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giovedì 15 dicembre 2016

La grande pioggia

Laggiù, oltre le vetrate, sul mare nero i bagliori si susseguono e solo dopo qualche manciata di secondi si percepisce il brontolio dei tuoni.
La grande pioggia sta tornando.
Sembrava che ci avesse abbandonato, ma invece s'è presa qualche ora di pausa e sta ritornando da dove era venuta. Il mare amplifica la luce dei fulmini e come uno specchio riflette i lampi ed aiuta a rischiarare questa notte senza luna, senza il brillio delle stelle.
Lo so che la quiete della campagna sarà ben presto interrotta dal vento che scuoterà la chioma degli alberi. A questa avanguardia seguiranno scrosci di pioggia violenta che schiaffeggerà chi oserà frapporsi nella sua caduta.
- Qui in Sicilia si ferma tutto quando piove. - mi aveva detto il mio amico Carmelo.
Ed é vero! Nella breve incursione che ho fatto stamattina alla ricerca d'un po' di pane il paese m'è sembrato svuotato, deserto.
Ecco il tuono che annuncia la tempesta imminente! E' vicino e non brontola più, ruggisce.
Vieni grande pioggia, ti aspetto.
Da più d'una settimana non ci vuoi abbandonare. 
Gonfi i torrenti ed allaghi il paese trasformando le vie in ruscelli in piena. 
La pioggia, persa la libertà che aveva in cielo, mal s'adegua alle barriere che le si frappongono.
Dalla finestra vedo la cagna Nelly. La osservo aggirarsi spaventata intorno alla casa. Ha il terrore dei fulmini e cerca un riparo. Le apro l'uscio invitandola ad entrare ma il suo rancore nei miei riguardi è più forte della paura. Oggi, infatti, ho provato a metterle il guinzaglio.
- L'abitui a portarla al guinzaglio, vedrà che la sua cagna s'affezionerà ancora di più a lei perché la riconoscerà come capo branco. - mi aveva detto il veterinario.
Figurati! Nelly s'è divincolata come un cavallo imbizzarrito in un rodeo. E' da otto anni che vive libera nella campagna, cosa vuoi metterle il guinzaglio! No, non mi ha ringhiato non si permetterebbe mai! S'è solo un po' incazzata e da brava siciliana adesso per un paio di giorni mi terrà il broncio, anzi il muso.
- Entra, dai non fare la scema! - 
Macché, troppo orgogliosa!
- Beh, fai come ti pare! -
Arrivano le prime gocce portate dal vento, imperlano il vetro.
Sono solo nella grande casa.
La solitudine non mi spaventa, m'ha accompagnato per lunghi tragitti della mia vita insieme ai miei pensieri, al mio mondo interiore, ai miei fantasmi.
Stasera mi fa compagnia il fantasma di mio padre. E' morto quasi tre mesi fa.
Mi sembra che siano trascorsi degli anni.

- Paolo, papà l'abbiamo ricoverato in un istituto dove prendono in carico i malati terminali, i morituri. - mio fratello mi disse al telefono.
- Per quanto ne ha? -
- I medici dicono che è questione di giorni. -
- D'accordo. Parto oggi stesso. -
Il viaggio per Milano lo feci in treno. No, non presi l'aereo volevo prendermi del tempo o forse non volevo vederlo morire.
Viaggiai guardando ininterrottamente fuori dal finestrino e lasciai che i miei pensieri si mischiassero colle immagini della penisola che risalivo. Quel tragitto l'avevo fatto decine di volte quando ero giovane e senza una lira in tasca. Viaggiavo con gl'immigrati, con i terroni che lavoravano nel nord dell'Europa. Ho ancora nelle narici quell'odore inconfondibile d'umanità costretta a vivere in promiscuità anche per trenta ore. Quel convoglio trasportava speranza mista a tristezza.
La frenesia della mia vita successiva mi fece dimenticare quel treno, si chiamava la Freccia del Sud, e presi a viaggiare in aereo ... mi sembrò che quella convivenza ferroviaria non fosse mai esistita.
Adesso in età matura mi è tornata la voglia di dividere il viaggio con altra gente per qualche ora. Di sentire le loro storie, di raccontare le mie. La vita forse è come una parabola, una gaussiana ... forse un giorno sarò ancora senza un soldo in tasca, chissà ... e forse mi sentirò ancora giovane senza esserlo.
All'istituto mi venne incontro una dottoressa bionda e piccolina. Mi rivolse un sorriso dolce e rasserenante.
- Chi cerca? - mi chiese.
- Cerco la camera dov'è ricoverato il sig. Valiani. -
- Ah, lei è il figlio che vive in Sicilia. -
- Sì, sono io. -
- L'accompagno. -
Mio padre giaceva sul letto. Una flebo era attaccata al suo braccio destro, sotto la rete pendeva il sacchetto del catetere.
- Dorme? -
La dottoressa s'avvicinò al capezzale e gli accarezzò la fronte.
- Carlo. - chiamò.
Mio padre non ebbe alcuna reazione.
- Un po' dorme, ma io penso che se gli parla qualche cosa percepisce. -
- Capisco. -
- La lascio solo con lui. -
Il piccolo angelo biondo scivolò fuori dalla stanza.
Mi avvicinai ed osservai meglio il morente.
La testa di mio padre s'era come rimpicciolita, il volto era divenuto scarno come se la pelle aderisse direttamente al suo cranio. Il corpo gonfio, tratteneva i liquidi.
Gli presi la mano tumida, quasi mostruosa adagiata a fianco del suo corpo.
- Papà, sono io, sono Paolo. Sono arrivato. -
Inutile sperare in una reazione.
- I ragazzi, ti salutano. Stanno lavorando a Londra, sono contenti. Tua nipote Marta sta andando bene negli studi ... è fuori razza! - sapevo che battute del genere lo divertivano.
Respirava appena. Solo un alito usciva dalla bocca socchiusa. Osservai le sue gote incavate.
Presi una sedia e la misi accanto al letto, feci attenzione a non far rumore.
Mi sedetti accanto e presi la sua mano fra le mie.
Nella stanza accanto arrivavano i suoni di voci attutite.
Sapevo che sarebbe morto da lì a poco. Sarei stato presente quando avrebbe esalato l'ultimo respiro così come lo ero stato quando mia madre se ne andò.
Guardai la mano inerte e non so perché parlai. Con un fil di voce come se pregassi.
- Quante volte mi hai colpito con questa mano? Quante volte mi hai picchiato? ... sei stato violento con tutti noi e forse con me in particolare. Noi, i tuoi figli, lo sappiamo. Anche tua moglie lo sapeva ma non siamo mai riusci a parlarne fuori della famiglia ... a che serviva? Forse ci vergognavamo. Sai, papà, io ho rimosso tutto. Devo quasi sforzarmi per far rivenire alla mente gli attimi di terrore quando ti scagliavi contro di me ... quello che mi porto dentro è solo una tristezza infinita. Mi dispiace per te, papà, mi dispiace che tu sia stato così ... a me sarebbe piaciuto essere un figlio ed avere un padre ... non, un uomo succube della sua stessa violenza. Ti ho visto invecchiare, divenire debole gradualmente e più diventavi vecchio e più m'accorgevo quanto sarebbe stato facile prevaricarti. Ma la vergogna d'avere questo pensiero mi soffocava. Forse avrei dovuto parlarti, ricordarti il passato ma a che pro? Forse per rinnovare la sofferenza? La mia, la tua? Perché riattizzarla? Adesso che te ne vai te la porti via con te, è vero papà? Te la porti via insieme alla violenza che l'ha generata e fai che non rivenga più. Grazie papà, grazie. Mi dispiace, mi dispiace tanto ... è difficile essere uomini, lo so. E' stato tanto difficile ... -
Fuori il cielo era incolore.
Osservai il volto di mio padre.
Misi una mano sulla sua bocca. No, non usciva più nessun alito.
- Papà! - dissi e nulla più.

Adesso guardo la tempesta oltre le finestre. La pioggia sferza il cortile e s'infrange scagliandosi rabbiosa contro i vetri come se volesse romperli.
Fuori la cagna Nelly mi guarda immobile ed atterrita da quel putiferio della natura. E' incapace di fare il benché minimo movimento.
Apro l'uscio della casa. La pioggia cade e forma un muro d'acqua. L'attraverso, incurante del freddo.
Il cielo è attraversato da bagliori che dopo qualche attimo si trasformano in fragorosi tuoni.
M'avvicino alla cagna.
- Stai tranquilla Nelly, è solo acqua ... e qualche lampo! -
Cerco di tirarla per il collare ma lei rimane immobile impietrita per il terrore.
Ormai sono tutto zuppo, come lei.
Mi siedo al suo fianco e le abbraccio il poderoso collo.
- Scusami se ti ho messo il guinzaglio. - le dico avvicinandomi al suo orecchio per vincere il forte scroscio della pioggia.
E resto lì, in attesa.


mercoledì 19 ottobre 2016

Lo scialo (no, non è un articolo su Vasco Pratolini)

Ascolto spesso i programmi delle televisioni italiane anche quando trascorro parte del mio tempo in Francia, paese in cui ho lavorato per più d’un decennio e che ormai, dopo l’Italia, è quello che conosco meglio.
Non voglio in questa sede lanciarmi in un’analisi comparata fra i due paesi che, a dispetto di coloro che insistono dal definirli cugini, hanno ben poca parentela se non l’origine latina delle due lingue. Penso di conoscere i pregi ed i difetti della Francia come quelli dell’Italia ma se del primo paese accetto le caratteristiche negative e positive come imprescindibili del paese stesso (la Francia non potrebbe essere la Francia senza i suoi difetti) per quanto riguarda il mio, invece, mi ribello nell’accettare le pecche. Anzi, voglio essere più esplicito, io intimamente soffro.
Questa sofferenza non è dettata da una forma di nazionalismo che mi porta a voler far eccellere l’Italia sul resto del mondo ma dalla visione di quanto scialo si presenta ai miei occhi. Io, per scelta non sono nazionalista (fatta eccezione che per le partite della squadra di calcio, non sono perfetto, lo so!) infatti penso che il mondo sarebbe migliore se si decidesse di bruciare tutte le bandiere.
Cosa posso farci se non amo lo spreco?
In Italia si spreca parecchio: soldi, monumenti, bellezze naturali, opportunità e … si sprecano tante, tante parole.
Soprattutto sulla cosa politica. Che ci sia campagna elettorale, referendum o no lo spazio offerto dai media allo spettacolo dei politici oltrepassa oltremodo quello che è consacrato dai mezzi di comunicazione di massa della Francia (e non entro nel merito di altri paesi). I nostri politici sono degli showman/woman e non ci si deve affatto meravigliare se fra i maggiori leader noi annoveriamo un comico (quando Berlusconi imperava, anche lui con le sue barzellette cercava d’essere un po’ come Grillo!).
In Italia si scialano parole, quindi, ed uno degli argomenti principe su cui i politici mostrano tanta preoccupazione quanta incompetenza riguarda il futuro dei giovani. L’intento è chiaro: più ci si mostra preoccupati più si vuole dare l’impressione che si prende in carico il futuro delle nuove generazioni e più si spera d’accaparrare voti.
I politici parlano e promettono posti sicuri, i politici mentono ed in maniera spudorata.
Un posto di lavoro è sicuro se l’azienda che lo offre è sicura. Se dopo qualche anno va a carte quarantotto anche il lavoro cosiddetto sicuro andrà a carte quarantotto!
Come può un’azienda essere sicura?
Ho le mie idee, ma non voglio annoiare esponendole e lascio gli economisti esercitarsi in quello che è il loro ruolo.
Osservo solo una cosa: un’attività può durare se sa guardare al futuro se è capace d’avere una visione prospettica che non si limiti all'ottenimento dei profitti nel breve periodo. L’Italia è perennemente stata miope, non è mai riuscita a vedere oltre al proprio naso. Dalla sua unità il nostro paese è sempre rimasto ai margini e relegato fra le province del mondo. In tutta la sua storia siamo stati considerati (e lo siamo) dei provinciali. Quindi il nostro futuro dipende da quello che il nucleo centrale delle economie forti decide per noi. Abbiamo per decenni cincischiato e sprecato parole (ancora dello scialo!) a favore dell’investimento nella ricerca e nello sviluppo in Italia (vero ed unico argomento che avrebbe favorito le generazioni future!), ma nulla ne è scaturito. Piuttosto d’ubriacarci con il mantenimento o salvataggi d’attività che palesemente avevano gli anni contati (l’industria siderurgica o petrolchimica) avremmo potuto concentrarci su attività legate alla new economy e forse avremmo potuto avere anche noi delle piccole Silicon Valley ma i nostri imprenditori, si sa, sono più degli speculatori che dei visionari (con pochissime eccezioni)!
Ricordo che in una popolare trasmissione l’ingegnere De Benedetti raccontava, come un aneddoto divertente, quando snobbò Steve Jobs. Io al posto suo mi vergognerei fare il minimo accenno sull’argomento in quanto, come imprenditore visionario, mostrerei la mia inettitudine.
Inutile piangere sul latte versato e guardiamo davanti a noi.
Insomma che cosa il nucleo centrale delle economie forti ci lascia? Ben poco, anzi nulla!
Una cosa però nessuno ci può togliere: il nostro patrimonio naturale ed artistico ed il nostro carattere, forse molto poco produttivo nel senso dell’economia classica, ma decisamente geniale nella capacità di creare la qualità della vita.
Noi lo sappiamo e ce ne vantiamo ma siamo incapaci di rendere queste caratteristiche delle vere miniere d’oro durabili. Non siamo visionari, lavoriamo sul breve periodo. Riusciamo a meravigliare provocando delle fiammate che, ahimè, sono effimere!
C’è chi invece ha intuito quanto l’italianità sia una merce che il mercato richiede.
Sì, c’è qualcuno che l’ha intuito e, mi dispiace per l’orgoglio nazionale, non è italiano bensì francese. Due giovani trentenni: Tigrane Seydoux e Victor Lugger.
Hanno inventato una catena di ristoranti italiani con una impronta che richiama le locande e le trattorie del nostro paese ma senza troppo insistere su questo cliché. Il loro concetto è semplice: vogliono che il cibo del belpaese di qualità abbia costi italiani, non parigini. Per far questo sono entrati in contatto con piccoli produttori dello stivale a cui acquistano quasi la totalità della loro produzione. Nessun intermediario e i costi restano contenuti.
Ieri sera ho provato uno dei locali. Il cibo effettivamente è di buona qualità per il pubblico francese ed è incentrato su prodotti che i transalpini amano particolarmente: la burrata, le tagliatelle al tartufo nero o le pizze veraci … si trova quello che il popolo d’oltralpe ama di più della nostra cucina. Non troverò mai la pasta e fagioli di mia nonna Lena od il brasato della zia Evelina … ma che importa? Si vende l’Italia.
Se andate nel loro sito lo troverete traboccante di luoghi comuni sul nostro paese, ma chi se ne frega? Ai francesi piace così!
Siete mai andati in Giappone? Ecco, quello che troverete nei ristoranti del paese del sol levante non è lo stesso cibo che va per la maggiore nei ristoranti giapponesi disseminati in Italia. Quindi c’è poco da scandalizzarsi!
Ma la sorpresa più bella è che tutto il personale, dai cuochi ai camerieri, sono italiani e tutti giovani!
- Io sono napoletano di Napoli, anche lui è campano – mi dice il capocuoco indicandomi un altro collega – Quello è siciliano, quello di Verona. –
- Terroni e polentoni, tutti insieme. – dico io e li faccio ridere.
Mi giro ed osservo la sala piena d’avventori e vedo quei ragazzi con i loro diversi dialetti volteggiare fra i tavoli. Ridono, sono contenti e che caspita: sono a Parigi, mica a Caropepe!
No, Tigrane e Victor non hanno lesinato nella quantità del personale credendo in questa gioventù italiana che nel proprio paese è sfruttata e sottopagata. Puntano sulla qualità e sul servizio a dei costi controllati e non bassi a tutti i costi (scusate il bisticcio di parole!). In effetti il servizio è veloce ed efficiente e si capisce che la squadra funziona bene ed è affiatata.
E’ una squadra che crede e sa lavorare con professionalità perché sa che le sarà riconosciuto nella busta paga.
Non sono solo i cervelli che lasciano l’Italia ma altre eccellenze, più trascurate ed ignorate dai politici che continuano a pensare che gl’italiani sia un popolo di scienziati ed esploratori. No, noi siamo anche un popolo che è composto di pizzaioli, cuochi, artigiani, camerieri, muratori, contadini e che prima d’occuparsi dei geni (che sono una piccola percentuale) ci si dovrebbe interessare della gran massa della popolazione indirizzando l’economia verso attività che possano assorbirla e valorizzarla.
Centocinquant’anni fa Parigi, nel periodo in cui Haussmann la trasformò dandole il suo inconfondibile stile, fu edificata da muratori italiani la cui maestria era riconosciuta a livello mondiale (che dire allora di New York dove non esportammo solo mafiosi?). No, il nostro non è un popolo solo di geni … ma di gente più modesta, che sa lavorare. Centocinquant’anni fa c’era l’edilizia adesso c’è il turismo. Se permettiamo che questa giovane eccellenza lasci l’Italia allora il nostro paese si sgretolerà e resteranno solo mafiosi e scansafatiche.
Prima d’uscire stringo la mano a tutti quei ragazzi e ragazze. Loro mi sorridono e forse gli ricordo i loro padri che sono rimasti in Italia.
- Bravo … brava. – dico a tutti.
- Venga, venga ancora, ci fa piacere. – mi dicono come se il locale fosse loro.
Che bello vederli tutti lavorare e sentirli parlare ognuno col proprio dialetto che non riescono a dimenticare! E’ come se lì ci fossero tutti i giovani dell’Italia … il futuro del paese. Si percepisce che sono pregni d’entusiasmo e pensano che il mondo si possa addentare come un frutto.
In effetti ci si sente a casa.
Due giovani imprenditori francesi hanno capito come trarre vantaggio dall'Italia.
Chapeau!
Forse, dovremmo molto modestamente osservare la loro iniziativa ed imparare.
Abbandono il locale, esco e fuori c’è la coda d’avventori.
Un ultimo sguardo dentro il locale, mi sarebbe piaciuto restare ancora insieme a quella gioventù forse perché avrei voluto farne parte.
Il mio pensiero va a quando avevo ventiquattro anni appena compiuti ed ero seduto sulla punta dell’Ile de Saint Louis. Osservavo sotto di me le acque della Senna che, spinte dalla corrente, s’infrangevano contro quel cuneo che, a mo’ di prua, le divideva in due. A qualche decina di metri un ramo galleggiante s’avvicinava all'isola.
- Se va a destra torno in Italia, se va a sinistra resto in Francia. – pensai.
Tornai in Italia, mi chiedo ancora come sarebbe stata la mia vita se il ramo fosse andato sulla sinistra.
Uscendo dal ristorante ho l’impressione d’aver appena attraversato la frontiera, non geografica ma temporale. Appartengo ad un altro tempo e non tornerò più ad essere come quei giovani speranzosi.
Non so perché ma ho un nodo in gola … forse ho bevuto troppo lambrusco.

mercoledì 31 agosto 2016

L'uomo sullo scoglio

Risultati immagini per lo scoglio sul mare noto marzamemi


- Ci crediamo tutti poeti, scrittori, pensatori ... forse lo siamo ma certamente siamo piccoli uomini che vorrebbero sentirsi grandi. -
Giovanni ascoltò appena la frase di Francesco tanto la sua attenzione era assorbita dal suono della risacca del mare.
I due amici erano seduti sugli scogli di calcare scolpite dalle onde fin dalla notte dei tempi.
- Mi hai sentito? - chiese Francesco indispettito per la poca  attenzione che sembrava ricevere.
L'uomo annuì e cantilenò:
- Sì, t'ho sentito. -
Ma Giovanni continuava a guardare l'orizzonte che finiva dove il mare lasciava il posto al cielo. Lontano, su quella linea di demarcazione, avanzava lenta un'ombra, forse era una petroliera. I raggi del Sole erano indeboliti mentre l'astro finiva la sua corsa giornaliera.
- In fin dei conti era molto più suggestiva la spiegazione che si davano gli antichi sul percorso del Sole: Elio col suo cocchio, ogni santo giorno, a fare lo stesso percorso da oriente ad occidente. - disse Giovanni sempre con lo sguardo perso verso l'infinito - Ma è possibile che nessuno, allora, si fosse mai posto la domanda: e se oggi Elio non si fa la sua scarrozzata colla sua quadriga, che facciamo? -
Trascorse del tempo prima che Francesco dicesse:
- Una beata fava! Ecco cosa avrebbero fatto: una beata fava! -
- Tutti gli uomini sono piccoli anche se qualcuno si crede grande! -
- Ma che dici? -
- Mi riferisco alla tua riflessione di poc'anzi. -
- Ah, ma adesso che fai? Rispondi alle domande in maniera differita? -
- Veramente la tua non era una domanda ma un'osservazione ... eppoi io da un po' ho delle elaborazioni un po' lente. -
Proprio in quel frangente s'alzò anche una brezza marina carica di profumo marino. Giovanni sospirò profondamente proprio come se dovesse immagazzinare tutto quel odore. Poi disse:
- Non so come spiegarti ma è da un po' che ho voglia sentire di più il mondo, voglio ascoltarlo e sono meno attratto da ciò che i miei consimili mi possono dire ... sono così da quando è morta la mia amica Lara. Sono passati diversi mesi ma solo adesso sto metabolizzando la sua morte. -
- Chi era? -
- Una scrittrice. Voleva diventare un albero. -
- Un albero?.
- Sì, le parlavo spesso della nostra campagna e le proposi diverse volte di venirmi a trovare. - Giovanni sospirò.
- Sì, me ne avevi parlato.  Non t'è venuta mai a trovare ? -
- No, io le inviavo la foto del mio ulivo preferito. Lo sai quale? Quello che chiamo Ercole. Sulla curva. Lei mi diceva che sarebbe stato bello sedercisi sotto. -
- Era ammalata, vero? - 
Francesco aveva l'impressione di ricordare qualche dettaglio di ciò che gli aveva raccontato una volta il suo amico. 
- Sclerosi multipla. Lei, scherzando, diceva che sarebbe venuta da Faenza a Noto in elicottero ed avremmo passato un po' di tempo sotto Ercole in silenzio. -
- Caspita, poveretta! Dev'essere stata una morte orribile! -
Lontano, il cargo prese forma nella lontana bruma. Sembrava immobile come la lancetta d'un orologio, eppure avanzava. Giovanni l'osservava volendo distinguere l'impercettibile movimento.
- S'è suicidata. - disse e prima che il suo amico gli ponesse la domanda aggiunse - Non so come l'ha fatto, penso che deve aver preso delle pillole. Prima d'eseguire il suo ultimo desiderio, ha scritto l'ultimo pezzo sul suo blog. Scriveva divinamente. -
- Adesso comincio a ricordare meglio: era quella signora che avevi conosciuto su internet. -
- Sì, ci leggevamo i blog reciprocamente ... ero contento quando scriveva che il mio racconto l'era piaciuto. Aspettavo il messaggio che m'annunciava la sua lettura, aveva sempre delle parole lusinghiere per me. M'accorsi ad un certo punto che scrivevo quasi esclusivamente per lei. -
Mentre il giorno moriva i raggi del sole cominciarono a colorarsi d'arancio ai confini col mare. Verso sud il cargo ormai si distingueva più nettamente. Sembrava un insetto posato sulla distesa del mare. 
Banalmente Francesco pensò che non lontana c'era l'Africa.
Si voltò verso Giovanni e si sorprese osservando una lacrima che gli rigava la gota.
- Beh, che fai piangi adesso? -
- Andai a trovarla un giorno a Faenza, lei mi chiese se l'aiutavo per il suo ultimo viaggio. Io le risposi di no, sapevo di cosa parlava. Le accennai qualche cosa per giustificare la mia scelta, tipo: lei deve ancora scrivere, può ancora produrre ... cazzate! Lo sapevamo tutti e due. Il male ormai l'aveva devastata e tutto le risultava penoso e doloroso. Lara mi sorrise e, leggendo nel profondo dei suoi occhi, compresi la sua determinazione ... uscendo da casa sua mi dissi ch'ero stato un vigliacco e me lo dico ancora. -
Ormai era possibile distinguere meglio cos'era la nave: no, non una petroliera ma una portacontainers. Certamente era diretta al porto di Augusta.


Quella sera, tornando a casa, Giovanni andò da Ercole e si sedette solo di lui. L'accarezzò e sentì sotto le dita la ruvidezza della corteccia.
Sopra il cielo era stellato, la luna,in  quella notte buia, non sarebbe sorta.
- Ercole, io non voglio diventare un albero ma uno scoglio. Uno scoglio proteso verso il mare, verso l'infinito. Spero che non t'offenderai. -
No, l'ulivo non s'offese.


mercoledì 30 marzo 2016

Lettera aperta ai candidati Sindaco per la città di Noto



Buon giorno, mi chiamo Italo Persegani e sono quel signore che nelle foto indossa una camicia a scacchi, prossimo alla sessantina e col fisico un po’ appesantito per i troppi anni passati dietro alle scrivanie. Sono stato immortalato mentre raccolgo immondizia nella giornata del 29 marzo 2016 sulla strada provinciale n. 64 in contrada Fiumara ad appena un chilometro dal paese di Noto. I “trofei” raccolti si trovavano in parte sul ciglio della strada ed in parte dentro il terreno d’un signore a me sconosciuto. Mentre ero in procinto di lanciarmi nella mia impresa una macchina s’è accostata ed un giovanotto dal finestrino m’ha apostrofato: guardi che qui a Noto c’è un luogo apposito dove gettare l’immondezza! Gli ho sorriso e gli ho risposto: non getto, raccolgo. No, l’immondizia non era mia ma di qualcun altro che pratica la disciplina sportiva del “lancio del sacchetto”. Nel meridione, e nello specifico in Sicilia, vi sono molti adepti a questo sport. Infatti non sono pochi coloro che da decenni nutrono la speranza che la specialità sia introdotta fra le discipline sportive delle prossime olimpiadi, non quelle del Brasile (ormai troppo prossime) ma quelle successive. Per questo motivo gli atleti s’allenano duramente ogni giorno ed i sacchetti che si trovano un po’ dappertutto sono il risultato delle dure sessioni d’allenamento. Non sia mai che finalmente il “lancio del sacchetto” entri fra le discipline del comitato olimpico e loro si trovino impreparati!


Non esiste solo l’ipotesi olimpica per fornire una spiegazione alla piaga dell’immondizia sparsa per le strade, infatti vi è chi, seguace di Lorenz Konrad e particolarmente ferrato in etologia comparata (scienza che esplora le correlazioni fra l’antropologia e l’etologia), ha trovato un’altra spiegazione: coloro che disseminano l’immondizia sono molto prossimi agli animali ed in particolare ai cani. E’ ben noto, infatti, il comportamento dell’amico dell’uomo che, quando può, delimita la sua zona mingendo l’urina in un’area immaginaria. Bene, i “lanciatori/trici di sacchetti” osservano lo stesso rituale in quanto depositano le loro lordure lungo i confini immaginari dell’area in cui abitualmente vivono. E’ stato osservato infatti che nessuno deposita l’immondizia nell’appartamento o nel proprio condominio ma lontano da dove in genere si risiede. Sì, esattamente come le simpatiche bestie! Avete mai visto un cane fare pipì o cacca dentro la propria cuccia? Certo che no, esattamente come i “lanciatori d’immondizia” che quindi, a tutti gli effetti, possono definirsi più vicini agli animali che agli esseri umani. Scrivendo questo non vogliamo arrecare nessuna offesa ai cani poiché come diceva Eberhard Trumler: Il mondo del cane è più ricco di quanto noi si possa immaginare.


Non è da credere che questa teoria, per quanto dotta, sia universalmente accettata poiché esistono innumerevoli detrattori. Fra i più agguerriti vi sono coloro che sostengono la non fondatezza di questo pensiero in quanto la teoria non può estendersi su tutto il genere umano. Infatti, dicono, perché i “lanciatori di sacchetti” si concentrano di più nel meridione dell’Europa ed in particolare nel Sud dell’Italia e non si distribuiscono equamente su tutto il territorio? In effetti gli etologi per un certo tempo rimasero disorientati di fronte a questa affermazione ma a loro venne in aiuto Charles Darwin, padre della teoria evoluzionista. Il grande scienziato sostenne che i “lanciatori di sacchetti” sono un esempio d’evoluzione ritardata rispetto al resto del genere umano. Sì, ma perché la popolazione dei “lanciatori” si concentra di più nel sud? Perché l’effetto climatico (il sole, il caldo) rende il genere umano più pigro e con riflessi tanto allentati da ritardarne, in certi casi, anche l’evoluzione soprattutto in soggetti che possiedono un limitato sviluppo celebrale. La specifica tecnica dei “lanciatori di sacchetti” siciliani, che si contraddistinguono nella tecnica e nell’ostinazione dell’atto, fece riflettere Darwin sull’opportunità di verificare la sua teoria evoluzionistica su un’isola e per un certo tempo fu combattuto se scegliere o le Galapagos o la Sicilia. Come tutti sanno scelse l’arcipelago delle Galapagos e qualche suo maldicente coevo disse che optò per l’alternativa più facile.


Scusatemi cari candidati se mi sono così dilungato nell’introduzione di questa mia ma penso che abbiate ben compreso che sul soggetto possiedo (ahimè!) una certa sensibilità. Per fortuna, non sono il solo poiché a Noto siamo in molti ad essere preoccupati: non solamente i nuovi residenti (io ho scelto di trasferirmi in zona nel 2004) ma anche la maggior parte dei netini che vorrebbero il loro territorio più pulito. In realtà io sono poco interessato a conoscere se dietro all’annoso fenomeno si celino teorie sportive, antropologiche o evoluzionistiche, vorrei invece che il fenomeno cessasse o quanto meno s’attenuasse drasticamente. Per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio e retro pensiero che può far pensare che io sia il solito “forestiero” che viene in Sicilia per dire la sua, voglio subito precisare che sono siciliano di nascita e che pur avendo vissuto per necessità buona parte della vita fuori dalla mia isola ritengo di conoscere la Sicilia come le mie tasche. Ho deciso di tornare e questa volta, come Patrick de Mac Mahon, j’y suis, j’y reste (ci sono e ci resto!)! Quindi, ed arrivo al punto di questa mia, qual è il vostro piano per sconfiggere il malcostume imperante del “lancio della spazzatura”? La mia domanda, ed adesso smetto di celiare, è seria e dovrebbe ricevere una risposta altrettanto seria, fatta di programmi su cui dovrete rendere conto ai cittadini. Per favore, non vi sto chiedendo d’esercitarvi in dichiarazione d’intenti od in slogan elettorali, ma un piano programmatico (azioni, modalità, finanziamenti, tempistiche) che mostri una capacità di risposta concreta ad un problema. Lo so che siete impegnati ad “acchiappare” voti ma questa lettera (la indirizzerò al sito d’ognuno) dovrebbe essere un’opportunità per ciascuno di voi per mostrare di che pasta è fatto. Noto, come molte città italiane, ha molti problemi e quello della sporcizia diffusa è uno dei tanti ma l’illustrazione d’un programma serio sull’argomento potrebbe far ben sperare che anche sugli altri soggetti abbiate la capacità di ben proporvi. Potrebbe far credere.
Non serve una risposta che descriva il passato ma che dia delle soluzioni guardando al futuro. Non mi faccio illusioni: se non dovessero esserci risposte a questa mia non mi sentirò frustrato poiché anche una non risposta consentirà di comprendere il vostro approccio su problemi concreti.

Cordialmente
Italo Persegani

giovedì 3 marzo 2016

L'attrice


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Paolo si chiedeva che ci faceva lì, su quel palco col mento appoggiato sulla sbarra d'ottone che fungeva da parapetto.
Sul palcoscenico degli attori senza virtù, esagerando le intonazioni, gridavano al pubblico il copione.
Sì, anche lui come molti s'era recato a quello spettacolo per assistere alla prova dell'attrice bionda.
- Certo, deve aver un buon agente. - pensò Paolo.
Qualche decennio fa' lui ricordava lo sguardo dell'attrice perforargli il cervello dai rotocalchi.
Quegli occhi verdi come il mare dell'Antille.
Rispetto agli altri suoi colleghi lei si muoveva con maggiore sicurezza sulle assi del palco ... ma in quanto a talento non se ne vedeva neanche la più pallida traccia!
Paolo una profonda delusione e, per vendicarsi, cominciò a cercare i segni del tempo sull'attrice.
Il cerone non riusciva più a nascondere le rughe della donna ed osservando bene notò che le braccia nude mettevano in evidenza la perdita di tonicità dei muscoli dell'avambraccio. Ma ciò che resisteva alla forza di gravità era il seno che, messo pienamente in mostra, sembrava esplodere da un momento all'altro dal décolleté come se volesse fuggire da quel corpo.
Finalmente arrivò l'intervallo.
Paolo estrasse il suo cellulare e cominciò a fare una ricerca su internet.
Sullo schermo apparvero varie immagini dell'attrice con i seni scoperti.
La signora che col marito occupava il palco insieme a Paolo fissò quelle istantanee e rivolse al marito uno sguardo ch'era un misto di disapprovazione e scandalo.
Svogliatamente Paolo la fissò.
- Guardi signora - disse non dissimulando il tono di dileggio - Guardi la nostra brava attrice ... trent'anni fa aveva il seno piatto ... quello che mostra adesso è solo uno sfoggio di vanità su qualcosa che, di fatto, è falso ... capisce? -
La donna lo guardò con gli occhi spalancati come se si trovasse di fronte ad un essere demoniaco.
- Guardi, guardi anche lei signore ... non trova che se l'è un po' troppo gonfiato il seno? - insistette Paolo rivolgendosi questa volta al marito.
- Beh, sì in effetti ... sì, penso proprio di sì ... è troppo grosso questo seno! - rispose l'uomo con tono di chi vuole mostrare d'essere un intenditore.
Per fortuna il buio tornò nel teatro e tolse la coppia dall'imbarazzo.
Paolo sentì che piano piano la donna allontanava la sedia da lui.
- Manco se fossi un appestato! Scema d'una benpensante! - pensò.
Gli attori ricominciarono la loro pessima esibizione.
- Buona continuazione. - disse mentre lasciava il palco.
Fuori, sulla via principale del paese, non vi era anima viva.
L'umidità della sera bagnava la via lastricata di lava riflettendo la luce dei lampioni.
- Ma che ognuno si faccia esplodere le tette come vuole! Ma chi se ne frega di quella là? - si disse fra le colonne all'uscita del teatro.


Camminò con le mani in tasca. Non aveva voglia di rientrare a casa.
Vagò a casaccio.
Le strade erano deserte.
- Sembra un paese di morti. -
Non lontano vide un'insegna.
- Magari ci trovo dei vivi. -
Era un Wine Bar, di quelli che se la tirano un po' e che vogliono dare l'immagine d'essere un po' radical chic.
- Un Manhattan. - chiese.
La ragazza dietro al bancone diede sfoggio della sua professionalità con troppo entusiasmo. Mise talmente energia nell'agitare lo shaker che frantumò un bicchiere appeso sopra la sua testa. Paolo si diede un pizzicotto alla gamba per non ridere.
La barman lo guardò di sottecchi ma lui giocò l'indifferenza.
Il Manhattan era buono e lui lo ingurgitò come se fosse acqua fresca.
- Un altro, per favore. -
Questa volta la ragazza non ruppe alcun bicchiere.
Il cocktail fu scolato in men che non si dica.
- Un altro, per favore ... - poi aggiunse quasi scusandosi - Ho freddo! -
Il terzo intruglio lo sorseggiò.
- Posso uscire? Non scappo col bicchiere. - assicurò mentre pagava.
Di fronte al locale v'era una gradinata. Si sedette sopra ed osservò le vetrine del locale. C'era poca gente per lo più giovani, delle coppie.
Con i gomiti s'appoggiò sui gradini superiori ed inclinò la schiena.
La sua mente era vuota, alzò lo sguardo verso il nero del cielo racchiuso dalle facciate di due palazzi cadenti e corrosi dal tempo e dall'incuria.
Si chiese cosa avrebbe fatto del tempo che gli restava.
Già qualche mese fa il dottore che lo seguiva gli aveva dato poco da vivere e forse era andato un po' più al di là delle aspettative.
Abbassò lo sguardo e vide un uomo entrare nella via. Avanzava con passo deciso su quella strada in salita.
L'osservò  inerpicarsi fino a quando arrivò alla sua altezza.
L'uomo s'arrestò.
- Buona sera. -
- Buona sera. - rispose Paolo chiedendosi se conosceva quell'individuo.
- Bella serata, non è vero? -
- Non c'è male ... la conosco? -
- Non so ... io sì, invece, lei è Paolo. -
- Sì, sono Paolo ... come sa il mio nome? -
- Conosco un po' tutti da queste parti ... -
Paolo osservò il viso del nuovo arrivato. Era stempiato, il viso rotondo e l'espressione un po' paciosa come quella di qualcuno che ci si aspetta sia iscritto a Comunione e Liberazione. Non era eccessivamente alto, ma un po' rotondetto. Gli sembrò un essere anonimo, come tanti.
- Cosa posso fare per lei? - chiese Paolo.
- Niente. Mi sono fermato qui davanti a lei per prendere fiato ... questa salita m'uccide ogni volta che la faccio. Eppure fa bene sottoporsi a degli sforzi. Forse dovrei dare un taglio con le sigarette! Lei fuma? -
- Ho smesso un anno fa! Ma non è servito a molto. -
- Ha ancora il fiatone? -
- Sì e no ... diciamo che non è servito molto smettere di fumare per arrestare l'avanzata del cancro ... adesso ce l'ho dappertutto ... troppo tardi! -
- Capisco. - disse l'uomo cortesemente.
Paolo bevve un altro sorso del suo Manhattan.
Ai piedi della salita s'affacciò una piccola brigata.
Davanti a tutti camminava l'attrice dal seno marmoreo.
- Deve aver finito la rappresentazione ... chissà in quale altri paesi deve andare per continuare la sua tournée provinciale? - disse Paolo.
- Mi sembra che domani debba recitare a Modica. - disse lo sconosciuto.
Entrambi osservarono il gruppetto d'attori avanzare. Con loro vi era un notabile locale che, con aria ossequiosa, faceva da guida agli attori.
Parlottando e ridendo la comitiva s'infilò nel locale di fronte ignorando Paolo e lo sconosciuto.
I proprietari del Wine Bar furono ben contenti d'avere una star come cliente e ben presto richiesero dei selfie.
- Ma si può? ... ma si può essere così banali e previsibili? ... possibile che la gente adesso si sappia esprimere solo facendosi delle fotografie ed assumendo tutti la stessa espressione imbecille? - si domandò Paolo stizzito.
- Così va il mondo! -
- Sarà ... ma io sono stanco di questo mondo ... veramente stanco, lo sa? -
- Lo vedo ... lo vedo che è stanco. -
- Forse ho bevuto troppo ... non tengo più l'alcool, forse le medicine? -
- E' probabile ... si rilassi, allora, e non beva più. -
Entrambi guardarono oltre la vetrata del locale dove gli attori ridevano e, seduti ad un tavolo, bevevano del vino.
- Mai visti attori più scadenti! - disse Paolo che, poi, aggiunse - Ho le palpebre che sembrano fatte di piombo tanto le sento pesanti. -
- Le chiuda, allora! - gli consigliò l'uomo - Non si preoccupi ci sono qui io. -
- Sarà una cagna nel recitare ma s'è fatta certe tette! - esclamò Paolo mentre, sorridendo, chiudeva gli occhi.


Molti erano fuori dal locale e gli abitanti delle case, affacciati ai balconi, sembrava stessero assistendo ad una pièce teatrale
La ragazza dei cocktail, come tutti, osservava la nota attrice rilasciare un'intervista al giornalista della televisione locale. L'uomo sembrava non riuscire a contenere la sua gioia: il suo programma avrebbe trasmesso un intervista con la diva!
La donna nonostante l'aria fresca della notte aveva sbottonato il soprabito ed orgogliosamente presentava alla telecamera il suo décolleté reso esplosivo dalla chirurgia plastica.
- Ma che è successo? - chiese un passante alla barman.
- Ero venuta a recuperare il bicchiere d'un cliente che s'era seduto a bere un cocktail sulla scalinata. Credevo dormisse, aveva il bicchiere in mano e temevo che lasciandolo andare lo rompesse ... invece non dormiva ... l'avevo visto parlare da solo come fanno spesso gli ubriachi, come se avesse una persona di fronte a lui ... ma non potevo pensare che fosse morto. Maria, che impressione! Il primo morto che vedo in vita mia! -
- Minchia! - disse il passante impressionato per il racconto - Ma quella non è l'attrice ... ? -
- Sì, è lei. Le ho fatto un cocktail ... ed abbiamo fatto un selfie. Guardi. -
Il medico di guardia si fece largo fra la folla e raggiunse le spoglie di Paolo coperte da una tovaglia stesa a mo' di bianco sudario.
- Buona sera dottore. - gli disse un carabiniere.
- Buona sera, appuntato. Immagino che quello sia il morto? -
- Sì, dottore. -
- Allontani la gente, per favore. -
 Il medico scostò la tovaglia dal volto di Paolo e gli pose la mano nel sottogola.
- Questo qui è proprio morto! ... potete portarlo via. - ed aggiunse - E' morto sorridendo, chissà a cosa stava pensando! -

martedì 1 marzo 2016

Lettera a facebook

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Puntualmente sulla mia pagina di FB compare la scritta: a cosa stai pensando? In genere rispondo mentalmente: ai fatti miei. Nel contempo sorrido perché mi torna in mente una sequenza d'un film di Pietro Germi, Alfredo Alfredo, dove un bravissimo Dustin Hoffman veniva perseguitato da un'altrettanto brava Stefania Sandrelli che l'assillava con telefonate in cui gli chiedeva: che fai? che pensi? Bene, oggi voglio scrivere cosa penso: sono stufo di vedere il faccione butterato e sudaticcio dell'ex governatore Nichi Vendola (deve avere un problema di secrezione sebacea molto accentuato)! Non voglio entrare nella polemica uterosì-uterono ma voglio denunciare l'assurdità di questa diatriba su un uomo ridicolo che dichiara di "dover" accettare 5 mila euro di vitalizio mensile perché proviene da una famiglia di umili origini ma si permette il lusso di spendere più di 100 mila euro per avere un figlio d'accudire che rispetta i canoni estetici che più gli aggradano! Domande: ma le femministe non lottavano contro la mercificazione del corpo qualche decennio fa? Ma non erano i nazisti che facevano esperimenti d'accoppiamento per ottenere dei prototipi di razza pura? (Oddio, v'immaginate una nuova razza "Vendola"?) Ma il signor Vendola non è uomo di sinistra? Ma cosa vuol dire essere di sinistra? 
Decisamente l'ex-governatore della Puglia è un uomo ridicolo con buona pace di tutti coloro che su FB hanno contrapposto i benpensanti che accusano Vendola contro i benpensanti che accusano Berlusconi. Come se essere pro-Vendola vuol dire porsi contro Berlusconi e viceversa. Sono entrambi due uomini ridicoli (ciò non toglie che siano pericolosi!) come sono ridicoli anche i benpensanti (anche loro pericolosissimi!). Quindi caro FB, pieno d'imbecilli (lo diceva la buonanima di Eco Emoticon smile !), io penso che in questi frangenti dovremmo forse meditare un po' di più, non su personaggi ridicoli, ma sulla tragedia che si sta compiendo alle porte di questa ipocrita Europa in procinto di sgretolarsi: i profughi premono alle nostre frontiere e non riusciremo a contenerli a meno che qualche pazzo Stranamore non decida di cannoneggiare donne e bambini! Io penso caro FB che dovremmo essere più attenti al momento storico che stiamo attraversando perché a breve il problema dello stepchild adoption e degli uteri del signor Vendola saranno delle scoregge nella tempesta. Lo so, caro FB, i miei sono pensieri foschi forse per questo è meglio che li tenga per me. Prima di concludere ... io sto con gl'imbecilli, caro FB, a dispetto del compianto Umberto. 

Cordialmente, 

Italo Persegani

lunedì 8 febbraio 2016

Il casino prossimo venturo





- Ti vedo un po' giù. - dice lei indirizzandogli uno sguardo severo.
Martino, seduto alla sua scrivania, l'osserva.  Non risponde subito e preferisce fissare la sua compagna.
E' appoggiata contro lo stipite della porta in una posa che non vorrebbe essere sensuale, ma lo è.
Lui l'adora.
La sera prima mentre lei s'era chinata per osservargli una macchia sulla camicia (- Sei un maialone! - gli aveva detto rimproverandolo con tono materno), lo sguardo di Martino s'era posato sulle rughe che le ornavano gli occhi.
- Sapessi quanto amo le tue rughe! - pensò ma non aveva detto niente per timore della reazione della sua compagna.
Perché non si possono amare le rughe?
Accenna un impercettibile sorriso.
- Sì, in effetti sono un po' giù di tono. - finalmente ammette.
- Non so, ho l'impressione che basta la minima contrarietà per buttarti giù, nel fondo del pozzo. Poi risali ... ti vedo continuamente abbatterti e risollevarti in questi giorni. - precisa lei.
Martino sa che Carla ha ragione e teme i periodi in cui il suo umore è sulle montagne russe. Gli ricordano quello che precedette la profonda depressione che s'abbatté su di lui diversi anni fa. Ne uscì, ma quale fatica! Quanti foschi pensieri! Poi, un giorno, dopo settimane di strazi interiori gli sembrò d'essere uscito dal tunnel. Ma la paura di rientrarci non l'aveva mai abbandonato.
- Ma risalgo poi dal pozzo, giusto? - chiede ed attende d'essere rassicurato.
- Sì, ti rivedo salire in superficie ed affrontare i problemi, ma prima ti lasci facilmente abbattere anche per eventi banali, risolvibili. Neanche se fossero dei macigni che ti cadono in testa! -
- Sto solo attraversando un periodo così ... vieni qui! -
Lei s'avvicina e lui l'abbraccia sui fianchi mentre nasconde il viso contro il ventre della donna.
Trascorre qualche secondo prima che lei gli metta la mano sulla testa.
- Hai i capelli così ricci! -
L'uomo non  parla e si sente un po' bambino.
In fondo non c'è miglior rifugio del grembo d'una donna.


- Perché la gente dovrebbe leggere quello che scrivo? - si domanda mentre osserva lo schermo bianco del computer. 
Si volta ad osservare il paesaggio fuori della finestra. Una nuvola immobile, impigliata a qualcosa nel cielo, sovrasta la collina poco lontana dalla sua casa.
Quando era ragazzo passava pomeriggi interi a guardare le nuvole solcare la volta celeste. Si chiedeva dove andassero. Verso l'Africa?
Sì, probabilmente.
A quell'età sentiva dentro un energia che cresceva, cresceva ... e sapeva che doveva attendere perché un giorno potesse esplodere.
Ma di fatto non ci fu mai nessuna esplosione solo un consumarsi inutile del vigore giovanile. 
Nel corso della sua vita c'era stato sempre un buon motivo perché si ritardasse l'accensione della miccia. Gli anni erano passati e lui era diventato sempre di più un cultore di sogni, o meglio, di uno solo in cui si vedeva dar sfogo alle sue energie in qualsiasi impresa si mettesse.
Finalmente raggiunta la sessantina e libero d'orpelli pensò che avrebbe potuto rendere reali quel sogno ma qualcosa era successo: la miccia non riusciva ad accendersi e le polveri rimanevano inerti.
E lui si era sentito spaesato come un ergastolano che per decenni sogna la libertà ed all'improvviso si ritrova fuori dal carcere mentre il portone del carcere si chiude dietro di lui.
... adesso la nuvola sopra la collina si muove lentamente, quasi svogliatamente.
Che si sia presa una pausa?
Martino decide di fare quattro passi.


- Come va il suo libro? - gli chiede il vecchio ingegnere seduto sulla panchina di pietra di fronte al teatro comunale. 
Ha il viso rivolto verso il cielo e si fa accarezzare dal tepore dei raggi solari. La sua espressione tradisce il sottile piacere.
Il sole invernale sa essere più che gradevole in Sicilia, anche se ce n'è in abbondanza non esiste nessun motivo per non approfittarne.
- Come vuole che vada? Male! -
Martino ha l'aria sconsolata.
- Venga qui, si sieda accanto a me, si goda questo tepore. Cos'è? Mancanza d'ispirazione? - domanda l'ingegnere che per niente al mondo è disposto a cambiare la sua posizione.
- No, l'ispirazione ci sarebbe ma ho l'impressione di scrivere niente d'interessante. -
- Lo lasci giudicare ai suoi lettori. -
- Ma quali lettori? Non mi legge nessuno! -
- Non scriva, allora, e faccia come me ... si goda il sole. -
Martino si siede accanto all'ingegner Martuzzi, originario di Besana Brianza e vedovo di una donna del luogo. La signora Martuzzi se ne andò due anni fa ed il marito decise di rimanere nel paese.
- Abbiamo vissuto assieme per quasi sessant'anni, che ci vado a fare da morto da un'altra parte? - aveva detto un giorno l'ingegnere.
D'estate il figlio scendeva lungo lo stivale per andare a trovare il padre ottantenne con tutta la famiglia.
- Notizie dei suoi nipoti? - chiede Martino.
- Tutto bene. Il secondo non vuole mica studiare tanto ... tutto suo nonno paterno! - ed il vecchio sorride orgoglioso.
- Lei non era bravo a scuola? ... ah, non ci credo! -
- Fino al liceo mi si doveva prendere a pedate nel sedere per farmi andare avanti ... poi, al Politecnico, ecco il miracolo ... mi sono messo a studiare! Chissà cosa m'ha preso? -
- I miei omaggi, ingegnere. - dice un signore anziano toccandosi la punta del berretto.
- Buon giorno Giovanni. Come sta sua moglie? -
- Meglio grazie, si sta riprendendo ... come vuole il Signore! -
- Certo, come vuole il Signore. -
L'anziano Giovanni s'allontana, non ha molta voglia di parlare.
- Era il contadino che ci curava il terreno. Ha la moglie ipocondriaca. Lo fa diventare pazzo ... un po' se lo merita, sapesse quanti soldi ci ha fregato! ... mah! Sono buona gente, però! - bisbiglia l'ingegnere all'orecchio di Martino.
- Ma come?  Le fregano dei soldi e lei la chiama brava gente! -
- Ma cosa vuole? ... qui devono per forza fregare un forestiero ... sennò passano per fessi agli occhi degli altri compaesani. Quando arrivai qui, ero un forestiero. Le fregature che ho ricevuto le ho prese come una tassa di soggiorno ... eppoi mia moglie era felice di vivere nel suo paese d'origine! -
Riprendono entrambi ad adorare il sole. Trascorre qualche minuto.
- Non se la prenda se non riesce a scrivere ... tanto fra poco qui sarà di nuovo tutto un casino! - esordisce l'ingegnere.
- Non capisco, di quale casino parla? -
- Non li legge i giornali? -
- Sì, certo che li leggo ... ed anche se non volessi leggerli le notizie t'inseguono dappertutto, impossibile non essere informati al giorno d'oggi. Ma dov'è il casino prossimo venturo? -
- La guerra ... ci stiamo scivolando lentamente ed inesorabilmente ... quello che sta succedendo in Siria è solo l'antipasto. Tutte le contraddizioni del mondo stanno venendo a galla ... i nodi vengono al pettine: l'oriente contro l'occidente, un sistema economico imperfetto ... che ha bisogno di mutare costantemente per creare nuovi prodotti e nuovi consumi a cui si oppongono culture statiche ... non possono convivere e l'occidente distruggerà l'oriente ... i nazionalismi non ancora sopiti, il continuo impoverimento delle popolazioni più povere, le onde migratorie ... cos'è successo all'antica Roma? Il flusso della ricchezza si spostò dal centro verso la periferia mentre cresceva la pressione dei barbari alle frontiere. Vuole che le aggiunga degli altri elementi? -
- No, lasci perdere ... godiamoci questo sole. In fondo, non è quello che suggerisce lei? -
- Ma di cosa dovrebbe parlare il suo libro? -
- Un romanzo sulla Sicilia che cambia ... -
- Ma qua non cambia nessuno ... ed anche se dovesse cambiare ci vuole troppo tempo, i siciliani sono testoni ... la guerra scoppia prima, mi creda! -
- Che allegria! -
- Non sono mica triste, sa? Sono solo realista. Bisogna approfittarne del tempo che abbiamo e non si stia a torturare a scrivere un libro che lascerebbe tutti indifferenti con i problemi che s'affacciano davanti a noi! -
- Vede: a cosa serve avere un'ispirazione per scrivere un libro che non interessa neanche ad un amico?! E pensare che mi sono seduto accanto a lei per farmi consolare! -


- Carla! - chiama Martino rientrando a casa.
- Eccomi, ciao tesoro. -
- Vieni qua, ti prego. -
L'uomo si mette in ginocchio ed abbraccia la compagna alla vita appoggiando la testa contro il suo grembo.
- Ma che ti prende? - chiede Carla ridendo.
- Niente, niente ... ho solo bisogno di rasserenarmi. -
- Per che cosa? Che è successo? - il tono della donna adesso è un po' allarmato.
- Ho incontrato l'ingegner Martuzzi . -
- Ed allora? Dovremmo invitarlo a cena una di queste sere. Un così caro vecchietto! -
- Mi ha parlato di sua moglie e di quanto si sono amati ... ho pensato a noi, a te! -
- Oh caro - Carla gli passa la mano fra i capelli.
No, Martino ... non ha il coraggio di dirle che tutti questi discorsi sulle catastrofi mondiali l'hanno angosciato ... si sente ridicolo e non vuole parlarne. Carla non capirebbe. Sì, è vero, basta poco per destabilizzarlo! Ma ha cosa è dovuta tutta questa fragilità?
Per adesso è inutile cercare delle risposte, ciò che importa è trovare conforto in quell'abbraccio estorto.
Al diavolo il libro, i lettori e la guerra alle porte!
Martino vorrebbe rimanere così per l'eternità ...