che mi abbia adottato.
- Tutto bene … ci sono due spiegazioni: od io ho la carne troppo dura oppure tutti questi qua – ed indico la sala vuota riferendomi agli astanti usciti da non molto – non hanno i denti sufficientemente aguzzi per masticarmi! –
- Beh, di una cosa mi compiaccio! – mi dice sornione.
- Quale? –
- Ho un capo senza complessi d’inferiorità! -
- Difficile averne con questi qua! –
- Ti va se mi metto accanto a te a prendermi il sole? –
- Why not?  Accomodati. –
- Tanto se entra Frederic de Robobat non può certo licenziarmi … dovrebbe iniziare da te che sei il mio capo! –
Recupera una sedia e la pone accanto alla mia.
- Sembra d’essere sul ponte d'un transatlantico. – dice sedendosi.
- Sì … ma speriamo che non sia il “Concordia”! –
Ride.
Entrambi siamo costretti a quasi chiudere gli occhi tanto il riverbero degli ultimi raggi del giorno è forte.
- Questo week end sono andato al cinema. – Jean-Luc è un appassionato cinematografico.
- Ah, che bello! E cosa hai visto? –
- Il film sugli Hobbit. –
- Ah … com’era? –
- Non male! Ma io non sono un fanatico del genere … ci sono andato giusto per curiosità! … è una trilogia … una storia su dei nani che vogliono riconquistare il loro regno. –
- Ce n’era uno, un po’ petulante, con delle grosse sopracciglia, che dice una cosa e poi la smentisce, che mostra di saper tutto, che è assolutamente accondiscendente col suo capo, che quando ride mostra i denti come i cavalli, che è invidioso degli stipendi degli altri, che è sposato con una donna bionda più alta di lui ed un po’ rifatta, che voleva vincere un premio Nobel? – chiedo tutto d'un fiato.
- Non lo so, ce n’erano tanti … forse uno poteva rassomigliargli.  Ah sì, adesso che mi ci fai pensare uno corrispondeva alla descrizione che hai fatto tu. Ma chi è? –
Apro gli occhi. Sospiro.
Ormai il sole morente s’è nascosto dietro un alto grattacielo.
- Dai su! Alzati. Il sole è tramontato. Andiamo a produrre!  Domani parto, torno nel mio paese!  Anche noi abbiamo gli Hobbit. Quello che hai visto lavora in Parlamento e fa la comparsa. -

lunedì 23 dicembre 2013

Sorry, I am Italian


Ci sono alcuni giorni in cui, anche se si è pieni di lavoro e si hanno tante cose da fare, ci si annoia. 
E’ lo spirito nel più profondo di noi che è annoiato. Oggi è proprio una giornata così.
Sto leggendo un rapporto sull'attività della mia società in Cina, su cui devo fornire la mia valutazione. Inoltre, entro la fine della serata, devo anche terminare di redigere una relazione. Fra qualche minuto devo incontrare uno degli uomini più noiosi di questa terra.
Non so se sopravvivrò a questa giornata. Scherzo. Certo che sopravvivrò, eccome!
 Il Natale mi sembra lontano, anche s’è imminente.
Sbadiglio, sento le palpebre pesanti come se fossero di piombo.
Lo confesso, nei confronti dei miei colleghi francesi ho un profondo senso d’inferiorità!
Hanno una capacità per me ignota di leggere documenti noiosissimi riuscendo a concentrarsi tanto da essere in grado di fare delle osservazioni interessanti.  Io devo forzarmi.
- Sorry, I am Italian (scusate, sono italiano; nota del traduttore) - dico ogni tanto con un tono falsamente modesto.
I miei colleghi ridono ma ho il sospetto che, in fondo in fondo, pensano che quelle scuse sono dovute.
- Monsieur, monsieur de Guillaume è arrivato.- annuncia la mia assistente (perché non si dice più segretaria? Forse si associa tale mestiere ad una funzione servile o boccaccesca? A causa dell’immagine degradata che offrivano alcuni film degli anni 70?  Che mostravano nelle locandine  tante segretarie, infermiere e cameriere in posizioni scollacciate  e porcarecce?  Perché si è passati da spazzino, a netturbino per poi arrivare ad operatore ecologico? Perché non si dice più puttana, prostituta, peripatetica ma escort? Perché non si usa più il termine omosessuale ma gay? … oddio, sto bruciando un argomento che mi sarebbe ben servito come materia per un altro post!).
- Sì, certo fatelo entrare. –
Mi alzo e gli vado incontro.
- Ciao Yves. Come stai? –
- Ciao Italo, bene e tu? –
- Prego, siediti. –
Yves: degli occhiali alla Cavour e dietro ad essi degli occhietti che vorrebbero essere scrutatori ma alla fine sembrano solo miopi; una calvizie che ogni anno conquista qualche centimetro di più della calotta cranica; una dialettica affettata e forzatamente  ricercata che necessita di pause per scovare il termine sempre appropriato; un anello chevalier con lo stemma di famiglia rigorosamente ostentato sul mignolo della mano sinistra.
Lo guardo e lui fa lo stesso.  Siamo seduti uno di fronte all'altro.
- In che cosa posso aiutarti? – gli domando.
Io conosco la ragione della sua visita ma lascio che lui segua il suo canovaccio.
- Volevo giusto informarti che nella società dove lavoro le vendite  … … -
Yves è stato messo in naftalina.tre anni fa, forse perché era troppo noioso.
Hanno deciso che non era adeguato per la funzione che ricopriva e che bisognava metterlo da parte. L’hanno nominato direttore finanziario d'una piccolissima società del gruppo. Prima era un “pezzo grosso” in una divisione che fatturava svariati miliardi. Un giorno non è più risultato gradito ed hanno deciso che doveva essere messo in un armadio.
Io fui contrario.
- Mandatelo via. Dategli un assegno e mandatelo via. –
- Costa troppo. – mi risposero.
- Certo, ma così lo uccidete lentamente … un uomo ha il diritto di cadere e di risollevarsi e non di sentire la sua dignità rosicchiata ogni giorno di più. –
- Sei troppo duro. – mi dissero.
L’hanno allontanato dicendogli che aveva bisogno di stare un po’ in disparte e che sarebbe tornato presto in circolo.
In effetti, l’hanno dimenticato.
Lui cerca di farsi ricordare domandando d’essere ricevuto.
Periodicamente ogni tre, quattro mesi ed immancabilmente alla fine di ogni anno, chiede d’incontrarmi.
Penso che per lui sia molto dura.
Ti guardo, Yves. Guardo i tuoi occhietti e so che fra poco, dopo aver smesso di raccontarmi delle frottole, diventeranno umidi perché ti emozionerai mentre mi dirai di quanto ti senti umiliato. Guardo la tua mano inanellata con un simbolo che ricorda la vecchia nobiltà che tu non hai più.
Io ti consolerò, Yves.
Ti dirò che l’importante è la considerazione di chi amiamo. Ti dirò che un uomo non è tale perché lo dicono dei colleghi d’ufficio ma perché ogni giorno lo dimostra attraverso l’agire. Ti dirò che abbiamo dei figli e che solo ad essi dobbiamo veramente rendere conto. Ti dirò che il vero mondo non è quello che si trova dentro una multinazionale ma dentro di noi. Ti dirò che ciò che importa è il ricordo che lasciamo  e non una carriera illusoria ed effimera.
Mi dirai grazie ed io mi sentirò un verme.
Ti darò una pacca sulla spalla.
Buon Natale, Yves ….


domenica 22 dicembre 2013

Al ristorante con Giovanni



- Come stai ? – mi domanda guardandomi come se fossi un ammalato terminale.
- Come vuoi che stia? … in verità non te lo so dire. Forse un po’ vuoto. –
- Piano piano assorbirai il colpo. E' passato appena qualche giorno da quando t'ho informato! Tu non sai quanto mi dispiace che sia stato proprio io a dirti che Veronique partecipava ai  Eyes Wide Shut! Mi sarei sentito un verme se te l’avessi taciuto. Ne parlai con Jacqueline la sera stessa dell’orgia mascherata e lei mi consigliò di non dirti niente … erano affari vostri, disse. –
- Ma Veronique non s’accorse che voi partecipavate alla festa? … in più lei e Jacqueline sono molto amiche. –
- Beh sai, quando si va in questi … eventi … si è in parecchi e Veronique s’appartò con un gruppo diverso dal nostro! –
- Insomma faceva parte di un altro workshop (officina, laboratorio, termine usato nelle aziende per indicare gruppi di lavoro; nota del traduttore)! –
- Beh sì, diciamo così! –
Aspettiamo che il cameriere arrivi. Ne vedo uno che s’avvicina. Alzo la mano per indicare che siamo pronti.
- Un pavé de rumsteack  sauce au poivre … et des frites … a point, s’il vous plait (una bistecca alta di scamone al pepe verde con patatine fritte, cottura normale, per favore; nota del traduttore). – ordino.
- Ma tu non facevi la dieta? – chiede Giovanni.
- Oggi ho fame. – taglio corto.
Restiamo in silenzio per un po’.
- Italo sai … ho avuto un’idea! Ma sono titubante e non so se posso parlarne! – mi dice all’improvviso.
Lo guardo perplesso.
- Spara. –
- Ecco … vedi … ho pensato che se anche tu attraversassi il Rubicone … forse ti farebbe bene! –
- Ma di cosa parli? –
- Di diventare anche tu libertino. –
- Ma sei scemo! –
- Me l’aspettavo … -
- Eh certo che devi aspettartelo!  Cosa vuoi fare? Delle orgette in famiglia? … ci trombiamo le rispettive compagne? –
- Scusa, ho pensato che ti facesse bene … magari scarichi un po’ di stress e ti riconcili con Veronique! –
- Ma per favore! – e lo guardo come se fosse un demente.
Il silenzio cala di nuovo fra di noi. Ci portano i rispettivi piatti.
La carne si taglia come se fosse di burro. La mastico con gusto e come per miracolo mi sento di buon umore.
- C’è una ragione precisa inoltre per non poter diventare libertino! – dico mentre pesco con le dita una patatina.
- Sei impotente! – domanda Giovanni.
- Non tecnicamente, ma quasi! –
- Non capisco. –
- Soffro dell’ansia della prestazione! Ciò condiziona le mie erezioni! Ho già questo problema quando sono solo con una donna, figurati quando sono insieme ad altri sconosciuti! –
- Mi dispiace … hai provato con il viagra? –
Scuoto la testa.
- Non c’è niente da fare … è psicologico! –
- Ma allora, hai difficoltà ad avere rapporti! –
- Certo, te lo sto confessando! Non ne ho da diversi anni! –
- Quindi come fai? … sei un onanista? –
- Neanche. –
- Come neanche? –
- Ho l’ansia della prestazione anche con me stesso! –
- Ma allora è grave! Devi farti vedere … adesso capisco Veronique! –
- Certo poverina … t’assicuro è meglio così … per tutti … sì, dopo ciò che è avvenuto mi farò vedere da uno specialista -
Sospiro mentre faccio la scarpetta.
Vorrei scoppiare dal ridere.

sabato 21 dicembre 2013

L'uomo senza qualità


- Ma che cosa conosco io di questo mondo ? –
Ogni tanto capita che mi dica qualche frase da solo.
Anche questa volta nessuno mi risponde.
Sono in macchina. Avanzo lentamente incastrato fra due tir.
Sopra, il cielo è colorato d’un pallido celeste. Dei raggi di sole, riflessi dai vetri d’una camionetta, m’accecano. Lascio che lo facciano, non mi proteggo e stringo solo le palpebre.
Con Veronique è finita. Non è colpa sua ma mia, lo so.
L’ho esasperata col mio comportamento scostante. Forse volevo che mi lasciasse solo. Di nuovo ... ciò che volevo, in realtà!
- Ma il mondo, io lo conosco? – domando, again.
Mi risponde il vivavoce. Squilla solo una volta. Guardo il visore. Il mio primogenito. Lo richiamo.
- Ciao pa’.-
- Ciao figlio. Come stai? Come va la campagna? –
- Va bene, stiamo munnanno (da munnare, verbo che può avere svariati significati a secondo del contesto, in questo caso vuol dire sfrondare, potare; nota del traduttore) gli ulivi. –
- Vedo che piano piano perdi il milanese e ti stai avvicinando alla lingua dei tuoi avi. –
- A furia di frequentare Pippo! ... so che lo chiami di tanto in tanto. –
- Sì, è una vecchia abitudine. Prima che tu decidessi di trasferirti in Sicilia ci sentivamo di frequente. –
-Papà! –
- Dimmi figlio. –
- Ma tu, cosa vuoi fare? –
- Non capisco. – veramente non comprendo quella domanda.
- Ti vuoi stabilire in Francia per sempre? –
- No, non penso … -
- Non ti preoccupare una stanza per te qui ci sarà sempre! –
Sorrido, poiché sta parlando di quella che è in verità casa mia.
- Grazie per il pensiero, tesoro. Ne terrò conto. Mi riscalda il cuore sapere che posso contare su di voi. Mi motiva. –
Sono contento davvero …  contento d’essere quasi sfrattato! Una camera i miei figli me la lasciano … ma che me frega! ... ho voglia di fare lo zingaro ancora ... forse un giorno, sacco in spalla e via! ... certo, conoscere il mondo, quello vero.
- La camera me la scelgo io, però! – aggiungo.
- Certo, senza alcun dubbio! –
- Tu la sai una cosa? –
- No, dimmi papà. –
- Non ho voglia di ridurmi come vostro nonno. –
- Cosa vuoi dire? –
- Non ho voglia di diventare un vecchietto, curvo sotto gli anni e cinico fino all'inverosimile. Non ho voglia d’essere patetico.  Non lo dico nel senso cattivo … -
- In ogni caso tu ti tieni più in forma del nonno. Ho visto delle sue fotografie di quando aveva la tua età. Tu fai ancora ginnastica ogni mattina? –
Riesco ad avanzare con la macchina per qualche decina di metri e sguscio fuori dallo stretto corridoio in cui mi avevano messo i due tir. Adesso i raggi del sole invernale arrivano direttamente sul mio parabrezza. Sento il loro tepore.
- Sì… per me è come lavarmi i denti. Hai letto “L’uomo senza qualità” di Musil ? –
- No, papà chi è? –
- Un autore del primo novecento, austriaco … il libro è un po’ palloso, ci ho messo molto tempo e molta volontà per terminarlo. Bene, il suo protagonista fa ginnastica e s’allena a far della box ogni mattina. Ad un certo punto si domanda la ragione di tutta quella fatica poiché nessuno gli chiede d’usare il suo corpo per imprese fisicamente impegnative e sportive. Bene, me lo sono chiesto anch'io. –
- Ma che c’entra! Tu lo fai perché fa bene alla salute! –
- No, non solamente. Ti confesso che intimamente sono convinto che un giorno devo usare il mio corpo non solo per portare la testa in ufficio quotidianamente, ma per compiere qualcosa dove la resistenza fisica sia necessaria. –
- Insomma … tu pensi che un giorno tu possa diventare Indiana Jones! –
- Beh, sì! – lo giuro, mi sento ridicolo.
- Mio papà come Indiana Jones … che figata! –
Sorrido.
Ai tempi di Musil non esisteva ancora Indiana Jones … e se ci fosse stato?
Forse non avrebbe scritto “L’uomo senza qualità”!