Translate

sabato 30 novembre 2013

Emanuela



Non riesco a capire dove sono.
Mi ricordo solamente che l’ultima cosa che ho fatto è di mettermi sotto le coperte e d’aver spento la luce del comodino.
Adesso mi rendo conto che sono seduto sulla mia poltrona in soggiorno.
E’ ancora notte e l’abat-jour rischiara la stanza.
Sulla poltrona davanti è seduta Emanuela.
- Ciao Italo. –
- Ciao Emanué. Che ci fai qui? –
- Come? Che ci faccio, mi hai invitato tu, non ricordi? –
Ci penso un po’ su  … ma in verità non ricordo.
- Sì, certo t’ho invitato. Come stai? –
- Adesso bene. –
Perché “adesso”? Mi chiedo.
Faccio uno sforzo … ma che minchia! Era ammalata.
- Non hai più la SLA? – chiedo ingenuamente.
- No, non più. Sono morta. Ricordi? – mi sorride un po’ mestamente ma nel suo sguardo c’è tanto affetto.
Mi passo le mani sul volto per nascondere la smorfia di dolore. Sento una fitta nel petto ... profonda.
Allontano le mani dal mio viso. Lei è ancora lì seduta di fronte a me.
Ci conosciamo da quando eravamo adolescenti. Siamo cresciuti assieme, non ci siamo mai persi di vista … fino a quando seppi ch’era malata terminale.
- Ti ricordi quante risate abbiamo fatto? – mi chiede.
- Ti chiedo scusa per non essere venuto al tuo funerale … non li sopporto! Non vado a nessuno … solo a quello di mia madre, non potevo fare altrimenti. Se avessi potuto non ci sarei andato! -
- Ti ricordi quante risate abbiamo fatto? – insiste.
- Quando vai ad un funerale vuol dire che la persona non la vedi più … non sopporto il pensiero di non vedere più coloro a cui voglio bene … sì, abbiamo fatto tante risate, ci siamo molto divertiti. –
L’ultima volta che la incontrai poteva a malapena muovere la mano per indicarmi su una tabella le lettere dell’alfabeto che le servivano a formulare le parole. La feci ridere perché le dissi che avrei combinato un fidanzamento fra sua figlia e mio figlio. Ad Emanuela piaceva il mio primogenito. Mi diceva sempre: i tuoi figli sono belli, non come te! Ed io le tiravo fuori la lingua.
- Ti ricordi che cosa combinaste con la mia amica Marilisa? – domanda.
- Certo che lo ricordo … tu ci avevi detto che era tutta casa e chiesa. Noi ci presentammo con dei pantaloni attillati e tutti rigonfi davanti. C’infilammo dentro la patta una banana!  … ci sgridasti ma poi anche tu ti mettesti a ridere. –
- E pensare che alla fine Marilisa s’è sposata con Roberto, il più sfacciato di tutti! –
- Per forza! Quello lì se n’era messe due di banane nei pantaloni! –
Emanuela ride. Pensavo che non avrei più ascoltato quella risata.
Cercavo sempre di divertirla ed  ero contento quando ci riuscivo. Lo facevo anche quando ero triste. Fare il buffone con lei metteva anche a me di buon umore!
- Ti ricordi quando giocavamo a nascondino nelle serate d’estate? Lo facevamo nel parchetto vicino alla chiesa. Avevamo ventitré anni e ci comportavamo ancora come degli adolescenti. – mentre lo dice sorride.
- Certo, che lo ricordo … ricordo anche quando correndo per fare “tana libera tutti” sbattei la testa contro un ramo che non avevo visto nella notte. Mi ritrovaste sdraiato sull'erba, mezzo svenuto … grande, grosso e ciula ... –
- Eravamo diversi rispetto ai giovani di oggi … ci divertivamo con niente. –
- Possedevamo meno … ti ricordi quando nascondemmo il portafoglio di Claudio e lo facemmo diventare matto per quasi un’ora? –
- Sì, me lo ricordo … lo vedo ogni tanto. –
- Ma chi? Claudio? –
- Sì, è qui con me, insieme agli altri … è sempre lo stesso … un po’ smemorato. –
Silenzio.
- Ma com'è lì? dove sei tu? –
Mi sorride … lentamente la sua figura si dissolve e quando è quasi un’ombra, le dico strozzando l’urlo:
- Resta, resta qui … ti prometto … ti faccio ridere … resta, ti prego. –
Mi sveglio nel buio.
Accendo la luce.
Piango, libero il mio dolore. Posso farlo, tanto ... nessuno mi sente.